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Nonostante il villaggio globale e il cyberspazio, dove un tizio si può definire “no land’s man” con cognizione di causa, i francesi continuano a francesizzare tutto. Così computer diventa ordinateur e link diventa lien.
I Les Liens Invisibles, al secolo Gionatan Quintini e Clemente Pestelli, in quanto persone fisiche un luogo ce l’hanno (Firenze), ma la loro creatura, attiva dal 2007, non vive che sulla rete.
Il nome d’arte che hanno scelto, ma visto il caso forse dovremmo dire nickname, non è casuale; nel descriversi utilizzano i termini di “duo artistico immaginario”, un po’ forse per provocazione verso il sistema artistico non ancora pronto all’eliminazione totale della forma, del contenuto e anche dell’autore (poetica dei fluxisti, missione dei concettualisti), un po’ per autoconsapevolezza: conoscono il limite che separa la persona fisica dall’informazione pura. Avendo coscienza di qualcosa si acquistano il diritti di rielaborarlo soggettivamente: e così questi net.artists si muovono sul confine, fanno di esso il fil rouge fra i loro lavori, e ci giocano come cani che inseguono le macchine con l’unica differenza che, una volta raggiunte, sanno cosa farsene.
Gli si chiedesse quale superpotere vorrebbero avere non risponderebbero certo con quello di cui già godono: direbbero “il nostro profilo Facebook è un Mantello dell’Invisibilità lucidato per gli ospiti. E Susan Storm è su Facebook”. O almeno, questo è quello che mi piace immaginare.
I Les Liens Invisibles ci parlano delle connessioni imperscrutabili fra arte e vita, fra vita reale e vita virtuale, arte reale e arte virtuale. Hanno scelto di utilizzare come mezzo la rete, e questo di certo non giova al loro portafoglio, ma li aiuta a comunicare la loro personale Weltanschauung raggiungendo “visibilità globale dei media”1, cosa necessaria quando si utilizza un mezzo – un sito web, perché alla fine è di quello che si parla – che non è che una parte di uno spazio immaginario quindi potenzialmente infinito come la rete.

Les Liens Invisibles, Google is not the map (screenshot), 2008

Volendo parlare delle influenze e dei riferimenti culturali della loro opera possiamo tranquillamente ricondurli ad una Pop Art aggiornata al 2.0 i cui oggetti sono rielaborati attraverso un’altra tecnica tipica dell’arte e della musica, l’appropriazione (vedi postproduzione, vedi postmodernismo, vedi qualsiasi altra cosa post- vi venga in mente), la corrente di arte cosiddetta relazionale degli ultimi vent’anni; mentre i loro lavori visuali percorrono la via di un concettualismo finalmente divertente che mi ricorda quella di Gino De Dominicis.
Di seppukoo.com (2009) se ne è parlato pressoché ovunque2: lavoro che gli è costato non poche controversie legali, è un parassita che utilizza Facebook come piattaforma da cui commettere il suicidio della propria identità virtuale sul social-network stesso. A fake is a fake (2008) consente di pubblicare false notizie e articoli usando layout copiati di sana pianta dai siti di informazione più autorevoli fra cui quello del New York Times, del Corriere, della Repubblica (ho detto autorevoli? Nevermind), dell’Osservatore Romano (!!!). È facile quanto selezionare il tema per il proprio blog, promette un alto livello di potenziale divertimento e relazionalità mentre concorre alla missione degli artisti di confondere le carte in tavola dell’informazione ufficiale, un po’ come fa The Onion ma con uno statement artistico al vetriolo, forse con la FightClubistica utopia di una rinascita dopo la totale anarchia dell’informazione pura. Tra gli altri progetti, tutti comunque degni di nota e fighi quanto intelligenti, spiccano su tutti Google is not the map (2008), un sito che utilizza Google Maps per prendersi gioco delle rigide regole della cartografia come rappresentazione geometrica del mondo, rispondendo con una personale (quanto astratta) percezione, gli interventi perpetui come il loro Twitter (“silence is golden”) e il complesso The Invisible Pink Unicorn, di quest’anno, a cui forse dedicherò un post più in là.
Se tutto andrà bene verso settembre curerò una mostra collettiva per cui loro sono stati tra i primi artisti che ho avuto l’onore di contattare e insomma, se dovessi decidere i giovani italiani su cui puntare le mie dieci lire sono loro. Come ha detto molto intelligentemente uno dei maggiori esperti di net.art in Italia, Domenico Quaranta, nel bellissimo libro In Your Computer (scaricabarile gratuitamente qui), “l’arte è la prima a riconoscere un cambiamento e l’ultima a cambiare”; ecco, essendo forse troppo presto per parlare di vere rivoluzioni, speriamo almeno che ci si muova a riconoscere le opportunità che Internet ci sta dando, anche grazie a Les Liens Invisibles.

1In grassetto nella loro bio online non perché gli piaccia far vedere quanto che ce l’hanno più grosso degli altri ma perché, e soprattutto in questo caso, è ora di ammetterlo: un vero artista vuole raggiungere un più ampio pubblico possibile (poi sta a lui decidere se accettare compromessi pur di piacere oppure no).
2Qui potete trovare un’intervista agli artisti concessa per la puntata di Report del 10 aprile di quest’anno, con tema Facebook.

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L’autore: unavoceacaso è Mattia, che esce a Varese nell’anno in cui nasce Loveless. A chi gli chiede cosa studia non sa rispondere con certezza, ma sa avere a che fare con l’arte contemporanea. Apprezza molte cose post- essenzialmente perché è una persona noiosa. Autonominatosi fan numero uno di junkiepop.com, passa ora dall’altra parte per annoiare su larga scala. Ha molteplici identità virtuali.