Il live degli Alice in Chains ovvero come vincere una sfida apparentemente impossibile.
Questa serata parte da molto lontano. Parte da quando lessi per la prima volta la notizia che Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney avevano deciso di tornare in pista, prima alternando alla voce ospiti illustri poi avvalendosi definitivamente di tale William Duvall per sostituire lo voce più tormentata e sofferta di tutta l’epopea grunge, l’inarrivabile Layne Staley.
Cosa che non mi fece che pensare ad imprecazioni e insulti. Se Kurt Cobain è stata l’icona indiscussa per fama, importanza e uscita di scena, Layne ha rappresentato il contraltare oscuro, l’immagine pura della sofferenza e del disagio. La solita infanzia difficile, i problemi con l’eroina, la difficoltà di presentarsi in pubblico che causarono due tour ridottissimi a seguito di due dischi CLAMOROSI come Dirt e l’omonimo, co-autore del disco che in definitiva sancisce la fine di quell’era, lo splendido Above del supergruppo Mad Season, la morte prematura dell’unico amore della sua vita, l’eremitaggio nella sua casa di Seattle conclusosi nell’aprile del 2002 ritrovato a due settimane dal decesso ucciso da una dose letale di speedball, solo, abbandonato e dimenticato. L’immagine della sconfitta.
Questa serata prosegue un anno fa in un negozio di dischi di Roma. Mentre sono intento a cercare chissà cosa facendo roteare indice e medio sui bordi di inutili cd parte un brano diffondendosi prepotente dall’impianto. Le dita smettono di roteare e la testa si alza ad altezza primo piano. Questa è la chitarra di Cantrell… l’ha fatto. Ha fatto un nuovo disco a nome Alice In Chains mentre Layne marcisce sottoterra. Rimango in attesa di elaborare improperi vari e invece rimango fermo ipnotizzato. Il commesso che conosco da tempo nota il mio stand-by e passandomi alle spalle butta lì un “guarda che è un album che merita… sentitelo”. Passo il resto del pomeriggio nel negozio con le cuffie ad ammettere che si, merita eccome, Jerry ha scritto l’album che sarebbe dovuto uscire nel 97-98 se solo non… etc etc.
Questa serata prende forma il pomeriggio del 10 giugno 2010 a poche ore dal concerto degli Alice in Chains all’Atlantico di Roma quando varco l’ingresso del negozio delle prevendite live sotto casa mia. Ci vado e vediamo. Forse non sarà uno sbaglio.
Entro nella sala contemporaneamente a loro sul palco e parte It Ain’t Like That. Il locale non è pieno, lo è il giusto e lasciatemi dire che c’è chi ci doveva essere, nessun avventore inutile, c’era chi per un certo periodo di tempo si è fatto lacerare l’anima dalla loro musica e dai loro testi ed è stato privato di questo rito collettivo.
Non è stato il live degli Alice In Chains. E’ stato il live del popolo degli Alice In Chains. E non ho cose migliori da offrire per confutare questo che dirvi sudore, lacrime, sorrisi, entusiasmo e la voglia di gridare all’unisono
If. I. Would. Could. You?
giorgiop said:
sì ma: I Pixies?
Il Primavera? :D
Anonimo said:
Ho scritto di cuore. Cioè il Primavera quest’anno è stato fico come al solito ma non ha più molto senso un post… Sui Pixies invece qualcosa vorrei dire. Perchè ho avuto un’impressione che a quanto pare non ha avuto riscontro nei commenti post concerto.
pistakulfi said:
Vabbè… ero io :D