Ecco. Appunto.
I primi cinque sono miei, gli altri (quelli scritti meglio) sono i suoi.
Isis – Panopticon
Mani basse, con i Mastodon il gruppo più apprezzato dagli amanti dei Tool, e un perchè ci sarà. Cioè in realtà il perchè non c’è dato che la musica degli Isis è fatta da un semi post rock con svisate di arrangiamenti metal (vedi distorsore e testi strillati che manco in un disco dei Morbid Angel), insomma quiete e tempesta, con Celestial erano grezzi (ma puri diranno i più) con Oceanic si sono ammorbiditi troppo e con Panopticon hanno trovato la formula della Coca Cola. Oh poi ovvio, Turner nell’ambiente è un po’ come fosse Timberlake, se la gente fa la fila per baciargli il culo un perchè ci sarà.
Isis – Backlit (video)
Poison the well – Tear from the red
E diciamo che sono quelli che un pochino hanno buttato i semi di raccolti a cui non hanno preso parte, sta roba qui poi è mutata in parte in metal core, e parliamo di metal puro, chitarre grattuggiate e doppio pedale che manco il Pantani dei bei tempi, ogni tanto ci buttano un ritornello, bastardissimo e melodico, voglio dire, al tempo uscì sto disco e gente vide la Madonna. Io no per inciso, anzi no, messa così è ingiusta, io vidi una coda dell’ascensione metaforicamente parlando, però è significativo il fatto che non tutto quello che possa piacere ad un ragazzo di venti anni sia necessariamente merda. A volte.
Poison the well – Botchla (video)
Peeping Tom – s/t
Magari qualcuno storcerà la bocca perchè in effetti è un disco molto controverso ma il metal ha dimostrato di non poter fare a meno di un personaggio che, in effetti è il padrino del crossover leggi alla voce Mike Patton. Qui fa un po’ un guazzabuglio di cose e tira dentro Rhazel e Odd Nosdam, e pure Norah Jones, però è crossover del nuovo millennio, cambiano un po’ gli scenari ma è sempre lui. Tutto il mondo si augura che sia un episodio estemporaneo, io no. E’ un disco puttana, embè? (detto alla Eros Ramazzotti)
E comunque se (come leggerete più sotto) si fa questioni su chi ce l’ha più grosso Mike Patton vince sempre, e da venti anni. Alla faccia del Gerovital
Peeping Tom – We’re not alone (video)
Dillinger Escape Plan – Miss Machine
E qui a quello che ha scritto gli altri post salteranno su i peli del culo e mi insulterà a vita ma i Dillinger Escape Plan sono un po’ quello che sono stati i Faith No More negli anni 90, in paragone. Lì quelli mischiavano tutto, con quello che c’era a disposizione, qui questi fanno la stessa cosa buttandola sull’ipertecnicismo, chirurgici e rabbiosi come non si sa cosa. Sono la cartina tornasole del 90% dei gruppi che attualmente fanno metal e questo la dice un po’ veramente tutta.
Dillinger Escape Plan – Panasonic youth (video)
Converge – Jane Doe
E qui non si scappa, l’hardcore metal dei giorni nostri, un disco perfetto da mettersi a piangere ora, sempre che ovviamente digeriate grattugioni e strilli da squassare le orecchie. E’ uno dei rari casi in cui si è riuscita ad unire la parola poesia a quella metal, e non esagero nel dire che tutto ciò sia fottutamente vero, e non solo, che dischi così escono una volta ogni dieci anni, tant’è che non sono più usciti.
Jane Doe, cazzo. Basta dire questo per fare aprire i Musei Vaticani in orari impossibili, altro che Codice da Vinci.
Converge – Concubine (video)
Sunn(o))) – White1
È il gruppo chiave per comprendere l’evoluzione del termine “heavy metal” in termini semantici una volta entrati nel nuovo millennio. Si passa dalla guerra tra spadoni e Adidas a un conflitto interiore tra ansie norsk e puro e semplice nulla, con tanto di inflessioni fashionable. Due vecchi arnesi dell’heavy metal: il padrone di Southern Lord e un chitarrista/graphicdesigner (della madonna) rispettato in circoli blackmetal di super-elite che nei più ambiti giri d’arte contemporanea. Tutti i dischi sono sostanzialmente uguali, almeno per quanto riguarda le loro migliori incarnazioni (che verranno tutte dopo White1, il loro apice). La cosa figa di Sunn (o))), oltre che scriverne il nome, è che si può dire tranquillamente di ascoltarli senza doverlo fare effettivamente. Basta rispettarli, suppongo. La prima traccia si chiama My Wall ed è impreziosita da uno sproloquio di Julian Cope, tipo The Rime Of The Ancient Mariner recitata da Richard Burton; il resto del disco è la versione drone metal di un Twin Infinitives, checchè sia successo in seguito assolutamente privo di spocchia enciclopedica e/o allargamenti di formazione interessati. Puro e semplice metal concettuale. Dal vivo fanno girare le palle ma sono un’esperienza: si presentano con una fila di ampli che va un metro sopra le loro teste e iniziano a far vibrare le chitarre abbassando i toni finchè il male allo stomaco ha superato il male alle orecchie. È un po’ una gara a chi ha il pisello più grosso, ma vista in prospettiva funziona un sacco.
