L’addio di Gianni Riotta al TG1 è un instant classic, neanche fosse Harder Faster dei Daft Punk. Tengo per me le considerazioni in merito al fatto che anche in un discorso di saluto sia evidente come un evento accessorio come può essere il “vendere i giornali” (et similia) si sostituisca ormai in parecchi casi al mestiere di giornalismo.
Per me, per inciso, rimangono due robe sostanzialmente distinte, nessuna delle due diretta conseguenza dell’altra; vendere i giornali non significa fare buon giornalismo e viceversa non è detto che facendo del buon giornalismo implichi vendere giornali. Fatto sta che Riotta, anche nel suo discorso d’addio non ricordi i contenuti del format che ha diretto (in perfetta linea con 40 anni di tg1 associato all’organo di governo del momento, appiattito sulle veline di Palazzo Chigi e con servizi di costume di un’idiozia imbarazzante predisposti per venire incontro a un pubblico di vegetali), bensì non faccia altro che parlare dei successi (come se non fosse bastata la pagina più nera del giornalismo italiano, il minuto e mezzo di declamazione dei successi di audience per i servizi sul terremoto “di Abruzzo – come dice Riotta”) ringrazia il grande pubblico di Rai 1 e lo fa indicando uno per uno gli spettatori, con l’idea di fare qualcosa che buchi lo schermo.
Con l’idea che quel saluto più che un trionfo di risultati diventi l’ennesimo e definitivo saluto al giornalismo in tv, nell’imbarazzio di chi è costretto a guardare un personaggio inutile sul palco della Corrida che imita alla bell’e meglio John Belushi che canta Everybody needs somebody.