Prologo: durante l’ultima trasmissione di Walk this way (a proposito abbiamo fatto un tumblr, sta qui e avrete tutte le puntate d’ora in poi da scaricare, non è un podcast ma ci si arrangia) sono usciti fuori quelli che alla romana chiamiamo, altarini, ovvero il segreto di Pulcinella ovvero che chi vi sta scrivendo per 6 anni ha fatto il dj in discoteca.

Di musica nu metal. Ecco.
Ora, se (come potete sentire) nella puntata, tutto ciò sia giustamente diventato motivo di ironia, soprattutto da parte mia, mi è venuto in mente, ragionandoci, che il numetal, quella stagione lì, così breve ma così prepotente è stata per l’appunto, uno dei momenti discografici e musicali più volatili che io ricordi, pieno di cloni e di menzogne ma, pur nella tragedia foriero di dischi grandissimi.
Io e quel terrorista di Kekko, abbiamo deciso di spiegarvelo al volo, cinque dischi io e cinque lui, almeno quello che è stato il nu metal per noi. Vecchi.
I miei sono i primi cinque. Gli ultimi ovviamente i suoi

Korn – Life is peachy (Immortal)
Che è in effetti il momento in cui il nu metal è diventato un fenomeno di massa. I Korn avevano lasciato indietro i riff tronfi a là Iron Maiden, ribassavano le chitarre che suonavano quasi fossero bassi e Johnathan Davis creò un autentico stile fatto di parlato, rappato, growl. Il tema era tendenzialmente gli incubi e la musica oscura assai. Assuefatti da sesso e altre sostanze illecite i 5 di Bakersfield erano un’autentica macchina. La dimostrazione che il metal potesse diventare fenomeno di massa, come avevano insegnato la via i Metallica. Solo che Life is peachy tendenzialmente è inarrivabile. Per tutti. (Ps contiene una cover meravigliosa di Lowrider, presente fuori in 60 secondi? Ecco)
Korn – A.D.I.D.A.S. (video)

Deftones – White pony (Maverick)
Di solito la carriera dei gruppi nu metal è stata concentrata nei primi due lavori, i Deftones con il loro terzo arrivano alla consacrazione. Partiti da uno stile debitore all’hardcore old school con White pony arrivano a una struttura di canzone che è basata fondamentalmente sulle atmosfere e la splendida voce di Chino Moreno, i ritmi non sono sincopati o rudi, anzi per alcuni aspetti i Deftones vengono anche accostati alla vecchia scuola dell’emo (Quicksand su tutti) ovvero una melodia su un tappeto di pesantezza sonora. L’apice è Passenger con Maynard Keenan dei Tool. Disco perfetto, senza ombra di dubbio. Se c’è stata una sintesi del genere indubbiamente White pony ha avuto una delle formule più efficaci
Deftones - Back to school (video)

Limp Bizkit – 3 dollar bill y’all (Interscope)
Usciti grazie all’aiuto degli (allora) amichetti Korn (l’altro elemento di fama era avere per Dj Lethal degli House of pain dietro ai piatti) il primo disco dei Limp Bizkit è la commistione ideale tra la pesantezza derivante dal nuovo stile nu metal (vedi Korn) unito alla scuola dell’hip hop. Fred Durst non era un cantante ma uno showman vero e proprio e Wes Borland indubbiamente era uno che coi riff ci sapeva fare e tanto. Il disco ne è pieno (Counterfeit e l’epocale Stuck), il disco sarà ricordato fondamentalmente per una cover di Faith di George Michael (nè carne nè pesce) e per essere l’unico “puro” del gruppo, che poi sarà contaminato da quanto di più idiota e trendy e diventerà un gruppo per teenagers.
L’esordio è una mazzata sui denti, roba che ancora a sentirla oggi ci si chiede come faccia un gruppo così a non avere preso il mondo per le palle e pulircisi il culo. Madò che immagine.
Limp Bizkit – Counterfeit (video)

Amen – We have come for your parents (Virgin)
Chasey Chaos che guidava questa armata Brancaleone la mise giù come fosse il punk tornato in terra. In effetti We have come aveva (e ha) tutti i connotati per essere riconosciuto come l’ultimo disco realmente punk della storia. Catastrofico, totalmente rabbioso e senza direzione come il suo leader (tipetto poco raccomandabile che però scriveva tutto da solo esclusa la batteria) prodotto da Ross Robinson che dopo Korn e Limp Bizkit (e At the drive in) non dico fosse come Rick Rubin del gener ma poco ci mancava.
Gli Amen pagavano il fatto di non essere per nulla accessibili, di non avere singoli e di spaventare. Ma il punk è destinato a morire, o meglio chi fa punk vero non arriva nè ai soldi nè al riconoscimento.
Per me sì, però.
Amen – Price of reality (video)

Glassjaw – Everything you ever wanted to know about silence (Roadrunner)
L’emo in un certo senso inizia da qui, o meglio l’emo che poi ha partorito quel connubio tra metal e hardcore che è sfociato in Poison the well e From autumn to ashes. All’inizio scambiati come un clone degli Incubus (di cui però erano sicuramente meno puttane e rispetto a cui si concentravano un po’ di più sull’impatto emotivo della canzone) scrissero autentici manifesti come Sjberian kiss o Ry ry’s song, metal che diventa melodia, anzi, hardcore e melodia.
Daryl Palumbo era il cantante che poi ha sputtanato davvero un po’ tutto non riuscendo a condurre in porto un gruppo che meritava ben altre sorti (è un destino del genere ve lo dicevo) e si è in finale deteriorato alla ricerca del pop.
Ha fatto questo disco però e tanto basta con i testi in assoluto migliori di tutto il nu metal. Altrochè
Glassjaw – Sjberian kiss (video)

