Indie Game: The Movie (o come il tipo che non vedevi mai uscire ha fatto quel ‘giochino’ che hai comprato dallo store della Ps3)

Apro una pagina a caso da Jpod e trovo ‘Sfida a Tetris stasera, 19.00. Piegatori Vs. Spezzatori’. È Douglas Coupland, quindi non so quanto possa sentirmi legittimato dall’ammettere che le uniche e poche cose di cui sono a conoscenza riguardo i personaggi che lavorano dentro ad una software house siano attendibili e realmente lo specchio di quanto succeda fra le quattro mura degli studi di game design, ma è tutto quello che so. Qualche giorno fa, in preda ad una curiosità nata dal ricordo di un vecchio rpg maker (mi sembra si chiamasse proprio così), dovuto dal continuo trovarmi di fronte a screenshot di gameboy e consolle varie a pochi bit su tumblr, ho recuperato Indie Game: The Movie, il documentario che al Sundance di quest’anno ha vinto il World Cinema Documentary Editing Award e ha messo sotto i riflettori del festival di pellicole indipendenti per eccellenza la vita dietro allo sviluppo di un videogame che sceglie di schierarsi nel fronte dell’auto produzione.

Il fattore di maggiore rilevanza, a livello di produzione, è l’ormai noto metodo di finanziamento Kickstarter, che in un colpo solo ha fatto fruttare a Lisanne Pajot e James Swirsky, le menti dietro a questo progetto, un sacco di soldi che gli hanno reso possibile l’accumularsi di materiale per un totale di quasi trecento ore, cosa che però dall’altro lato della medaglia ha richiesto non poco tempo ed il consumo di tutti quei soldini che i giovani videogamers hanno sborsato sulla fiducia nel progetto – e dovuto nuovamente finanziare, dato che dopo aver finito l’ammontare del loro buon cuore i due sono dovuti ricorrere nuovamente a quella forma di sovvenzione per poter continuare a lavorare al documentario. Una volta conclusosi il tutto è stato effettuato un profondo lavoro di taglia e cuci che se da una parte ha obbligato i due a eliminare grosse parti e diversi nomi del indieverso dei videogame, dall’altra ha fatto sì che questo documentario trovasse il proprio punto di vista per parlare della realtà dei fatti che intendeva propriamente rappresentare. James e Lisanne sono riusciti a mostrare il lato più umano dietro agli occhiali a montatura spessa, a far vedere la tensione dei developer e farli parlare di cosa li ha spinti, cosa li ha ispirati e cosa hanno tirato fuori dal loro passato e presente per creare i tre videogiochi che fungono da punto di partenza per tutte le quasi due ore di durata del film.

Indie Game: The Movie è fondamentalmente un film che cerca di parlare di sogni, di un sottobosco di pixel fatti vivere da adulti che hanno sacrificato la loro vita sociale al verbo della programmazione e dell’immaginario nato grazie a Super Mario e andato, mano nella mano, di filato per gli anni successivi, ma mai propagatosi nei videogames di nuova generazione. I protagonisti sono quattro sviluppatori con le loro personalità e problemi: c’è Phil Fish che dopo aver letteralmente mandato a quel paese un finanziamento datogli dallo stato del Canada rimane da solo contro le tendenze suicide, i gestacci (epocale momento in cui lui fa il gesto dell’ombrello ai normali curiosi che sul suo sito domandano che fine avesse fatto) e l’insicurezza cronica, che lo porta ad impiegare quattro anni per creare Fez, gioco il cui protagonista in 2D scopre un mondo in 3D che agli occhi del gamer verrà rappresentato con il meccanismo i rotazione di 90° dello schermo; ci sono poi Edmund MacMillen e Tommy Refenes – precisamente un ibrido fra Comic Book Guy e un thrasher sovrappreso che indossa solo magliette dei Melvins e dei Sunn(((O) il primo e la versione malaticcia del protagonista del video di A Movie Script Ending il secondo – ed il loro Meat, blockbuster indie di cui viene raccontato la nascita e mostrata l’ansia che pervade i due mentre aspettano che lo store di X-Box li inserisca nella pagina principale della consolle; infine Jon Blow, la mente dietro Braid, a far la voce di quello che ce l’ha fatta, che si racconta un po’ e parla di entusiasmi ed insuccessi dietro ai suoi vent’anni passati a programmare e sopravvivere a quella che all’apparenza non sembra essere proprio la più felice delle vite, escludendo i successi professionali.

Lisanne Pajot e James Swirsky hanno portato un documentario che forse non cerca il pubblico dei gamers di vecchia scuola, ma di sicuro fa contenti nostalgici e semplici fruitori del Sundance, grazie ad un taglio cinematografico composto da una buona fotografia, una colonna sonora adatta agli schermi su cui si propone (e la si può ascoltare qua) ed un contorno che appassiona anche il meno avvezzo ai videogiochi ‘di vecchio stampo’ con il report di una serie di storie che si intrecciano in qualche modo e che mostrano che c’è vita oltre (o forse ai piani, metaforicamente, più bassi) della sovrapproduzione tipica della new wave dell’industria videoludica, qualunque cosa questo possa significare

La critica ovviamente lo ha acclamato in ogni forma, con tanto di percentuale più che invidiabile del pomodorometro di Rotten Tomatoes.

Lo si può acquistare direttamente qui.



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