Fosse uscito su major e sorretto da una buona confluenza temporale, Something To Write Home About avrebbe fatto fuori milioni di copie e Holiday sarebbe ricordata come una di quelle canzoni che definiscono una generazione intera, tipo Smells Like Teen Spirit. Così non è stato, naturalmente: Matt Pryor sembra un normalissimo ragazzo paffuto e veste magliette che il mondo non ricorderà, non è sopraffatto dai propri demoni e non sfascia camere d’albergo. Something ha fatto il suo corso vendendo un botto di copie, decretando il successo di Vagrant e rendendo i Get Up Kids poco meno che delle star; ma per tutto ciò che al mondo riguarda il prefisso emo le cose cambiano per sempre. Ne parlo in apertura perché senza Something, nel bene o nel male, saremmo ancora relegati al guilty pleasure di un disco struggente di amarissimi arpeggi di chitarra registrato da Bob Weston e destinato a un mercato di qualche migliaio di copie.
Ne parlo in apertura, fuori dalla lista: non so bene se metterli nella prima decade (per la cronologia) o nella seconda (per ciò che rappresenta): saremo salomonici. Il fatto è che Get Up Kids chiama il successo di Jimmy Eat World per direttissima, e da loro Promise Ring e tutto quello che ci sta dietro. Jade Tree, Deep Elm, gli Emo Diaries, le frangette, le ragazzine. L’impianto delle major vede una vena d’oro bell’e pronta da sfruttare, una scena di gruppi più o meno neonati che suonano “emo” ed hanno ascoltato tutti i dischi giusti, ma i tempi sono quelli che sono e la nuova scena “emo” viene bollata come minestrone di scapestrati senza arte né parte (né vergogna) nel giro di un paio d’anni, anche peggio di quel che è successo al grunge. Nel mentre si studia un nuovo approccio critico alla materia (più giovanile), vengono riservati altri numeri di pagine in altri tipi di giornali. Cambia la predisposizione degli ascoltatori. Cambia l’estetica delle bands: maglietta nera, jeans vintage, all star. Da lì a poco qualche milione di ragazzi si taglierà i capelli a scodella e finirà tutto in merda. Lo stato attuale delle cose è che “emo” viene ricordato come un genere musicale (che prima NON era) e soprattutto come una sorta di categoria dello spirito che consta di foto su myspace palesemente auto-scattate, che mostrano faccette glabre con capelli corvini stirati e riflessi biondi, eyeliner e anoressia a venire. Estetica che più avanti, e in maniera piuttosto pretestuosa, incontrerà una sorta di derivazione heavymetal della new school accacì degli anni novanta e darà vita ad una delle scene più ridicole del rock contemporaneo –che di scene ridicole non manca, davvero. E dietro una serie di ricorsi, TorniamoAlloStatuto, emoviolence in super-ascesa, chitarre acustiche, parenti e vicini, amici e nemici.
E io sono ancora Francesco. Dieci dischi, miei e di quell’altro tizio che regge le cose qua dentro, per celebrare il nostro percorso all’interno dell’emo(piùomeno)core degli anni dal 2000 ad oggi –che in parte è un percorso inedito e non propriamente religioso. La mia maglietta preferita tra quelle che indosso ha una stampa in bianco, c’è un frangettone che si punta una 44 magnum alla testa e la scritta FUCK ARTSY FARTSY FASHION GRINDCORE.
È troppo stretta per la mia trippa ma la porto con orgoglio. Nondimeno, questi dieci sono dischi belli.
