Per uno che viene (e che probabilmente è rimasto) negli anni ’90, musicalmente e non parlando, sentire la parola Fargo farebbe venire in mente un film dei Coen e un gruppo emo, italiano.
A me, purtroppo veniva solo in mente la prima cosa fino a una settimana fa.
Prima in radio (a Walk this way) poi via in giro su qualche blog ho sbattutto come un tir senza freni addosso a questo muro chiamato A record that was never made. Un disco, appunto che non è mai stato fatto, dei Fargo, appunto. Gruppo culto di fine 90, discendente diretto di quella cosa stonata, un po’ rock un po’ hardcore, un po’ Fugazi, un po’ Get Up Kids chiamata emo.
Un gruppo che non aveva mai avuto la possibilità di vedere la propria faccia stampata su un disco e che oggi, grazie al dorato mondo del free share, e di una distribuzione che a conti fatti dovrebbe far parlare tanto quanto quella di In Rainbows dei Radiohead.
Ho esagerato, comunque è importante. E’ importante che qualcosa che si è sempre aspettato arrivi dieci anni dopo e che sia gratis, così, per il gusto di vedere la faccia della gente all’ascolto di qualcosa che non c’è mai stato e ora c’è.
Qui la potete scaricare, per dire
Nel frattempo quella che era nata come un breve scambio di vedute emo con Marco Pilia (uno degli ideatori del progetto) via mail è diventata un’intervista con lui (e la Knifeville) e i Fargo.
Un’intervista a un gruppo che non c’è più.
- A record that never was è un qualcosa che ricolloca parecchie idee dell’immaginario discografico del nuovo millennio. Un disco che non è mai uscito che viene alla luce direttamente in digitale e parecchi anni dopo lo scioglimento del gruppo in questione. I Fargo. Perchè un’operazione di questo tipo?
Marco - Le canzoni sono state registrate nel 2000. Per anni le abbiamo tenute in un cassetto perché i Fargo non c’erano più e spesso ci siamo detti “dobbiamo farle uscire”. Pochi mesi fa, per caso, è saltato fuori il cd che conteneva tutti i pezzi dei Fargo. Messo nel lettore, il disco ci ha emozionato come non capitava da troppo tempo. Fondamentalmente, sta tutto qui il perché di questa operazione: a 10 anni da quando sono state scritte, le canzoni mantengono tutta la loro forza, non c’era davvero motivo per non pubblicarle, è sembrata la cosa più naturale da fare. E non c’è stato nessun intento revivalistico, la motivazione che ha portato all’uscita dei Fargo è la stessa che sta dietro a ogni nuovo disco Knifeville: le emozioni provocate dalla musica.
È del 2003 la prima uscita “marchiata” Knifeville. Era l’ep degli Oslo ed era in vinile. Sei dischi più tardi, i Fargo (che gettarono nella scena maniago/pordenonese il seme per quello che poi sarebbe diventato Knifeville) escono in digitale: è innegabilmente la modalità più adatta per far girare il loro disco, soprattutto considerando il fatto che non sono attivi da anni. La promozione di un disco non è cosa semplice di questi tempi, figuriamoci se il gruppo nemmeno esiste più! Non escludiamo comunque di stampare una versione fisica del disco, dipende da come andranno i download. Certo i primi riscontri sono entusiasmanti, chi ha ascoltato il disco è rimasto colpito e ci tiene a farcelo sapere. È tutto molto bello e non vediamo l’ora di festeggiare questo disco con i Fargo di nuovo su un palco.
-Avete in mente altre uscite dello stesso tenore, se sì, quali?
Marco - Per ora non c’è niente di confermato, però abbiamo diverse registrazioni inedite, canzoni rimaste escluse dai dischi che abbiamo pubblicato, e ci piacerebbe farle uscire. Per il momento niente nomi però, prima dobbiamo parlarne con le band.
Mi sposto a parlare coi Fargo, mailisticamente parlando
- Cos’erano i Fargo? E non intendo la bio del gruppo, cos’erano i Fargo all’interno del panorama italiano, come vi sentivate all’interno di quella “cosa”?
Enrico – Senza essere frainteso, mi sento un po’ come Paul McCartney quando parla della sua esperienza nei Beatles, non ho il ricordo vivido e preciso, è come proiettare l’ombra di una terza persona. È colpa di questi dieci anni zero passati a zero, certo, ma anche dell’intimità dei Fargo come gruppo musicale. Non c’erano progetti di conquista del mondo, il piacere era passare ore in sala prove a suonare in loop il più bizzarro dei cambi melodici e di tempo. Era un’esperimento e quando faceva troppo caldo suonavamo in mutande, sudando molto. Il panorama italiano che ci piaceva di più era fatto di live scuri, violenti e zuccherini in posti minuscoli: case diroccate, centri di aggregazione sociale, club in zone industriali. Andavamo spesso a Padova a vedere i nostri eroi. L’ispirazione artistica arrivava principalmente dall’America (in Italia c’era poco che ci entusiasmasse), soprattutto dal mid-west. Van Pelt, Joan of Arc, Braid, The Get Up Kids, Broken Hearts Are Blue, Mineral, Texas is The Reason, Niños Du Brazil. E lo chiamavamo emo. Per quello la moda “emo” dopo così tanti anni e con riferimenti così diversi mi fa sorridere.
