Veltroniano.
E’ la prima parola che mi è venuta uscendo dalla sala dopo avere visto The boat that rocked (qui I love Radio Rock). Veltroniano perchè da anziano quale sono ricordo quando l’ex segretario del PD scriveva sul Venerdì di Repubblica e parlava del miglior film del giorno.
Una volta arrivò a dire che in “al bar dello sport” c’era la più grande interpretazione di Jerry Calà, ma non perchè era muto, come pensavamo tutti, ma perchè aveva una sua poesia.
I love Radio Rock è un film carino, ingenuotto, retorico, che gioca su quei quattro cinque luoghi comuni e non del rock a cui però viene naturale volere bene e per una serie valida di motivi.
Vuoi l’Inghilterra dei fine settanta, vuoi perchè ci sono Nick Frost e Philip Seymour Hoffman che con la loro straripante fisicità l’uno e l’essere a tutti gli effetti un personaggio autenticamente “rock” il secondo, che reggono il film quasi da soli, vuoi per Rhys Ifans che un po’ Gallagher, un po’ Bowie diventa immagine simulacro del rock nella sua scompostezza, vuoi per Bill Nighy che mettete Valido ricorderà come il padre dei vampiri in Underworld che raccorda un po’ tutta la scena quando sembra si battano tempi morti, vuoi per una colonna sonora che è come ci si aspetta perfetta anche nella sua retorica ma che fa iniziare il film con i Kinks, vuoi per tutto questo e non tantissimo altro.
I love Radio Rock è un film che per chi fa radio da 11 (dio mio) anni e ha cominciato su una radio chiamata appunto Radio Rock, vuol dire tanto, vuol dire riscoprire uno per uno tutti i motivi per cui si è iniziato a mettere i dischi e a parlare davanti a un microfono a dire parolacce, fare discorsi poco lucidi ma soprattutto arrivare al momento in cui si spinge play sul lettore o si mette la puntina sul vinile.
Basta vedere i precedenti di Curtis (il regista) per capire che non stiamo parlando di un genio ma di una persona che ha misura, un suo stile, un esteta, a suo modo del mood inglese, mai poco saturo di colori, mai troppo.
Ha tutto insomma, I love Radio Rock per essere maltrattato e per essere liquidato come la chimera di qualcosa che poteva essere nettamente meglio. Ha tutto per essere lapidato (su tutte una Father and son da girare con l’accetta in mano e cercare il responsabile dell’idea del cazzo, ma anche i reiterati frammenti musical ogni volta che partiva un anthem, così come il product placing di Duffy che è davvero incomprensibile). Ha buchi grossi così e personaggi che lasciano molto a desiderare affiancati a personaggi enormi (e per questo vedi sopra) come la Marianne (e indovinate un po’ che canzone parte nel momento in cui dà il due di picche al giovane Jonny Greenwood della situazione? che fantasia hanno avuto secondo voi?) interpretata da un’evanescente ma bellissima Talulah Riley o un Kenneth Branagh non dico sottotono ma fondamentalmente “giallo” (Kenneth perdio rimettiti in sesto) e ombra di sè stesso.
E’ pieno di difetti, dicevo ma è un film con un cuore grande così, che riesce nel punto vero “far capire che cosa voglia dire mettersi davanti a un microfono e parlare fino a che fa male la gola” e suonarci sopra i dischi con cui si è cresciuti, pianto e gioito.
I love Radio Rock in questo smette di essere un film imperfetto e quasi come il rock diventa un vero e proprio manifesto. Imperfetto ma con un cuore grande così