five against one: carboidrati

La motivazione alla base di questo inutile post è ‘conosco un tizio che mangia esclusivamente pizza’. Non so perché mi sia venuto di scrivere sta cosa, mi sta pure poco simpatico alle volte. Purtroppo non c’è nessuna memorabile storia da raccontare al riguardo. Però oh, c’è sempre un buon topic (una buona scusa, che suona molto meglio) per mettere una canzone dei Tigers Jaw.

1) Tigers Jaw – Buona Pizza

Everybody thinks we’re really growing up, it’s in our heads.
We spend our weeknights laying on our side,
Worrying about the things we try to hide.
I can only tell them that I’m doing fine.

Appunto.
Una delle cose che mi manca di più del vivere in un posti civilizzato e non al limite con il terzo mondo è la scelta dei vari pony express da provare il mercoledì sera. E’ seriamente preoccupante.

2) Ghost Mice – Free Pizza For Life

I never had a dime to my name
you liked playin games
a local pizza place had a deal
10 coupons got a free 12inch
well heres what we did

Magari. La morale della storia è che trovano 140 coupon in un cassonetto, si gasano, iniziano a fotocopiarli ma poi il proprietario li sgama. Lui poi se la canta e chiede scusa.

3) Wow, Owls! – Destination Pizza

Well leave as ashes.
We will dance like everyone is watching.
Clap your hands like everyone is watching.

Titolo che richiama grosso modo gli Orchid, testo che preso solo nelle tre righe qui sopra sembra un po’ troppo ispirato a New Noise e quelle belle chitarre che già erano mal viste nell’old school. La pizza in tutto ciò non c’entra un cazzo.

4) Tom Waits – The Ghost Of A Saturday Night (After Hours at Napoleone’s Pizza House)

And the early dawn cracks out a carpet of diamond
Across a cash crop car lot filled with twilight Coupe Devilles,
Leaving the town in a-keeping
Of the one who is sweeping
Up the ghost of Saturday night…

In realtà, ma forse sarebbe meglio dirlo piano, non è che vada matto per Tom Waits. Però la pizza il giorno dopo a volte è pure più buona.

5) Horse The Band – Crippled By Pizza (Pizzarrhea In The Pizzeria)

I CAN’T RESIST SO I PERSIST IN THIS.
So delicious, pizza’s powerful taste.
I seek, strike and consume it every day.
It’s shattered my colon and made me too fat to breathe.

Si spiega da sé.


Trouble Will Find Me

Trouble Will Find Me arriva in un momento un po’ così, un momento che sembra essere costruito a piccole parti che appaiono come lo specchio dell’ovvietà e di una quotidianità un po’ barbara, invece di essere le fondamenta di qualcosa. Lo dice poi Matt stesso in Demons, ‘I’m going through an awkward phase’, in una schietta semplicità che – ancora una volta – si morde la coda per tutto il disco. Matt che salta giù dal palco e corre alla fine di un concerto, Matt che si muove avanti e indietro mentre canta totalmente ubriaco e noi in mezzo al casino a fargli da coro guardandoci attorno. Il nuovo National arriva e, oltre ad aprire nella superficialità di un paio di pensieri qualche domanda di troppo,  è una bella lezione di calma e pazienza ingoiata dentro ed attorno alle piccole cose – è poi solo il mio inutile punto di vista -, una lunga riflessione dinamica in cui affogo e risalgo cercando di capire che i problemi che fanno la somma e il mal di testa devono essere presi a piccoli sorsi, che prenderli tutti in un sorso è sbagliato – e io di solito, di qualunque tipo siano, li prendo di botto così. ‘If I stay here trouble will find me, if I stay here I’ll never leave’ come il manifesto della cosa.

In tutta onestà, raccogliere le idee a sufficienza per tirare fuori da qualche parte un parere totalmente obiettivo sul disco mi sembra un po’ improbabile. Perché poi se non ci trovi nulla di personale cosa ascolti i National a fare? A me fa tutto un effetto strano, quella voglia di stare al buio sdraiato a cercare i riflessi delle luci delle altre camere palesarsi sul soffitto la sera tardi, non di certo cercare parole più o meno complicate per affermare o negare la loro immensità in mezzo ad un oceano lo-fi, no-fi e sticazzi. Chiudere tutto e stringere le cose affinché queste possano essere esorcizzate dalla forza con cui le si afferra, in qualche modo e maniera, senza dar troppo peso a nulla, o almeno cercando di. Trouble Will Find Me alle mie orecchie è proprio così. È l’immagine di Matt e compagnia bella rinchiusi nella loro singolarità scontrarsi l’un l’altro e fare la somma di tutti i perché, creando piccole cose come Graceless, forse l’unica canzone ad essere sotto la media, o tutte le restanti, senza una piega che sia una nell’entusiasmo degli ascolti entro la prima settimana dalla data d’uscita (digitale, ma qui una parte di danaro finirà quasi sicuramente in vinile), perché se Sea Of Love, Slipped e Don’t Swallow The Cap sono attuali, I Need My Girl e Pink Rabbits sono belle foto con didascalie lasciate in giro per casa davanti alle quali non ci si copre sempre gli occhi. In generale, sono tutte (le canzoni, non le foto) ancore a cui aggrapparsi nel mentire sulle cose.