New end original – Thriller (Jade Tree)
Lukewarm è una power-pop song arrogantissima suonata con dei sorrisi grandi così, viene posta in apertura a sviare l’idea. l’anima del disco, invece, sta nella successiva 14-41, uno dei massimi capolavori dell’indierock dal 2000 ad oggi. Precario nel suo equilibrio piano-forte, abbandona le atmosfere più confidenziali dell’ormai lanciatissimo progetto Onelinedrawing in favore di un assetto “band” che accorpa gente di Texas Is The Reason e Chamberlain e sporca tutto di chitarroni pesissimi. Alla guida ovviamente Jonah Matranga, che con un nome italiota talmente stupido non poteva che diventare una testa di serie del genere (avete mai fatto una lista dei nomi? Tim Kinsella, Chris Leo, Bob Nanna, Chris Carrabba, il newbie Fred Mascherino… sembra il cast un film di mafia americano di serie Q). Thriller purtroppo rimarrà l’unico atto del gruppo, ancor più estemporaneo del progetto Far che aveva fatto conoscere il songwriting del piccoletto al mondo. Un peccato, ma seguite Jonah Matranga: continua a regalar gemme.
Bloodlet – Three humid nights in the cypress trees (Victory)
Il disco che non ci si aspetta, da un gruppo che non ci si aspetta. Accacì con testi introspettivi, quindi probabilmente emo. Spessissimo e dissonante doom metal (Steve Albini al mixer) che neanche i Neurosis si son mai azzardati. Negli anni ’90, prima del grandissimo The Seraphim Fall, sembravano il gruppo più anonimo in assoluto mai messo sotto contratto da Victory. Poi i grandi gruppi Victory si sono dissolti e l’accacì ha preso direzioni diverse; nel 2002, col funerale della scena già celebrato e il giro Boston in cima agli altari del nuovo metallo, esce dal nulla il loro capolavoro –una specie di triplo concept sulla depressione con voce bruciatissima, inserti melodici e suoni post-Fudge Tunnel. Apice emotivo le liriche di Worms: every time i wake up it takes at least ten minutes to remember my name, and sometimes i get it wrong… una band e un disco talmente indimenticabili che il mondo se li è scordati un mese dopo l’uscita del disco.
Cursive – Domestica(Saddle creek)
Stando a quel che dice il principale titolare del progetto Cursive, vale a dire Tim Kasher, il concept Domestica non è propriamente ispirato alla storia del suo recentissimo divorzio. Disco alla mano, sembra un po’ come dire che La Notte di Philippe Druillet non è propriamente ispirato alla morte della moglie dell’autore. Così invece che lavare i panni in casa tua li lavi al negozio di dischi più vicino. Domestica è una raccolta di chitarre rabbiosissime e pesantissime che raccolgono l’eredità di Van Pelt togliendo dinamica e aggiungendo sangue. Le urla di Kasher disegnano un mondo. Emotività alle stelle, alle volte riascoltarlo fa pure prendere male.
Orchid – Dance tonight! Revolution Tomorrow! (Ebullition)
Un 10″ del 2001 suonato alla velocità del suono che inizia a mischiare le carte tra quello che era il classico suono Ebullition ed alcune delle principali declinazioni postpunk degli anni ’90, casse dritte e quant’altro. L’emoviolence è una specie di nuovo inizio che dà valenza di genere a quella fetta di emo suonato a volumi folli e urlato più di quanto sia concepibile. Con la fantasia dentro Orchid ci si sente tutto, tanto la old-skool di Ebullition quanto la voglia di post-punk e casse dritte: a gruppo sciolto chi non è andato a finire nell’ufficiosa reincarnazione Ampere ha fatto qualche soldo con i fashionable-issimi Panthers. Dance Tonight! Revolution Tomorrow! è a mio parere il miglior disco della band, accacì brutale e semi-matematico intarsiato di giochi di chitarra che ci mettono un attimo a fare uscire di bocca la parola shoegaze. E altro ancora. Citando la bio dell’etichetta : Tuneful, vicious, throbbing, and chaotic hardcore played with finesse, heartfelt energy, and a wee bit of arty pretense. A ben vedere ha portato a un mostro, e in seguito alla mia maglietta. Ma in Dance c’è solo del bello: nuova musica per gente col cuore spezzato e il coltello tra i denti.
