Ci si mettesse su a fare un exit-poll sui dischi migliori del 2009, quasi sicuramente avremmo alte percentuali di Animal Collective, abbastanza alte per Grizzly Bear, Bonnie Prince e Akron Family. Questo da una velocissima e rapida panoramica di un minuto.
C’è anche un altro partito, che è quello a cui personalmente mi sento molto vicino che si chiama Dirty Projectors.
C’è anche un altro partito, che è quello a cui personalmente mi sento molto vicino che si chiama Dirty Projectors.
Bitte Orca.
Al titolo ho riso anche io, però è una perplessità abbastanza stupida che scompare come si inizia ad “aprire” il disco pagina dopo pagina.
Sì il verbo giusto è “aprire” e non ascoltare perchè Bitte Orca è un disco che va tagliato e sezionato, che ad ogni ascolto si accende di una sfumatura, di un’eco in più di una melodia. Una matrioska di melodie, un disco che come un ragazzino in crisi ormonale alla festa dei sedici anni con i compagnucci del liceo flirta col pop wilsoniano che tanto sembra trovare spazio in questi tempi tanto con l’r'n’b più classico (vedi Stillness is the move/Aalyiah?) fino al cut up onnivoro arricchito da arrangiamenti che fanno deragliare tutte le certezze che con l’ascolto si acquisiscono e le ricollocano rendendo il percorso pressochè unico.
E poi archi, melodie sinuose ed acusticismi quasi bucolici.
Un disco che è la perfetta summa di tante, tantissime (viene da dire “troppe” ma in senso positivo) cose che a farcele stare tutte insieme sembra che la custodia del cd e lo stereo stiano lì lì per scoppiare.
Al titolo ho riso anche io, però è una perplessità abbastanza stupida che scompare come si inizia ad “aprire” il disco pagina dopo pagina.
Sì il verbo giusto è “aprire” e non ascoltare perchè Bitte Orca è un disco che va tagliato e sezionato, che ad ogni ascolto si accende di una sfumatura, di un’eco in più di una melodia. Una matrioska di melodie, un disco che come un ragazzino in crisi ormonale alla festa dei sedici anni con i compagnucci del liceo flirta col pop wilsoniano che tanto sembra trovare spazio in questi tempi tanto con l’r'n’b più classico (vedi Stillness is the move/Aalyiah?) fino al cut up onnivoro arricchito da arrangiamenti che fanno deragliare tutte le certezze che con l’ascolto si acquisiscono e le ricollocano rendendo il percorso pressochè unico.
E poi archi, melodie sinuose ed acusticismi quasi bucolici.
Un disco che è la perfetta summa di tante, tantissime (viene da dire “troppe” ma in senso positivo) cose che a farcele stare tutte insieme sembra che la custodia del cd e lo stereo stiano lì lì per scoppiare.
Un grande disco insomma, e chissà gli exit-poll da qui alla fine dell’anno come cambieranno.
Chissà.
Chissà.
Dirty Projectors - Stillness is the move (Mp3)


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