E ricordo ancora la prima volta che mi trovai davanti alla cosa chiamata Pearl Jam: andavo spesso a Porta Portese e dove “stavano i russi”, sotto Piazzale della Radio, c’era questo ragazzo alto, magro e con gli occhiali, perennemente col chiodo. Vendeva cassette duplicate, una roba che ovviamente non era il massimo della legalità, e lì sfidai “l’ordine” forse tra le prime volte della mia vita e presi i Jane’s Addiction e una cassetta mista che  conteneva in pratica la summa del grunge del momento, Bleach dei Nirvana, Badmotorfinger, Mother Love Bone, Mudhoney e i Pearl Jam, appunto.
Da un lato c’era Black e dall’altro c’era Even Flow se non sbaglio.
Da lì la corsa da Disfunzioni Musicali nel giro di due giorni fu una conseguenza inevitabile per prendere Ten. In cassetta.
Dopo un anno in cd.
Dopo qualche mese recuperai Temple of the Dog, poi gli Screaming Trees, poi i Nirvana e poi per ultimi i Soundgarden. Gli Alice In Chains iniziai a prenderne coscienza più in là. Uscivo fresco fresco dagli ascolti dei Led Zeppelin e mi sembrava la cosa più naturale, stavo stravolgendo tutto ma a quindici anni sei una spugna e non guardi in faccia a nessuno. Dei cambiamenti te ne accorgi solo vent’anni dopo.

Ten era il disco che ha probabilmente inciso (col senno di poi) sul corso dei 4-5 anni successivi e forse su tutta la vita, sarebbe più preciso dire ovviamente non solo “Ten”, i Pearl Jam proprio. Ricordo ancora il 93 col cuore in gola per il concerto degli U2 e loro, piccolini e con questo solo alle spalle (dopo qualche mese sarebbe uscito Vs) in un palco immenso e con suoni tarati alla meno peggio a rispondere ai “fuck you” del popolo romano.
Vedder rispose “fuck me? nope, Bono wants to fuck you”.
Da lì guadagnarono rispetto, come si fa in strada.
E guadagnarono tanta, tantissima strada perchè la cavalcata dei Pearl Jam è inutile e stupido che sia io a spiegarvela. Non ha un briciolo di senso.
I Pearl Jam sono come i Sonic Youth, come i R.E.M., come i pochissimi gruppi per cui il solo ripetere il nome riempie la bocca più di una cucchiaiata di purè raffreddato, appartengono a quella strettissima cerchia di gruppi il cui fanatismo diventa una quasi religione a cui si è adepti per scelta, vocazione o incidente. Come il mio caso. Rientrano in quella schiera di artisti di cui (per me) si compra il disco senza neanche averli “testati”, si accolgono e basta.
Poi ovvio, si giudicano e ci si incazza come animali se il disco non è secondo le attese, se per l’ennesima volta ci si trova davanti a un disco “onesto”, che è la maniera più carina per dire “sì vabbè però che coglioni”, insomma, tutto teso ad un ascolto magari anche poco attento ma tanto felici perchè si sa che poi arriva la tournee, arrivano i loro concerti, unici. L’ultimo, due anni fa a Pistoia, fu qualcosa di davvero grosso. E per grosso intendo una roba da non avere la voce per due giorni.
Ah a me, per inciso l’”avocado” era piaciuto, e neanche poco.

Il 2009  sarà l’anno in cui in un certo senso i Pearl Jam diventeranno “grandi” e per grandi intendo iniziare a parlare di un probabile disco nuovo (il nono se escludiamo il live e le rarità) e la  ristampa deluxe di Ten  contenente (occhio che è lunga) la ristampa del disco e un nuovo missaggio di Brendan O’Brien (che un giorno vorrei capire per quale cazzo di motivo sta sempre tra i coglioni), il dvd dell’unplugged per MTV, vinile di un live del 92 “Drop in the park”, una replica della cassetta tre pezzi con le linee vocali originali di Vedder che il gruppo faceva girare per club per suonare, una replica del quaderno originale su cui Vedder scriveva i testi, foto e memorabilia varie, roba per cui credo spenderò soldi (ma questo non è importante) e ovviamente inediti.
Per dire, Brother era un brano che già era incluso nella raccolta di inediti Lost Dogs, in versione strumentale e a cui solo quest’anno è stata aggiunta la linea vocale, ne è uscita fuori una cosa che va molto vicina alla Breathe contenuta su Singles. Una roba che i Pearl Jam vuoi perchè invecchiati, vuoi perchè persi su altre vie sembrava non fossero in grado di scrivere più, neanche con l’aiuto del cane da tartufi.
E con un ritornello di quelli che ti fanno rimanere senza voce per altri cinque minuti, dopo quelle due ore che durano ormai vent’anni.

Pearl Jam - Brother (Mp3)