Con le etichette discografiche per me è sempre stata una questione di cuore. Un rapporto che nasce come i primi approcci con una futura morosa, ti metti lì ascolti un disco, leggi che etichetta l’ha prodotto poi ti informi, chiedi pareri, e inizi a sentire altri gruppi che leggi in giro che possono avere fatto una fine simile a quello che ti è appena piaciuto.
Poi alla fine inizi direttamente ad iscriverti alla newsletter o a vedere sui giornali se tra parentesi, sopra una recensione c’è quel nome o no.
E’ un po’ una forma di stalking discografico, tracciare le mosse per capire chi sei e quanto ti voglio bene. Ognuno di noi, a suo modo un po’ stalker lo è.
Negli anni ho amato la madre di tutte le etichette la Sub Pop e sicuramente non sono stato il solo, poi la Vagrant, la Trustkill (per un paio d’anni ho comprato SOLO Trustkill) e la Hydrahead, poi la Arts and Crafts, in Italia ero innamorato della Wynona Records poi altre come Donna Bavosa e insomma smetto qui sennò diventerebbe una lista anche noiosa.

Flashforward
Parlare di etichette in un momento di musica sminuzzata, regalata e diffusa manco fosse la macchia d’occhio a New Orleans, con una velocità progressiva incommensurabilmente più alta rispetto a 15 anni fa non so quanto senso abbia, o per ossimoro quanto sia fondamentale.
I gruppi oggi si autoproducono, mettono il disco su bandcamp e toh, scaricalo anche a zero euro, l’etichetta viene dopo in molti casi. L’etichetta oggi è lo stemma sotto cui ti vuoi mettere per avere una certezza di un riconoscimento e una tracciabilità musicale, come appartenere a una gang dei Guerrieri della Notte, tutti sognavamo quelli vestiti da giocatori baseball e gli orfani facevano ridere un po’ tutti.
Per l’etichetta è così, o almeno io la vedo così.
Puoi essere un gruppo buono o meno, ma se ti vedo andare sotto uno stemma che adoro vali dieci di più, è forse una tara mentale ma vedo certe cose come scelte, da parte di chi investe e da parte di chi suona. Nel mondo delle etichette ci si sceglie, c’è democrazia. E democraticamente si va nelle orecchie della gente. Con la musica ed un marchio di garanzia.
E’ così che ho conosciuto la Count Your Lucky Stars Records, una di quelle cose piccole che fanno un microcosmo, una roba alla Stephen King. Se non avete letto Stephen King non avete ben chiara l’idea di trovarsi dentro a un nocciolo, ben delimitato, con le sue figure e le sue debolezze, in cui dopo dieci pagine riconosci limiti e prospettive. Una cosa che ti fa sentire a casa
Un’etichetta d’istanza in Michigan e con tentacoli in Canada, Stati Uniti e Germania) un tratto riconoscibile non per la produzione in sè, nella maggior parte dei casi più che scarna. Garage nel senso di raggiungimento dell’obiettivo canzone con ogni mezzo necessario e Indie nel senso di apertura all’orecchio per quanto necessaria. Una serie di gruppi che vanno dall’emo vecchia maniera alla Mineral, al post-hc Fugaziano, allo spleen agrodolce dei Karate per finire con l’indie puro stile Menomena e Broken Social Scene e continuare con manierismi folk che tanto manierismi non sono ma che vanno dritti all’obiettivo.
Tutto ciò ovviamente grazie ad un m-blog che ne ha pubblicato un sampler qualche giorno fa.
Dicevo Stephen King e i suoi paeselli, i suoi laghi. Un po’ come il Michigan, appunto