If you never had the chance, sing hallelujah

Non succedeva da un sacco di tempo che mi innamorassi di un disco ‘cattivo’ reperito e ascoltato così a scatola chiusa, senza un parere di amici o recensioni, levando ogni instabile pregiudizio costruito sulla base ‘della continua ricerca della perfetta melodia priva di urla o crisi di ogni tipo’. Ora invece appena parte quel battito di mani di And Now It’s Happening In Mine sale quella sicurezza che sovviene ogni volta che metti su un disco che conosci a memoria e cerchi la certezza di quella traccia numero uno che hai già ascoltato centomila volte ma che non ti stuferà mai. Più o meno la stessa cosa che accade con Daisy dei Brand New e la puntina del vinile che urla disperatamente o per qualsiasi canzone del periodo -core dei Poison The Well.

To The Beat Of A Dead Horse è la mia linea di partenza per il ciclico ritorno di fiamma verso certe sonorità cattive, con il pregio di poter arrivare al traguardo facendo bottino di novità – in questo caso tutto il rooster della No Sleep Records, una vera chicca di label che porterà gli Amoré assieme ai compagni La Dispute a quaranta minuti da casa mia a luglio, occasione che non mi lascerò perdere certamente -, sudato e felice.
Il disco dei Touché Amoré mi ha fatto tornare sia la passione per gli uptempo che la voglia di rimettermi a fare quel minimo minimissimo di attività sportiva saltuaria, così potendo unire le due cose e poter correre nelle zone adiacenti al mio umile appartamento ferrarese con queste parole urlate nelle orecchie:

I’m losing sleep.
I’m losing friends.
I’ve got a love/hate/love with the city I’m in.

Posso benissimo dire che è un ottimo disco da corsetta, senza esagerare con i tempi e i kilometri. Mi basta giusto percorrere per intero qualche via e arrivare fino ad una delle due ipercoop che divide la parte di città con l’inizio della periferia campagnola (semicit.) con delle urla sparate nelle orecchie, sentendomi dire che Ian Curtis e Morrisey possono dare una mano ma che niente può shockarci ora. O ancora meglio, sentire la voce di Geoff Rickley dei Thursday salire in History Reshits Itself e tutto quel muro di chitarre che sembra non infrangersi mai dare la botta adatta a tornare indietro affaticati. Un disco da ascoltare col fiatone e la decisione di prendere in mano una giornata di sole e lasciare la pigrizia davanti al computer – ma non succede così spesso, purtroppo.

Sono estremamente di parte ma non sentivo davvero un disco del genere forse dalla prima volta che ho ascoltato i Glassjaw o quando ho visto i From Autumn To Ashes seicento anni fa. Chissà quanto dureranno ancora nelle classifiche di last.fm? Spero il più possibile, magari il disco nuovo (data d’uscita 7 giugno, Ed Rose dietro al mixer – qua il video in anteprima) sarà meglio o almeno al pari di questo del 2009 che sto letteralmente consumando. Di certo sono felice di aver riabbracciato un sacco di cose lasciate a prendere la polvere e sì, prendetelo come un consiglio, merita eccome.

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