Per intanto: non ha nulla a che fare con il sangue. Uno pensa che sia una stronzata detta per far scena, ma emocore era considerato anche Kiss It Goodbye, a torto o a ragione. C’erano alcuni gruppi melodici ed alcuni che non lo erano. Si chiamava ancora emocore, non emo e basta. Le due cose sono differenti, ma era comunque un periodo florido -florido soprattutto di definizioni che finivano in core, in molti davano la propria. Era comunque sintomo di un’appartenenza che nel corso del tempo è andata scemando in favore di un atteggiamento più generico, che è costato al genere il suffisso e buona parte della credibilità.

Tutti quanti sanno cosa sia oggi, e non in molti sono in grado di definirlo con esattezza. Probabilmente è rock melodico fatto da gente vestita in una certa maniera. Oppure è soltanto un modo di vestire, oppure niente di tutto questo. Possiamo direche fosse originariamente hardcore con testi e attitudine introspettivi, ma quando diciamo originariamente non abbiamo una chiara idea della cosa. Una cronistoria dell’emocore è sostanzialmente impossibile e soprattutto inutile: una convenzione critica piuttosto frequentata assegna a Rites Of Spring, e quindi quel giro Washington che negli anni ’80 visse il passaggio dallo scioglimento di Minor Threat e la nascita di Fugazi, il ruolo di padre dell’emocore. La cosa non funziona ad uno sguardo attento: c’era punk con testi emotivi prima, ce n’era durante in altre parti d’America e del mondo, ce ne sarà dopo, e nessuno dei casi sarà legato liricamente e musicalmente a Rites Of Spring (un gruppo DELLA MADONNA, sia chiaro, ma di scarsa incidenza sulle sorti del mondo).
Il vero e proprio year that emo broke, tuttavia, è da qualche parte verso la metà dei ’90: smette di essere un’attitudine che si guarda più o meno con curiosità e diventa una vera e propria tradizione. Gli stili musicali verranno più avanti, o forse mai. L’emocore, se la guardate da questo punto di vista, non è mai esistito. Il discorso tuttavia è un altro: l’emotività su larga scala, una scena di gente che si rifiuta di parlare di altro che i propri sentimenti anche se la musica che vuole suonare è musica rumorosa e cattiva.

Io sono Francesco. Giorgio m
i ospita per la terza volta con un post a quattro mani: tracciamo una nostra mappa che non parla tanto del genere quanto del nostro modo di rapportarci ad esso. Facciamo uso di un dato più o meno oggettivo per spezzare la trattazione in due parti (o due post che dir si voglia): grossomodo dal 2000 in poi cambiano le cose, emo perde il suffisso e diventa una categoria merceologica che avrà un buon successo di pubblico per qualche tempo e finirà per diventare, soprattutto agli occhi di chi non lo frequenta, la caricatura di se stesso. Di cosa è diventato, comunque, avremo modo di parlarne nei prossimi giorni. Per ora stiliamo una lista di cinque dischi a testa che hanno avuto a che fare con la parola emo, non necessariamente core, negli anni ’90. La nostra non è la storia dell’emocore perché è stupido chiuderla in dieci dischi degli anni ’90 e c’è gente che allora ci stava più dentro di quanto c’eravamo noialtri (un esempio qui ).
È più che altro una sorta di tributo ad una delle cose più belle successe al rock’n’roll.

Braid – Frankie welfare boy, age five (Divot)
Che è già una specie di Zen Arcade dell’emo, intanto per la monumentalità dell’atto in sé (doppio LP con 26 brani), e
di seguito per un simile concept alla base. Il calcio d’avvio di una stagione “adulta” dell’emo che è puro rock’n’roll evoluto, suonato in condizioni se vogliamo approssimative ma con una perizia strumentale a dir poco invidiabile: una stagione che ha sfoggiato nomi come Christie Front Drive, Cap’n’Jazz, primissimi Get Up Kids, Van Pelt e che ha in Braid i massimi rappresentanti -o forse soltanto i miei preferiti. Sta di fatto che il loro esordio soffre ancora parzialmente di qualche sfilacciatura nel discorso, qualche episodio fuori dai bordi e di una varietà di umori incredibile che lo rende amabile sopra tutti gli altri capolavori del gruppo. Di qui in poi si tratterà più che altro di sfumare lo sfumabile, lavorare di cesello e prendersi il disturbo di continuare a suonare. Tutta la grandezza, però, sta già dentro a Frankie.
Braid – Myspace