Poison the well – Tear from the red (Trustkill)
Una specie di uovo di colombo di inizio millennio è la soluzione che viene fuori da questo atto di Poison The Well, di giustapporre canonico emo di seconda/terza ondata ad un impianto che è quello di Poison The Well nei dischi precedenti: vale a dire chitarre a valanga, produzione semi/industriale, anabolizzanti. Tear From The Red è la matrice con cui si sono iniziati a stampare dischi tutti uguali e sempre più compromessi con pose metal anni ’80 di quarta categoria. Vogliate perdonarli, hanno fatto ottimi dischi. Tra cui questo.
Elliott – False Cathedrals (Revelation)
E’ un gruppo di quelli che nel pieno spirito del genere è durato poco, pochissimo ma che per importanza (di questo splendido disco) mi sento di accostare ai Texas is the reason, ci mettevano anche il pianoforte e hanno canzoni che, con tutto il rispetto, i Coldplay pagherebbero milioni (di sterle) per scrivere. Abbacina quasi per la sua completezza, per essere competitivo tanto dal punto di vista melodico/emozionale quanto dall’impatto puro. Se poi vi capita Photorecording, che è il loro live d’addio è da piangere di bellezza, dall’inizio alla fine.
Rival Schools – United by fate (Island)
Prendere il nome da un videogame è già amabile di suo se poi dentro c’è gente tipo Schreifels dei Quicskand e male che vai Siegler dei Youth of today, già sai che di dischi così non ne trovi tanti in giro, anzi. Diciamo che questa è la loro concessione pop-emotiva, piena di perle di autentica evocazione rock (più che pop) e da una forma edulcorata delle asperità passate. Si cresce insomma, il disco della maturità emotiva direbbero molti, e la maglietta più bella e usata che ho, aggiungo io.
Jimmy Eat World – Bleed American (Geffen)
E qui entriamo nell’ambito dell’addirittura uno dei miei gruppi preferiti, talmente catchy che non sono mai riusciti ad entrare (chissà per quale miracolo) nell’ambito di quelli che poi si sono letteralmente venduti il culo, hanno un disco migliore dell’altro e possono dirsi vivi e vegeti pur essendo migliorati. Bleed American è una collana, una sciata tra il pop punk che gruppetti come i Blink 182 cercavano disperatamente di mettere a fuoco, senza avere la classe, la sincerità e concedetemelo, il phisique du role dei Jew. Un consiglio, se vi capita ascoltatevi questo e Futures. Poi mi direte.
Thursday – War all the time (Island)
E qui entriamo quasi in epoca recente perchè i Thursday sono i quasi U2 del genere emo-core, un gruppo che rifà proprie alcune cose degli At the drive in (senza gli orpelli, ma per le grattuggiate e l’impatto) e si alterna fra sincopate e ballate memorabili come la title track. Questo, ad oggi è il migliore scenario proponibile per il genere, e sinceramente ci accontentiamo e siamo felici che non sia andata a finire in maniera pietosa (vedi il gruppo cover dei Queen chiamati My Chemical Romance)
Dashboard Confessional – The Swiss army romance (Vagrant)
Chris Carrabba è uno che a un certo momento fu definito invece l’Eminem dell’emo, è uno che già dal suo acronimo musicale (le confessioni del cruscotto) la spiega bene, solo voce e chitarra acustica mentre tutti correvano dietro a At the drive in, Blink etc etc inseguendo formule. Lui ha fatto un po’ il Bright Eyes emo, scriveva canzoni e le registrava come tali, poi ha aggiunto chitarre elettriche e band ed è stato un po’ un tradimento ma Swiss army rimane ad oggi la raccolta di canzoni più emozionalmente devastande da anni, ad oggi (testi compresi)
ghibo ha detto:
Ma tipo i Further Seems Forever?
ghibo @ emotionalbreakdown.wordpress.com
JunkiePop ha detto:
ci stavano tutti ghibo :) però alla fine per sceglierne cinque ho messo su dashboard confessional
ghibo ha detto:
Beh, The Swiss Army Romance è una bombetta
ghibo
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