Ora, la premessa di base su come è iniziato un po’ tutto negli anni 90 è stata fatta. Ovviamente era necessaria per capire come ci si impastassero le vite tra studio, lavoro e clubbing.
Il clubbing è ovviamente l’aspetto che più di tutti è interessante.
Io me lo ricordo ancora il primo concetto vissuto di discoteca rock: era a dir poco ampio, partiva dagli Smashing Pumpkins di Zero o Bullet e finiva ai Prodigy di The fat of the land, disco innovativo e rivoluzionario, non solo l’essere un prodotto nato quasi esclusivamente per il clubbing, ma in questo uno dei pochissimi dischi trasversalmente universali, suonato tanto tra le serate dark alle serate rave nelle sue forme di remix alle serate rock, appunto, dove la gente aveva ancora le camicie a scacchi.
Dai Madness ai vicinissimi Rancid fino al passetto avanti di Offspring e Green Day. Ovviamente passando per tre pezzi sistemati in maniera furbissima – in qualsiasi posto si andasse – dei Clash.
London Calling, I fought the law, Shoud I stay per dare ritmo, Guns of Brixton per aprire o chiudere la serata
Tornando al discorso electro, era facile sballarsi con i Prodigy, anche se l’intro di No Good (da Jilted Generation) dava sempre un tono un po’ troppo tamarro, un po’ troppo, come dire, fuori posto; dalla compattezza di brani come Firestarter o Smack my bitch up, più puliti nel loro essere punk, nel senso di avulsi da tutto, disturbanti e quasi rock nella resa di tronfiaggine per chiunque ci si muovesse sopra, veniva fuori la sensazione di essere in un film. Da lì a passare a quello splendido lavoro che si chiamava Astro Crepp 2000 dei White Zombie (ma quanto cazzo è stato sottovalutato) come associazione era un attimo.
Quando si dice che essere in anticipo sui tempi è quasi sempre un danno, beh, questo è il caso.
Mascherate da rave per chi vedeva il rave come un insulto, come un guilty pleasure da sfottere e a cui non avvicinarsi.
Prodigy e Chemical Brothers (Setting. SUn. E il video diceva tutto da solo) iniziavano a portare l’electro tra le chitarre, le stanavano bene (e ricordiamolo anche che in quegli anni lì i primi arrivarono in tour in Italia e gli si misero di spalla i Marlene Kuntz); e il cerchio sostanzialmente a quel punto lì era completo.

Il circuito è sostanzialmente chiuso, perchè l’unico pezzo che mancava al clubbing rock alternativo erano i beat, la cassa, il potersi sentire punk cyber, e sbolognare e dare il via ad altre robe fantastiche, vedi Leftfield con il featuring di John Lydon (Open up) gli imbastardimenti dei Junkie XL e il loro crossover fatto di un autentico goulash sonoro, per chiudere con i coraggiosissimi che andavano a suonare i brani tirati di Tricky. Io per la cronaca sto coraggio qui non l’ho mai avuto.
C’erano anche italiani, suonati dico, ma pochi, si affacciavano appena i Subsonica (era solo da aspettare Microchip emozionale però) e si suonavano i 99 Posse, perchè diciamolo, nella parte riot fatta di punk londinese come si poteva non buttarci in mezzo Curre Curre Guagliò e sentirsi in qualche modo antagonisti? Non si poteva, e infatti si suonava, come ponte fra il punk e lo ska, magari insieme a una sortita fatta di CCCP e Forma e sostanza dei CSI (al tempo numero uno in classifica), e allora via ad un’apertura fatta di Specials, Statuto e similia.
Erano dj set fatti di scatole, dove ovunque andassi era impossibile non sentire i maledettissimi acidoacida dei Prozac+ e, per tornare al famoso discorso di cui sopra (la vergogna di difendere la propria nostalghia rock di fronte all’electro), la bellagente di Marylin Manson, che a suo modo era una difesa dei confini, un’affermazione di identità; un po’ un fatece largo che passamo noi. Questo, in un certo senso andava contemplato nella questione delle misure, il buttare in pasto alle masse cd e canzoni come si fa con i pesci rossi; ovviamente c’è quello che mangiano tutti e quello che no, mangiano solo altri, una settorializzazione a scatole, come a scuola, prima ora italiano, seconda latino, quando arriva educazione fisica hanno tutti già il pallone in mano per giocare la partita d’evasione.

L’affermazione di identità arrivava al metal, alla sua manifestazione più orgogliosa e partigiana chiamata Pantera Sepultura e Metallica, ma anche dei nuovi – visti dai più come roba a metà, da senzapalle – Rage Against the Machine. I Black Sabbath che incontrano i Public Enemy, i Led Zeppelin con Erick B alla voce.
Il rap, per molti, quasi tutti è un mondo completamenta a parte che inizia ad avere una sua esposizione grazie alle importazioni di Neffa e i messaggeri della Dopa e dei Casino Royale di CRX.
Sui Korn andrebbe fatto un discorso particolare, con loro arrivò il fatalissimo compromesso storico tra nostalgici e senzapalle, e quel punto fu l’inizio della perdita delle originali identità, si andava verso un fine comune chiamato crossover metal.
Il Nu metal.
Dove il Panteraio accettava del rap growl e il senzapalle arrivava a ballare delle chitarre ribassate e violentissime che facevano poco chic, indubbiamente, ma tenevano lontana l’ora dello ska e del punk. Quella sì roba da frocetti e femminucce per chi nelle discoteche andava non per rimorchiare ma per bere, prendere spallate e sputare addosso al povero dj di turno; oh, ovviamente tenendo ovviamente fuori dal discorso per questioni di “rispetto ma non ascolto” Clash e Rancid.
I riempipista dovevano essere diluiti, e nelle discoteche rock ci si sbatteva sempre contro alle Are you gonna go my way, agli Islampunk, alle Voodoo People e alle Smells like teen spirit. Ecco, il mistero vero era come, per dire un manifesto degli anni, Nevermind, fosse saccheggiato quanto e più dei Prodigy eppure a differenza dell’impatto inequivocabilmente identificabile di questo la sensazione era che le canzoni rock si impastassero tra loro, come i cori da stadio, diventassero un unico mantra fatto di strofa-bridge-ritornello ripetute come preghiere mentre il ballo diventava sempre più spesso pogo. A vederli dall’alto, vi assicuro, l’effetto tribale era tutto lì. E l’electro e il numetal iniziavano ad essere i balli per le due divinità prinicpali.
E’ la fine del monoteismo.
E’ la fine dei novanta