Sepultura – Roots (Roadrunner) Max Cavalera è una specie di Giovanni Lindo Ferretti dell’heavy. Si laurea in Violenza negli anni ’80 in mezzo alle favelas di Belo Horizonte con dischi già epocali di death metal terzomondista pesantemente dischargiano, attraversa i primi anni ’90 creando capolavori di post-thrash evoluto ed approda ad un seminale forma di tristissimo aggro-volemosebbène con Soulfly (un progetto solista totalmente dedicato a un figlio morto -manco figlio suo). In mezzo ci sta l’ultimo disco dei Sepoltura in formazione originale, lui e il fratello più Paulo Jr. e Andreas Kisser. Dopo la cavalcatona di Ratamahatta la metà dei metallari progressisti in circolazione se ne va dal parrucchiere a fare i dreadlocks, ma al di là del groova Roots è una nuova frontiera del metallo pesante: tamburoni tribali e chitarre così distorte che diventa quasi impossibile percepire il riff. E il trionfo della poetica di Max: quei bei testi di rivolta proletaria alla sto imparando l’inglese, ma la prossima andrà meglio che lo rendono il grande artista che è
Sepultura –
Attitude (video)



Pantera – Vulgar display of power (ATCO) Con Vulgar accontenti sia le fighine che vogliono il pezzettino da ballare sia i punkabbestia, naturalmente se le une e gli altri sono dotati di un senso della misura e dell’umorismo. Non è l’apice della poetica di Philip Vincent Anselmo, la più incredibile rockstar di ogni tempo, e non è nemmeno l’apice di Pantera, titolo che affido senza un secondo di esitazione a quel capolavoro di autismo anti-figa pseudoblackmetal con tendenze suicide che è The Great Southern Trendkill. Ma è senza dubbio quello che ha creato il concetto stesso di metallo groovettone con i break che ti spaccano a mezzo e che ti fanno voglia di saltare un po’ più in alto degli altri nel moshpit per poterli prendere a gomitate in testa. E poi c’è Phil che urla FUCKIIN – FUCKIIN – FUCKIIIN – FUCKIN HOSTIIIIIIIILE, la prima volta che lo senti mandi indietro il nastro e lo riascolti per almeno 43 volte. Naturalmente ora non ci sono più i mangianastri, ed ecco perché non capite un cazzo di che cosa sto dicendo.
Pantera – Where you come from (video)

Helmet – Meantime (Interscope) Questo è il concetto di roba “tasty” che Page Hamilton tira fuori dopo che la ricerca major dei nuovi Nirvana gli ha procurato un contratto Interscope e un pacco di soldi. A livello di intenti Meantime non è per niente diverso da Strap It On (pezzi tiratissimi di chitarra/chitarra/chitarra con una parolina sparata lì ogni tanto giusto per dare l’idea di una canzone). La chitarra ribassata e groovettona che strappa di continuo la inventa Page nella (quasi) title-track. E non ve n’è.
Helmet –
In the meantime (video)

(HED)PE – S/T (Jive) Se parliamo di rapmetal parliamo di ‘sta roba qui, che non era mai stata fatta prima e non sarà più fatta dopo. In sostanza è una band di alcolizzati strafatti di speed, nascosti in terza o quarta fila tra le pieghe del giro California (SOAD/Snot/Incubus e quant’altro). Il primo disco viene realizzato in stato d’incoscienza e consta di un dj che suona così peso nel mixaggio da far dimenticare bene e spesso che c’è anche un gruppo che suona sotto e di questo improbabile MC con vocetta petulante tipo Ldz Of Bklyn. Viene fuori la roba più psichedelica del crossover di ogni tempo, alle volte arrivare alla fine del disco ascoltando ad alto volume può dare problemi percettivi per diverse ore. Problema sormontabile: in genere lo si ripesca per la sola Serpent Boy, il singolone dell’anno ’97 per chi ha avuto il privilegio di ascoltarla.
Hed(Pe) – Serpent boy (video)

Machine Head – The more things change (Roadrunner)
Robb Flynn sta a J Mascis come Max Cavalera sta a Giovanni Lindo: il quadro complessivo della biografia del suo gruppo lo fa sembrare un paraculo pieno di soldi e con il trip dei chitarroni che caccia via qualche membro del suo gruppo di tanto in tanto giusto per non perdere l’abitudine a farlo. Se metal moderno dev’essere, metal moderno sia: il primo disco dei Machine Head è una sorta di Cowboys From Hell risuonato con gusto, il secondo spinge peso verso il recupero di tutta la scuola Discharge/GBH e la mixa con tutto quel che tira in quegli anni: Korn, Nirvana, Sepultura, robe così. Sembra una cazzata a dirla, ma viene fuori un discone di inni da cantare a squarciagola fomentandosi come dei pazzi alzando il pugno chiuso (o le corna) e ruttando in faccia alla morosa. La mia preferita è Struck A Nerve, ma c’è Violate, Blood Of The Zodiac, Ten Ton Hammer…
Machine Head – Ten ton hammer (video)