Potrei davvero iniziare a copiaincollare pezzi di testo da songsmeaning senza pormi limiti o ripetere all’infinito il mio punto di vista, ma non ne uscirebbe nulla di più dell’esigente consiglio di correre a sbattere la testa contro, che sia dal divano o dal letto, da davanti allo specchio del bagno o sdraiato per terra. Non andrò a vederli quest’anno, purtroppo, ma terrò nel cuore i ricordi del concerto di Ferrara, che, a detta di chi li ha visti almeno due-tre volte prima di quella sera, è stato il più bello di tutti.


Their/They’re/There

Quando tiri su una band del genere non puoi che attendere da internet una certa fotta. Hai un tizio apparentemente sconosciuto, ennesimo devoto della chitarra suonata con le dita (non lo so, lo chiamerei tapping così sul momento, ma ho suonato per anni la batteria, non la chitarra, quindi abbiate pietà di un eventuale errore, volevo solo evitare l’ennesima ripetizione e fuggire dal termine ‘twinkle’), che si scopre essere il chitarrista dei Loose Lips Sink Ships, sconosciuta quanto figa band math americana, Evan Weiss, di Into It. Over It. e un altro paio di band fighe, tra cui gli Stay Ahead Of The Weather, che sono praticamente la sua touring band per i full band show, e quel carro armato di Mike Kinsella alla batteria, l’uomo dietro agli stop and go stortissimi dei Cap’n Jazz, le dita e la voce di Owen, eccetera eccetera (ma se non lo conoscete forse potete pure passare oltre e non leggere il post. Chiedo venia per la spocchia). Insomma, mica pizza e fichi, ecco. Questi tre hanno registrato sei canzoni e le hanno fatto uscire per il Record Store Day di quest’anno per Polyvinyl, trovando un nome orribile che fa un po’ la maestrina nei confronti degli stessi utenti web che cavalcheranno la siddetta fotta in giro per la rete. Quello che ne è uscito è un ossimoro costruito a metà fra la solita chitarra noodle e Mike Kinsella alla batteria, che dovrebbe fare genere a sé (tra l’altro dovrebbe essere in uscita a breve pure un nuovo disco a nome Owen). È un math pop che non si lascia troppo andare a complicate sincopi e districamenti vari, capace di usare curve per costruire linee melodie che rimangono bene in testa, fra cambi di umore che non sradicano eccessivamente le fondamenta delle canzoni, come un po’ ci si aspetterebbe dal termine math e dalla miriade di conoscenze intertestuali registrate nelle nostre orecchie, ma giocano in addizione alla parte più pop e diretta delle sei canzoni, scandita dalla voce di Weiss, questa volta al basso (ma pure alle quattro corde nei Pet Symmetry, power pop band con due Dowsing che farà uscire un ep sotto la rediviva Asian Man Records, quasi volesse lasciare la chitarra solo per le sue cose soliste). Nota a margine: la copertina è forse bellissima nel suo essere una foto con effetto e cornice Instagram. Non ne sono però così sicuro, ho pareri contrastanti al riguardo.

Qua c’è una canzone in anteprima.


Doppio: Caravels – Lacuna e Alkaline Trio – My Shame Is True

Double Feature come al cinema, con un film che fa saltare dalla sedia ed un sequel di uno che ha smesso di essere bello parecchi episodi fa, ma che finiamo sempre e comunque a vedere (e forse usciamo dalla sala pure più felici e spensierati di quando siamo entrati).

