Bloc Party
Intimacy (2008)

Questo album è qualcosa di inspiegabile.
Primo interrogativo. Ma che bisogno c’era di far uscire per forza nuovo materiale a poco più di un anno dal secondo lavoro? Provando a rispondere non si può non pensare al fatto che A weekend in the city sia andato probabilmente al di sotto delle loro aspettative in termini di vendite e in credibilità critica.
A me non era dispiaciuto affatto. L’avevo trovato abbastanza coraggioso. Aggettivo speso da qualcuno anche per questa
terza fatica. E coraggioso lo è sicuramente. Però…
L’inizio non sarebbe neanche troppo malvagio. Ares utilizza quel pattern che oramai ribattezzo in “giro alla Tomorrow Never Knows dei Beatles”, quello che non sentivamo da Setting Sun dei fratellini chimici per intenderci.
E ciò che la lega alla successiva Mercury è il tentativo di Kele di provare a fare il Tunde Adebimpe.
E qui scatta il secondo interrogativo ed una provocazione.
Sono voluti uscire a ridosso di Dear Science? A che pro? A me sembrerebbe un suicidio e non credo sinceramente sia così. E poi, ma se questi due brani si fossero trovati sul nuovo TVOTR(con tutte le differenze del caso), come ne avremmo parlato?
L’album prosegue fra medi e bassi. Dove i medi sono gli assalti banali e scontati di Halo e Trojan Horse e la delicatezza di Biko e i bassi la inascoltabile One Month Off (di chi è la colpa di quei break da disco becera anni ’80?) e le confuse ed inutili Zephyrus e Better Than Heaven.
Il problema principale è secondo me la perdita del ritmo dettato dalla batteria, sostituito dal singulto elettronico quasi mai in grado di dare alle composizioni quell’urgenza e quella tensione che si avevano in passato.
E non accetto neanche la giustificazione che i Bloc Party non sono all’altezza e quindi Intimacy è la “normale” conseguenza delle loro limitate capacità.
Io li ritengo in grado di scrivere musica sopra la media e la delusione è per questo più cocente.