Sciabolata velocissima su tutto il resto. Alla Ziliani

The Vaselines: col senno di poi “uno dei gruppi più sfigati della storia”, snocciolano subito Son of a gun, Molly’s lips, Turnaround insomma le cose per cui uno stava lì. Sento l’onda di suono dei Lightning Bolt e me ne vado. Sfiga dicevamo, vero?

Bloc Party: Morti. Kaput. Fine. E mi sono bastati 5 canzoni di cui una irriconoscibile Helicopter per capirlo. Parliamo ormai di un qualcosa che neanche è più un pallido ricordo di Silent Alarm.

Yo La Tengo: uno dei live migliori del festival, compattissimi nel loro pop-noise, vedere nel giro di tre giorni loro e Sonic Youth mette l’animo in pace col mondo

Spiritualized: anche qui, atmosfera d’altri tempi che magari più della luce avrebbe meritato l’oscurità della sera. Ne vedo solo metà ma mi basta per capire che è qualcosa di grosso. Soul on fire la cantano anche a Girona. Brividi grossi, di gruppi così ne dovrebbe essere pieno il mondo a fottere

The Horrors: falcidiati da infortuni tecnici a me comunque non sembrano pronti per reggere un disco “troppo buono” come l’ultimo. E non è un caso forse che l’unico momento in cui risultano convincenti è quello in cui vanno a ripescare dal loro esordio garage. Insomma “parrucche”, forse

Throwing Muses: mi stranisco immediatamente quando vedo che sono tre (e io credevo ci fosse anche Tanya Donnelly), mi passa subito appena attaccano il loro college rock stortissimo. Kirstin Hersh ora è bionda e sempre bellissima. Uno di quei gruppi per cui conta molto di più l’impatto sonoro che la presenza scenica. Da volergli bene

Deerhunter: iniziano con Agoraphobia e mi rapiscono subito, il live è di quelli da “gruppo che sta lì lì per esplodere” un po’ come gli Animal Collective lo scorso anno. Impeccabili, colmano la mancanza anche qui di presenza con un sound tondissimo e curato che rapisce. E io non avevo amato tantissimo Microcastles

Sunn O))): sospendo il mio giudizio sul “sono così”. E tenendomi stretto tra i denti il giudizio vero di “più grande truffa musicale live degli ultimi dieci anni”. Due incappucciati con un mare di ampli alle spalle che suonano accordi e arpeggi e alzano corne metal. E c’è chi applaude.

Andrew Bird: si presenta solo soletto, si looppa violino chitarra e fischi e va avanti nel suo splendido avant-folk che dal vivo prende anche altre dimensioni di cuore. Una gioia per gli occhi e le orecchie ci mette un attimo a conquistare tutti.

The pains of being pure at heart: derivativi ma chi se ne frega. Ogni canzone un potenziale singolo e neanche la scarsissima presenza fisica e vocale del cantante li annichilisce. Sono al palco Pitchfork e già di per se gli fa trovare davanti un bel po’ di gente. A fine concerto è “un mare” e sembra a molti il live-evento del festival. E non a torto forse

El-P: io e Caizzi impazziamo da subito, ne vediamo metà con la promessa di tornare se i Black Lips non sono all’altezza. Puro divertimento e foga hip hop con tanta cattiveria e dialoghi col pubblico. Un fuoriclasse, ma si sapeva

Jesu: senza batteria e col sole, smonterebbe chiunque eppure oh Broadrick porta a casa un live quadratissimo ed emozionale. Brani da Conqueror e dal loro esordio. Il nuovo shoegaze è questo. Il nuovo. Non il vecchio

The Drones: grandissimi. Rimandi a Birthday Party e gruppo tutto cuore e rock che sarebbe da ammirare per l’intero live ma dopo un po’ iniziano i Fucked Up e io si sa “ho l’animo accaccì”. La bassista suona l’intero concerto di spalle. Si gira un attimo e parte la ola. Poi guardo le foto e capisco perchè

Crystal Stilts: una delle robe più inutili a memoria mia. Della vita intendo