Elio e le Storie Tese. Complesso del primo maggio. Bentornati.
Pubblicato: aprile 14, 2013 Archiviato in: heroes, robe | Tags: a volte ritornano, balcone, ciao enzo, eelst, fare appartamento e cacca sul letto, forza panino, il complesso rom, pensa cosa ci avrebbe fatto feiez qui dentro, percussionisti ghanesi Lascia un commento »Ok, alla fine ne hanno già parlato tanti. Quasi tutti, per la verità. Tra twitter, facebook e blog vari il pezzo è stato postato, ripostato e pluripostato 1,21 gigowatt di volte. Ma tanto io sono un ritardatario cronico, quindi chi se ne frega.
Il fatto è che non ci speravo più. Avevo un po’ il sentore che fosse finita un’epoca. I pezzi di Sanremo? Carini, ma…Cordialmente? Sempre divertente, ma…Album Biango? Il titolo è bellissimo, ma…[dopo i "ma" pregasi inserire a scelta "non sono più quelli di una volta", "vuoi mettere John Holmes?", "sono snob", "preferivo il primo disco", "nemmeno il primo disco, preferivo il demo, ce l'ho in cassetta"].
E invece no. E’ uscito “Complesso del Primo Maggio”. E gli Elio e le Storie Tese hanno vinto tutto. Perché è bella. È piena zeppa di citazioni e son tornati anche i giochi di parole. È sincera. E fa ridere. Fa tanto ridere. Come non ne scrivevano da un pezzo, a dirla tutta. Poi magari ha ragione Colas e tra 20 giorni li ritroviamo sul palco in Piazza San Giovanni di fianco al Bisio di turno e allora via con i “predicano bene e razzolano male” eccetera eccetera. Che poi di storie sul rapporto tra gli elii e il primo maggio ce ne sarebbero non poche, a cominciare da più di 20 anni fa. Ma per questi 20 giorni va bene così. Anzi, va benissimo.
Top Film 2012 – ale-bu
Pubblicato: dicembre 24, 2012 Archiviato in: cinematic, Top 2012 | Tags: A simple life, Argo, bones brigade an autobiography, Diaz, hugo cabret, il post sale il 24 quindi AUGURI, Il sospetto, Laputa, Monsieur Lazhar, Moonrise Kigndom, romanzo di una strage, ruby sparks, safety not guaranteed, stavolta laputa lo scrivo facile che non trovo più il testo da copiare, tutti i santi giorni, Un sapore di ruggine e ossa Lascia un commento »Ok, appena ho chiuso il post sui dischi che mi sono piaciuti di più la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “mamma mia quanti dischi non ho ascoltato quest’anno”. Ora ho appena messo in ordine i miei 15 film 2012 e sto giusto giusto pensando “mamma mia quanti film non ho visto quest’anno”. A parte che sto cominciando a chiedermi che cazzo abbia fatto negli ultimi 12 mesi, questo è per dire che sarei pronto a fare una classifica dei film che ho perso. Ai primi 3 posti, sulla fiducia, ci sarebbero Amour, Skyfall e La parte degli angeli. Scusami Ken.

Ormai mi sono affezionato al numero 15. Per arrivare a 20 avrei dovuto aggiungere Edgar, e non mi pareva il caso.
Quest’anno scegliere la prima posizione è stato facilissimo. Quando sono uscito dal cinema dopo aver visto Moonrise Kingdom avevo gli occhi che brillavano. Ma brillavano davvero, come quelli di Ciclope quando toglie gli occhiali, senza però fare un casino ogni volta che giravo la testa. E’ la favola perfetta. Quella che alla fine dei titoli di coda ti nasconderesti sotto la sedia del cinema per stare dentro a rivederla di nascosto. Solo che era mezzanotte e il terzo spettacolo non c’era. Per cui ho dovuto rinunciare. Oltretutto, il mio pacchetto di M&M’s forse non sarebbe bastato per me e Chiara fino al pomeriggio successivo.
Laputa (il titolo in giapponese mi piaceva troppo per non scriverlo) vince il premio paraculata 2012, degno erede di This is England dell’anno scorso. Stessa identica motivazione: è dell’86, l’avrò visto per la prima volta 10 anni fa, ma gli impicci della distribuzione italiana l’hanno portato al cinema solo adesso. Ed è bellissimo, con tutti i suoi rimandi a Conan. Tolto Totoro, che fa storia a sé, fa parte di quello che per me è il trittico perfetto di Miyazaki, con Nausicaa e Mononoke. Più della Città Incantata. Più di Kiki’s. Persino più Porco Rosso.
A completare il podio c’è A Simple Life, che in due parole è un film dove non succede niente. Ma davvero: proprio quasi niente. Però alla fine del film mi sembrava che fossero passati dieci minuti invece di due ore, e non mi ero nemmeno accorto della tempesta di zanzare che mi aveva martoriato durante il cinema all’aperto. Avevo il magone e i lucciconi che solo le storie belle ti regalano.
Passando a casaccio la classifica (che poi classifica non è, ma un ordine ce lo dovevo pur dare. Le foto a casaccio non riuscivo a metterle) Argo è una figata, nonostante gli addominali di Ben Affleck messi lì senza un perché a un certo punto. E John Goodman e Alan Arkin sono splendidi. Un sapore di ruggine e ossa e Monsieur Lazhar nascondono tanta bellezza dietro un muro di tristezza che metà ne basta. The Avengers dopo il primo X-Men è IL Marvel Movie. Diaz e Il sospetto mi hanno fatto arrabbiare e pensare tanto a quanto fa paura l’impotenza in certe situazioni. Lo stesso, anche se il film non è assolutamente così bello (però Favino parla un milanese sensato, al contrario di Kim Rossi Stuart in Vallanzasca), vale per Romanzo di una strage. Ma passare davanti a Piazza Fontana più o meno tutti i giorni ti fa sentire un po’ tua anche una storia che non hai vissuto direttamente (vecchio sto diventando vecchio, ma non così tanto). Fatto salvo che in realtà quella è un po’ una storia di tutti.
Per il resto, Tutti i santi giorni è una bella storia, surreale e reale al tempo stesso, quanto basta per fartene un po’ innamorare. Più in piccolo, lo stesso ragionamento vale per Safety Not Guaranteed (sorpresona in positivo) e Ruby Sparks. Infine Bones Brigade è un gran documentario, forse un po’ lunghetto (special modo se visto coi pinguini all’aperto durante il MFF), ma pieno di passione per quello che racconta. E i deliri di Rodney Mullen valgono da soli il prezzo del biglietto.
Ok, non dovrei avere dimenticato nessuno. Ah no, Hugo Cabret. E’ stato il primo film della mia vita che ho visto in 3D, scoprendo che è una tecnologia con un fondo di razzismo verso chi senza i propri occhiali non vede un’acca. Però ci sono gli orologiai, le stazioni e il racconto della magia del cinema sullo schermo del cinema. Mi ha anche fatto scoprire Georges Miélès (va ora in onda la prima puntata de “l’ammissione di ignoranza di ale-bu”, sceneggiato in 4 parti).
Per fare le cose fatte bene dovrei citare la delusione dell’anno. John Edgar, dove sei che tocca a te?
Battiato live in Monza | Che poi chi le ha mai viste le cavigliere del Katakali?
Pubblicato: luglio 24, 2012 Archiviato in: live, milestones | Tags: battiato, la grazie innaturale di nijinsky, perché io tifo monza e non andremo mai in serie A 4 Commenti »Quando ero piccolo, ancora a Morbegno, ricordo che sul mobile sopra la televisione era appoggiato un giradischi. Non che venisse usato un granché, in realtà. Però era lì, e se mia mamma non fosse stata una campionessa mondiale di pulizie probabilmente avrebbe avuto anche quell’affascinante velo di polvere che adesso nei negozi vintage ce lo mettono apposta. Col pennellino. Ad ogni modo, nonostante le casse rimanessero spesso mute, di fianco al giradischi c’era una piccola pila di dischi. Venti, venticinque vinili al massimo. Nulla di ricercato. Ma spulciandoli si potevano riconoscere tre punti fermi nei gusti musicali dei miei genitori. C’era una simpatia condivisa per il Celentano del periodo molleggiato. C’era una evidente “più che simpatia” da parte di mio papà per Mina. E poi, per quanto riguarda mia mamma, c’era un non nascosto debole per Battiato.
