Credo di potere affermare con certezza che l’incontro con Justin Broadrick mi ha pressochè cambiato la vita. No, non mi ha illustrato nessuna nuova teoria scientifica, nè teologico nozionistica. Semplicemente me l’ha cambiata. 2005 se non dico una cretinata, Bologna Estragon Isis, Tim Hecker e per l’appunto i Jesu di Justin Broadrick. Dico sempre che sono partito fan degli Isis e sono tornato che avevo capito che cosa vuol dire provare di nuovo amore per un gruppo.
Non è che ci abbia preso particolarmente gusto a fare questa roba delle discografie ma a parte che è da un periodo che da queste parti mi sto occupando di cause perse (Mark Lanegan, Oasis) mi sono reso conto che per parlare di cosa sono i Jesu, ora, bisogna dare uno sguardo indietro, al percorso di questi 4 anni. Altrimenti ci si capisce poco o nulla.

Heart Ache (Ep) (2004)
Esordisce con un ep di due brani (una traccia da 19 e una da 20 minuti scarsi) e con un adesivo sul case con scritto Godflesh is dead long live to Jesu. E’ evidente che l’eremitismo sia finito per Justin Broadrick dopo la chiusura di uno dei gruppi fondamentali per la scena industrial anni 90 (i Godflesh). Il disco si presenta con un sound granitico, cupo, senza un minimo di luce e di redenzione.
E’ il disco dei demoni di Justin, quello delle scorie Godflesh da spurgare.

Jesu (2005)
E alla fine arriva il primo Lp (con cui peraltro presi coscienza dei Jesu a Bologna), 8 canzoni che fanno della lentezza e del doom sentimentale (io lo chiamo così oh) i propri vessilli. Tracce splendide tra cui So tired of me o Your path to divinity. Mi viene in mente che se certe cose i Sigur Ros le avessero suonate industrial sarebbero uscite così. Quando ne parlammo credevo mi menasse, invece aggiunse che i Sigur Ros furono una grande ispirazione nella stesura del disco. Il suono è sempre più compatto. Più definito. Diciamo che siamo passati all’inverno dalla mezza stagione del precedente ep. Fa freddo.

Silver (Ep) (2006)
Snobbato da molti (troppi) è l’ep che trasforma definitivamente il sound del gruppo. Canzoni come Star sono autentiche cavalcate, c’è malinconia ma è pur sempre una malinconia a finestrini aperti e per la prima volta il nome dei Jesu viene accostato all’ideale punto di arrivo del sound. Allo shoegaze. Snobbato ma disco fondamentale per tutto quello che è venuto dopo. La seconda vita del gruppo in parte comincia da qui.

Conqueror (2007)
Da queste parti tra i dieci dischi più importanti dello scorso anno (non che sia un indice ma qualcosa è) è l’autentico capolavoro dei Jesu. Se lo shoegaze fosse andato avanti e avesse sviluppato un suono negli anni sarebbe giunto a questo disco qui, che merita di stare senza un minimo di paura vicino a capostipiti come Loveless o Souvlaki. Broadrick usa sempre più sampler, arricchisce le chitarre che ora non sembrano più battere i passi dell’angoscia e della malinconia. E’ shoegaze punto, melodie e feedback con quell’industrial tenuto in cartolina, come una memoria da contemplare. E Justin (strano ma vero) ha una voce fantastica. Forse si comincia a sentire a casa.

Sun Down / Sun Rise (Ep) (2007)
Sarebbero state due canzoni da aggiungere alla playlist finale di Conqueror, ma alla fine sono state un Ep. E’ l’alter ego di Heart ache, solo che anzichè anticipare un cambiamento ne amplifica il significato, e parliamo del disco uscito qualche mese prima ovviamente. A metà tra post rock, shoegaze con l’utilizzo di beat elettronici Broadrick ottiene la quadratura del cerchio. Sun Rise è senza ombra di dubbio uno dei top dell’intera opera Broadrick. Un punto quasi inarrivabile per chiunque.

Lifeline (Ep) (2007)
L’estrema produttività porta ad un nuovo Ep, un quattro tracce con cui Broadrick prende le basi di Conqueror e si dedica al concetto di canzone in senso stretto, senza particolari divagazioni post rock – ambient a lui carissime. Introspettivo, e da maneggiare estremamente con cura, è forse il suo lavoro più ottimista in cui arriva anche ad usare una chitarra acustica, quello in cui la luce in fondo al tunnel è bella sparata. Foss’altro perchè segna inoltre l’incontro con Jarboe con cui da lì a breve scriverà un disco a quattro mani.

Pale Sketches (2007)
Disco di rarità quindi il meno omogeneo, è comunque indicativo di tutto quello che è nel carniere di Broadrick, dall’ambient puro a brani che non stonerebbero nella discografia dei Depeche Mode. Prevalentemente elettronico è un disco per completisti, con pregi e difetti (ci trovate un po’ di tutto insomma senza che questo voglia dire roba ottima)

Why are not we perfect? (Ep) (2008)
E se questo è l’ep che dovrebbe anticipare l’uscita del nuovo lavoro probabilmente arriverà alla definitiva (si spera) consacrazione dei Jesu come gruppo shoegaze. Inevitabile il richiamo ai capolavori di My Bloody Valentine e Slowdive, sound convincente pulito e coerente. Beat elettronici e feedback. Dio come sarebbe bello se tutto il mondo camminasse guardandosi le scarpe, meno male che qualcuno ancora lo fa. Dio benedica Justin K. Broadrick.

Jesu – Farewell (Mp3)