Luca – I Fargo erano e sono una festa in piscina di pomeriggio in piena estate, con drinks, un paio di all star affondate dentro, gare di tuffi e un palo da lap dance.
Ale – Un gruppo di amici che in mezzo ad amici ogni tanto proponeva il risultato del bel cazzeggio in sala prove (l’unica stanza veramente comunicante con la cameretta…).
-Vedere un vostro disco uscire anni dopo il vostro scioglimento, che effetto fa?
Enrico – Personalmene sono molto fiero dell’uscita, ancora oggi mi piacciono molto le cose che facevamo. Le voci stonate, le registrazioni approssimative. Alla fine dei conti è la cosa più simile alla musica che ascolto.
Luca – Non ci siamo mai sciolti di fatto, semplicemente abbiamo fatto come Elvis… abbiamo saltato il decennio che non ci interessava.
Ale – Come rileggere un vecchio tema della prima superiore, come guardare una foto di classe e notare le spalline sotto i golfini delle compagne…
-Nel tempo, cosa è cambiato per voi tutti, musicalmente parlando. Dall’approccio, agli ascolti, alle esperienze?
Enrico – Alessandro e Luca si sono appassionati molto alla cultura beat, alla musica soul. Sono ottimi ballerini da all-nighter e bevitori di Ricard.
Io continuo a comprare dischi che ho già. A dire il vero ho imparato a capire e ad amare i dischi italiani, c’è tanta musica che mi emoziona in giro per lo stivale.
Luca – Il tempo è galantuomo, la vita forse un po’ meno. Noi siamo curiosi per natura, per cui non ci siamo mai fermati, abbiamo sempre bisogno di ascolti nuovi o antichi o antichissimi. Ma dieci anni sono comunque tanti e siamo diventati tutti estramente saggi, molto saggi, un po’ come quei vecchi di montagna. Infatti abbiamo imparato a non spaventarci quando le ragazze ci dicono che sono nate nell’anno in cui è uscito Nevermind.
Ale – Onestamente molto poco. I vinili sono impolverati e la puntina rotta del giradischi non l’ho mai sostituita temendo di riascoltare gli stessi brani all’infinito. Purtroppo nella cartella Mp3 ci sono grosso modo gli stessi titoli.
-Tornaste indietro (che è un concetto estremamente “emo”) cosa fareste. E cosa non fareste. Come Fargo intendo.
Enrico – C’è un aneddoto divertente, ma non so se riuscirò ad esprimerlo bene. Ci provo. Ad un certo punto i Fargo si sciolsero, penso fosse l’inizio del 2001. Poco dopo ricevemmo forti lusinghe da parte della BMG inglese. Ci diedero addirittura dei soldi per registrare altri brani oltre ai tre del 45rpm. Erano gli anni del primo disco degli Strokes. Così ci ritrovammo e decidemmo di registrare gli altri pezzi che avevamo lasciato in cantiere, che poi sono quelli che ci sono in questa recente uscita. Era evidente che avremmo dovuto arrangiare il tutto con “l’attitudine Strokes”, era lampante. Però per pigrizia o forse per sbadataggine, continuammo a fare la nostra cosa, con in testa i Promise Ring e i Karate. Cocciuti mocciosi friulani. Chiaramente ci dissero che si aspettavano qualcosa più simile agli Strokes, e ci lasciarono educatamente dov’eravamo. Ecco, per me è sempre stato un calcio di rigore tirato sul palo. Col senno di oggi, avrei chiaramente messo la ritmica di “Lust For Life” su ogni canzone e avrei provato ad imitare al meglio la voce di Lou Reed. Si sa che l’Inghilterra ha una cassa di risonanza pazzesca. La A&R che si era innamorata di noi, tra l’altro, era forte di aver appena scovato e lanciato i Coldplay. Forse avremmo addirittura imparato bene l’inglese e oggi saremmo probabilmente con Kevin Shields a bere al pub. Ma in fin dei conti, chissenefrega di Kevin Shields. Siamo amici, stiamo bene insieme, ci divertiamo quando usciamo, that’s all.
Luca – Io forse rimonterei almento un tom alla batteria, non rifarei invece quel concerto che ho fatto senza Hi-Hat (dimenticato in toto a 70km da casa), pavoneggiandomi del fatto che non vedevo dov’era la difficoltà nel dover suonare senza. Fu, chiaramente, un vero disastro.
Ale – Cercherei di partecipare a “Strokes-Factor” e a “Amici degli Strokes”. Non farei più delle selezioni per ballerine di lap-dance da inserire nel nostro show.
Inutile dire che oggi, dieci anni dopo, i Fargo, che non esistono più, hanno un grande fan in più. Me.