Sense Field – Building (Revelation)
Nel 1996 due dischi
Revelation che uscirono a distanza ravvicinata sembravano rimettere la palla al centro per quanto riguarda la questione pop-punk. Uno dei due era l’incredibile esordio di Texas Is The Reason. L’altro era Building, il secondo disco di Sense Field. Un disco estremamente più scolastico e derivativo, probabilmente, e forse per questo meno resistente all’incuria del tempo. Era un disco fatto di canzoni non molto diverse da quell’emotività nostalgica che iniziava ad animare i dischi del Mike Ness più maturo, ma su un campo totalmente diverso -power pop e poco altro. Riascoltato a dodici anni dall’uscita, rimane una delle raccolte di canzoni più belle e toccanti degli anni ’90. medaglia d’oro alla seconda Outlive The Man, un minuto e poco più.
Sense Field – Myspace

Portraits of past – Discography (Ebullition)
Mentre migliaia di gruppi si sporcavano di metallo esasperando fino al limite la posa da arrabbiati, qualche sparuta band provava a parlare delle proprie debolezz
e suonando la musica più efferata in commercio. Ebullition è una delle massime etichette HC di ogni tempo, una sorta di lato oscuro ed introverso di Victory con gruppi durissimi e velocissimi che innalzavano la sofferenza a livelli quasi insostenibili. La discografia di Portraits Of Past è una specie di summa ideologica dell’etichetta: ai limiti del grind, emotivamente carichissima, un lavoro grafico incredibilmente personale e incentrato su un b/n povero ed ideologicamente schieratissimo ma per certi versi fashionable. La band esiste per un paio d’anni a metà dei ’90, ma lascia un segno indelebile su tutto il movimento emoviolence che verrà. Difficile negarlo e facile capire il perché.
Portraits of past – Myspace

The Van Pelt – Sultans of sentiment (Gern Blandsten)
Fece discutere ben oltre i circoli emocore il capolavoro della formazione di Chris Leo, ciò non toglie che di questo si tratti (emocore, e capolavoro). Un disco di umori traballanti e canzoni che canzoni non sono, con quel tipico talking scostante del vocalist, accompagnato da melodie dolcissime che potrebbero insegnare il postrock anche a chi il postrock se l’è inventato. E che da lì a qualche anno supererà il semplice culto degli abbonati a Gern Blandsten e passerà alla storia di un genere (il rock indipendente) destinato anch’esso ad una serie di successivi travisamenti semantici myspace-driven. Sta di fatto che Sultans Of Sentiments, riascoltato, suona davvero come uno dei pochi dischi che riescono a mettere insieme e raccontare gli anni ’90 anche oltre la fine del decennio.
The Van Pelt –
Myspace

Mineral – The power of failing (Crank!)
Registrato in meno di una settimana nel 1995, prima dell’uscita dei dischi che imposero i capiscuola dell’emocore della seconda metà dei ’90, ma già sintesi di tutti g
li approcci. Nell’esordio di Mineral è possibile ascoltare l’approccio più scolastico e punk rock dei Sense Field di Building così come le derive post più imprendibili concepite in Sultans Of Sentiment. E incidentalmente uno dei dischi più intensi mai suonati, cosa che lo rende un pelo indigeribile ed inadatto a superare la nicchia del genere in cui fu concepito –e nel quale ancor oggi viene salutato come uno degli episodi più indimenticabili. Lo si riesce ancora a trovare con relativa facilità in qualche banco dei dischi usati in giro per le fiere, o negli angoli polverosi di qualche negozietto: capitasse in mano a qualche purista indie-rock sarebbe una buona occasione per togliere dalla tasca qualche bella verità. Di lì a poco un altro bellissimo disco su Crank!, e poi l’oblio.
Mineral – Gloria (Video)

Far – Water and solutions (Immortal)
Jonah Matranga rientra nella schiera de “i bravi guaglioni che se non fanno un disco stanno male” ora, ora solo, dopo i Gratitude, dopo Onelinedrawing e New End Original, è al suo quarto progetto e tutto è partito da questo gruppo, i Far, che in un primo momento per campare ero andati in tournee con gli Incubus di S.C.I.E.N.C.E. Niente di più lontano ma così era, troppo poco trasversali per essere crossover e troppo lagnoni per essere rock. Venivano da tutt’altro e non l’hanno mai detto, Water and solutions però è pieno di pezzi belli in maniera imbarazzante, della serie, se rivalutiamo un disco prima o poi prendiamo questo. Presero tutti per il culo col singolo Mother Mary (lontano poi dalle totali aperture emo di brani come Nestle o Really Here, veri e propri anthem) e ci cascarono anche in un bel po’. I gruppi più importanti sono quelli che si sciolgono. Loro sono il corollario.
Far – Mother Mary (Video)

