Have a Nice Life
Deathconsciousness
Enemieslist – 2008

Sono mesi e mesi che medito di scrivere queste righe e penso sia giunto il momento di farlo.
Di cosa parliamo quando parliamo di Arte? Al netto risponderei di emozioni. Poi possiamo stare tutta la vita a parlare di gusti.Quelli veicolano al più.
Poi alla fine hai a che fare con cose poco fastidiose, a volte piacevoli o divertenti, altre volte entusiasmanti ed innovative e, raramente, con opere che riescono ad emozionarti e coinvolgerti fino alle lacrime.
A me la profondità emoziona un casino, d’altronde se si chiedono determinati paesaggi e sensazioni ad un’opera d’arte non mi vengono certo in mente i Limp Bizkit o i RedHotChiliPeppers o gli MGMT.
A me viene in mente il dark o il gothic o chiamatelo come più vi piace e tutto l’immaginario che gira attorno ad esso.
E’ lì che risiedono le angosce e le paure ma anche le emozioni più forti che abbia mai provato con l’ausilio di un impianto stereo.

Gli Have a Nice Life sono un duo del Connecticut, al secolo Tim Macuga e Dan Barret, un duo che è riuscito a mettere insieme 85 minuti di musica suddivisa in due parti.
Stiamo parlando di un disco, di musica, ma stiamo parlando prima di tutto di un vero e proprio trattato sulla Morte.
L’unica, vera, costante della storia umana.
Gli Have a Nice Life si sono avvalsi di una produzione inesistente, di un computer, di un Logic, un MIDI controller, una vecchia pianola giocattolo, una tastiera degli anni 80, una chitarra ed un basso.
Si sono chiusi al 2 Brainard, probabilmente uno studio della Enemieslist (la loro distribuzione), ed hanno scritto e suonato Deathconsciousness dal 2002 al 2007. Cinque anni. Forse fanno altro per tirare avanti nella vita. Forse non hanno l’ambizione di riempire i palazzetti in tour. Ma cosa importa?
Poi hanno contattato un professore di antropologia e storia religiosa, esperto di eresia medievale e Antiochianesimo (spero si scriva così…) per scrivere un trattato di 80 pagine che costituisce il booklet dell’album.
Un trattato che fa riferimento alla figura di un certo Antiochus e parla di religione e soprattutto del rapporto del genere umano nei confronti della Morte. Insomma una cosa molto impegnativa. Il nome del professore sul libro rimane anonimo.

We’re playing songs in a dead genre about believers in a dead religion, who’s going to want to listen to that?
Già. Chi ha voglia di ascoltare ciò nel 2008? Io.

Il primo capitolo porta il sottotitolo The Plow That Broke The Plains.
Si apre con A Quick One Before the Eternal Worm Devours Connecticut. Una chitarra acustica nella nebbia più fitta che possiate immaginare avvolta da suoni sintetici, uno strumentale che lascia molti dubbi sulle coordinate stilistiche del duo.
Bloodhail svela qualcosa di più. La profondità del basso è 1981 puro, la batteria elettronica è precisa e metronomica, la chitarra è essenziale, e la voce o meglio le voci cominciano a portarti laggiù dove tutto si fa più difficile. “I feel the top of the roof come off, kill everybody there” l’incipit fino alla chiusura di “and it lasts as long as it possibly can“. Uno dei picchi di tutto il lavoro.
The Big Gloom parte con una chitarra shoegaze fino a quando non entra la pelle elettronica e la nube della sei corde si fa ancora più densa e spessa tanto da sotterrare il cantato che accompagna tutto il brano.
Hunter è un altro dei passaggi fondamentali. Industrial slow come lo si vorrebbe da Mr. Reznor incorniciato da tocchi di piano e basso ed una voce ai limiti della commozione. Poi è un crescendo e quei rintocchi a metà brano ti stanno avvisando che stai per cedere. Perchè quando entra quel giro di chitarra c’è dentro quasi tutta la mia vita musicale. Quella che conta per davvero.
E la commozione si fa liquida.
Con Telephony si torna alle sonorità di Bloodhail con basso chitarra e batteria elettronica a farla da padrone. Intro Pornography-co “If science is half the man it says it is then i can build it the machine that snaps all of time in half“. E’ la drum machine a dettare i tempi di quello che potrebbe essere “quasi” il singolo.
Who Would Leave Their Son Out in The Sun stempera i toni in un’elegia accompagnata da una chitarra acustica tetra e depressa. Suono chiuso e compresso come se venisse dalle profondità di un pozzo.
There Is No Food chiude la prima parte con una tastierina stile Offlaga Disco Pax a svettare su un tappeto post-rock.
Ce ne sarebbe già abbastanza per gridare al miracolo. Ed invece siamo solo a metà lavoro.

Il secondo capitolo porta il sottotitolo di The Future.
Ed è tendenzialmente più dinamico.
Qua l’apertura non fa prigionieri. Waiting for Black Metal Record To Come In The Mail viene lanciata da un feedback che esplode in una chitarra deathrock con tutti gli stilemi classici del gothic sound, quindi basso profondo e drum machine lanciata.
Holy Fucking Shit:40,000 sorprende rispostando l’asticella verso il post-rock. Un pezzo bellissimo stratificato su un loop di synth piano e chitarra acustica ed un’altra magnifica interpretazione vocale. Poi arriva uno storming industriale martellante. Fino al finale per sola chitarra acustica.
Lo strumentale The Future continua a muoversi su coordinate postrock, ma più cadenzate, quasi trip-hop alla maniera dell’ultimo capolavoro firmato Portishead, con quei drones che ti entrano nello stomaco.
Deep, Deep la fa da padrone nella categoria “brano da batcave”. Vorrei avere la possibilità di mettere una sola canzone in una dancehall rock. Prenderei questo pezzo e via. Se la pista si svuota ‘fanculo. Ma quei tre o quattro che rimarranno danzeranno su un basso metallico ed un giro di tastiere tanto semplice quanto essenziale. E diverrei il loro eroe per una notte.
Una voce effettata ci introduce I Don’t Love, altra spirale sonora distortissima e angelica, con il testo forse più depresso della storia della musica “I don’t feel anything where this love should be“.
Il passo conclusivo è semplicemente monumentale. Earthmover. Undici minuti e ventotto secondi di spleen emotivo in cui racchiudono tutto quello che sono riusciti a donarti.
E me li immagino laggiù, in quello studio nel Connecticut, buttati in un angolo mentre si guardano sfiniti e invecchiati di cinque anni.

Questo lavoro è immenso, qualcuno potrà obiettare sul fattore derivativo, e si, ho evitato di elencare tutte le possibili influenze provenienti da questo o quell’altro gruppo, e la lista sarebbe molto lunga, ma secondo me ci troviamo di fronte ad una sincera assimilazione e ad una onesta evoluzione stilistica.

Un disco sulla consapevolezza della Morte attraverso gli occhi e soprattutto le orecchie degli unici che possono farlo.

Coloro che sono ancora in Vita.