Io i sogni a parte non ricordarli mai, mi rendo conto di non saperli davvero raccontare. C’è chi lo fa meglio di me, sicuramente e consiglio di leggere quelli di post più poetici di quello che sto per scrivere.
Ma questo era bello.

Sono in macchina, con Paolo credo e guida lui. La macchina mia il che è già strano di suo. Siamo qui, vicino a Garbatella e risaliamo via Pellegrino Matteucci, di solito trafficata come un sabato di saldi. Invece sembra ci siano poche macchine, o almeno fanno poco rumore.
Ci affianchiamo in doppia fila come per caricare su una mignotta, il fatto è che non è una mignotta ma PJ Harvey, vestita di nero con una gonna lunga fin sotto il ginocchio e scarpe nere col tacco. Ha le labbra rosso fuoco ed è seduta sul cofano di una macchina. Ci fermiamo e lei inizia a cantare Desperate kingdom of love, e le dà un senso tutto diverso, la strilla e accavalla le gambe come fosse un incrocio tra Marlene Dietrich e Rita Hayworth; per strillare intendo che secondo me la sentono a duecento metri di distanza. Io guardo col braccio sporto fuori dal finestrino, ovviamente ci sembra tutto normale. Normalissimo.
Finisce la canzone e io inizio a chiederle del disco con John Parish che lei definisce alzando il tono della voce come per farsi sentire in un pub “fuckin’ good” e io mi sento non so perchè davvero felice.
Starei lì ore probabilmente a chiederle il mondo ma mi sveglio.
Però ve lo dico, era bello davvero.