Il nostro peer to peer era Rentun, un posto dove affittavi per tre giorni o due cd, facevi la cassetta e riportavi indietro. Se ti piaceva il cd ovviamente si comprava. La cosa bella, quasi bellissima era l’esposizione, i libretti dei cd in una bustina attaccata al muro, immaginatevi muri enormi pieni di copertine cd. Sai oggi le foto su flickr, al limite dell’opera d’arte. Immaginatevi copertine da colori accesissimi, o inquietanti o oscure, i Lush, i Dinosaur Jr, i Meat Puppets, i Soundgarden, i Mother Love Bone, come un album di figurine enorme dove bastava affondare la mano.
Io gli Sugar li ho conosciuti così. 1992 mi barcamenavo tra l’acquisto saltuario di Rockerilla e i consigli di chi ascoltava musica al liceo ma quella volta lì non andai su nessun tipo di sensazione, se non la copertina (che a vederla oggi diresti di un gruppo shoegaze). Sentivo i R.E.M. di Automatic for the people (il disco dell’oltretomba) e avevo capito dalle colonne sonore dei film che amavo particolarmente una cosa chiamata college rock. Mica c’era nessuno che mi aveva spiegato cos’erano gli Husker Du (che non erano college rock), non ero così fortunato.
Quindi per me Bob Mould ha iniziato ad essere “Bob Mould” con Copper Blue l’esordio degli Sugar. Non bastava la copertina stupenda, no. C’era anche il cd e messo a casa, a volume alto come si confa a uno di neanche diciotto anni, la sensazione fu che quello era il posto giusto in cui stare una volta nella vita. Mi dicevo, ma questo chi è, come fa a fare tutto con una chitarra sola, ci sentivo dentro i R.E.M. soprattutto, i Replacements, qualcosa che avevo sentito di Paul Westerberg.
Ci sentivo un suono di chitarra corposo e rifinito e melodie che ora la gente chiama punk rock, al tempo non c’era la foga delle etichette. C’era quel sound lì e per la prima volta (o una delle prime) uscivo dalla mentalità del “singolo” che al tempo c’era ancora, di quei dischi presi per una o due canzoni puntualmente programmate per registrarle in una cassetta che ovviamente andava a finire sempre da contenitore. Era una delle prime volte che un disco mi piaceva in toto, con canzoni che da lì non si sono più scollate, The Act we act, Changes, If I Can’t change your mind (che canto tutti i giorni, giuro), A good idea che poi col tempo quel giro di basso collegai come citazione dei Pixies appena sciolti. C’era poi la voce di Bob Mould così simile a quella di Michael Stipe solo che come immaginario mi andò a sovrapporsi a qualsiasi cosa, perchè Mould non solo aveva quella voce ma era anche quel suono enorme di chitarra, quegli arpeggi, sembravano dieci, era una sola.
Al Primavera quest’anno Mould ha iniziato il suo concerto con The Act We Act, la traccia che apriva quel disco. Si era chiuso un cerchio. Capivo finalmente che Mould era Mould.
E Copper Blue uno di quei pochissimi dischi che potesse cambiare la vita di qualcuno.
Fortunato che la vita in questione fosse la mia

Sugar – If I can’t change your mind (Video)