Per cui, in un certo senso, Battiato in casa mia c’è sempre stato. Ad essere onesto, però, non è che io lo divorassi. Ma quando mi capitava di mettere su una cassetta, facevo una gran fatica a toglierla. Mi ero anche appropriato della Live Collection che avevo regalato proprio a mia mamma quando si era comprata il lettore CD da tenere in cucina. Brutto gesto, col senno di poi. Era una passione malcelata. Come la carbonella alla fine della grigliata. Che magari non la caghi per mezz’ora, ti sembra spenta, ma poi ci appoggi sopra la mano per sbaglio e ti ci bruci comunque. Ecco, magari se fossi meno goffo non mi scotterei con la carbonella, ma su per giù la metafora dovrebbe essersi capita.
Dopo l’infatuazione giovanile, gli anni dell’università hanno portato un momento di distacco. Ma non era nemmeno colpa di Battiato. Era colpa di Sgalambro. Che quando studi filosofia e riconosci che il sogno di passare la vita con un bicchiere di brandy in mano – dico brandy perché fa figo, ma in realtà era braulio – a fissare l’orizzonte in vestaglia e a riflettere sulla natura umana è destinato a rimanere tale, beh, un po’ di antipatia per i filosofi di successo ti viene. Se poi lui neanche ha studiato – accademicamente parlando – e tu ti stai chiedendo per quale ragione al mondo dovresti sapere chi cazzo è Pietro Pomponazzi, te ne viene ancora di più. E allora cominci a dire che sì, vabbeh, ma che roba è Shock in my town? E poi siamo onesti, La cura è un po’ una paraculata. Facilotta.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Seeee, come no. Facilotta il cazzo.
Poi il moto di antipatia passa, a Sgalambro arrivi quasi a volergli bene, i testi non ti limiti ad ascoltarli ma li leggi e li rileggi, cercando sull’enciclopedia – wikipedia come facevamo senza di te? – chi era Nijinski. E grazie ai tuoi amici cominci a finire tante belle serate bevendo l’ultimo sul balcone della casa della serenità, a meno due, cantando Alexander Platz senza sapere quanto i vicini possano apprezzare. Ma tanto sono i vicini dei tuoi amici, mica i tuoi, e il pensiero ti passa. Allora ti viene da chiederti perché cavolo non ci sei mai andato ad un concerto di Battiato. E scopri che una ragione vera non c’è…una volta la pigrizia, una volta i biglietti finiti, una volta sempre gli stessi biglietti che costano troppo..insomma, spesso e volentieri non decidere è semplicemente più facile che decidere.
L’anno scorso, però, mentre suonava in Villa Reale a Monza e lo ascoltavo in lontananza dal ballatoio di casa mi sono detto: “la prossima volta non si scappa”. E invece quest’anno ho rischiato ancora. Per fortuna all’ultimissimo abbiamo deciso di andare. I nostri 4 biglietti li abbiamo trovati e sulle note di uno spettacolo dei Krisma al limite del surreale abbiamo fatto il nostro ingresso trionfale al Brianteo. Che non è la cornice della Villa ma mica possiamo star qui a fare gli schizzinosi. Mentre cercavamo il nostro posto mi sono cominciato a chiedere cosa mi sarei dovuto aspettare. Ok, c’è la filarmonica Toscanini con lui. Ma la scaletta? Come si fa a ipotizzare una scaletta potenzialmente infinita? E poi i pezzi…come saranno suonati da 35 archi? Shock in my town – e l’ultimo retaggio della mia antipatia sgalambriana – la farà comunque? Per forza? E poi altre 27 domande, che avevano sbagliato a numerare i posti e ci abbiamo impiegato mezz’ora a capire dove dovevamo sederci.
Poi però l’esercito di violinisti&co. è salito sul palco, seguito da un Battiato elegantissimo, in giacca e gilet, con tanto di cuffie, che si è seduto e ha attaccato Stati di Gioia. E tutti si sono zittiti. Tranne quella che si lamentava ogni volta che accendevamo una sigaretta. E poi Oceano di silenzio, Le sacre sinfonie del tempo e una bella Era d’estate di Sergio Endrigo (confesso, me l’ha detto Google via Aro). Sempre in silenzio. Inframezzate da dei minuscoli siparietti che ti fanno dire che alla fine Battiato è anche un burlone. E tollera poco le zanzare.
Poi è arrivata La stagione dell’amore (per inciso, uno dei videoclip più brutti&belli allo stesso tempo di sempre), ed è come se avesse dato il via libera. L’hanno cantata in tanti, quasi tutti. Anche quella della lobby anti-tabagismo. Il resto sono state due ore e 28 momenti – nel senso che ha suonato 28 pezzi in due ore, non per 2 ore e 28 minuti – di “e adesso? e adesso cosa farà? me le farà Alexander Platz e la Prospettive Nevsky?”. Due ore di balletti di classe sul palco, con un paio di mosse che neanche la Marisa Laurito della mossa (cit. @writer_arbeiter). Due ore elegantissime. E cinque minuti di delirio collettivo su Voglio vederti danzare, con lo stadio in piedi a saltare che neanche a Monza – Pisa finale dei playoff per tornare in B.
E lui ha 67 anni e sta sul palco come un saggio che ti prende per mano e ti accompagna durante il concerto. Si emoziona quando canta. Non si nega e a un “Franco sei unico” risponde “Sono d’accordo”. Best quote award della serata. Mi ha emozionato anche La cura, riappacificandomi definitivamente con Sgalambro, che temevo facesse un po’ l’effetto Losing my religion al concerto dei REM (aka bella, bella, ma per una volta non potete saltarla e fare Find the River?) e alla fine ho anche avuto il 50% delle mie richieste soddisfatte. Cosa potevo chiedere di più? (ok, potevo chiedere il 100%, ma sono un morigerato e mi accontento)
Con Chiara, uscendo, riflettevamo sul fatto che in fondo è strano che Battiato abbia un successo così “popolare”. Insomma, non si può dire che sia un artista facile. Anzi, tutt’altro, soprattutto negli ultimi anni. Eppure di fianco a noi una signora sui 60, con gli occhi lucidi, ci confessava “la prima volta l’ho visto nel ’78. Era così diverso” con un misto di gioia e nostalgia. E alla fine una risposta mica ce la siamo data, perché ci siamo distratti andando a prendere una bottiglietta d’acqua a modici 2 euri al baracchino. Però magari ha semplicemente ragione la signora, che si emoziona ancora dopo 35 anni. Magari il segreto è tutto lì.
Poi ci siamo ri-distratti perché sulla via del ritorno 3 macchine (tre!!) si sono fermate a bordo strada, per chiederci cosa stesse succedendo allo stadio. Non erano già ferme. Hanno messo le 4 frecce, hanno accostato e tirato giù il finestrino. “Ueh ragazzi, ma cos’è che c’è al Brianteo? Cosa fa tutta quella gente?”. Per dire quanta mondanità si respiri normalmente da queste parti.
Il mio momento preferito del concerto. Anche se il video pare girato con la webcam. Per dovere di cronaca, Shock in my town alla fine l’ha fatta. ‘naggia!
Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – ale-bu 4/5
Pubblicato: giugno 6, 2012 Archiviato in: punk, rock, top ten, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: dieci canzoni degli anni 90, gambe di burro, green day, nofx, Pearl Jam, r.e.m., smashing pumpkins, Sottopressione, the get up kids, the muffs, the queers, Weezer 2 Commenti »Prima erano i pezzi che ascoltavo negli anni ’90. Dopo le canzoni più belle degli anni ’90. Poi ancora le canzoni degli anni ’90 a cui sono più legato anche se le ho scoperte dopo gli anni ’90. Quindi non ci ho capito più niente di come dovevo farlo, ho tagliato la testa al toro e ho scelto così come veniva tra tutti i miei CD, vinili e MP3. Che sono tanti, visto che ancora oggi la musica di quel decennio la fa da padrona nella mia libreria. Però le cassette non le ho guardate, quindi sicuramente avrò mancato qualcosa.
In ogni caso, i miei ’90 sono cominciati nel ’94. Il prima nemmeno lo considero. Visto da fuori ero il ragazzino di paese che la mamma metteva sul pullman per andare a scuola vestito come Garrone del Libro Cuore. E che di nascosto si infilava non so perché un cappellino con la scritta “Nigga With Attitude”. Poi “Do you have the time” e tutto è cambiato. A partire da quel cappello chiuso in un cassetto assieme al sogno della Grande Etiopia e della beatificazione di Hailé Sélassié e alle le carte di Magic – successivamente vendute ad un compagno di scuola in cambio della focaccia a merenda. Per quanto riguarda il mio aspetto, comunque, ripensando ad una certa giacca di velluto, alla sciarpa “della Jamaica” (negli anni ’90 si diceva così) lunga fino ai piedi e ai capelli lavati col sapone di marsiglia, non è che la rivoluzione del ’94 sia stata poi ‘sto upgrade. Forse mia mamma non aveva tutti i torti.
