- Bag it up: è la canzone che ti frega da subito, la voce non sembra di nessuno dei Gallagher e dici “cavoli ho beccato il fake che magari leggo recensito tra un mese da qualche parte” e invece dopo i primi minuti è svelato l’arcano sono tutte e due le voci dei fratelli incrociate. Traccia guidate da un loop di chitarra che viene dritto dritto dai T Rex (nuovo punto di riferimento per la costruzione dei pezzi a quanto pare) e che nel finale chiude con orchestra. L’effetto è memorabile nella sua compostezza e per la misura. Diciamo che questa è probabilmente la canzone con cui apriranno i live. Non ce n’è.

-The turning: è il ritorno al passato e neanche al proprio di passato, canzone venata da arie di memoria Stone Roses, e più indietro ovviamente Beatles praticamente è solo ritornello. Gli arrangiamenti sono ricchissimi, la guida e l’idea è sempre quella di un disco di chitarre anche se qui e lì organi moog pitturano la scena con scritte 70′s. La chiusura finale con la citazione di Dear Prudence è pura commozione, è forse il primo omaggio dichiarato ai fab four

-Waiting for the rapture: e qui tornano i T Rex (che vi giuro a scriverlo fa più strano che a sentirlo, l’effetto è godibilissimo). Canta Noel che stavolta si effetta la voce come ai tempi di Force of Nature, l’incedere è in battere traccia finta lenta, una delle migliori del disco (e per questo credo la canti lui) concisa e molto diretta, diventa un’orgia di chitarre e chiude senza tanti fronzoli.

-The shock of the lightning: il singolo, che si è sentito e risentito. Lontano però dal resto del disco nel suo essere “Oasis” è comunque una delle loro migliori da anni. Prevedibilissimo l’effetto ola dal vivo.

-I’m outta time: è un incrocio tra un brano di quelli belli lentoni di Paul Weller e uno di qualsiasi disco solista di Lennon, cadenzato, cantato per l’appunto molto Lennon assoletto di chitarra melò. Bello l’effetto, soprattutto nell’economia del disco (più che per il valore in sè)

-(Get off your) High horse lady: e due, che il secondo brano migliore del disco (e il più fuori produzione) lo prenda Noel alla voce. Quasi stomp è una pseudo ballatona su cui l’effetto estraniante è dato dal filtro radiolina sulla voce. Sembra un pezzo dei primissimi dischi dei Gomez.

-Falling Down: ancora Noel alla voce, brano psych rock su cui sarebbe stato bello sentire elettronica (e infatti già ci hanno messo le mani su i Chemical Brothers) la resa però probabilmente voleva essere data con mezzi analogici. Del resto c’è chi dice che gli antenati degli Air siano i Pink Floyd no?

-To be where there’s life: Sitar. E dovrei chiudere così. Diciamo che è la più chiara ed evidente dimostrazione che gli Oasis volevano lasciare il segno intangibilli delle registrazioni ad Abbey Road. Così capite anche che tipo di brano è.

-Ain’t got nothing: due minuti e tutta chitarra, gli Oasis sono anni che provano a scrivere la propria My Generation, non ci siamo ancora ma è giusto continuare a provare. Del resto fare brani rock di due minuti scarsi con il riffone e renderle per l’appunto rock è l’impresa più complicata che ricordi dal far vincere la juve due partite di fila senza Trezeguet.

-The Nature of reality: ancora T Rex soprattutto nel riffone che tiene su tutta la canzone, cadenzato da una batteria tribale, semicitazione anche di Helter Skelter, una di quelle nate da una jam e si sente soprattutto per il fatto che una struttora vera e propria non ce l’abbia. Il brano inutile del disco, senza cui nessun disco sarebbe un buon disco ovviamente.

-Soldier on: sembra che da un momento all’altro parta Paul Weller a cantare (e non sarebbe una cosa brutta, anzi) brano che sembra uscito dai fine settanta a metà tra la ballata tutta basso e batteria con tamburelli. Immaginatela un po’ come una chiusura in quiete, la canzone fatta dagli amici prima di levarsi dalle balle da casa tua. Superba, almeno in questo effetto.

Io lo dico e stavolta senza un minimo di piaggeria nei confronti dei Manchesterini, l’approccio al disco è stato disilluso, per giunta condizionato dal fatto che il singolo nel suo essere troppo Oasis un po’ mi aveva portato via la voglia di affrontare un lavoro che aveva tutto per sembrare compiacente e auto-referenziale. Invece è probabilmente il disco migliore del gruppo, escluso l’uno due iniziale, proprio perchè è veramente poco Oasis, il suono è cambiato definitivamente da due dischi a questa parte e forse tra anni, nei libri del rock si capirà quanto sia stato importante l’ingresso di Gem Archer nel gruppo che con la sua scrittura ha letteralmente stravolte.
Grazie Gem, di cuore.
Leggete i riferimenti nelle tracce, Beatles, Gomez, Pink Floyd, T Rex, Stone Roses, difficile pensare a qualcosa di brutto che possa uscire da un minestrone così, ok. Difficile anche fare un disco di questa portata qui e non sbracare in nessuno dei sensi proposti. Facciamo così, da Abbey Road è uscito il loro quasi capolavoro. Il loro Abbey Road, appunto.