Con i Department of Eagles non è stato come con tutti gli altri gruppi, parlo dell’ascolto.
Sì perchè per me ascoltare un disco è come parlare con qualcuno, ci si studia a vicenda, ognuno da una parte con magari qualche pregiudizio e l’altro con la voglia di farsi ascoltare, di mostrare sempre qualcosa di più.
Sembra un corteggiamento, in pratica lo è.
A volte i corteggiamenti vanno a volte no, a volte ci si sta sulle balle subito e si cancella subito il numero altre volte ci si rivede un paio di volte e poi bòn, altre volte ancora ci si sente, ci si vede e si finisce a letto insieme.
Con alcuni dischi magari anche per anni.
Con i Department of Eagles è stato amore a prima vista, e letto la prima sera.
E non starò qui più di tanto a rompervi con recensioni e bio che tanto poi bene o male le cose sono sempre le stesse, il duo di sfigati compagnucci di stanza all’università a cui piacevano tanto i Beatles e la fine degli anni 60, robe così.
Beh, In Ear Park è quello che magari con questi presupposti potete immaginare, un progetto folk, con doppie voci, falsetti, melodie da mettersi a piangere (non eufemisticamente parlando) come non si faceva dal tempo di certe cose di Elliott Smith, atmosfere a tratti lisergiche, come se da quelle parti oltre ad organi chitarre acustiche passasse per caso qualche campionatore vecchia maniera per allentare le cose.
Per farle più vere ecco.
Presente i Beta Band? Ecco una roba così ma emotivamente molto più instabili.
Innamorato. Ecco.