Memories apart (che non so nemmeno se si possa tradurre davvero con ricordi a parte, ma suonava bene), ho fatto una faticaccia a ridurre la lista a soli 10 pezzi. Ogni volta che pensavo di averla chiusa, ne aggiungevo 3 e toglievo 2. Anche per i meno avvezzi alla matematica dovrebbe risultare evidente come la metodologia applicata presentasse delle lacune. Ad un certo punto ho dovuto quindi chiudere gli ingressi e invitare la sicurezza ad accompagnare fuori alcune canzoni che si sarebbero stra-meritate di stare qui dentro. Le ultime escluse sono state Feel the Pain e Boxcar. Spero di non aver barato citandole.
Visto lo sforzo, non mi sogno nemmeno di dare un ordine ragionato alla lista. Già è stata dura così. Per cui sempre viva il caro “prima i più vecchi”.
R.E.M. – Find the River [1992]
Automatic for the People credo sia il disco che ho ascoltato più volte. In assoluto, intendo. E ogni volta che arrivo in fondo ancora oggi metto il repeat sull’ultimo pezzo per canticchiarlo sottovoce. Dico sottovoce perché sono stonato come una campana, non per atmosfera. Però cazzo, vi ho visti 4 volte dal vivo, almeno una volta potevate suonarla.
Green Day – Basket Case [1994]
Ogni didascalia sarebbe superflua. I miei anni ’90 sono finiti sottosopra qui, guardando questo video. E anche quelli di Mino Reitano.
Tutto quello che ho messo in questa lista me lo sono portato dietro. Nel senso che continuo ad ascoltarlo, come fossero dischi comprati 10 giorni fa. Però lo spazio che uno ha disposizione non è infinito, come disse il mio 486SX dopo l’ennesima installazione di un punta&clicca della LucasArts, e giocoforza qualcosa si è costretti a lasciare indietro, ad abbandonare lungo la strada. Ecco, io i Pearl Jam saranno 10 anni che li ho abbandonati. Però mi ricordo che ai tempi Vs. era una piccola e piacevole droga. E Daughter la usavo per tappare qualsiasi buco delle cassette da 90.
Sottopressione – Climamorfosi [1994]
“L’odore della lana bagnata dalla pioggia”. Il primo disco dei Sottopressione è uscito 18 anni fa. E ad oggi, per me, questo resta uno dei più bei testi HC mai scritti.
Weezer – The World Has Turned And Left Me Here [1994]
Un mio compagno di liceo, nerd parecchio prima che diventasse cool, mi aveva fatto scoprire il video di Buddy Holly nascosto nel CD di installazione di Win 95. L’avrò guardato 8000 volte. Poi ho comprato il Blue Album. E quando sono arrivato alla terza traccia mi è caduta la mascella.
The Muffs – Sad Tomorrow [1995]
A metà degli anni ’90 volevo sposare Kim Shattuck. Ma sposarla per davvero. Principalmente a causa di questo video, di questo pezzo e di Lori Meyers dei NOFX.
PS: Kim, se dovessi leggere queste righe, non è che io abbia cambiato idea, anzi. Nel caso chiamami che ci organizziamo. Sono quello che in Spagna 3 anni fa ti ha detto 30 o 40 volte “We came from Italy to see you”.
PPS: Courtney Love chiiiiii?
The Queers – Punk Rock Girls [1996]
Nel suo piccolo, una chiave di volta della mia formazione (a)socio/culturale. Con Don’t Back Down (disco) ho scoperto che il “punkrock” (accezione latissima del termine) esisteva al di là di quei 4 grupponi visti in TV, e che avrei potuto sacrificare il 90% di una faticosissima vita sociale andando a vedere gruppi-fichi-pur-senza-video-su-Videomusic su per giù 2 o 3 volte alla settimana. I Queers da allora li avrò visti una decina di volte, l’ultima due mesi fa. Per cui grazie Joe King, you made my life much easier. E hai scritto una chicca di disco.
Smashing Pumpkins – 1979 [1996]
In macchina. Di notte. Nel 2007. Tornando da un concerto dei Chixdiggit a Torino. Tu guidi, gli altri 3 dormono. Ma dormono dormono. A Novara parte 1979. 6 occhi si aprono, restano aperti più o meno 4 minuti e mezzo, si richiudono. Una delle voci assonate commenta: “Gran pezzo”. Eh già, gran pezzo. [versione solo leggermente romanzata di un fatto realmente accaduto. E mi sono autocensurato per non citare la leggenda di Billy Corgan - Jamie Lawson di Super Vicky]
All’inizio avevo scelto Linoleum. Mi sembrava la scelta più ovvia. Poi però mi sono ricordato che The Decline è uscito nel ’99 e l’ho comprato praticamente subito, convinto che sarebbe stato il disco di addio dei NOFX. E del sorriso da ebete stampato in faccia per 18 minuti e 19 secondi, cercando di capire perché non potevo passare alla traccia 2 del disco.
The Get Up Kids – Valentine [1999]
Ormai gli anni ’90 erano quasi finiti. Le cose stavano come stavano e potevi cominciare a pensare a quelli che sarebbero stati inopinatamente definiti “questi cazzo di anni zero”. Poi esce un disco che ribalta parecchie delle carte in tavola, capace di farti sognare di oltrepassare a piedi pari la soglia del ridicolo cantando a squarciagola “You’ll be mine” ad una Valentine qualsiasi. Che poi magari si chiamava pure Silvia o Barbara e ti volevo vedere poi a sistemare la rima.
Ecco fatto. So che non ci sarebbe bisogno di giustificazioni. In fondo, una lista è una lista, e chi può sindacare sul fatto che sia corretta, completa o chissà che altro? Però una piccola postilla la devo fare. Quantomeno a me stesso. Lo so bene che non ci sono né Ramones né Descendents. È che nella mia testa sono due gruppi degli anni ’80. In ogni caso avrei scelto Poison Heart e When I Get Old. Ecco. Ora mi sento più in pace.
Un’ultimissima cosa, questa volta davvero. Non varrebbe, però una fuori classifica mi permetto di metterla. Perché è una cosa a parte, e ci tenevo un po’. Alla fine mica ho firmato un regolamento. Al massimo mi tengo i 4 punti di penalizzazione e le due giornate a porte chiuse per la prossima stagione.
Gambe di Burro – Fuochi Pirotecnici [1998]
Gli anni ’90 per me sono stati anche e soprattutto “i gruppi dei miei amici”. Sono stati la scusa per cui ci siamo conosciuti, per cui abbiamo cominciato ad uscire assieme, per cui avvicinandoci ai “20 anni dopo” continuiamo a vederci più o meno tutte le sere, ad andare ai concerti assieme e a scrivere SMS tipo “ma dove sei? tutto bene? perché non sei qua? sei un paccaro!” a chi per una volta, per un aperitivo della domenica sera, ha semplicemente di meglio da fare. Avrei potuto sceglierne una qualsiasi, tra tanti gruppi e tantissimi pezzi. Ma alla fine ho scelto questa.
Ps: quasi mi dimenticavo. Ecco le altre top 10 di Junkiepop.
I got three chords and a f*ck you
Pubblicato: aprile 6, 2012 Archiviato in: live, punk | Tags: #mimettoancoraleallstar, 30 is the best age for punkrock, head, hischool dropout, leeches, manges, queers 9 Commenti »Alla fine, se ascolti punkrock et similia in Italia, dal piacentino/parmigiano ti capita di passare spesso. E non solo per mangiare pisarei e fasò.
A Fidenza c’è il Taun, che è uno dei posti più belli che esiste dove guardare/ascoltare un concerto (prima o poi giuro che scrivo la top5 delle mie venues – che parolone, sembra di essere a Santa Monica – preferite). Perché il palco è rasoterra, il concerto sembra sentirsi sempre perfetto anche quando per un qualche motivo non si capisce un cazzo, le facce della gente sono simpatiche e le birre in bottiglia sembrano più buone che altrove. E in più il biliardino nella sala accanto sembra messo lì apposta per farti tornare a casa molto più tardi di quanto avessi preventivato.
01:13 PM
“Oh, appena finiscono però ce ne andiamo che domani mi alzo presto.”
“Ok dai, ne facciamo una veloce al 6 e ci mettiamo in macchina”
…….
02:21 PM
“Dai, siamo 9 partite a 2 e sei passato sotto tre volte…domani non ti dovevi alzare presto?”
“Non rompere le palle. Stai zitto e butta la pallina che ti buco col portiere”.