Fugazi – In on the kill taker (Dischord)
L’emo, è forse il genere che è fatto dagli uomini, da chi ci mette la faccia fondamentalme
nte, e di conseguenza è tutto un proselitismo. Matranga (vi interessasse mai il mio mito personale), Carrabba, sono come i santini, come dire i nomi dei santi del calendario. I Fugazi ne hanno tirati fuori tre Ian MacKaye (ad oggi nella sua versione estiva con fidanzatina e Evens), Joe Lally (ormai romano) e Guy Picciotto. Un po’ come dire un centrocampo con Falcao, Ancelotti e Di Bartolomei. In on the kill taker è il disco del volo, della presa di coscienza di un suono, fondamentalmente hardocre ma con più derive emozionali, non dico depresse ma poco ci manca. Una pogata interiore ecco (coi lividi fuori però), e con la dolcissima novità de “le ultime canzoni dei dischi dei Fugazi” che si sa fanno storia, e Last chance for a slow dance, probabilmente è la canzone che la dice tutta su cosa siano i Fugazi, su che cosa enorme siano stati in dieci anni e su cosa probabilmente significhino oggi (e neanche ce ne rendiamo conto), data in cui risultano il gruppo più influenzante, sì anche più dei Joy Division.
Fugazi – Great cop (Video)

Weezer – Blue album (Geffen)
E giuro che fi
no all’ultimo stavo per parlare di Pinkerton, poi ho risentito Say it ain’t so. Ecco, i Weezer sono tutti lì, un po’ come i Fugazi sopra, tutti in quella canzone lì, posta a chiusura di un lavoro che si presentava in una scatoletta banale, lo fi nella sua impresentabilità, poi lo metti su, il disco dico, e parte una delle cose più epocali che ti possano sbattere in faccia e indubbiamente l’esordio del gruppo che più di tutti oggi è saccheggiato a piene mani. Personaggi strani i Weezer e forse poco raccomandabili dietro le facce da nerd, con Rivers Cuomo che ad un tratto diventa un’icona per lo sfigatismo, per come sapeva raccontarle, le sfighe e metterle in pop, renderle dolci, quasi quadretti da auspicare che prima o poi succedono, a conti fatti una maniera decente di uscire dall’ascolto del grunge con qualcosa che tenesse testa. Non erano cose fantastiche, ma le chitarre quelle lì non le ha mai avute nessuno, quella scrittura neanche. Pochi cazzi, i Weezer sono stati i Beatles degli anni 90. E Cuomo era John e Paul, insieme.
Weezer – Say it ain’t so (Video)

Sunny Day Real Estate – Diary (Sub Pop)
Il loro esordio, loro invece rientrano in quelli che “la lucidità di questo tipo ce l’ho solo col primo disco – o quasi – eppure basta lo stesso” Jeremy Enigk è un personaggio di quelli che ci si dovrebbero scrivere i libri su, non solo, è un gruppo di quelli che si è riuscito a vendere talmente male da essere non dico ignorati ma sì, diciamolo, ignorati a favore di chi la faccia ce la metteva. Il suono è alternativo in tutti i sensi, proveniendo dall’etichetta madre del grunge, non ci sono anthem rock, non c’è Zeppelin-ismo c’è un qualcosa di non etichettabile e che forse, sicuramente anzi, era in anticipo sui tempi. Non collocabile nè nell’hardcore e tantomeno nel fenomeno a scacchettoni. Ps i due dischi di Enigk, se vi capita, sono gran belli.
Sunny Day Real Estate – Seven (Video)


Texas is the reason – Do you know who you are? (Revelation)
Se i grandi gruppi sono quelli che si sciolgono, quelli che fanno un solo disco e si sciolgono sono quelli che nel loro piccolo fanno la storia. Se ti sciogli “se il concerto di questa sera sarà fantastico” beh, entri nella mia top ten personale dei gruppi storici e i Texas is the reason sono stati tutto questo, compreso lo scioglimento avvenuto un anno dopo l’uscita di questo unico e meraviglioso lavoro che non è niente di più, niente di meno che il concetto di emo messo in nota. E’ questo, fateci i conti prima o poi. E pensate che non esiste più una cosa di questo tipo.
Texas is the reason – Back and to the left (Video)