Io ti aspetto – l’apertura con un synth disturbante introduce un tappeto degno dei migliori anni 90 electro pop che furono. I Notwist sono un’influenza che ad occhio e croce sembra giocare sorti importanti sul sound del disco.
Due – eccoli Il teatro degli orrori dei vostri padri. Quelli con chitarre grattuggiate, basso e batteria sincronizzati manco fossero i Jesus Lizard. I love you baby come era bello far l’amore con te, Capovilla grida il suo nichilismo emozionale. Amore is the new anarchia.
A sangue freddo – è la dimostrazione che se c’è un gruppo che puó tranquillamente stare al fianco (e forse di piú) degli Afterhours questi è il Teatro. Riffone al limite del metal sposato ad un ritornello che al limite del ruffiano si sposa come il cacio coi maccheroni.
La questione è tutta qui. La musica di qualità, e pesa, può tranquillamente stare nei salotti. Potrebbe non starci, sarebbe meglio, direbbe magari il mio amico Kekko. Ma se ci sta non è peccato. Ecco
Mai dire mai – sarcasmo e luoghi comuni, ricorda parecchio Vita mia del precedente lavoro, Capovilla prende in mano la questione con gusto interpretativo di primo livello. La canzone è un semplice 1234 batteria dritta e via andare. Una goduria.
Direzioni diverse – ritorniamo al discorso della traccia 1. Notwist. La canzone in questione è Pilot, c’é l’apporto dei Bloody Beetroots ma a noi ce ne fotte un cazzo, sinceramente. Struggentissima ode alla separazione, gemma del disco. I grandissimi dischi si riconoscono perché hanno almeno una canzone che faccia piangere. E tanto. Direzioni diverse, appunto.
Il terzo mondo – forse la minore concessione all’orecchio Pastorizzato del disco. Diciamocelo, se il Teatro si mette giù con l’ampli a fare hc e la mette giù dura non ne ha tantissimi che reggono il confronto. Pochi.
Nessuno, almeno in Italia.
Padre nostro – uno dei testi più politicizzati del lavoro, il disco sembra spaccato in due, tra una prima parte piú arrendevole e arrendevole all’orecchio e una seconda che mira letteralmente ad incularvi le orecchie.
Majakowskij – é una di quelle tracce oscure, rette da un fraseggio basso e batteria che sembrano preparare un soufflè per la voce di Capovilla. Una di quelle canzoni che esaltano il Teatro in tutta la sua potenza hardcore teatrale. Tra il dramma e lo scherzo.
Alt! – si comincia con una citazione del ragazzo della via Gluck. Il tema è sostanzialmente l’abuso di potere, si sente mai come su questa canzone che Favero é la mente dietro Carboniferus degli Zu. Canzone che sembra un completamento con voce e chitarra di quel sound. Cazzo in sto paese ci sono Zu e il Teatro degli orrori. E voi cazzo perdete ancora tempo a bagnarvi con chi gioca male con gli anni 80.
è colpa mia – l’intro vagamente richiama lo shoegaze dei My bloody valentine, potrebbe essere una citazione, anche no. Si punta a chiudere il disco con un ritorno alla concessione melodica, al ritornello di quelli che se li canta un quindicenne va bene cazzo. E io a quel quindicenne faccio le corna metal. Vai cosí figliolo, che cresci bene.
La vita è breve – canzone che potrebbe finire in radio, senza un minimo di problema, rock con stacchi e chitarre graffiate con timbro Shellac, se arrivate qui e il Teatro degli Orrori non è il vostro gruppo italiano preferito (vi concedo Zu o Uochi Toki) quella è la finestra. Fatevi male.
Die Zelt – chiusura claustrofobica, un filo dentro al post rock. Chiusura perfetta di un disco straordinario per come riesce ad essere grande pur rimanendo coerente con una struttura e un suono che continua e giurateci continuerà a caratterizzare il Teatro degli Orrori.
Disco italiano dell’anno.
Gli altri si possono pure togliere dai coglioni (tolti Zu, Uochi Toki e Shout)

Della serie "mettere le cose in chiaro"

7 comments
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novembre 16, 2009 a 4:39 pm
kekko
kekko quello che voleva dire -non troppo diverso da quel che immagini- l’ha detto su http://bastonate.wordpress.com/2009/11/14/non-ti-ricordi-di-ken-saro-wiwa-nel-caso-magari-cercalo-su-google/
aggiunge che sì, salotti o quel che vuoi ma aridammi il primo disco.
novembre 17, 2009 a 1:34 am
Pistakulfi
Ma cosa volere di più? Uno che scrive di cuore senza bisogno del dizionario con dietro un’artiglieria chirurgica. Insieme agli Zu hanno segnato il 2009 italiano. E poi il primo (favoloso) aveva l’effetto sorpresa dalla sua, questo li conferma senza aver dovuto ripetere pedissequamente quella prova.
Datemi il terzo, il quarto…
novembre 17, 2009 a 2:19 am
Un
Ecco, io aspettavo da queste parti un post così. Adesso sono soddisfatto. Grazie, Giorgio. “A sangue freddo” mio colpo al cuore (anche perché inaspettato) dell’anno. Oltre che disco italiano dell’anno, e vabbé.
novembre 17, 2009 a 2:19 am
UnoDiPassaggio
(ehm, ero io)
novembre 17, 2009 a 7:02 am
Q
evviva i uochi toki.
novembre 17, 2009 a 7:58 am
giorgiop
Kekko ma io ci sto eh, è che se penso a qualcuno che delle logiche (eventuali perchè qui magari non sono state guidate da questo) da salotto se ne sbatte e preferisce un qualcosa di puro e senza tanti compromessi sei te eh.
novembre 17, 2009 a 8:41 am
kekko
beh sì ma qui io di compromessi ce ne sento diversi. sarò un paranoico.