12 anni fa per pagarmi gli studi ho lavorato come standista al bioparco di Roma. Ad oggi rimane una delle cose più sensate fatte, anche dopo una laurea anche dopo un lavoro a tempo indeterminato.
Pizzette, caffè panini e gelati per due settimane e dieci ore al giorno erano e sono ad oggi la cosa più umana e sensate che credevo di avere fatto.
Domenica ho servito ai tavoli.
No, non ho cambiato lavoro, no, non mi sono licenziato, semplicemente ho fatto una di quelle cose che si fanno quando ti porta il cuore. E tra quelle c’è il servire ai tavoli.
Può essere criptica come cosa ma spiegarla (ed è facilmente intuibile) non ha senso, importanza o quello che è.
Mettersi il grembiule nero e riuscirsi a fare il fiocco alla cieca, dietro, già era sembrata una piccola conquista, iniziare a servire ai tavoli, prima gli affettati in piattoni grandi e tondi portati due per volta (facendo attenzione a non toccare le cose nel piatto – provateci col pollice e con un piatto colmo) poi le frittele di fiori di zucca e poi di farina di castagne è oltre la conquista, diventa un tetris per dove mettere i piatti su un tavolo quando è praticamente pieno, cercando e trovando (a volte) la compiacenza di qualcuno che mangia e ti fa spazio. In cucina preparano qualche frittella anche per te, le prendi in mano e ci spruzzi al volo il sale, pulisci le mani fronte e retro sul grembiule, con un fazzoletto che hai nella tasca davanti la bocca e rientri in sala dove guardi se piatti da portata sono vuoti e da liberare. C’è chi ti chiede una bottiglia di naturale, chi se gli apri una bottiglia di bianco o di rosso. Ti sorridono tutti e ti rendi conto che quando sei tu al posto loro al cameriere non fai caso. Ora capisci cosa vuol dire.
Metti i piatti fondi dopo avere tolto quelli da antipasto e porti per ogni tavola due enormi piattoni tondi pieni i ravioli ricotta e spinaci con sugo al ragù. Ne preparano un piatto per te e insistono quasi che tu lo finisca prima di andare in sala. Ne metti in bocca due per assaggiarli e torni di là. Preso da quel qualcosa di nuovo che ti tira avanti. Giri per i tavoli, controlli le acque, ringrazi che ci siano tavoli che appena finito di mangiare impilano i piatti sporchi così non devi girare intorno.
Fai caso quando li levi se c’è qualche indumento intorno che può sporcarsi e se vedi una forchetta che penzola dici “non cadere perdio non cadere” e ti senti come Houdini se riesci a tenerla dritta e tutti incolumi, vestiti e tovaglie.
I piatti li porti al lavabo, prima li svuoti poi li lasci dentro.
In cucina hanno messo su i Belle and Sebastian e capisci che tutto questo, che é il parlare di musica, lo spararsi le pose, i concerti e l’onniscenza ventilata, reiterata che rende sto mondo qua, un mondo di sciovinisti, sono cose di cui non ti fotte veramente un cazzo.
Prenderesti a calci quel registratore e diresti “ho altro da fare ora, recensisci questo” eppure lo lasci suonare per assaggiare la lontananza dei due mondi.
Porti i secondi, cosciotto d’agnello, arrosti e una tagliata su un letto di rucola. Ti sembra di “sapere vivere” perchè porti dei piatti e non fai casini, ti senti un giusto, per come fai le cose e ad oggi passaggio tra le porte con i piatti in mano ti senti pronto, pronto non sai cosa ma pronto. Anche a farlo per tutta la vita. Alzi l’assicella e pensi che tutto questo sia più reale, più concreto e infinitamente più vero di un mondo fatto di bilanci, blog ed mp3.
Porti anche le patate, nel piatto che lasciano in cucina volano le mani, con leggerezza e una sana avidità, come dei bambini che infilano le mani nelle boule delle caramelle. Osservi la cosa, ci pensi un secondo e ri-voli di là. Il dolce è una sfoglia con crema chantilly e frutta, tutto fatto a mano, tutto sotto i miei occhi, con la cura certosina di uno scultore che incava riempie e modella con mirtilli e zucchero a velo. Mentre succede questo con le mani spolpi due cosciotti d’abbacchio e li dividi con chi è all’opera. è tutto naturale, cosí naturale. Ed é tutto così lontano, il resto, dico.
La gente sorride, un tavolo brinda con spumante e in fondo al cuore essere arrivato in fondo é un palloncino pieno d’acqua che sta per esplodere perchè il tuo ritorno alla futilità, all’inconcludenza è dietro l’angolo.
Sono passate quasi 3 ore e mezza e la doccia è l’unica cosa che separa te dall’essere una persona completamente felice.