Lacuna potrebbe essere recensito in quattro parole in croce: è un gran bel disco dei Daïtro, parte con la stessa marcia di Laissez Vivre Les Squelettes, e in mezzo a tutti gli altri starebbe da dio fra i dischi dei Pianos Become The Teeth, dei We Were Skeletons e dei Celeste (di cui ricordo un concerto strumentale al buio, tutti con la fascetta in testa con attaccata la lucina da bici ed il cantante impegnato nel vomitare dentro ad un secchio. Davvero). Chiuso in fretta e felici tutti quanti. Potrei davvero farlo, perché preso di petto mi è sembrato così, però appena è finito ho sentito il bisogno di farlo subito ripartire, un po’ perché la prima sensazione di disco unico diviso in singoli atti, una volta arrivato alla settima canzone, Hanging Off, era scomparsa, e un po’ perché mi aveva onestamente lasciato un po’ di confusione. Difatti, al secondo giro, la sensazione di solidità e di divisione in parti un po’ forzata scompare lasciando maggior spazio alla comprensione del tutto, facendo risultare una nitidezza in crescere con l’ascolto, sebbene quella sensazione di intricata omogeneità del pacchetto intero rimanga, ma sembra quasi l’architettura su cui si basa il gioco, colpevoli le linee melodiche fatte intrecciare dalle chitarre ed il cantato recitato screamo, entrambe ragioni per il paragone con i due gruppi francesi. La prima parte rimane comunque la più compatta, mentre la seconda è più frammentaria. In totale confonde e lascia pochissimi attimi di respiro, alle volte pare quasi essere una corsa che non si ferma nemmeno un secondo a tirare il fiato perché ha altri giri di campo da fare. É un disco in cui perdersi e ritrovarsi, che trasmette ansia e richiede un po’ di tempo perché cresca per bene e per riuscire ad ascoltare con attenzione tutti i piccoli passaggi che sembrano essere lì nascosti apposta per essere scoperti, per ribaltare la struttura e trarne il senso, però è un ragionamento che ho fatto per parecchi dischi del genere ultimamente, quindi potrebbe essere solo un ‘problema’ mio. Va digerito.

Se il disco dei Caravels sta al nuovo slasher movie pieno di sangue e girato con un certo gusto artistico, My Shame Is True è, sulla carta, l’ultimo episodio di Saw o di Final Destination, quello che guardi per fedeltà e sentimento nel rispetto di chi l’ha girato e delle idee che avevano reso belli quelli precedenti (ma qui sto già parlando degli Alkaline Trio, non dei film). La cosa bella è che per quanto sia ancora il ‘solito’ disco degli Alkaline Trio, quello che più o meno ci si aspetta da loro, riesce ancora a scivolarti addosso senza pretese e con freschezza, forse anche meglio dell’operazione Damnesia e delle ultime cose prima di questa. Le dodici canzoni sono uno scoppiettare di ruffianaggine e voci intercambiabili. I feat. con Brendan Kelly e con Tim McIlrath ci stanno più o meno bene (forse meglio la canzone con il cantante dei Lawrence Arms, ma io i Rise Against li digerisco a fatica di mio. Mi è capitato di vederli e dopo un’ora e tre quarti di concerto, con tanto di tre encore, sono andato a sedermi sulle sedie in fondo all’Estragon, quelle che quando entri e le vedi ti chiedi ‘chi cazzo è che paga il concerto per poi andare a rompersi i coglioni lì?’.) e come al solito sembra prendersi per nulla sul serio. Basterebbe I Wanna Be A Warhol con ‘I wanna be a Warhol hanging on your wall, you down there looking up at me’ per far capire chi vince a mani basse il premio semplicità pur facendoti battere il piedino in felicità. Le voci di Matt Skiba e soprattutto quella di Dan Andriano non mi hanno ancora stufato, ritorna sempre a cadenza regolare la voglia di ascoltarli quindi un disco nuovo fa solamente bene. Dai che quando si fa veramente primavera torna la fotta Alkaline Trio e ci sono dei cd vuoti da riempire.


Reggie e l’effetto Scimmia dell’Ikea

Internet è roba assalita dai giovani, ma internet in mano ai giovani è peggio di una bomba a mano che appena esplode riprende subito a ticchettare. Escono gif delle serie tv ancora prima che vengano rilasciati i sottotitoli in lingua madre e i meme sono diventati, con il passare degli anni, delle cose pazzesche e super divertenti, ma pure un trend a volte complicato a cui stare dietro. Il caso emblema dell’estremizzazione dell’hic et nunc usato (e gettato) come pretesto per tirarci in mezzo anche la musica (calcolando che Tumblr sta diventando praticamente la posta del cuore della Polyvinyl anni ’90) è l’IKEA Monkey, la gag della scimmietta dispersa all’IKEA di Toronto, durata forse qualche giorno e passata fra le mani di un tizio turco, che ne ha preso il frame e ha ricreato (per modo di dire) una serie di copertine di dischi emo e hardcore ‘vecchi’ e più o meno recenti. Da buon intenditore e quasi ancora giovane avevo ‘followato immediatamente’ la pagina, ma non so se ne faccia ancora. Erano indubbiamente divertenti, ma il mio senso dell’umorismo è purtroppo (o per fortuna, dipende) poco condiviso. Fra le tante c’era il selftitled degli American Football.

