(Foto di Aurora Demasi)
Sembra passato un secolo da quando vidi gli Zu per la prima volta al Brancaleone.
Mi aggiravo per quel locale romano sulla fine degli anni ’90 per le serate
drum ‘n’ bass, genere che all’epoca mi aveva rivoluzionato la vita ma che durò a conti fatti molto poco.
Fu un’esperienza live che mi rimase dentro. Quel gusto per il noise con tutti quei fiati in giro. Non esitai un secondo a comprarmi l’album, quella sera stessa.
Fu una cotta passeggera. Di quelle estive. Li etichettai subito come gruppo
prettamente “live”. Su disco non riuscivo ad entusiasmarmi. Anche per il successivo Igneo le cose non cambiarono e continuai a godermeli dal vivo quando se ne presentava l’occasione.
Carboniferous cambia le carte in tavola. Si staglia come un monolite nero sul
panorama musicale italiano. E’ fuoco e ferro. E magma.
Fin dall’iniziale Ostia, sorta di danza tribale che ascoltata dal vivo mi ha fatto
addirittura ballare, si ha la sensazione di trovarsi di fronte all’ascolto di un
qualcosa di senso compiuto.
Le derive jazz rimangono grazie al sax di Luca Mai ma qui il suono si perfeziona in un omogeneità sonoro-matematica impressionante. La Ipecac di Patton che presta l’ugola in un paio di pezzi e la chitarra di Buzzo dei Melvins fanno il resto.
Ma mi piace pensare che l’artefice principale di questo “mostro” sia la presenza oscura ma non troppo di Giulio Favero, ex One Dimensional Man e componente del Teatro degli Orrori, che per chi non li conoscesse sono una band CLAMOROSA nel coniugare il cantautorato italiano all’hardcore-noise, dientro al banco di regia.
Ma non vorrei distogliere troppo l’attenzione dai nostri tre eroi. Artefici di un lavoro tanto bello quanto importante per il nostro paese.
E poi vederli suonare dal vivo è semplicemente impressionante, ma questa è un’altra storia. Se qualcuno ha ancora orecchie per questi suoni scali la montagna del carbone. Senza indugi. (Pistakulfi)
Il circolo degli artisti sembra una venue da grandi occasioni stasera, si respira veramente l’aria “dell’evento”. Gente di tutte le possibili estrazioni musicali, un range di età dai venti ai quaranta. Ambiente caldo, fremente. Carboniferus è uscito da poco e questa è la prima botta di live di presentazione dello splendido cd degli Zu.
L’apertura è lasciata ai Mesmerico che per la durata del loro live act diventano il mio gruppo preferito, duo chitarra e batteria, ritagli di metal e riff sabbathiani. Ci si sente di tutto, dallo sperimentalismo a frammenti avanguardistici a sketches metal. Per chiudere con un paio di suite che rimandano a produzioni Broadrick, Jesu su tutte. L’idea è che se ne risentirà parlare presto, iniziano il live tra il quasi scetticismo iniziale e lo chiudono tra gli applausi più che convinti.
Salgono gli Zu sul palco, la disposizione è da “battaglia” da sinistra a destra sax batteria e basso. Tutto sulla stessa linea. Vado indietro a dieci anni fa, il circolo stava vicino alla stazione Termini e suonavano gli Shellac. Disposti alla stessa maniera, stesso impatto scenico e nello stomaco, stesso schiaffo in faccia così lontani e così vicini dagli Zu (anche se i due generi qualche scaglia in comune ce l’hanno, i loop ossessivi, il noise compulsivo, la rabbia controllata) vidi tutto il concerto sotto gli scarponi di Weston, mancava che mi sputasse in bocca e avrei fatto del noise la mia vita. Così non è stato e l’ho buttata nel cesso.
Detto ciò gli Zu spolverano tutto o quasi Carboniferus, dal vivo rimane una roba potentissima, più sporca negli arrangiamenti e sicuramente più noise. Non voglio essere frainteso, nel genere si parla di un disco perfetto e aggiungerci qualcosa dal vivo vuol dire sapere per bene cosa si vuol dire, musicalmente parlando. Al jazz-core ora si oppone una formula più determinata, più forma canzone che pseudo improvvisazione (che poi improvvisazione non è). Controllo e rabbia e rumore bianco
E’ tutto un tripudio, si accennano balli su Ostia che parte con un annuncio e una cassa dritta e che coniuga perfettamente un qualcosa di disco metal, il resto si perde tra il basso hardcore rifinito di Pupillo, il sax esasperatamente Zorniano di Luca Mai e la chirurgia di Jacopo Battaglia alla batteria, vero front man del gruppo.
Si va via dopo un’ora e venti, non si potrebbe assolutamente chiedere di più, si va via con l’idea di avere visto qualcosa di grosso.
Davvero grosso. (GiorgioP)
onanrecords said:
Li ho visti un paio di mesi fa all’Interzona di Verona e ne sono rimasto folgorato.
Smiley Face said:
qui s’aspetta un post su UUUUUUUUUUUUUacccMEEEN!
giorgiop said:
esce il sei! a me mica invitano alle anteprime :)
Aurora said:
hei, bella recensione, e grazie per la foto e il link! :)