A Salsomaggiore c’è il Devil’s Den, dove ho passato uno dei più bei capodanni che si possa immaginare, dove ho visto il concerto acustico di Kepi Ghoulie più intimo che si possa immaginare (intimo è un eufemismo per “eravamo in 4 gatti”, ma è stato divertente come se fossimo in 100), dove c’è il proprietario che suona in uno dei gruppi più sopra le righe che si possa immaginare e che tiene il blog più addictive che si possa immaginare. E Massoneria Ramonica è uno dei nomi più belli che…vabbeh, si è capito dai.
Poi c’è il Madly, che non so ancora bene dove sia e ogni volta per arrivarci pare di fare un viaggio di 600km. Non ho mai conosciuto qualcuno capace di ricordarsi la strada e di [mode esagerazione]evitare un’odissea tra buie stradine sulle colline[/mode esagerazione], tranne Steps che ogni volta cita un aneddoto casuale di sua zia che abita lì vicino e della pizzeria dove andava anni fa. Poi c’è ‘sto Spazio4, di cui io non avevo mai sentito parlare ma nelle prossime due settimane ci suonano i Sepultura*(!!!) e soprattutto i Chixdiggit.
Poi…poi…poi….vabbeh, poi ce ne saranno sicuramente altri che adesso non mi vengono in mente, e alla fine di questa lista c’è anche il Fillmore. Uno di quei posti di cui senti parlare da una vita ma non ti è mai capitato di metterci piede. Tipo il Covo a Bologna o il New Age Club a Roncade, per intenderci. Il capannone fuori città, in mezzo al nulla col parcheggione davanti. Un Alcatraz di provincia. Che magari né Covo né New Age c’entrano nulla con questa descrizione, ma io me li immagino così. E invece una volta arrivato scopri che è tutt’altro posto, un vecchio teatro riconvertito in mezzo al paese, ed è anche bello. Proprio bello.
In ogni caso, il Fillmore è poco che ha ricominciato a far suonare. O almeno così mi hanno detto. E sabato ci siamo andati per il Three Chords Fest, che era una sorta di capodanno del punkrock. Sì, capodanno: se i cinesi festeggiano il capodanno a fine Gennaio, non vedo perché i “punkrocker” non possano festeggiarlo a Marzo. Informazione di servizio: quest’anno siamo nell’anno del Drago. Per il calendario cinese, non per il punkrock.
Comunque, Highschool Dropouts, Leeches, Manges, Queers e per la prima volta in Europa gli Head. Se ascolti quella roba lì (i Tre Accordi – volutamente maiuscoli – cui sopra) e abiti ad una distanza ragionevole (diciamo 200km, che sono un po’ la linea di confine tra la “sbatta” e il “domani sarà un dramma” per andare a vedere un concerto in serata) una tappa semiobbligata.
Infatti c’era un sacco di gente che veniva un po’ dappertutto. Bergamaschi, bresciani, genovesi, milanesi, modenesi, noi brianzoli e tanti altri che non ho idea di quanta strada si siano fatti. Ma soprattutto tantissime facce conosciute. Ma proprio tante. Quasi tutte, a dire il vero. Senza scomodare la parola innominabile (s___a), una testimonianza di una passione condivisa. Che va al di là del semplice “mi piace quel gruppo lì e vado a vederlo stasera”. E che rende il giro saluti alla fine della serata una specie di tour de force di un’oretta buona, tempestato di “cazzo, un attimo che ho dimenticato quelli là”, col risultato che la mattina dopo le occhiaie arrivano dove comincia la panza ma il sorriso ti resta stampato sul muso come il timbro sul polso.
Nel suo piccolo, dicevo, un evento. Franz, appena entrati, ci ha detto “se volete comprare una maglietta degli Head sbrigatevi, che stanno finendo”. “Finendo? Ma se sono le 9? Ostrega, mi sa che è una serata un po’ diversa dal solito”. Non trovo un modo più facile per dirlo: è stato divertentone. A partire dagli Highschool Dropouts, che io sinceramente conoscevo proprio poco se non per essere un pezzo dei Proton Packs (nel senso che ci suona gente dei, non una canzone dei) ma sono stati un’ottima apertura.
I Leeches invece sono senza mezzo dubbio la migliore live band italiana (per me sono probabilmente la miglior band italiana tout court, ma voglio essere parco e moderato coi giudizi), suonano ogni volta meglio di quanto si possa sperare, sono talmente potenti e pieni che sono riusciti a rompere il palco e i pezzi nuovi promettono una bomba di disco (che in più glielo produce Daniel Rey, non un Maurizio Seimandi Seymandi chiunque). Non che il mio giudizio valga qualcosa, ma se qualcuno non li ha mai visti dal vivo ha una lacuna da colmare. Che poi uno scelga di non farlo, beh, quello rientra nella sfera delle sacrosante libertà individuali e quindi son cazzi suoi. In fondo, anche Lucio Dalla loves The Leeches and I Know Why. E resta il fatto che si meriterebbero il doppio del pubblico che li segue.
Gli Head sono la testimonianza vivente che dopo 20 anni di volontaria reclusione nell’autoanonimato (parafrasando Andrea Manges) si può continuare a spaccare i culi, a divertirsi e a far divertire (perché, personalmente, gran parte del segreto si nasconde in questa parola) senza farsi le pippe con tecnica, precisione e minchiate varie, ma mettendo sul palco una camionata della seconda parola proibita (a________e, le soluzioni a pag.37 del prossimo numero). Best review della serata:
Sono la cosa più simile ai primi due Ramones che io abbia mai sentito – cit. RT ex RB
Mi girano un po’ le palle per non averli cagati come avrebbero meritato prima del concerto, perché mi sarei divertito un sacco di più conoscendo di più i pezzi. Ma la speranza è che a questo punto tornino presto. Mal che vada come testimonial della gelateria più punkrock d’Italia.
Per Manges e Queers cosa si può dire? I primi sono l’unico gruppo italiano capace di crearsi quel tipo di seguito, e un motivo ci sarà, no? E se le prime esibizioni di Mayo alla chitarra mi avevano lasciato un po’ così, questa volta mi son piaciuti molto di più. E pure gli ho comprato il 7″ con gli Head. I secondi quando hanno voglia di suonare (mannaggia a due settimane prima all’Amigdala) sono la definizione esatta di quello che, per me, vuol dire punkrock. E lo sono da 30 anni, tra le altre cose.
Fortunatamente sabato di voglia ne avevano, oltre a dei pessimi occhiali da sole (Joe Queer) e una parrucca discutibile (Lurch). E chi se ne incula se Debra Jean l’han seccata più o meno dall’inizio alla fine. Non penso di aver abbassato il dito o smesso di cantare per un solo minuto, se non per schivare il genio che si è sfracellato a terra 3 volte rivisitando il concetto di stage diving.
In entrambi i casi, 500 persone e 1000 All Star (secondo l’organizzazione, 13 secondo la questura) sotto il palco a cantare tutti i pezzi dall’inizio alla fine, a sudare tutti i 30 anni che in parecchi avevano sulle spalle, a chiederne ancora – di pezzi, non di anni – quando finisce e a commentare la buona riuscita del concerto (thumbs up per Otis Tours, quando ci vuole ci vuole) per l’intero viaggio di ritorno, mettendoci tutta la soddisfazione che l’umarell più accanito manifesterebbe di fronte alla costruzione del Ponte di Brooklyn:
Eh però, sono stati proprio bravi. Quando un lavoro è fatto bene, è fatto bene
* Fillmore. Cartello fuori che recita “Sabato 17 Sepultura Live @ Spazio4″. All’arrivo vediamo una volante della Finanza che parla con un po’ di gente sulle scale. “Si sono fermati qua davanti. Hanno letto il cartello e hanno chiesto se c’era un funerale.” #truestory
Ps: thanx a Danny e ai Secretions per il titolo del post
At the Drive-in & Refused: rather be dead. E invece…
Pubblicato: gennaio 13, 2012 Archiviato in: hardcore, punk, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: at the drive-in, gli at the drive-in li faranno suonare con gli shandon?, l'unica reunion che mi ha fatto piangere è stata quella delle gambe di burro, mega, mudhoney, quest'anno riabilitiamo....rullo di tamburi....il grunge, refused, reunion show 11 Commenti »At the Drive-in e Refused tornano in tour. Boom. Il 9 gennaio 2012 rischia di passare alla storia come il santo patrono delle reunion di gruppi post-hc. Una sorta di Madonna che Piange urlante, coi pantaloni stretti e un po’ di elettronica in sottofondo. La santificazione in questione è avvenuta con l’annuncio della lineup del più hipster tra i festival hipster di tutto il mondo: il Coachella Valley Music and Arts Festival, Coachella per gli amici, famoso perché sul suo palco ogni anno qualcuno si riunisce. Vecchi amici che si sono persi di vista, mogli e mariti in crisi, ex compagni delle elementari ma soprattutto band scioltesi da tempo. According to Wikipedia, infatti, sotto il sole della SoCal hanno re-intrecciato i propri strumenti in segno di reciproca stima i Pixies (yuppidu!) e un sacco di altri gruppi che avrebbero potuto farne a meno, come Jane’s Addiction, Siouxsie and the Banshees, Stooges, Rage against the Machine etc etc.
