Quando sentite dire il basket è poesia, beh, potete giurarci che è la definizione più vicina alla realtà.
Ognuno di noi, ha la propria visione di questo binomio basket/poesia. La mia personalissima visione è Tracy McGrady. Non ne sono un tifoso (il mio preferito è sempre stato Duncan) non ho mai tifato una sua squadra ma per me poesia è la parola che va più vicina di tutte al suo basket.
Sì mi rendo conto che c’è il tiro di Ray Allen, il crossover di Allen Iverson, la doppia finta sul piede perno di Kobe, l’arresto passo e tiro di Pierce, ce ne sono insomma.
E magari potreste dire “perchè McGrady”?
Perchè sospende gli attimi, perchè McGrady dal passaggio, all’uno contro uno alla finalizzazione sopra il canestro è un puro spot cestistico. Uno di quegli spot che ha una sfiga che la metà levati.
Partiamo un secondo da dietro, da quando McGrady a Orlando non ci vuole più stare.
Ecco da lì, si può dire che parte effettivamente la maledizione McGrady ovvero del perdente di successo tutto numeri che non vincerà mai niente.
E che “sarà un peccato” ci potete giurare.
Sì perchè McGrady a seguito di quello che probabilmente è il biennio personalmente più produttivo della sua carriera (roba da 32 pti 6 rimbalzi e quasi 6 assist di media) decide di cambiare, che Orlando non fa più per lui e in pratica sciopera tirandosi fuori per quindici partite.
Dall’altra parte c’è Houston, una squadra che ha appena preso Yao Ming e funziona abbastanza bene con Steve Francis e Cuttino Mobley, insomma una di quelle situazioni a cui manca un pizzico per osare la parola finali di conference. McGrady dice “Mamma io voglio lì”. E lì fu.
Si smantella l’assetto dei Rockets lasciando partire Francis e Mobley e prendendo il dormiente. McGrady, uno che dice che sacrificherebbe il proprio gioco per il titolo e per giocare con Yao, ed è vero lo fa. Il proprio gioco lo sacrifica (che avevate capito che vinceva il titolo per caso? beeep risposta errata).
In pratica a conti fatti da una parte si smantellerà un assetto vincente a cui mancava “qualcosa” (Houston). Dall’altra dal draft arriva Dwight Howard. Punto.

Qui dicevo nasce la maledizione del dormiente, uno che mette su numeri da capogiro, uno a cui sembra non mancare niente: ha il tiro, il passaggio, l’uno contro uno e braccia lunghissime, a tratti si dibatte se il miglior giocatore della lega sia lui o Kobe.
Kobe va avanti nei playoff, dicono molti, McGrady no, non supera mai un primo turno.
Ed è lì, ad ovest che si combatte una guerra a questo punto personale. Kobe fino a quel punto aveva Shaq, TMac ora ha Yao Ming. Una lotta pari.
Tracy McGrady non supererà mai un turno di playoff, almeno in Houston e Murphy (quello della legge) vuole che non solo quest’etichetta gli si appiccichi addosso più del suo numero uno sulla pettorina ma che si aggiunga anche il “giocatore rotto”. Che quelle 15 gare saltate ad Orlando non era un, come diceva lui, “tirarsi indietro” ma un infortunio. Così come le leggende hanno sempre un fondo di verità McGrady decide di dare loro una mano, non facendo nulla, ovviamente. Salta 109 partite di regular season in quattro stagioni, 47 solo nell’ultima. Microfracture surgery. Una roba che nell’NBA è come dire David Stern per quanto è famosa. Una roba che non ha permesso più a Chris Webber di saltare, per dirne una una di quelle operazioni che si prospettano come un finger crossed man. E che Dio te la mandi buona.
Come Dio l’abbia mandata non è lecito sapere. O comunque a questo punto non ha più tanta importanza. A Houston nel frattempo è arrivato Adelman,  una difesa che denominare buciodiculociclopico non rende il giusto merito ePrinceton Offense, circolazione di palla, gioco poco amabile per uno che è sostanzialmente, datemela è sistematevi, che ci penso io.
TMac torna, arruolabile in una squadra che anche senza Yao, sta facendo miracoli, di gioco e risultati. Adelman gli concede 7 minuti a partita, e non si aspettasse di più, aggiunge, che il giocattolo a questo punto io non lo rompo.
Come dargli torto, aggiungerei io.

A questo punto subentra un altro aspetto di McGrady, uno che in carriera ad oggi ha guadagnato 137,000,000 $ ed è nell’ultimo anno di contratto. Quindi chi lo prende, a giugno 2010 scaricherà dal proprio monte salari quella cifra lì. Che il giocatore sia ancora buono per la causa o meno interessa fino a un certo punto. E’ tempo di crisi e con il dovuto spazio salariale a giugno dell’anno prossimo ci saranno sul mercato una serie di giocatori che ci fai una squadra da all-star game. Quindi ad oggi TMac è l’uomo mercato.
Le soluzioni ad oggi prospettabili sono

Rimane a Houston: che infatti non ha fretta di scambiarlo. L’unico neo è che tenersi un giocatore scontento così tanto, quel giocatore, alla lunga logora. E secondo me qualche rigata alla macchina Adelman prima o poi ci va incontro

Philadelphia 76ers: Iguodala più un giovane a caso e l’accordo si fa. E grazie al cazzo aggiungo io. A Philadelphia ancora devono capire perchè disfarsi del nuovo Pippen e ricominciare a progettare da capo.

Chicago Bulls: Brad Miller, Jerome James e Salmons che vanno a Houston è una mossa puramente per scaricare il monte salari dei Bulls a fine anno che vogliono fortissimamente Dwyane Wade (che è di Chicago e ha preso casa a Chicago – 2 mln – l’anno scorso, fate voi cosa voglia dire) da mettere vicino a Rose. Il problema è che se Salmons a fine anno esercita l’opzione per il rinnovo Houston se lo ritrova sul groppone ed è una situazione complicata anzicheno. Brad Miller comunque ai Rockets farebbe più che comodo

Miami Heat: alla pari per il contratto in scadenza di Jermaine O’Neal (che serve anche tra le altre cose alla causa Rockets). A conti fatti è l’ipotesi più pratica

New York Knicks: Eddy Curry e Jared Jeffries in scadenza e si può utilizzare anche il contratto di Cuttino Mobley (il contratto eh, non lui che si è ritirato). Houston ci prova chiedendo Lee. Io dubito che glielo diano mai.

Tutto triste, tristissimo. Con la cartina tornasole fissata per McGrady nel giugno 2010 quando, se vuole fare della pallacanestro NBA il suo mestiere gli verrà messo di fronte (forse) un foglio di offerta di contratto di a occhio e croce un anno e per una cifra minore ai 5 milioni. Uno con la faccia da dormiente, quella faccia lì chissà cosa penserà in quel momento. Uno che le ha provate tutto ma quando c’era da giocarsela con la fortuna e con il destino, ogni benedetta volta si è ritrovato faccia al muro, o di fronte a un chirurgo. Uno che a questo punto verrà inserito nella lunga lista dei perdenti di successo come Malone, come Wilkins, come Gervin. Uno buono per i numeri e per le magliette.
Uno che aveva la poesia nelle mani e non ha trovato un posto dove lasciarla scritta.