La prima cosa bella è “finalmente” un film italiano dei sentimenti, uno di quelli che rientrano nella categoria storiadimammaefiglisucuisipuòversareunatonnellatadilacrimesenzavergognarsi.
Una roba che insomma fosse stata girata (male) dalla prima Penny Marshall del caso staremmo qui a prendere per il culo per ore. E forse le Malvestite ci farebbe anche un post in dodici puntate, per santificare il dono della sintesi di stocazzo.
Virzì che finora ha da che sventolare davanti alla faccia di ogni critico la sua filmografia al grido di “stroncami questo” tenendosi in mano il pacco, arriva alla conclusione di un circolo ideale attorno alla sua Livorno.
Il che non vuol dire che non farà più film da quelle parti (dubito, sarebbe come se io smettessi di parlarle della Garbatella, con le dovutissime proporzioni), ma che probabilmente tutto quello che voleva raccontare di autobiografico (e non) e ambientarlo sul porto e sugli scogli, beh, l’ha fatto.
Caso vuole che la prima cosa bella è il film che sancisce definitivamente che le sirene che parlavano di un Virzì che col precedente Tutta la vita davanti poteva essere accostato ai maestri del passato (Petri su tutti) non avevano torto.
Anzi erano quelli che ci avevano visto forse più lungo di tutti.

Oggi Virzì, con Sorrentino e Garrone è l’esponente principe (il re decidetelo voi io non mi immischio) di quello che senza dubbio può essere definito il neo neo realismo (del nulla degli anni zero). E questo film non è altro che l’ennesima riprova di tutto questo.
Mi vergogno di avere detto anni zero. Non succederà più.
La prima cosa bella, seppur con la perversione di far parlare livornese la Ramazzotti, la Pandolfi e soprattutto Mastandrea, è una roba riuscita in tutto e per tutto, anche nelle ingenuità di un uso del flashback forse troppo cadenzato e telefonato, ma che entra dritto nel cuore senza chiedere permesso come solo i grandi film (seppure imperfetti) riescono a fare.
Voi direte “grazie al cazzo, parla di una malata terminale”.
Io risponderei “anche autunno a new york era così, ma era na merda”.
Insomma forse facile parlare di qualcosa in questi termini (ma non credo) meno, tenerti lì fra singhiozzi e risate, in un’epilessia emozionale da mal di testa.
Insomma qualcosa che se uno non va a vedere al cinema è un povero stronzo.
Davvero eh.