Ad ogni modo, sul posterone dell’edizione 2012 (che non ho ancora capito bene come ma si svolgerà su due weekend, probabilmente – ma spero di no – replicando la stessa identica lineup a 7 giorni di distanza) i nomi che fanno notizia sono quelli: At the Drive-in e Refused. A parte l’agghiacciante accoppiata Jimmy Cliff & Tim Armstrong, che da un lato mi angoscia e dall’altro non so perché mi affascina. Un po’ come il corridoio dell’Overlook Hotel, per intenderci.
Il giorno della notizia, come prevedibile, tra twitter, facebook et similia mi saranno capitati sotto gli occhi ottomilacinquecentoquarantatre commenti facilmente riconducibili al sintetico concetto di “BOMBA!!!!”. Ci sta, mi son detto all’inizio. Son due grupponi i cui dischi stazionano ancora nel mio iPod. E allora perché son rimasto freddo, quasi con una punta di fastidio? Perché mi sento molto più vicino alle voci critiche lette su bastonate o su musica noiosa? Perché non mi sono esaltato modello Macaulay Culkin nei primi momenti in casa da solo, come mi è successo alla scoperta delle date europee dei Descendents? Per completezza, aggiungo che nell’occasione ho passato una settimana buona ad ascoltare ininterrottametne Bikeage. Appena sveglio. In macchina andando al lavoro. Al lavoro. In macchina di ritorno dal lavoro. Prima di andare a letto. “Who’s gonna pick you up, and use you for tonight? Not meeee!”
In primis, mi son risposto, perché ‘sta moda delle reunion delle band anni ’90 che per un decennio hanno ribadito “tornare assieme? ma va, siete pazzi, non se ne parla nemmeno. è una stagione chiusa. è una scelta. coerenza, attitudine, ricchi premi & cotillons” ha ampiamente rotto i coglioni. Anche a me che sono un fiero sostenitore e glorificatore dei ninenties. Senza toccare l’abusato argomento “Lo fanno per soldi” che comunque soggiace a tutto il discorso come un fastidioso fruscio che non puoi fare a meno di sentire.
In secundis, perché quando ho ceduto alla tentazione son tornato a casa deluso. A cominciare dalla tragicommedia dei Lemonheads al Transilvania/MusicDrome/nonsopiùcomeminchiasichiamiadesso (a proposito, Evan Dando mi devi ancora 15 euro. Io non dimentico), passando attraverso la esibizioni moscette di Get Up Kids e Hot Water Music. E mi sono risparmiato i Faith no More (che conoscendo la mia sfiga saranno stati una bomba), Smashing Pumpkins e chissà quanti altri…
In terzis e ultimis, perché alla fine gli At the Drive-In li ho già visti ai tempi, quando consumavo il CD di Relationship of Command. In una fredda ma geniale domenica del febbraio 2001 in cui avevano suonato loro alle otto e mezza al Rolling Stone, gli Hives alle undici al Tunnel e Milano si era sentita, con un po’ di presunzione, una piccola capitale del “”punk”" (le doppie virgolette sono volute). Poi sono arrivati i Mars Volta e gli Sparta. Che fortunatamente non ho mai visto, neanche per sbaglio.
Per i Refused è diverso. Probabilmente top 5 dei gruppi preferiti ever. Una spanna e mezza più avanti rispetto ai loro tempi. Senza star qui a sottolineare come fossero uno dei pochissimi gruppi per cui l’aggettivo “rivoluzionario” non aveva il triste sapore di un abusato cliché, ho il rimpianto costante di non averli visti quando si poteva. E si doveva. Avrò letto millemila volte il manifesto duro e puro del loro scioglimento, Refused are Fucking Dead . “Peccato. Hai perso un treno.” mi sono più volte ripetuto “Ma loro di porcate non ne fanno. Non si rimangeranno la parola. Se mai dovessero tornare, sarà a loro modo.” Dai, c’è scritto lì, “contro il sistema! Majors? Prrrrrrrrrrrr!”…ed è in linea ancora oggi:
We will continue to, at every attempt, overthrow the class system, burn museums and to strangle the great lie that we call culture [...] WE THEREFORE DEMAND THAT EVERY NEWSPAPER BURN ALL THEIR PHOTOS OF REFUSED so that we will no longer be tortured with memories of a time gone by and the mythmaking that single-minded and incompetent journalism offers us
Poi sono passati due giorni in cui sono cominciate a uscire le date del tour, europeo e non. Groezrock, Monster Bash, Way Out West (di cui sono co-headliner in un’accoppiata surreale con Bon Iver, ma sono a casa, in Svezia, quindi va bene)…date plausibili, butteranno dentro un po’ di Inghilterra, probabilmente Reading, alla fine si fanno il giro dei festival, evabbeh, 14 anni fa all’apice della loro energia creativa (cit.) suonavano negli scantinati, ma il tempo rivaluta e trasforma, cosa ci vuoi fare, mica possiamo aspettarci di trovarli in calendario in Dauntaun al Leoncavallo. Un pochino meno duri e puri, forse. Ma sì, chiudiamo un occhio. Magari in un festival qua o là sul quel treno ci risalgo anche. Alla fine l’esercito di hipster che li hanno scoperti con i Bloody Betroots e che ora si ergono a paladini del “ma che album SEMINALE” – aggettivo fugaziano* se ce ne è uno – “era the shape of punk to come?” da qualche parte lo devi mettere. Purtroppo va così.
Difatti, quando arriva il turno dell’Italia, l’internet dice Milano. Però non dice Dauntaun, Leoncavallo. Nonono. Non dice neanche Leoncavallo non Dauntaun. Nononono. Magari Circolo Magnolia? Nononononono. Dice Fiera di Roh. Dice con i Soundgarden (altra reunion che vabbeh). Dice 69 (sessantanove) euro. Più 4,17 di spese di gestione. 73,17 totali per i non avvezzi alla matematica.
Caro Dennis Lyxzén, e non pensare che te lo scriva solo per il prezzo del biglietto perché sarebbe ampiamente riduttivo, mi spiace tanto ma “capitalism stole your virginity”.
Magari l’ho presa male io eh, magari li becco a un festival questa estate e mi ritrovo a fare il matto appena sento mezza nota di New Noise, ma per il momento il 9 gennaio resta il giorno in cui il Bloom di Mezzago ha dato una nuova botta di attualità a tutta la flanella che campeggia nel mio armadio, annunciando i Mudhoney per il 21 di maggio. Loro neanche si sono mai sciolti. Tutto il resto è noia. Che poi stasera mi han detto che i Mudhoney dal vivo sono una palla che metà basta. Ma ormai la chiusa l’avevo scritta e mi piaceva.
* dicesi aggettivo fugaziano quell’aggettivo di cui puoi ignorare bellamente il significato, ma se lo butti lì ad minchiam da qualche parte fai sempre una bella figura e nessuno ti dice niente. Un po’ come dire che ascolti i Fugazi, che in realtà li ascoltano in 4 ma se lo dici trovi sempre qualcuno che ti dà una pacca sulla spalla e aggiunge compiacente: “il mio gruppo preferito. Li ho tutti, rigorosamente in vinile”.
Top Film 2011 – ale-bu
Pubblicato: dicembre 22, 2011 Archiviato in: cinematic, Top 2011 | Tags: 127 Hours, Boris, Carnage, drive, It's Kind of a Funny Story, Le Havre, life in a day, Midnight In Paris, Paul, Senna, super 8, the tree of life, This is England, True Grit, X-Men: First Class 2 Commenti »Fino a poco più di una settimana fa questa classifica sarebbe stata completamente diversa. Drive era saldamente ancorato al primo posto, apparentemente inscalzabile, e tutto il resto dopo. Poi però sono andato a vedere Miracolo a Le Havre, parcheggiando anche sul marciapiede come un Lapo Elkann qualsiasi. Io non parcheggio mai in divieto di sosta. Mai. Mi viene un’ansia insopportabile. Però ero in ritardissimo e alla fine ho fatto la “pazzia”. Beh, per farla breve il film è riuscito a farmi dimenticare per un’oretta e mezza il rischio di non trovare più la macchina una volta uscito. Questo vorrà dire qualcosa, o no? La sera dopo poi ho finalmente visto Senna (dopo aver letto n volte il post di byron). E mi sono tenuto il magone per 48 ore. Quindi ecco quello che risulta da questa piccola rivoluzione.
ps: non ho visto tante cose che son sicuro sarebbero entrate in classifica. Penso a Melancholia, Il ragazzo con la bicicletta e This must be the place, ad esempio. Ma il tempo è tiranno. E io mi sono anche comprato l’X-Box, per averne ancora meno.
pps: alla fine non ho preso neanche la multa. Miracolo. Non a Le Havre, bensì a Milano.

