Drag me to Marconi

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Ci sono pochi, pochissimi registi per cui si dice la fatidica frase, di venerdì, “esco da lavoro e vado al cinema”, il giorno della prima. Sam Raimi rientra in quella lista.
La serata è basata tutta sull’affannosa corsa per vedere il nuovo Drag me to hell, il cinema è in zona Marconi definita da me e dal mio amico Carlo nel tragitto in macchina, la zona più squallidamente coatta di Roma.
I negozi, a Marconi, sono i responsabili dei culi di fuori, delle scarpe argentate, dei sandali “da schiava” delle magliette con scritto “mia madre è una troia” o “carlito brigante me fa na pippa” che colorano di gioia le vostre vie e i vostri uffici, e dove non arrivano loro, gli esercenti, ci sono gli ambulanti con le borse con la scritta Roma, gli occhiali come li porta Corona o Paris Hilton, c’è tutto insomma per rovinarsi la vita.
Qualche annetto fa, non ricordo chi, mi diceva “vedere Snakes on a a plane in mezzo ad un pubblico composto per il 99% da afro americani non ha prezzo” rispondo io “vedo i film all’Uci, in zona Marconi. In quel cinema ci entra la gente che esce da quei cazzo di negozi, quei prototipi lì. Peggio c’è solo vederli a Tora Bora”.

L’intelaiatura di Drag me to hell fin dal principio è indubbiamente Raimi nel suo splendore, una celebrazione dell’horror nel suo genere, musica roboante a volumi strepitosi, una sequenza titoli che si prende tutto il tempo, lo spazio e la suspence che serve e insomma, un film che dai primi cinque minuti tira fuori una dichiarazione d’intenti scarsamente equivocabile. Ci si diverte insomma.

“amò c’ho paura de sti film, non era mejo quelloconicolasceig..”
“nun te preoccupà amò, fa ride”

La trama è semplice e riassumibile con “ad una ragazza viene lanciata una maledizione”.

Scomponendo e analizzando la trama arriviamo al soggetto che in me, e ne ho parlato un po’ tutta l’estate, fin dal primo momento aveva instillato più che un ragionevole dubbio: Alison Lohman. Spieghiamoci, io con la Lohman non ho assolutamente nulla da eccepire, le ho voluto bene quando faceva il Genio della truffa, le ho voluto ancora più bene sul film di Egoyan (oh, una che rende credibile Firth che scopa, applausi), ma mi sono sempre detto “cos’ha sta ragazza che non va cos’ha sta ragazza che non v..”.
Le sopracciglia.
Le fottutissime sopracciglia.
Alison Lohman entra in quella categoria per cui squadri e risquadri una ragazza ti sembra gnocca, brava interessante eppure diresti “non so se la farei conoscere alla mamma”. Le sopracciglia.
Pensavo lo stesso una volta anche di Jennifer Connelly ma poi mi sono dato uno schiaffo e ho guardato avanti. Cioè prima mi sono messo ad un angoletto per mezz’ora, poi ho chiesto scusa e poi ho guardato avanti.
La Lohman, dicevo, è il perno del film: personaggio classico Raimiano fatto di metà film, facce, strilli, paura e fascinazione della morte, seconda parte trampolino di lancio per una spada nel culo di tutte le maledizioni, dalle indù a quelle della vecchia sotto casa.

‘mazza quant’è brutta aa’vecchia amò. Mo te pare che una così a fanno entra nbanca?”

Insomma costruire un film su come uscire da una maledizione non è da tutti.
Voglio dire, potete anche chiedere a Craven quando fece Cursed se poi la storia è così semplice, e se la vita DOPO è altrettanto semplice con tutta la gente che ti si passa manco fossi una suora tipo “wescravenchehafattocursedTUO!”. Per Raimi sì.

“Tu’ fratello è un licantropo? DaVeeero?”

Raimi da qui parte con un’autocelebrazione, che a questo punto della sua carriera ci sta veramente tutta. Tut-ta. E anzi ci chiedevamo un po’ tutti il perchè oltre a passare il tempo a nobilitare un fumetto con le sue inquadrature sghembe, le corse della camera verso le facce dei protagonisti e i contraccolpi fisici manco fossimo su L’urlo di Chen spacca il culo all’occidente, non si ritornasse ad un film tutto così.
Ad un film dove la comicità si fonde con l’horror in maniera sublime,

“guarda quant’è caruccio er gatto amò”

dove se non stai attento vomiti sulle cosce del vicino, che tanto limonava come un disperato. Mentre ridi.
Dove finalmente viene allargato (rinverdito) il concetto di horror-commedia fino a sfiorare l’estasi comica pura.

“Amò ma qua è tutto daaeppol” (trad. “amore ma qui tutti gli oggetti sono brandizzati Apple”)

Insomma, Raimi che torna ad Evil Dead e se ne sentiva veramente il bisogno, in un genere che oggi come oggi ha necessario bisogno di riconoscere i propri maestri. Perchè se molti hanno alzato bandiera bianca (vedi il Craven di cui sopra) ed altri hanno definitivamente chiuso (e meno male) con il cinema (vedi Dario Argento, ma speriamo presto Eli Roth), il trono del genere era vacante. In un’altra epoca si poteva risolvere in una royal rumble di wrestling-iana memoria, ma qui non c’erano più concorrenti.
O almeno non ce ne sono per mettere al tappeto quello che è The Undertaker. Oggi.
Il numero uno incontrastato. Quello che vi fa cascare una croce di ferro in testa e vi manda sott’acqua.

“era scontato amò”

Già che quel numero uno fosse Sam Raimi.

3 pensieri su “Drag me to Marconi

  1. a Via Ottaviano altolocati? io ci vedo sempre filippini e badanti ucraine in libera uscita. Comunque la coattaggine a cui ti riferisci è irritante anche per me. A volte mi chiedo se sono io snob o loro coatti.

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