Partirò dalla fine: uscito dal cinema, venerdì sera me ne sono andato in una nota catena di fast food, una di quelle che hanno anche il bancone del bar e mi sono portato via un muffin al mirtillo.My blueberry nights (e perdonate io non ce la faccio a nominare i film come questi cialtroni di titolisti fanno) è il film americano di Wong Kar Wai, e forse non è uno step necessario dimenticare quello che costui ha fatto prima di varcare i confini. O almeno usarlo come metro di paragone.
Voi direte, ma come oh, è lo stesso regista. Ci sto, sicuro è sempre lui, ma la cosa cinema, la cosa film, la cosa storyboard e protagonisti non poteva necessariamente essere la stessa vista finora.
Fosse stato così probabilmente si sarebbe detto, un film di Wong Kar Wai con gli attori americani. Insomma una maniera per non essere soddisfatti l’avremmo trovata, in qualunque maniera si sarebbe mosso avrebbe sbagliato.
E’ tutto qui il nodo, l’adattamento, la costruzione di una struttura che per quanto possa qui e lì mobilitare deja vu emotivi è sostanzialmente la stessa pur essendo al contempo, differente
Si abbandonano i feticci, le stanze d’albergo e i circuiti chiusi e si mette sul banco(ne) come posta un’attrice pressochè esordiente come Norah Jones e intorno facce, facce che raccontino storie, addirittura strade, addirittura Las Vegas, addirittura a un tratto è un road movie.
In questo al limite può apparire un film slegato, quasi un corale alla Altman, in cui ognuno dice la sua ma che in fondo, sotto sotto, sempre di solitudine in qualche maniera tutti vivono.
Di solitudine e di amori da chiudere in qualsiasi modo, con morti o con pellegrinaggi ed eremitismo. In questo forse a differenza di tutto quell’altro non c’è struttura, c’è una cucitura, un imbastimento ecco, con fili sottili ma non laccioli. Fili in parte sottili, in parte un po’ più resistenti, ma che nel complesso costruiscono una struttura in larghi tratti invidiabile, negli altri tratti o c’era the Greatest o Cat(ia) Power e alla fine da dire viene da dire “bon, sti cazzi”.
Wong Kar Wai parla di una donna, ma in un certo senso usa tre storie per farlo, un amore concitato, finito e da ammazzare e quello che (una bravissima Portman) è da riprendere prima che sia troppo tardi.
Lisey (Norah Jones) vede le stazioni della her own via crucis, negli sbandamenti di Rachel Weisz (un tantino sopra le righe ma ci sta) e nella sicurezza ostentata della giocatrice di poker (la Portman again) e l’altro sesso, seppure interpretato in maniera più che degna da un uomo con le occhiaie cronice e col ciuffo da dodicenne ed un enorme Strathairn non dico che sia una figura di contorno, ma è il secondo di un allenamento di boxe.
Wong Kar Wai ha scelto per passare l’oceano una storia semplice un po’ a dire, cominciamo così, vediamo se capite, sennò torno di là; un antipasto insomma.
Butta lì qualche gemma enorme, la lucentezza del Porsche che fa scopa con la lucentezza del gelato e dei mirtilli che si sciolgono insieme, la scena di Norah Jones che trattiene la porta, e sfodera una fotografia di Darius Khondji che nei primi venti minuti è qualcosa di fiabesco e sembra che si limiti al compitini.
Ha scelto di parlare di un dolce, come di una cosa che solo in pochi possono capire, solo persone che si scelgono e a loro volta lo scelgono, in maniera quasi risolutoria, differentemente dalla paranoia di antiche pesche sciroppate.
Poi uscito dal cinema uno si rende conto che di film così è difficile vederne, trova un muffin e se al primo morso sente che è ancora morbido e i mirtilli sanno effettivamente di mirtilli, beh qualcosa di non comune, in effetti in tutto questo, c’è.
Cat Power – The Greatest (Solo sessions) (Mp3)

souffle said:
Non si sa se sia peggio lo script o il cast. Norah Jones con gli occhioni grandi, la Portman che troieggia come una bambina con il trucco (e piacciono eh, le bambine con il trucco…), quell’altra che esagera, ma ci sta perchè è bona. Allora perchè non dire che anche Jude Law è un figo assoluto (ed è vero) e ci fa dimenticare una storia che non esiste ma è ripresa tanto bene.