10 mi parevan poche, a 20 non ci arrivavo, quindi virtus stat in medio. come dice il saggio. ps: tanx a Tob Waylan per l'idea del template della classifica.
Se di Le Havre e Senna ho già detto, qui in fondo posso permettermi di giustificare la paraculata enorme della prima posizione. Io This is England l’ho visto la prima volta nel 2007, credo. E la stessa cosa avrebbe dovuto fare chiunque. Ma mentre cercavo di recuperare le puntate del neo-uscito TIE’88 mi sono ricordato che quei geni dei distributori italiani hanno deciso di farlo arrivare al cinema in Italia nel 2011. E l’occasione era troppo ghiotta. Semplicemente non potevo non mettere in classifica quello che è uno dei miei film preferiti di sempre. Uno da Top 5 della vita, per intenderci.
Per quando riguarda il resto…beh, Drive (ne parlano – e bene – Giorgio e TobWaylan qui e qui) resta comunque una perla, fatta di pochi dialoghi e tanti silenzi che parlano un sacco, con una colonna sonora che fa spavento. Il Grinta, a dispetto delle apparenze e del fatto che sia un remake, ha un’impronta dei Coen grande come una casa. E dalla scena dell’impiccagione, dopo circa 3 minuti, avevo già deciso che sarebbe entrato in classifica. Carnage dal canto suo non esce mai da un appartamento e riesce a non essere noioso. E Kate Winslet/Christoph Waltz vs Jodie Foster/John C.Reilly 3-2 ai supplementari. Dopo che nel primo tempo erano in vantaggio di due gol e la partita pareva abbondantemente chiusa.
Scendendo in classifica (man mano che si prosegue, l’ordine lascia sempre più il tempo che trova), si incontrano semplicemente quei flm che appena finiti mi hanno strappato un “ancora, ancora, ancora!!”. Ok, forse dopo The Tree of Life non ho urlato “ancora”, ma nemmeno “basta”, come quei dieci che hanno abbandonato il cinema smoccolando a proiezione in corso.
Due parole su It’s Kind of a Funny Story: in Italia credo sia uscito direttamente in DVD senza passare dal cinema, con un titolaccio tipo 5 giorni dentro. Però è proprio una bella storia. E tre su Paul: è vero, non è nemmeno paragonabile a Shaun of the Dead oppure Hot-Fuzz, ma se sullo schermo ci sono assieme Simon Pegg, Nick Frost e Jason Bateman io rido a prescindere. Pure se dovessero stare fermi immobili per due ore, semplicemente a mettersi le dita nel naso. Infine, per quanto riguarda X-Men: First Class, in un anno con così tanti film tratti da fumetti uno lo dovevo mettere per forza. E Thor e Green Lantern non erano alternative praticabili. In più qui c’è Mystica che si lava i denti come una teenager qualsiasi.
Sul modello di quanto fatto da Byron, per finire ritaglio una riga per la delusione dell’anno. Per me, senza mezzo dubbio l’ambito premio se lo prende Green Hornet. Voglio dire, Gondry+Seth Rogen+il ruolo che fu di Bruce Lee+una sceneggiatura che ha sostituito quella scartata di Kevin Smith che a leggere il fumetto era tutt’altro che male. Penso fosse lecito aspettarsi qualcosa di più di un Superbad un po’ moscio. Peccato.
Guida ai concerti – Aka cosa fare le sere di luglio a Milano se hai una vita sociale non particolarmente sviluppata
Pubblicato: giugno 29, 2011 Archiviato in: live, sounds | Tags: guida ai concerti, la sera ho raramente da fare, tanto lo so già che non riuscirò a vederli tutti, volevo mettere anche un video dei leeches e dei cake ma era già lungo un km 3 Commenti »In questi ultimi anni, per un motivo o per l’altro, mi sono ritrovato a passare gran parte delle estati (dove gran parte è un elegante eufemismo che sta per “prima o poi ste cazzo di vacanze ricomincio a farle”) a casa. Milano in luglio e agosto è caldo, afa, sudore anche a star fermi e l’effetto strano sull’asfalto della tangenziale che sembra quello del Gran Premio di Malesia visto alla TV. Ah, dimenticavo le zanzare. Ci sono anche le zanzare. E Monza non è che cambi un granché. Anzi. E’ sostanzialmente la stessa cosa, meno la Madonnina ma in più il parco.
Ad ogni modo, da qualche anno a questa parte in questi due mesi maledetti fortunatamente non mancano i concerti. In Italia non ci saranno i festivaloni, si verrà snobbati da un bel po’ di tour che passano nel resto d’Europa, i Weezer non li vedremo mai neanche adesso che quasi quasi sarebbe il caso di evitarli – [onestà] io faccio il figo, ma andrei ovunque in Italia a vederli. Quindi è inutile che me la racconti. [/onestà] – ma ad avere un pochino di voglia di sbattersi di cose belle da andare a sentire ce ne sono parecchie. Tanto che alcune sere capita di dover scegliere dove andare e a cosa rinunciare. Quindi quale occasione migliore per cominciare a raccogliere gli eventi del mese che sta per cominiciare, e farlo diventare un appuntamento più o meno fisso su Junkiepop? A novembre sarà più dura, ma finché ce n’è perché farne a meno?
Ovviamente non abbiamo (parlo al plurale, perchè io raccoglierò le cose di Milano e dintorni, mentre altri – non lo dico chi, se no che sorpresa è? – faranno lo stesso per altre zone) neppure lontanamente la pretesa di fare una guida completa…per quelle ci sono last.fm (si usa ancora last.fm?), facebook, zero, le pagine degli spettacoli dei quotidiani se vi piace il dimissionario Vasco Rossi e compagnia cantante. E’ più una piccola lista di suggerimenti: quello che vedremo, quello che ci piacerebbe vedere e quello a cui rinunceremo a malincuore. E soprattutto, per me, una piccola agenda che mi permette di non dimenticarmi dei concerti che mi interessano. Ah, un’ultimissima premessa: tornando alle zanzare, io dimentico sempre l’autan. Quindi se lo avete e mi riconoscete ai concerti, spruzzatemene un po’. Anche a tradimento va benissimo. Ma non negli occhi.
Chi suona: Ministri
Dove: Festa di Liberazione, Imbersago (Lc) /// Quando: 01/07
A me i Ministri piacciono. Soprattutto i primi due album (cit.). E finalmente han fatto anche un bel video.
Chi suona: Adam Green
Dove: Plastic, Milano /// Quando: 01/07
Visto l’anno scorso. Ed è stato una bomba. Ma in questo caso, grazie ai Ministri in contemporanea, posso permettermi di dire “al Plastic no, no, no”.
Chi suona: DJ Spooki, Shed, Kode9 etc etc (faccio ancora il figo ma non ne conosco neanche mezzo..)
Dove: Kernel Festival – Desio (Mi) /// Quando: 01-03/07
Tutti quelli che sono stati a una performance di audiovisual mapping mi han detto che è fico. Ma fico vero. Quindi una volta ci voglio andare pure io.
Chi suona: Dinosaur JR
Dove: Magnolia, per tutti Milano ma invece è Segrate /// Quando: 04/07
Fanno Bug dall’inizio alla fine. Sarebbe stupido non andarci. Punto.
Chi suona: Eyehategod, Boris, Kylesa, Russian Circles etc etc
Dove: Miodi – Magnolia, Segrate (Mi) /// Quando: 05/07
Presente quegli eventi che dici “figata!” ma in realtà sai già che non ci andrai? Ecco, è una figata. Ma quasi di sicuro non ci andrò. Però gli anni passati era stato figo. Un MiAmi maschio, per intenderci.
Chi suona: Cake
Dove: Magnolia, Segrate (Mi) /// Quando: 06/07
Mi girano le palle. Tantissimo. Perchè non potrò andarci per motivi vari. Ma resta uno dei concerti più consigliati di tutto il mese.
Chi suona: The Hostiles + The Photogenics
Dove: Alibi Rock&Beer, Biassono (Mi) /// Quando: 07/07
Support your local scene! E pure quella scozzese degli Hostiles, già che ci siamo.
