Hip-Hop-Rock di Simon Reynolds
è una raccolta di 23 anni di scritti di uno dei maggiori scrittori di musica (attenzione, non “giornalisti musicali”) in circolazione. Il libro, già edito con il titolo “Bring the noise” è un compendio musicale dell’ultimo quarto di secolo, un quadro di fondo tracciato dai due genere che in un certo senso hanno delimitato e delimitano le colonne d’Ercole di questi ultimi venticinque anni (il rap e il rock) a cui si aggiungono le varie sfaccettature dei due mondi, la wave, il pop, il two step. Lo stile di Reynolds è coinvolgente, e assume a tratti le parvenze di un meta linguaggio, quasi inarrivabile che dall’ascolto di un artista diviene trattato sociologico, antropologico o di marketing. Tra la varie pagine (frammentate ma ovviamente dipende dal fatto che sia una raccolta di cartelle pubblicate per varie edizioni) spuntano il disamore per Thom Yorke per il britpop, la genesi di Kid A, un’elegia di livello assoluto per The Streets, una preghiera ciclica (quasi ridondante) ai piedi di Mr Moz e alla sua musica, il ruolo del rap nella vita dei bianchi e in come in questo Eminem ci si incastrasse perfettamente. Il 2step e la scena Garage Uk fino ad arrivare ai ruoli di Kurt Cobain e Eddie Vedder, una simil cronaca religiosa del grunge. Chi è il padre e chi è lo Spirito Santo. No figli.
Vette assolute che da sole valgono l’acquisto, un’intervista a Frank Black e una a Chuck D, e una meravigliosa retrospettiva musicofila sul nuovo metal (inteso nel sendo di drone e quant’altro). Inarrivabili.
Un libro da conservare gelosamente e da ammirare (e un po’ invidiarne la lucidità e la cultura di fondo che lo regge), insomma, un po’ la Bibbia degli ultimi 25 anni di musica. Se Bibbia può essere forse considerato un termine un po’ stretto.

Happy Go Lucky – di Mike Leigh
Immaginare Mike Leigh che da un momento all’altro mette su una commedia è un po’ immaginare chessò, David Lynch che fa un film con la spiega. Disturbante. Sì perchè Happy Go Lucky, battute a parte, è talmente riuscito da far pensare che Leigh abbia una sorta di linguaggio bipolare che dalle trame nere, sociali e drammatiche (da Naked a Vera Drake per capirci), possa trasformarsi da un momento all’altro in un meraviglioso soliloquio da acquarellista che riesce ad incentrare una storia semplice -una maestra single a Londra in una vita senza particolari scossoni- incorniciata da personaggi femminili senza particolari sfaccettature, senza lati b, senza sorprese; un po’ allo stesso tempo di essere lo Yin e lo Yan cinematografico.
Ovvio che per fare un film del genere tutto si debba reggere sulle spalle di qualcuno, in questo caso Sally Hawkins, ovvero Poppy la maestra protagonista dall’aspetto ai limite della skanky drunk da discoteca, tutta calze a rete floreali e braccialetti sonanti, dal sorriso contagioso (è dire poco) e da una simpatia quasi stordente che risulta trascinante e a tratti quasi inquietante per la naturalezza e motivo unico della trama del film. Ovvero, una così è il sogno di un po’ tutti, dobbiamo entrare noi nel film e prendercela o arriva qualcuno prima della fine?
Ovvio l’happy ending e ovvio il richiamo ad Amèlie Poulain con cui il personaggio condivide l’ottimismo di fondo, non ne condivide la missione del film di Jeunet (far stare bene tutti) ma sostanzialmente è vero, i due linguaggi sono molto vicini. Dove non arrivava però il film francese intortato di vezzi orpelli e tic (che ai giorni nostri ci regalano scempi quali serie tv come Pushing Daisies – Dio vi maledica tutti) arriva Leigh, rimanendo dietro la camera e buttando qui e lì addosso alla propria protagonista situazioni e personaggi (da antologia la lezione di tango, come il personaggio della scuola guida), strade di Londra, Common people dei Pulp in discoteca, i pub e i bambini della scuolam insomma cose semplici e lì a portata di mano e il giochino ovviamente funziona.
Una delle sorprese di questo grigio Natale (cinematograficamente parlando).