Senza biglietto / Con troppi biglietti

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Nel 1996 vennero a Roma i Pearl Jam, al vecchio Palazzetto dello sport.
Mi piacevano molto (Ten è stato uno dei primi dischi rock che ho ascoltato con attenzione) ma non avevo soldi per comprare il biglietto: ero da poco dicissettenne e ventottomila lire erano uno scoglio. Emiliano e Fabio, compagni di concerti, le avevano e Fabio, che è stato il Manuel Fantoni della mia adolescenza (cioè un buciardo da competizione) mi raccontò di un suo amico che era riuscito a vedere/sentire un concerto entrando con una fotocopia.
Resi mio lo spunto e in un attimo mi trasformai in Buonocore.
Un pomeriggio mi feci prestare il biglietto del concerto da Emiliano, lo esaminai per bene, fronte e retro, non mi lasciai intimorire dal rosso gioco ologrammatico e andai in una copisteria (quella copisteria non esiste più, purtroppo, ma rimane sempre nel mio cuore, complice come Lo Turco).
Il vecchietto che la gestiva non fece domande. Mi guardò, guardò il biglietto. – Fronte retro?
Io annuii, lui lo guardò meglio, si accorse del timbro della Siae, ruvido bassorilievo, e aggiunse – Tocca fallo preciso davanti e de dietro ma er timbro poi t’ ‘o devi mette da solo.
Lo Turco fece un buon lavoro, anche se sul retro si intravedeva la cornice bianca del semplice foglio A4 Fabriano (l’avrei poi colorata di blu con un pennarello Carioca, uniformandola a tutto il resto del retro).
Ero soddisfatto ma mancava il timbro in rilievo. Anche Lo Turco l’aveva detto. Avevo bisogno di un pittore, di un Cardone.
Così la sera raccontai i tentativi di falsario a mia madre e lei mi fornì la soluzione. – A lavoro ho un timbro a secco della mensa: usiamo quello.
Le lasciai il biglietto e il giorno dopo tornò a casa e mi mostrò il lavoro ultimato: il bassorilievo c’era, a cavallo dello strappo che avrebbe diviso il biglietto in due parti (se fossi riuscito ad utilizzarlo).

Il giorno del concerto arrivai, sempre con Emiliano e Fabio, alle 17 e aspettai davanti ai cancelli, non proprio in prima fila.
Non ricordo a che ora cominciarono a farci entrare. Attesi la ressa dei fan che spingevano. Tenevo il biglietto stretto in mano, lasciando fuoriuscire solo la parte da strappare.
C’era troppa confusione per controllare tutti con attenzione. Infilai la mano in un groviglio di dita e ologrammi rossi.
Il buttafuori mi buttò dentro: entrai nel Palazzetto, tra la confusione più totale.
Chiamai immediatamente mia madre/Cardone da un telefono pubblico davanti al bar interno.
Ce l’avevo fatta. Release, primo brano in scaletta.

È una premessa non calcistica, perchè il calcio è laterale, è di confine, è un’occasione per parlare d’altro.
Quando diventa centro è noioso, soggettivo, circostanziale.

Chi non ha biglietti, quindi, e chi ne ha troppi.
“Nel giugno del 1994, durante il Mondiale Usa, Raymond Domenech (allenatore in carica della nazionale francese di calcio, n.d.r.) fu arrestato per bagarinaggio da due agenti di polizia in borghese all’ingresso dello stadio di Foxboro, a Boston, mentre cercava di vendere a metà prezzo dei biglietti per Corea del Sud-Bolivia ottenuti tramite la federazione francese. Si giustificò spiegando che era tutto un equivoco, pagò 500 dollari di cauzione e dopo una notte in cella tornò libero.”
[Repubblica, 7.7.2006, di Valerio Gualerzi]

Chiosa.
(Giuseppe) Cardone e (Enrico) Buonocore si sono incontrati anche fuori dal set de “La banda degli onesti”, cioè sull’uscio del Taliercio, il campo di allenamento del Venezia: uno andava via (il primo) e uno arrivava (il secondo), venduto e comprato da Maurizio Zamparini.
Del (Lo) Turco parlerò prossimamente.

Se fossi soggettivo: Domenech non capisce nulla di calcio.
Se fossi oggettivo: è per fortuna vittima dell’effetto “Gino Paoli” (migliora invecchiando) e grazie a questa fortuna ha una bella compagna (Estelle Denis, n.d.r.)

L’autore: Schachner è Gianluca Pellegrino lavora nel mondo dell’editoria, conduce una vita che lo ha portato oltre ad accumulare debiti per cui viene spesso e volentieri accerchiato da membri del ramo assicurativo nelle serata alternative che quindi cerca di frequentare meno. Per questo cambia spesso ruolo e da bassista dei Carpacho! si è evoluto in un progetto più personale dal nome Mickey Eats Plastic. Sperando che nel frattempo gli assicuratori di cui sopra non si accorgano del camuffamento.

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