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L’illegalità delle scommesse effettuate calciatori è un concetto primitivo.
Sportivamente, questo reato è punito con una sospensione di 18 mesi. Significa che, in caso di accertate puntate, non c’è da discutere: non si può fare per legge. Si ragiona solo su tipo ed entità della pena.

Questa perentorietà costrinse negli anni ’80, come ho già scritto, i calciatori ad utilizzare intermediari per piazzare una qualsiasi scommessa.
E l’intermediario è da sempre un problema quando si parla di soldi: finisce con il prendere percentuali di denaro che non gli spettano (come Emilio Fede), finisce con il pulire denaro sporco (come Claudio Scajola) o appropriandosene direttamente (come Silvio Berlusconi).

Nello scandalo degli anni ’80, l’intermediario si faceva carico anche delle puntate dei calciatori, che scommettevano sulla base di pronostici personali – inizialmente – e non su accordi sottotraccia con altri colleghi.
Nel caso, piuttosto frequente, di mancate vincite, l’intermediario si indebitava al punto di dover ricorrere agli usurai per avere fondi a disposizione per tentare un recupero del denaro già perso.
Si vince, si perde ma senza partite taroccate non si guadagna nulla: è sempre e solo una corsa per salvare il salvabile.
E quando gli usurai e i delinquenti di professione cominciano a farsi insistenti nel recupero dei soldi prestati, le partite devono cominciare ad essere ‘apparecchiate’, altrimenti si va a fondo tutti.

Nell’inchiesta attuale, invece, la figura dell’intermediario sembra sparita, perchè grazie ad internet e ai siti di scommesse esteri, tutti sono in grado di scommettere direttamente, e soprattutto scommettere – in sè – non è più un reato.

Sia negli anni ’80 sia oggi ci sono partite combinate ma sono molto molto meno frequenti di quello che si scrive e si dice.
L’errore è proporzionare la pena alla quantità dei reati, senza punire severamente i tentativi di reati sportivi e la millanteria di chi finge di avere in mano certi incontri sportivi.

Le partite diventano truccate solo ed esclusivamente se i calciatori si vendono o se vengono costretti a farlo.
Le sole scommesse non provano quindi nessuna alterazione dei risultati.
Inoltre le cifre di denaro che girano intorno alle scommesse sulle partite di calcio che possono sembrare organizzate, sono talmente basse da non permettere di comprare partite a meno che i calciatori stessi non partecipino alla scommessa, e quindi possano guadagnare sull’eventuale vincita economica.
Ho già detto che corrompere chi ha un ingaggio molto alto o chi lotta per traguardi importanti è economicamente quasi impossibile, perchè dovrebbero essere corrotti con cifre irrecuperabili senza destare sospetti.

La sicurezza del risultato non c’è e non c’era mai, a meno di avere la certezza che uno dei giocatori compiacenti avesse scommesso di tasca propria del denaro. Quella è l’assicurazione, unica e affidabile, per chi prova a combinare una partita: il corrotto scommette di tasca propria.
Ma questa evenienza è veramente rara.
Negli anni ’80 il sistema crollò proprio a causa delle mancate vincite e delle conseguenti perdite, e aggiungerò che oggi – di 18 partite incriminate – solo in 5 casi la combine è stata efficace.

So di essere ripetitivo ma l’idea di questo racconto è quello di raccontare quello che succede senza la patina romanzata che va di moda quando si parla di criminali italiani.

Oggi, più di allora e di tempi lontani, il calcio finisce con il mescolarsi con la criminalità, con la strada, con chi è abituato a cercare scorciatoie per il denaro e per il successo. Non è più la storia del calciatore che vuole arricchirsi di più e fa una bravata ma diventa la storia dell’uomo di sport che scende a patti con il deliquente e ne diventa socio e vittima.

A conclusione:
- chi scommette, e non fa il calciatore o il dirigente, non vince mai. Quando vince, recupera soldi che ha già speso, rimettendoci comunque; quando vince s’illude d’aver trovato il modo per fare soldi facili e riprende a scommettere
- i calciatori ci guadagnano sempre, ora come negli anni ’80; guadagnano i soldi di partite che fingono di truccare, guadagnano su eventuali vittorie di puntate (fatte da altri, con soldi di altri, su partite non combinate), guadagnano quella volta che decidono di truccare un incontro e scommettono di tasca propria, guadagnano perchè sono pagati per giocare a calcio
- i dirigenti coinvolti guadagnano due volte, in tasca e in classifica
- chi presta i soldi con prestiti illegali, è evidente, prima o poi, con metodi leciti o no, riprende il proprio denaro e ha una reputazione che non può essere macchiata, perchè sporca in partenza.

Questo sport, dagli anni ’20, è vittima di questi affari. Non scopriamo niente oggi, come non avevamo scoperto nulla trenta anni fa.

La bravura di chi lavora all’interno dell’ambiente calcistico è la stessa di Jules Verne quando riesce a farci immedesimare in Phileas Fogg, la stessa di Bastiano mentre legge La storia infinita.
Tutto è raccontato a dovere, con l’illusione perenne che sia lo sport più democratico del mondo, quello in cui il riscatto sociale del povero sia realmente possibile, quello in cui le favole possono davvero realizzarsi.
Ma è già una favola lo sport stesso, è già un mondo fantastico, quasi come quello di Ende.

Gli unici che sanno realmente ciò che succede sono quelli che s’infilano gli scarpini e quelli che mettono i soldi per comprarli.
Quello che succede all’interno dello spogliatoio è sempre un mistero, nessun profano lo conosce.
Eppure siamo abituati a parlarne senza cognizione, a dire la nostra opinione come se fosse una verità di fede.

Io apprezzo come poche cose al mondo – in ambito sportivo – l’onestà del wresting televisivo. 
E’ una fandonia, è una bugia, pieno di personaggi che fanno finta. Ma nessuno ha il fegato di dire “Signori, è tutto vero”. E chi lo guarda, chi supporta, quando si ritrova al bar a parlare di chi vincerebbe tra Hulk Hogan e The Ultimate Warrior, sa benissimo che è come chiedersi chi vincerebbe nelle lotte tra i supereroi dei fumetti.

E quando finisce lo spettacolo, quando finiscono le chiacchiere e la passione, non si finisce all’ospedale o in questura.

Forse ci sarà da scrivere ancora. tra qualche giorno.
Come chiosa momentanea vorrei dire che il Chievo rischia di subire una squalifica per colpa di Stefano Bettarini, tesserato l’anno scorso per “eventuali future operazioni d’immagine”.
Lungimiranti.