Chi suona: Cypress Hill + Public Enemy + House of Pain
Dove: Arena Civica /// Quando: 12/07
La stessa sera ci sono gli Strokes e pure i Take That a San Siro. Ma io ho i pantaloni bracaloni che cominciano a fare la muffa nell’armadio. E poi c’è Everlast che torna a fare Jump Around.
Chi suona: Manetti
Dove: Magnolia, Segrate (Mi) /// Quando: 13/07
Io i Manetti qua vicino vado sempre a vederli. Perché meritano davvero.
Chi suona: Adolescents + Burning Heads + Leeches + Svetlanas
Dove: WipeOut Festival, Bovisio Masciago (Mi) /// Quando: 16/07
Kids of the Black Hole. E i Leeches sono il miglior gruppo italiano dal vivo. In assoluto.
Chi suona: Le luci della centrale elettrica
Dove: Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) /// Quando: 22/07
Confessione: sono una vittima di Vasco Brondi.
Chi suona: Dickies
Dove: Magnolia, Segrate (Mi) /// Quando: 27/07
Paccati un paio di anni fa. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.
Oltre a questi, a dirla tutta, ci sono un sacco di altre cose in giro, che per un motivo o per l’altro non ho preso in considerazione…ad esempio c’è il programma completo del Milano Jazzin’ Festival (Ringo Starr, Arcade Fire, Lou Reed, Paul Simon, Moby, Ben Harper e pure Cindy Lauper), parecchie robe al Magnolia (dai Gogol Bordello a Giuliano Palma), altre cose sparse (come il Festival Beat a Salsomaggiore, anche se l’Emilia Romagna non è di mia competenza) ma, come dicevo prima, questo è solo quello che interessa a me. Tutto il resto è noia.
Con i suoi fumetti, Kevin Smith ci ha girato Clerks.
Pubblicato: giugno 2, 2011 Archiviato in: comics, vestivamo i pantaloni dell'Adidas | Tags: fare la spesa in fumetteria, nostalgia degli anni 90 4 Commenti »Per quel che mi ricordo, il mio primo acquisto “autonomo” di un fumetto risale su per giù al 1994. Come per tanti che hanno all’incirca la mia età si trattava dell’edizione Star Comics di Dragon Ball. Prima di allora, solamente Topolino (tanti, ma proprio tanti) e Lupo Alberto, che mia mamma pazientemente portava a casa ogni volta che passava dall’edicola, e qualche Dylan Dog. Poi, come dicevo, è arrivato il ’94. Sono iniziate le superiori, nell’Inter Ruben “Speedy Gonzalez” Sosa offuscava la premiata ditta olandese Bergkamp / Jonk, il video di Basket Case su Videomusic cambiava la vita di un sacco di ragazzini mai andati oltre gli 883 e io, in un gesto di pallida emulazione di Billie Joe Armstrong, sfoggiavo un orecchio rosso e gonfio come un pomodoro. Conseguenza di quell’orecchino in finto oro maldestramente sparatomi dalla commessa di una gioielleria, ma che a me sembrava il massimo urlo di ribellione contro il sistema.
Insomma, in un pomeriggio di ‘sto benedetto novantaquattro, ho cominciato a vedere una ragazzina carina sul pullman che tornava da scuola. In qualche mese di viaggi per e da Monza, nonostante elaborati algoritimi in grado di prevedere dove si sarebbe seduta e anticiparne astutamente le mosse, il mio sguardo magnetico di 14enne al limite del disagiato non ha incomprensibilmente raccolto i frutti sperati. Nemmeno un ciao, a dirla tutta. Ma mi ha quantomeno permesso di notare che il fumetto che leggeva spesso doveva essere decisamente divertente, a giudicare dalle risate che riempivano il bus carico di adolescenti terrorizzati dall’imminente interrogazione di una materia a caso. E si leggeva al contrario (ero un acuto osservatore). Cosa che mi stupiva parecchio.
A quel punto, essendo la ragazzina in questione una battaglia evidentemente persa, il fumetto mi sembrava un obiettivo decisamente più abbordabile. Per cui ho varcato le porte di una delle due fumetterie presenti a Monza e ho chiesto se era possibile recuperare i numeri già usciti di Dragon Ball e proseguire poi la serie. La risposta è stata un “sì” convinto, e io mi sono ritrovato, nel giro di dieci minuti scarsi, con una ventina di numeri di Dragon Ball tutti assieme nell’Invicta e le mie paghette ipotecate per il semestre a venire.
Beh, bingo! I 62 numeri di Dragon Ball li ho letti tutti di un fiato, e da allora sono 17 anni che la casella col mio nome, inizialmente in coabitazione con mio fratello, fa bella mostra sugli scaffali del Tau Beta. E facciamola un po’ di pubblicità, che io alla mia fumetteria voglio un sacco di bene!
Diciassette anni in cui credo di avere sempre avuto qualcosa in ordine, durante i quali mi sono divertito a farmi consigliare e a vedere i miei gusti “stabilizzarsi” nel tempo, tanto che adesso quando entro senza sapere cosa prendere è difficile che i miei fumettari di fiducia sbaglino il colpo (l’ultimo, in ordine di tempo, è stato Freakangels, una serie inglese che è una bomba). Certo, qualche inculata l’ho presa, se devo essere onesto, ma sui grandi numeri direi che ci sta. Insomma, un bel po’ di tempo in cui ho letto veramente un sacco di cose (prima solo giapponesi, poi gli americani, poi l’esplosione delle graphic novel e via di seguito, passando attraverso il tanto celebrato “fumetto d’autore”) senza tuttavia mai invasarmi completamente: non ho mai imbustato nulla e la maggior parte delle serie se ne sta ammonticchiata in perfetto disordine su tutti gli scaffali di casa, con l’autoconvincimento assolutamente illusorio che “tanto prima o poi li rimetto tutti in ordine”.
Comunque, ancora oggi mi capita spesso di passare al sabato, nei weekend in cui sono a casa, per vedere le novità e per ritirare quello che è arrivato per me. Per cui, introduzione di un chilometro a parte, quando Giorgio mi ha chiesto di scrivere qualcosa di fumetti mi è sembrato facile partire da quello che ho comprato l’ultima volta (che poi è tre giorni fa, non è che posso star qua a fare il figo e a dire: “no beh, ma ora ci vado solo una volta ogni tanto, quando ci passo davanti per caso sulla strada per i negozi fighi del centro”).
Deadpool – Rob Liefeld
Tra tutti i supereroi, Deadpool è uno di quelli che mi diverte di più (assieme a Hellboy, non sia mai!), nonostante non riesca a togliermi dagli occhi la porcheria di ruolo che gli hanno appioppato nel Wolverine cinematografico. Non sono mai stato un fanatico delle collane infinite, limitandomi in genere ai grossi crossover Marvel, e il fatto che Deadpool non sia mai stato serializzato in Italia gioca a suo favore, per cui posso dire di avere in mano tutto il poco che è uscito finora su di lui (anche se la Panini ora promette di trattarlo un po’ meglio). E poi è un matto (ma matto vero), violento, teledipendente, logorroico e citazionista (su tutto quello che mi piace: cinema, musica, videogames….insomma, nerdpop-culture a 360°) che sa di “vivere” in un fumetto e non perde occasione di sottolinearlo: insomma, come si fa a non volergli bene?
Green Hornet vol. 2 – Kevin Smith – Phil Hester – Jonathan Lau
Nella serie TV degli anni ’60 Kato aveva la faccia, i pugni e gli urletti di Bruce Lee. Nel film che torna al cinema quest’anno dietro la macchina da presa c’è Gondry e dietro la mascherina da carnevale del Calabrone Verde c’è Seth Rogen. Questa serie a fumetti è stata scritta da Kevin Smith….insomma, c’era bisogno di avere altri motivi per comprarla? E poi la prefazione del numero uno scritta dallo stesso Kevin Smith, in cui racconta come la sua sceneggiatura per il film sia stata miseramente cassata, era già una chicca di suo. Ma una chicca vera.
Happy vol. 5 – Naoki Urasawa
Happy è una vecchia serie del mio mangaka preferito in assoluto, Naoki Urasawa, che è l’autore di due capolavori come Monster e, soprattutto 20th Century Boys, con ogni probabilità il fumetto di cui attendevo con più impazienza l’uscita di ogni numero. Ma impazienza vera. Tipo che ho provato ad andare in fumetteria la settimana prima per vedere se magari si erano sbagliati e avevano anticipato. Happy è un po’ più “normale”: più manga classico, con tanto di upskirt buttati a caso e faccine stupide dei personaggi ogni 4 vignette, e meno “romanzo” alla occidentale. Però è divertente e lo stile è quello di Urasawa, per cui basta e avanza.
