Di solito su queste pagine scrivo di basket ma invece oggi mi trovo qui, su gentilissimo invito del tenutario giorgio p., per parlare di un’altra delle mie passioni, cioè la musica-elettronica-fatta-in-casa.

Potete ascoltare e scaricare il mio ultimo disco sul sito di homework records, bravissimi e capacissimi bolognesi che da anni ormai regalano bella musica e organizzano un importante festival internazionale.

Finito questo paragrafo di bieca autopromozione paragonabile alle ridicole pose con il libro sempre bene in vista degli ospiti del costanzo show credo che dovrei scrivere qualcosa d’altro sulla musica, ma non so nemmeno da dove iniziare. Io ho grande ammirazione per chi riesce a scrivere di musica bene, con cognizione di causa e profitto, sapendo scegliere le parole giuste, ma per me, specialmente dovendo descrivere le cose che faccio io, è praticamente impossibile.

Faccio un esempio molto concreto: a volte non so rispondere nemmeno alla prima domanda che mi fanno tutti: ma tu che genere fai?

Musica elettronica è la mia prima risposta, più che altro strumentale, molto influenzata dall’hip hop. L’hip hop mi ha colpito da ragazzino, mi sembrava così diverso, con i suoni ritmici e ipnotici che suggerivano immagini e sensazioni più che raccontarle. Da adolescenti le passioni verso queste cose possono essere molto forti, anche senza avere la piena coscienza e comprensione del fenomeno culturale a cui ci si appassiona. Anche se per te non è stato l’hip hop ma il punk, o il metal, o i rave, credo che in molti possano capire e aver sperimentato questa dicotomia tra l’amore genuino, assoluto e incomprensibile per un certo tipo di suono e la realizzazione consapevole di essere anni luce lontano o fuori dalla cosiddetta scena.

C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e capisci che, come si dice, non ci stai dentro. Nella mia umile esperienza l’hip hop italiano è un mondo piuttosto adolescenziale ed estremamente frustrante, un po’ fossilizzato in stilemi derivativi a cui si aderisce con fervore religioso più che altro per paura di non essere veri abbastanza. A me non è mai interessato molto essere qualcosa, ma più che altro fare, per cui ho abbandonato la scena da qualche anno senza guardarmi indietro.

Adesso, se la ascolto con un minimo di distacco, la mia musica suona esattamente come i miei quindici anni: l’hip hop east coast del ’95, le musiche dei giochi del gameboy e il fruscio delle cassette rovinate.