Lo nascondo bene (e di solito non lo faccio) ma con questo, di guilty pleasure davvero ho dovuto farci un po’ a cazzotti. Per un paio di mesi.
La premessa piccola è che per me i Groove Armada sono un gruppo ben oltre il titolo di insignificante, quelli buoni per fare prima o poi l’hit buona per i telefonini, quelli di cui si iniziava a parlare di rimbalzo, perchè in un’epoca in cui nel big beat c’erano i Zidane e i Kakà loro erano il terzino panchinaro buono per l’occasione, quello che vinceva la coppa e la toccava per ultimo ma che insomma, a conti fatti, l’odore dei soldi lo sentiva.
I won’t kneel, pur con tutta la mia prevenzione è un pezzo che amo alla follia, e quando in televisione ho letto chi ne era l’autore ho detto in tutta risposta “no, cazzo”. Non potevo crederci che qualcosa di buono potesse venire da qualcosa di talmente insignificante.
Ora, se non la conoscete non vi aspettata chissà cosa o chissà che livello mai di innovazione. Il brano sembra un classicone uscito dritto dagli anni 80, con una voce femminile un po’ Annie Lennox, un po’ fate voi. Una paraculata a-là Goldfrapp insomma di quelle che è difficile cambiare canale o spingere stop (se poi ci riuscite oh, il problema è solo il mio, ma ci sono abituato). Con quella malinconia giusta lì, da film di storie di decadimento sociale o di coppia lui punk e lei studentessa per bene che alla fine del film si baciano o da serata pop in discoteca, uno di quei brani da domenica mattina alle 4, di quelli che anticipano i lenti che mandano tutti a casa mentre la gente, quelle venti persone rimaste, limonano sui divanetti e tu pensi che è un’altra serata buttata via e domani si lavora.
Tutto questo, i Groove Armada.
E’ proprio vero che sto diventando vecchio.