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Ho letto il post di Margherita una ventina di volte. Alcuni estratti anche trenta, ho girato e rigirato le parole per trovare un alibi ad un reato di cui mi sono sempre macchiato (se per sempre vogliamo intendere un periodo di una ventina d’anni) per capire poi che non c’era alibi. Perchè non c’era reato.
Avere 23 anni oggi è dura, durissima, soprattutto per chi da sè si aspetta un livello di vita dignitosa, almeno che non vada contro i propri principi di vita, di moralità. Averli 12 anni fa era quasi lo stesso. Quasi perchè tra oggi e 12 anni fa cambia l’isolazionismo dell’oggi e la socialità sessantottina del fu. Perché oggi é sì tutto un po’ più pratico e facile, più breve nel tragitto tra idea e traduzione in risultato, ma 12 anni fa pur sentendoti vecchio, allo stesso modo c’era il gusto della scoperta a carissimo prezzo (e incerta) da lasciarti lì a volte a sentirti l’Indiana Jones di te stesso. Fermo anche in mezzo a un cataclisma.
Io ero fuori dall’Hotel Raphael a sventolare le mille lire e io ho preso le sassate dagli autonomi e me le sono giurate con quelli della FIGC nelle occupazioni di scuola a 18 anni. Trovarmi a 23 con la fidanzatina, le polo e l’università dei figli di papà (fuori corso anche in questo) mi faceva sentire allo stesso tempo un vecchio traditore di me stesso. Uno che su quello che era ci stava sputando ogni mattina ogni volta che apriva bocca e si riempiva la mente di Keynes e zero couponb bond.
Prendevo la laurea in quanto di più lontano dalla poesia e i presupposti di una vita che volevo fosse tutta una lotta, contro la famiglia, il sistema, contro tutto, anche contro me e i miei principi avessi mai finito l’elenco dei miei nemici.
Mi sentivo come Noel Gallagher e la sua chitarra, sentivo i Nirvana e i Pearl Jam. Quando leggevo “drop the leash we are young” ci credevo veramente a sovvertire tutto e a pagare il pezzo più grande.
Ecco, la chitarra di Noel Gallagher è un segno di qualcosa che nel tempo è cambiata, e come la teneva lui un mio approccio alla vita. Da una vita passata da semplici accordi, pochi ma giusti, suonati con compostezza e rudezza come chi non ha bisogno delle lezioni di nessuno le cose si sono complicate qualche abbozzo di assolo qui, qualche effetto là, un capello un po’ più lungo e un atteggiamento più guascone fino a volte a cambiare la Supernova per che ne so, una Fender Jaguar. Provare a tornare ad essere i Nirvana a trent’anni, per capire praticamente subito che quel genere di vita lì, era finita e che non aveva più un senso portarla avanti.
Suona triste lo so, ma a 35 so che a 23 per forza si dice che i compromessi sono quanto di più contrario alla propria esistenza, quanto di più lontano dalle proprie aspirazioni. Dicevo che avrei portato sempre i capelli come volevo e che non avrei mai messo una giacca e una cravatta.
Ora vado a volte a lavoro in giacca e cravatta e come trasgressione ci metto le Vans sotto. Il mio tocco da 19enne che non si faceva problemi ad essere sospeso e che oggi, lo so, sembra ridicolo.
Ma questo io posso.
E non è un senso remissivo o disilluso. Io ci credo ancora, io non ho mai smesso di crederci che tutto questo un giorno lo considererò inutile. La depressione, i tradimenti, la tristezza e i dolori, l’analisi e la fine del tunnel.
Forse.
Perchè questo ho imparato dalla vita, in questi 12 anni, che purtroppo dall’assolutismo si deve prendere in considerazione il “forsismo”, l’idea di incertezza, sul lavoro, i sentimenti, la casa, la vita la famiglia. Tutto.
Niente è per sempre, niente è purtroppo per sempre.
E io dico a te Margherita, che avessi avuto 23 anni avrei scritto qualcosa dai contenuti simili ai tuoi (lo stile ovviamente sarebbe stato carente rispetto al tuo) e leggendoli oggi, ci ho creduto come fosse ieri.
Ma è l’incertezza che fotte tutto, questo forse lo sai già, l’incertezza che spinge a smottarsi come fossi i sanpietrini a roma sotto gli autobus. Si lisciano sempre di più e si spostano di frazioni di centimetri ma sono sempre lì.
Loro e i loro bambini se ne vorranno avere. Io, per dire, sono uno di quelli che mettevi davanti al piatto quella parola e diceva “no grazie, passo”, ora, sia come sia, vada come vada, è una necessità. Il mio battere i pugni sul tavolo per reclamare qualcosa di decente per me. Senza pensare a tradimenti di quel me. Ora sono così e non sono mai più stato uguale a me stesso, tolti i miei principi.
E non avevo nonni che mi facevano discorsi profondi, erano gente semplice e mio nonno copiava le risposte della Settimana Enigmistica dall’enciclopedia. Sapevamo tutti che lo faceva eppure continuava ad aprirla di nascosto da noi.
Ecco io un’enciclopedia non ce l’ho sottomano eppure sento che alla fine, farcela è solo una questione di aspettare che tutti siano in un’altra stanza.