Dowsing – It’s Still Pretty Terrible

Io sono un romanticone, uno di quelli che davanti all’occasione di tardare dieci minuti per stare in macchina ad ascoltare una determinata canzone, anche se è tipo notte, lo fa volentieri. Tanto dieci minuti una volta che sono le sei del sabato mattino non cambiano più nulla, poi vale la pena di aspettare l’alba, no? Insomma, credo ancora al potere delle circostanze e del contesto in cui si inseriscono le cose, volontariamente o meno, per virtù o necessità di ascolto davanti a dischi troppo simili fra loro (forse) e (sicuramente) asintoticamente vicini ad un modello preciso che ci piace ritrovare con delle varianti (e per ci piace intendo molto). Ecco sì, il contorno delle cose mi interessa, e pure tanto. Mi frega anche del sole quando posso vederlo uscire da quella roba mezzo blu scuro e mezzo celeste che sta sopra le teste. Mi frega anche delle canzoni, soprattutto delle canzoni alle sei del mattino quando danno un senso in più e a loro volta hanno la possibilità di vivere la loro vita meglio del solito.

Cazzate, ma quel tipo di cazzate che danno una marcia in più alle piccole cose.

Il nuovo Dowsing è un bel disco di taglio Topshelf/No Sleep – anche se esce per Count Your Lucky Stars, ma è la stessa cosa, fortunatamente – sulla scia degli Anniversary e di quel finto cazzoneggiamento molto in voga al momento. È fatto di canzoni bellissime che ti accompagnano e in qualche momento ti fanno prendere tutto molto bene o molto male, che raccontano piccole storie più o meno senza una connessione apparente fra loro, ma con un mood omogeneo che fa da ponte fra i vari episodi. Ogni tanto viene da fare sì con la testa ad ascoltare quella determinata frase ritrovandocisi di tutto puntino, altre sono lasciate ad un’immaginazione che si fonda comunque su ipotesi e scenari che potrebbero di fatto essere reali (gioca un po’ sul what if come tutta la produzione del genere fa). È fatto di suoni senza pretese ma è pieno melodie gioiose che ben si incastrano nella dicotomia che li oppone ai testi amari. I ritornelli e quel pochino di tastiere in salsa Tigers Jaw sono una bella cosa compatta, fresca e potente. È un disco emo che, pur non essendo suonato del tutto in quel modo che lo infilerebbe nel girone del twinkle, va a braccetto con tutto il periodo di rinascita di quelle sonorità. Cresce bene con gli ascolti e soffia le candeline sopra un suono che si è consolidato sulle orbite navigate già dall’EP e dallo split con i Parker. Danno al popolo lo stesso tipo di brioches di ieri, più buone e più grandi – ma nemmeno troppo: It’s Still Pretty Terrible dura mezzoretta scarsa, ma è sufficiente per poterlo apprezzare e riappropriarsene ogni volta che se ne vuole, ché i dischi lunghi hanno un po’ rotto i maroni.

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