Io non lo so se quello di ieri era un concerto d’addio, ci credo poco, pochissimo. Però sulla carta lo era, l’ultimo concerto (almeno a Roma, conseguenza della tournee d’addio) dei Nine Inch Nails.
Chi scrive questo è GiorgioP, poi magari il post verrà aggiornato con la visione di Pistakulfi a seguire. Quindi, ma non credo avrete una visione completa della cosa.
Premessa l’idea che liquidare gli Animal Collective con un sempre bravi, sempre belli, sono riusciti a far battere le mani anche al popolo industrial, gente che (e fidatevi che li conosco tutti uno per uno, anche se è un modo di dire) di suonetti e coretti alla Beach Boys v’assicuro ne hanno un ricordo delle medie, e neanche lo so. Comunque dicevo, Animal Collective gruppo che conferma le bellezze dei propri lavori in studi. Anche se messi alle sette di sera in effetti sono stati penalizzati.
Che i Tv on the Radio fossero il gruppo che attendessi alla prova del live (dato che non li avevo mai visti) era lecito, che alla fine ne rimanessi soddisfatto a mezza bocca un po’ meno, anche se era preventivabile. Live diventano un gruppo sporco, sporchissimo, non voglio dire che alcune canzoni arrivano a mostrare la propria faccia hardcore ma quasi garage sì. Sì che parliamo di volumi non tarati sulle frequenze giuste per la loro miscela di black-wave e sì che la situazione richiede magari un concerto un po’ più muscolare del previsto, ma a un certo punto pare quasi che i muscoli prevalgano su melodie, arrangiamenti ed interpretazione stessa.
Arrivare ai Nine Inch Nails dopo una quasi ora di cambio palco è snervante, iniziamo tra le file a giocare a “indovina il motivo dell’annullamento del concerto”.
Il concerto c’è. Ed è qualcosa di veramente grosso. Io lo immagino Reznor che entrato nei quaranta si è definitivamente scocciato di presentare live qualcosa che a conti fatti era scritta da un’altra persona. Ecco, io forse ho interpretato l’addio con Reznor che non ha più voglia di vestire i panni da Reznor. Sentite i testi vecchi. Sentite i nuovi. Two worlds apart.
Il concerto non delude, per niente, i fan hardcore, sbuca una Mr. Self Destruct, su cui stare in piedi è un vero problema, (come Gave Up e March of the pigs annunciata da uno “c’mon pigs!”) il concerto è la più alta espressione di cazzodurismo in anni, scaletta che saccheggia The Downward Spiral, The Fragile e Pretty Hate Machine e che lascia un po’ indietro With Teeth e Year Zero. Mai una sbavatura, la perfezione del suono e dell’interpretazione che fa sì dire subito “c’erano sotto le sovraincisioni e le basi”. A dieci metri dal palco però vi assicuro che il 98% del suono proveniva dai 4 (leggasi quattro che sembravano 46) sul palco.
Formazione ridotta all’osso, come a dire i Nine Inch Nails sono un’idea sempre più ridotta all’osso. Sempre più scarnificata dagli orpelli del goth e della wave (e con tutto il rispetto ringraziando iddio di gente ridicola sotto il palco ce ne era poca), ora il gruppo sale sul palco in bermuda e camicia a maniche corte, niente fango (è lontana Woodstock) niente tute e salopette da operaio della rhur.
Oggi i Nine inch nails sono muscoli e sudore, tirati e sforzati verso l’esaurimento di qualcosa di enormemente grande che come tutte le cose grandi e di cuore trovano la bellezza nella loro fine.
In una Hurt che veramente per la prima volta si apprezza più per la sua bellezza che per il suo masochismo.