Cominciare a scrivere di questo argomento è difficile.
Difficile perchè tutti i pensieri che gli ruotano intorno si rincorrono come seggiolini della giostra delle catene (che poi è il calcinculo): nessuno è il primo, nessuno è l’ultimo, ogni tanto uno spinge più in alto ma poi ritorna sempre in mezzo agli altri. E si ricomincia.
Al massimo si vince un altro giro, poi si ritorna sempre lì.
Una delle definizioni del calcio che più piace ai giornalisti sportivi che si danno un tono è ‘rito laico’.
Io, che sono Carletto e la faccio nel letto, penso che effettivamente di laico non ci sia proprio nulla.
Questo sport è una fede.
Siccome sono anche un marxista convinto, a proposito di Carletto, penso che senza la religione dello sport – passatemi l’esagerazione – si starebbe abbastanza bene.
Accadono però fatti tristi, per alcuni addirittura disgrazie, che permettono al fedele di vedere l’altare da un’altra angolazione, sbirciando dentro la sagrestia. E a quel punto, se gli amanti di questo sport non fossero dei fedeli disposti a credere a priori, la chiesa crollerebbe con buona pace di tutti.
Eppure sono sempre tutti lì, siamo sempre tutti lì.
Alla fine degli anni ’70 in Italia non era ancora possibile scommettere con quota fissa (cioè come si fa ora alla Snai) sulla maggior parte degli eventi sportivi, nonostante lo Stato italiano possedesse dal 1948 la riserva legislativa per regolare tutte le attività dei giochi a pronostico.
Le scommesse ippiche erano, in sostanza, le uniche legali. Questo perchè in maniera illegale si scommetteva pesantemente sulle corse dei cavalli, tenendo così in vita le bische, pittoresche, rischiose, e domicilio dei giochi di azzardo, che in Italia erano e sono vietati dalla Tabella dei giochi proibiti.
Verrebbe da domandarsi perchè le scommesse sportive, in senso più esteso, non siano state regolate già dal secondo dopoguerra. Dal 1946 esisteva già il Totocalcio – la schedina -, che però come intenzioni e come speranze, per chi lo giocava, si avvicinava molto ad una lotteria: puntate minime con il rischio di una grande vincita.
Considerazione personale: a conclusione di una guerra, con un paese da ricostruire, il governo italiano – credo giustamente – pensò non ci fosse un grande rischio di spese sconsiderate in giochi d’azzardo da parte dei cittadini. Venne addirittura fatto chiudere il casinò di San Marino nel ’53, tenendo aperti solo quelli di confine per impedire che gli italiani più viziosi finissero a giocare nei paesi limitrofi, tenendo quindi tutto il denaro in Italia.
In sostanza: se proprio non ce la fate, almeno buttatelo – il denaro – a casa nostra.
Ma l’italiano si sente sempre furbo, più furbo di tutti. Anche in questo caso siamo sul calcinculo: nessuno più furbo di un altro e siamo tutti fessi (ritornello per una canzone di Jannacci).
Il totonero, le scommesse clandestine sul calcio, sono cominciate proprio per eccesso di confidenza, per un senso di onnipotenza dei furbi, quello che poi ha fatto da collante tra il mondo del calcio e quello della criminalità organizzata, di qualsiasi dimensione essa sia.
Il picchetto – soprannome del totonero che può capire solo chi ha fatto il militare – era il modo perfetto per riciclare il denaro sporco: un tizio scommette con me, se perde mi prendo i suoi soldi, se vince lo pago con i soldi di una rapina.
La struttura che teneva in piedi le scommesse – la classica piramide di cui non si trova mai il vertice e che tanto ricorda ogni mistero politico italiano – permetteva a tutti, tranne agli scommettitori, di arricchirsi.
Un esempio.
Un presunto capo – un barone – decide le quotazioni dei risultati di un avvenimento sportivo, e consegna le suddette quote ad un ragazzo, diciamo un piccolo deliquente.
Poniamo che si scommetta su una partita di briscola tra Luca e Giorgio.
Il barone darà al ragazzo una percentuale delle scommesse che lui gli procurerà.
Il piccolo delinquente non andrà in giro a diffondere la notizia, ma avvertirà della quotazione dell’incontro di briscola un suo sottoposto o un conoscente. Questo conoscente prenderà una percentuale sulla percentuale del piccolo delinquente, una cifra quindi irrisoria, e penserà ad un metodo per rimediare un piccolo bonus.
La vittoria di Luca è quotata due volte la posta, mentre quella di Giorgio tre volte la posta.
Il conoscente ridurrà leggermente tutto, Luca una volta e mezza la quota e Giorgio due volte. In questo modo guadagnerà automaticamente sulla vittoria degli scommettitori vincenti, senza spendere denaro proprio.
Se vincerà Luca, guadagnerà 1/4 della vincita, se vincerà Giorgio 1/3.
Io l’ho ridotta a quattro persone – barone, delinquente e sottoposto nella piramide, scommettitore fuori dal meccanismo – ma non è detto che i passaggi siano così pochi. L’unica certezza è l’illegalità di tutta la manovra, compresa la partecipazione dello scommettitore.
Nessuno è dentro la legge. Tutti si sentono estremamente furbi.
Si arriva al 1980, con alle spalle un paio di anni di indagini sul totonero, più o meno da quando è esistito in maniera organica. Indagini che non avevano portato a galla nulla, perchè non si usavano i cellulari, perchè non si intercettavano le telefonate, perchè si pagava in contanti e non c’era, quindi, nessuna traccia tangibile.
Sarebbe andato avanti per anni, tecnologia permettendo.
Il sistema del totonero è saltato quando una delle persone nella piramide è diventata anche scommettittrice con propri soldi, quando i conoscenti si sono sentiti talmente furbi da pensare di poter fare il colpo grosso e raggirare i baroni, quando i nostri finti giocatori di briscola – Luca e Giorgio – hanno cominciato a scommettere su loro stessi.
Ognuno convinto di essere più furbo dell’altro.
[continua]
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