I milestones d’ora in poi quando leggerete le tag dei post (abituatevici se capitate di qui, firma del post e tag, ricordatevi) indicheranno un post a puntate, che prenderà tempo e spazio da queste parti tra me e Paolo e con cui vorremmo tirare fuori le “nostre” pietre miliari: dischi di valore, alcuni assoluto altri personale, che hanno tirato su la nostra crescita musicale. Insomma, in un certo senso i nostri “immancabili”.

Fino a quel momento (e di striscio) per me gli U2 erano quel gruppo che un po’ stuccava con i singoloni di The Joshua Tree, o andando indietro erano Pride o in maniera del tutto fortuita data la fissa per Desire avevano la titolarità di uno dei primi due cd che avevo comprato. Rattle and Hum (l’altro era Sgt Pepper’s).
Quando uscì Achtung Baby avevo sedici anni e per me cambiò totalmente l’idea di musica. O di mio approccio alla musica, che forse così è più giusto. Mi ricordo perfettamente imbambolato di fronte a Videomusic, la prima volta che passò il video di The Fly, rimasi annichilito, con la bocca aperta come un pesce rosso e mi dicevo, ancora ancora.
Ne voglio ancora.
Non fu salutato immediatamente come un capolavoro, anzi, molti dei fan dei vecchi u2 si allontanarono “non è Boy, non è Joshua”, insomma Achtung Baby era il coraggio di un gruppo che aveva buttato tutto sul tappeto verde della roulette, senza avere nè paracadute ne altro. Si giocavano tutto, davvero in quel momento con l’altissimo rischio di non essere compresi e di fronte a questo tirarono fuori The Fly.
Io rimasi shockato, letteralmente a bocca aperta, comprai subito la cassetta perchè nel walkman volevo sentirlo come Dio comanda, poi il vinile. Solo due anni fa l’ho preso in cd.
Non mi vergogno a dire che credo di avere sentito quel disco e praticamente nient’altro per un anno intero, un disco assurdo, per un gruppo che faceva rock e che si metteva a mischiare con l’industrial, con le pazzie di Brian Eno e nei fantasmi dell’Hansa Ton di Berlino.
Bono stesso parlò di fantasmi che si respiravano durante le registrazioni e fu il primo a mutare, a nascondere la voce dietro a filtri, a deframmentare la propria voce mentre tutto il gruppo si abbandonava a fare altrettanto mutando il suo ruolo da predicatore a quello che il predicatore di solito teme, abbandonando le solite e rassicuranti chitarre effettate col delay, batterie elettroniche. Gli u2 che entravano nel nuovo millennio mentre intorno era il 1991.
Per dire, lo stesso anno usciva Badmotorfinger dei Soundgarden uno di quei dischi motrice del movimento grunge che faceva perno sulla musica anni 70 (in parte), gli u2 facevano musica in anticipo su Nine inch nails con gli stessi presupposti ma partendo da I will follow e Where the streets have no name, in poche parole, smisero di essere quello che erano e si trasformarono in qualcos’altro. Totalmente.
Il fatto è che nell’immensa omogeneità di un lavoro mastodontico (per valore e mole) brillano canzoni assolute, Until the end of the world (per anni canzone preferita di Michael Stipe e sicuramente una delle mie cinque canzoni della vita), Mysterious Ways e la sua ridefinizione del pop industrial, Acrobat in cui gli u2 che furono facevano capolino e la stordente e manifesto Zoo Station. Non solo, il disco è una saga di perle per cui oggi che di anni ne sono passati 17 continua ad essere avanti ad ogni cosa che possa essere considerato attuale.
Achtung baby fu anche una tournee con le Trabant attaccate ai soffitti, l’interconnessione televisiva, uno spettacolo visivo che fu l’ideale controparte sensoriale del disco che suonavano nei loro live. Achtung baby è senza ombra di dubbio un disco che non solo ha cambiato la mia maniera di sentire musica, che mi ha fatto pensare ai sempre e soliti 4 accordi ma che ha spinto l’assicella più in là.
E che mi ha fatto vedere cosa sarebbe diventata la musica, con dieci anni d’anticipo.

U2 – Zoo station (Video)