Appena ho letto Come un guanto di velluto forgiato nel ferro (Coconino Press 16 Euro) non ho potuto far altro che annotare l’idea che il titolo rimandasse a un qualsiasi romanzo di Philip Dick. O di Vonnegut.
Uno di quei titoli che a grandissime linee è un non-sense per cui è difficile trovare un’ombra di riferimento all’interno della storia.
Questo, a suo modo, un romanzo lo è, e mi rendo conto che forse, in prima battuta a fidarmi delle mie sensazioni una volta tanto non avevo fatto poi così male.
Parliamo di Daniel Clowes, per chi non lo sapesse il creatore di Ghost World e Ice Heaven che se nei precedenti episodi (il primo è stato di recente ri-pubblicato dalla stessa Coconino) indagava i misteri della solitudine e della malata provincia americana con il suo nuovo lavoro alza notevolmente il tiro.
E sì che se provate ad immaginare una graphic novel piena di personaggi che sembrano usciti da un linguaggio Cronenberghiano (Existenz su tutti) e quindi da Kafka ma anche atmosfere molto debitrici a Lynch e alla sua non linearità narrativa mi rendo conto possa essere difficile ma tant’è, Come un guanto di velluto ci va molto vicino.
Ed è col suo stile forte e asciutto e lontano dai fronzoli di gran parte dell’estetica fumettistica moderna, Clowes si pone come il grande vecchio artigiano, quello che con bianco e nero e con tratti marcati e poco raffinati racconta storie. Quelle che farebbero paura a un bambino prima di andare a letto.
E non solo a un bambino