Sunn(o))) – Myspace
Todd – Comes to your house
Beh, niente. È che il metal degli anni 2000 per me è roba che mette d’accordo la gente che lo ascoltava negli anni ’90 sedando i guilty pleasures di natura più indie/punk inglobandone i suoni. O viceversa, il noise rock di scuola AmRep (ecco qualcosa su cui fare un cazzo di post infinito) rivisto in chiave metal saltando il passaggio Today Is The Day –Steve Austin era un bravo cristo, ma ha iniziato a credersi Cristo. Il fatto è che, di tutta la gloriosa scena di gruppi Amphetamine Reptile, il nuovo millennio ci ha (ri)proposto sostanzialmente due cose: Chris Spencer e la baracca Unsane, roba che non entra nelle classifiche della critica per manifesta superiorità teorica iniziale, e un tizio che ha suonato per pochissimo tempo nell’ultima incarnazione di Hammerhead senza incidere né sul suono né tantomeno sulle sorti del gruppo. Si chiama Craig Clouse: sta di fatto che ha incubato una specie di progetto personale allargato dal nome Todd responsabile fino a qui di due emissioni su Southern. E la seconda, dal titolo Comes To Your House, è davvero un disco capitale. Una specie di ibrido tra Eyehategod e Today Is The Day con un po’ di ossessioni groovy e un sacco di sproloqui stile io la so lunga. Epocale.
Todd – Comes to your house (video)
Down – II
Sottotitolo A Bustle In Your Hedgerow, da un verso di Stairway to Heaven. Non è “uno dei più bei dischi di heavy metal degli anni ‘00”, è “il più bel disco di musica rock degli anni ‘00”. Che sono due cose diverse. Accidentalmente, un disco metal. Rispetto all’esordio Nola cambia soprattutto la produzione, che diventa fangosissima e cazzutissima –tutto sommato molto più vicina a Eyehategod e Crowbar che a Pantera e COC. Ed è probabilmente la più commovente incarnazione del cantante Phil Anselmo, anche dilaniata nel racconto dei giorni dell’eroina (giorni non-passati, ad ascoltarla) Learn From My Mistakes e in generale esaltante per quanto esaltata. Mentre lo stoner arriva al successo intergalattico con l’enorme frainteso della creatura QOTSA e di tutti i leccaculo che appioppano a Josh Homme il ruolo di salvatore del rock assieme a quell’altro beccamorto di Jack White –segnando di fatto la morte artistica del primo e lo svilimento da supermarket del secondo- il supergruppo di Anselmo, Pepper Keenan, Jimmy Bower, Kirk Windstein e Rex Brown arriva alla soluzione definitiva tra sludge/doom metal, Black Sabbath e rock sudista. Ad oggi, mai più messa in discussione. Nemmeno dal terzo episodio dell’epopea Down.
Down – Ghost along the Mississippi (video)
Breach – Kollapse
Una specie di outsider del passaggio di testimone dalla New School a tutto il discorso “post” di riscoperta e ri-proposizione (spesso calligrafica e sciatta ai limiti dell’indegno) della scuola Neurosis ad opera del giro Boston. In mezzo ci stanno Jane Doe delle future superstar Converge e soprattutto questo gioiellino di una band che ha sempre covato il proprio punto di vista lontano dai discorsi da grandi degli altri e se ne esce fuori con un disco d’addio –di lì a poco il gruppo si scioglierà, così che Kollaps è un po’ il loro Warehouse- che annulla qualsiasi possibilità di allargare il discorso senza andare a finire fuori tema. Staffilate ambient e aperture postrock sempre piuttosto tirate che finiscono per rovinare del tutto in due o tre pezzi di hardcore/metal à la Breach come li conoscevamo nei dischi fino a Venom (ma anche più efficaci in una Old Ass Player, forse il loro pezzo più rappresentativo di sempre). È uno di quei dischi-bignami che contengono un po’ tutto e ti fanno stare meno male per aver escluso roba tipo Thorns o Disharmonic Orchestra o che so io. Fossero vivi e vegeti oggi (a parte un reunion gig il gruppo non ha più fatto una mossa) sarebbero più coccolati degli Isis, ma che ci devi fare. A volte i migliori se ne vanno.
Breach – Myspace
Teeth of lions rule the divine – Rampton
Un side-project che consta dei due Sunn (o))) più Lee Dorrian e Justin Greaves (ex batterista dei disciolti Iron Monkey, supereroi superunderground dello sludgecore britannico e/o gruppo di punta del roster Earache di fine anni ’90). Un disco nel 2002 e nient’altro, tra l’altro accolto tra l’esaltazione dei fan e gli sbadigli/scorreggine della stampa metal che conta, destinato a riscoperta tardiva ad opera di chi si è preso la briga di ripercorrere all’indietro la strada percorsa da Greg Anderson e Stephen O’Malley dopo il successo di Sunn (o))) rendendo TOLRTD una specie di culto dell’underground degli anni ’00 nonostante i nomi coinvolti. Il monicker viene dritto da un titolo presente su Earth2, la seconda traccia è una cover di Killdozer; la prima è un pachiderma di mezz’ora dal titolo He Who Accepts All That Is Offered. Il titolo viene da un viaggio olandese finito male a forza di pessime droghe, il sottotitolo è Feel Bad Hit Of The Winter (un altro bel dito medio contro la cricca di Josh Homme). Dentro ci stanno i drones magmatici del secondo disco di Earth e il groove industriale col freno a mano tirato di scuola Fudge Tunnel, più il ritorno dei primi Cathedral (con buona pace di chi dava del bollito a Leo) in un incubo di voci effettate e colpi di batteria che ti spaccano in due. Se ne esce un po’ devastati, ma di tanto in tanto va messo su. Il pezzo per stare male, come promesso dal titolo.
Teeth of lions rule the divine – Myspace

1 commento
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marzo 19, 2008 a 4:13 pm
organetta
porca troia