Southland tales non è propriamente un “mio film”, però dài è uno di quelli che consiglio vivamente e non per il fatto che Richard Kelly (che poi è il regista di Donnie Darko) è stato il beniamino di molti (non di me) e che in un qualche modo malato si può anche apprezzare per il coraggio di tirare fuori un film così, ma per il fatto che a noi sostanzialmente piacciono quelli che hanno il biglietto della lotteria vincente e si sono scordati in quale paio di pantaloni l’hanno messo.
O forse l’hanno proprio buttato.
La sequenza è un po’ il bignami di un film la cui trama è definibile come una “fine del mondo a cazzo di cane“, cioè in cui il susseguirsi degli eventi, delle situazioni, delle azioni e delle reazioni è puramente casuale, un po’ come se ci fosse la ruota di Lost al posto degli sceneggiatori.
Capita così che Justin Timberlake (che interpreta un reduce di Fallujah) guidi una sequenza musical diretta conseguenza di un’assunzione di psicofarmaci, a suo modo antimilitarista, white trash oriented e americano nel più profondo.
Anticonvenzionale ma a suo modo con una dose di gusto indiscutibile, oh è una delle scene da considerare per un eventuale album (di un sociopatico aggiungerete voi), una di quelle che legittima anche la presenza di Timberlake nel cinema che conta, indiscutibilmente