Sabato: Mark Oliver Everett in arte E, in pratica Eels è un mistero. Non solo perchè notoriamente ha avuto più sventure lui che l’Afghanistan, non solo per la sua barba che ne nasconde il viso integralmente se ci mettiamo anche gli occhiali.
Mark Everett, è un mistero perchè è ancora vivo, e perchè riesce in qualche modo a non fare della depressione un motivo di vita.
Lo spettacolo che sulla carta doveva essere by request (ma in realtà era by request sta ceppa) inizia con Parallel worlds parallel lives, documentario con cui Mark si avvicina al padre studiando la sua teoria dei quanti (era un genio, poi depressosi, tutto torna) e in pratica diventa una cosa a metà tra Ora vi spiego io chi sono e una seduta di psicanalisi. Oh ovvio, non messo in maniera fraudolento-dolorosa, no ma una specia di film di Woody Allen, fatto di brani di spoken words (tra incontri con star e con vicine di casa che hanno visioni, fantastico) e Mark Everett che piega la sua musica (a mio parere il miglior songwriter in circolazione, della serie che neanche si comincia la gara) ai suoi racconti, certo, toccanti, non dico che sia aria di festa ma He’s a motherfucker, Souljacker sono il climax della serata, quasi piegato di schiena al pubblico, inscena siparietti col polistrumentista The Chet leggendo recensioni, passando in rassegna Novocaine for the soul alla Bon Jovi (con Everett alla batteria) e subito dopo legandoci Good times bad times degli Zeppelin con poseraggi da rocker del caso.
La questione fondamentale degli Eels, e di Everett stesso è di continuare a volere essere degli outsider, quando non lo sono, e il live ne è un chiaro esempio, è arte, pura.
Una concettualizzazione della catastrofe e del successo dell’essere umano. Anche se il concerto è durato poco più di un’ora nel suo essere toccante, eloquente e allo stesso tempo misterioso, è riuscito a disegnare un cerchio, quasi come se la musica, le note, le mosse fossero una scienza esatta.
Quasi fossero una teoria, appunto. Take that, Dad..

Domenica: tornare dopo 24 ore all’Auditorium quando non ci sei mai stato fa un po’ effetto, la sala è diversa perchè è proprio Santa Cecilia, è enorme e sul palco c’è il minimalismo del set di Polly Jean Harvey. Arriva puntualissima e sembra perdersi in un posto enorme come quello. Vestita come Mary Louise Parker su l’assassinio di Jesse James (che non so perchè ma lo accosto a White Chalk) con in testa una crocchia stile 800 il passo è lento, misurato, lei minuta e giustamente intimidita.
Prende la chitarra e inizia con To Bring you my love, e da lì è la personale discesa agli inferi di Polly, diversa da quella di E. più misurata, meno coscienziosa, Polly si butta in tutte le canzoni che fanno male alternandosi tra piano, campionatore e chitarra elettrica ripassa tutta la sua carriera (quella che i geni chiamano “degli alti e bassi” ma vaffanculo a sentirti Robert Plant e Diana Krall) dagli esordi al nuovissimo White Chalk appunto bilanciando tra accelerazioni e meditazioni, in ordine sparso Send his love to me, Angelene legata in maniera sublime a Beautiful Leah, Snake, Down by the water, Man size – clamorosa – ma è sulla title track che il concerto diventa un’altra cosa, una di quelle in cui si capisce chiaramente che l’artista non scherza, non ha voglia di scherzare.
L’auditorium diventa una prateria immensa, non ci sono più le seggette scomode e il legno, c’è l’aria e il sole e una voce che da lontano chiama White chalk..
Polly si muove come un gatto, nero, con eleganza e in punta di piedi in qualcosa che è più grande di lei, ma è un gatto a cui girano fortemente i coglioni, di quelli strani a cui stare un po’ alla larga. Un po’ fusa un po’ unghie. Un po’ così Polly diventa la donna vestita di rosso di To bring you my love o la senza difese di Is this desire, la donna dei primi del 900 di White Chalk o la fotografia di una cosa lontana come Rid of me.
Polly rimane sempre comunque Polly. Come il poster sulla mia testa mentre scrivo ora mentre beve ad un festival. Polly è Polly e così sia.
Apre il cuore e dice che nel tempo Shame è una di quelle canzoni che ha imparato ad amare. E tutti sembrano amare in risposta lei.
Che vorrebbe andare via, si porta il libro delle parole e rientra in scena dopo dieci minuti di applausi.
The garden, Rid of me, C’mon Billy tra le altre in una situazione seduta acustica e harmonica alla Neil Young e una chiusura in piedi, a testa alta e sottovoce con The desperate kingdom of love.
Appunto.