Scott Pilgrim vol. 3 – Bryan Lee O’Malley
Ok. Confesso subito la mia colpa. Io al fumetto di Scott ci sono arrivato solo dopo il film. E neppure tanto convinto, se devo essere onesto. Perchè se il film mi aveva preso subito (nonostante la mia arcinota antipatia per la scena hipster di questi ultimi anni sono un fan di Micheal Cera), lo stile di Bryan Lee O’Malley (che per me continua a fare un po’ “Superchicche”) ci ha messo un po’ a prendermi. Lui e i 9 euri e 90 a uscita, a dirla tutta. Arrivato alla fine del primo volume però non potevo più smettere. Il secondo me lo sono mangiato. Andando avanti di pagina in pagina in ogni mezzo istante libero. In pausa sigaretta al lavoro. A tavola. Aspettando il treno. Sul treno. Comprando un gelato appena sceso dal treno per avere una scusa per sedermi su una panchina e andare avanti ancora un po’. Poi il terzo….il terzo non c’era. E ci ha messo un sacco ad arrivare. La maledizione degli arretrati. Quella per cui vuoi una serie di 10 numeri e ce ne sono sempre 9. E quello che manca è regolarmente uno dei primi 3. Che sei costretto a bloccarti e a fissare gli altri numeri che prendono la polvere e non li puoi leggere. Però adesso finalmente è arrivato. Quindi la smetto di scrivere e mi metto a leggerlo, che a parlarne mi è venuta voglia.
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L’autore: ale-bu vive nella operosa Brianza sognando di tornare in Valtellina. Dilapida da anni stipendi su stipendi guadagnati facendo cose su internet in fumetti e concerti. Vorrebbe essere Milo Auckerman, tiene una copia di Contro il metodo di Paul K Feyerabend sul comodino, tifa Chris Mullin anche ora che non gioca più ed è assolutamente convinto che Star Wars prenda a calci Star Trek in ogni sua forma.







Top Album 2012 – ale-bu
Pubblicato: dicembre 17, 2012 | Autore: ale-bu | Archiviato in: Top 2012 | Tags: Amanda Palmer, bob mould, cheap girls, forgetters, mamma mia quanti dischi non ho ascoltato quest'anno, masked intruder, movie star junkies, off!, quanto mai ho deciso di scrivere i commenti ai dischi, spero di non aver fatto casino a impaginare, teenage bubblegums, the high hats, the leeches | Lascia un commento »Quando mi sono reso conto che era ormai la fine dell’anno e quindi tempo di preparare questa classifica mi ha preso un attimo il panico. Già normalmente le mie capacità organizzative non sono proprio il massimo (eufemismo per “se c’è qualcosa che posso incasinare, difficilmente sbaglio”), ma in questo periodo credo di aver raggiunto vette che farebbero invidia a Reinhold “altizzima-purizzima-levizzima” Messner. Con un filo di speranza ho buttato un occhio alla pila di dischi, sperando che il caso avesse mantenuto un qualche ordine, ma la fortuna aiuta gli audaci e non i disordinati cronici. Però non mi sono perso d’animo.
In fondo, di concerti ne ho visti tanti.Di dischi ne ho comprati parecchi. Ok che non soffro della “sindrome da disco nuovo”, per cui mi capita spesso di portarmi a casa e ascoltare compulsivamente cose uscite un decennio abbondante fa, ma riuscire a scremare quelli usciti nel 2012 non poteva essere così difficile. E’ stato così difficile, ma forse ce l’ho fatta. Provo anche a mettere un minicommento per ciascuno, perché altrimenti lo spazio bianco non mi piace. Spero solo di non rompere troppi dei 7″ sparsi sul pavimento domattina quando scenderò dal letto.
ps: ovviamente, la “posizione in classifica” conta quello che conta. Ovvero un cazzo. Alla fine sono solo i 10 dischi che ho ascoltato con più piacere quest’anno.
#01
Forgetters – S/T
I’m not immune
Quando è uscito l’EP dei Forgetters era la cosa più Jawbreaker che potessi immaginare, Jawbreaker a parte. Per cui quando ho ascoltato questo disco ho avuto almeno 30″ di smarrimento. E’ “diverso”, come erano diversi i JtoB. Ma è bello da non smetter più di ascoltarlo. Io a Blake Schwarzenbach voglio un bene dell’anima.
#02
Masked Intruder – S/T
Heart Shaped Guitar
Disco punkrock dell’anno. Sarà pure iperprodotto, sarà un po’ paraculo, ma alla fine ce ne fossero così. L’ho tenuto nell’autoradio per due mesi abbondanti, ascoltandolo tutti i giorni. Cosa che non mi capitava da So Long Astoria degli Ataris. Solo che in quel caso mi si era rotta l’autoradio, e mi ero stufato dopo 5 secondi, ma non veniva più fuori.
#03
Amanda Palmer & The GTO – Theatre is Evil
Want it Back
Un mese fa, all’annuncio della data al Magnolia di marzo 2013, ho fatto un salto sulla sedia. 10 giorni fa, all’annuncio della cancellazione del tour, sono riatterrato sulla sedia. L’essere rimasto a mezz’aria per 3 settimane buone testimonia quanto mi sia piaciuto questo disco. Come qualsiasi cosa faccia Amanda Palmer.
#04
OFF! – S/T
Feeling are Meant to be Hurt
Ogni volta che penso che Keith Morris ha quasi 60 anni mi viene male. E dal vivo qualche mese fa non ci credevo. E’ un disco favolosamente anacronistico, veloce all’inverosimile, con dentro tanta di quella rabbia concentrata in botte da 90 secondi scarsi che quando arrivi in fondo ti viene quasi da prendere fiato. Anche se lo ascolti sul divano.
#05
The Leeches – Underwater
Piranha Boys
I Leeches per me sono semplicemente il miglior gruppo italiano. Non solo dal vivo, dove vincono a mani basse. In assoluto. Quelli da andare a vedere ogni volta che puoi, anche se li hai visti la settimana prima e li rivedrai quella dopo. Ora anche per sentire i pezzi di Underwater.
#06
Bob Mould – Silver Age
The Descent
Forse sono semplicemente fortunato a non essere un fan della “novità a tutti i costi”. Per cui non mi pongo nemmeno il problema se Silver Age sia un disco innovativo o meno. Sono semplicemente 10 pezzi scritti bene e suonati/cantati meglio. Alla fine, cosa vuoi di più?
#07
Cheap Girls – Giant Orange
Ruby
L’anno scorso sono andato per la prima volta all’Arci Dallò – per inciso uno dei più bei posti dove vedere un concerto – a vedere i Lemuria. Di spalla c’erano i Cheap Girls, mai sentiti nominare. Sono tornato a casa con il loro primo disco, tra punkrock e college rock, che mi era piaciuto un sacco. Questo è meglio.
#08
Teenage Bubblegums - Learn From Yesterday, live For Today, Pray for Tomorrow
Night at the Movies
Sono di Forlì, sono giovani e mettono insieme dieci canzoni velociveloci melodichemelodiche in meno di venti minuti totali. Che quando finisce ti viene da dire: “ostrega, ce ne stavano bene un altro paio”. Il che è un buon segno. Come alzarsi da tavola con ancora un filo di fame.
#09
The High Hats – And Then Came Cancer
Heartbeaten by the Police
New entry dell’ultimo minuto, nel senso che ascoltando il consiglio del mio amico Robi lo sto ascoltando per la prima volta da quando ho iniziato a scrivere. Ho trovato una recensione geniale che lo definisce “il miglior disco mai realizzato da un gruppo di Borås“. Nonostante non sia ferratissimo sull’argomento, sottoscrivo.
#10
Movie Star Junkies – Son of the Dust
A Long Goodbye
La prima volta che li ho visti dal vivo non è che sapessi bene cosa aspettarmi. Chiedi “cosa fanno?” e ti rispondono “mah, tipo punk blues”. Io ho annuito, facendo finta di aver capito. Poi finalmente hanno iniziato e ho comprato il disco. Ancora non so se facciano davvero punk blues, non so nemmeno se esista il punk blues. Però mi piacciono.
Extra:
P!nk – The Truth About Love
Try
Non so bene perché Pink mi piaccia così tanto. Però è così. Dai tempi di Lady Marmalade, dove dava la merda a tutte le altre.
Piccole Chicche – 7″ e EP:
Non sono “dischi interi”. Ma sono 4 cose piccole piccole che a non ascoltarle ci si perde qualcosa.
The Sensibles
S/T 7″
Miss Chain & The Broken Heels
Rainbow 7″
Kepi Ghoulie & Dr. Frank
Two Minute Itch / My Computer said Kill
MEGA
May the Force be with You
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