Forse figlia di questo ed ultima, in ordine cronologico, delle manate alla nostalgia per mano dei giovani è Emo Song At Double Speed: blog di tumblr con canzoni al doppio della velocità, tipo Tim Kinsella che canta con la voce di Alvin, i Dowsing con la voce di Alvin, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die con quella voce lì. Pure gli American Football, chiaramente. Nulla di più, fondamentalmente una cazzata delle più scontate,ma i reblog sono già quasi a quattro cifre.


Minnie’s – Ortografia

Non so quanto potrò essere giusto nei confronti del nuovo disco dei Minnie’s, sono estremamente di parte perché gli voglio bene da tempo. Quindi, ecco, non so quanto potrà essere un parere arbitrario il mio. Poi che non si dica che non siete stati avvisati.

Come le altre volte, come per tutti gli altri loro dischi, l’ascolto di Ortografia è partito con l’idea che fosse tutta una passeggiata in una strada comoda, che il punk rock sia sempre qualcosa di fin troppo semplice, veloce ed immediato,  quando invece, fatto alla loro maniera, è sempre un bel percorso fatto di scalini e specchi su cui riflettere, qualche curva a gomito e una salita non troppo ripida, ma che comunque fa venire il fiatone e permette di considerare anche il peso delle parole. Ed è il loro bello, lo è sempre stato ed è il motivo per cui aspettavo questo disco: c’era la curiosità di sapere se pure questa volta sarebbe stato lo stesso. Magari al primo colpo può sembrare ‘meno d’impatto’ rispetto agli altri, ma cresce bene e le canzoni ti si attaccano addosso senza accorgertene.  Ortografia è nuovamente – e non è da leggere come un ripetizione di sé stessi, ma come una qualità che si rinfresca con il tempo – un bell’album di foto da tenere sotto le coperte fino all’arrivo della stagione mite, una libreria di canzoni – considerando che esce pure in free download – da caricare subito sull’iPod ed ascoltare in bici, una raccolta di racconti brevissimi da tenere sempre con sé. Il fatto che esca il giorno di San Valentino non cambia più di tanto la cosa, al massimo potrà rappresentare una storia in più da raccontare, nel migliore dei casi. Nel peggiore non accadrà nulla di male, solo un’occasione in più per farlo ripartire. Avevo avvisato che sarei stato forse troppo poco obiettivo .

Lo si scarica gratuitamente qui, lo si preordina da qui e il vostro amore nei loro confronti lo si dimostra qui.


I can tell by the weight of your words, that this is NOT over.

Jacob Bannon è quell’uomo che alle prime volte con cui si ha a che fare con lui e i suoi lavori lo si inquadra con un certo filtro: ugola d’adamantio come gli artigli di Wolverine, senza paura e pronto a tirare uno sganassone ad un tipo qualsiasi che sale sul palco durante un concerto. Una specie di macchina da guerra super tatuato. Chi l’ha appunto visto dal vivo (mettimoci dentro anche i live reperibili in rete) sa che vederlo fermo un solo momento è praticamente improbabile, e vederlo seduto a bocca chiusa, con la sola eco diagetica della sua voce a far da contachilometri a questi dodici minuti in cui tutto d’un fiato (sembra quasi un minutaggio fatto apposta, ad hoc sulle misure del personaggio in questione) si racconta, parla degli inizi, della passione che mette in quello che fa, dei dubbi e delle sue paure, sembra davvero un miracolo, quasi una cosa inusuale e sbagliata. Ma lui è lì su uno sgabello, fra un mezzo sorriso e un lo sguardo fisso in camera che ti dice ‘Sì, è andata proprio così, ma mi fa paura questo, faccio tutte queste cose ma sono terrorizzato dal doppio di quelle e da tutti gli effetti vari che possono portare. Però non mi ferma nemmeno l’apocalisse’. Volergli bene è forse d’obbligo, mi sa.

(Su Noisey c’è anche un’intervista, eventualmente.)


minuti di recupero: Slingshot Dakota – Dark Hearts

Ultimamente ho scritto poco e male, gestendo nella medesima maniera il mio tempo e la mole di cose di cui avrei potuto spendere due righe striminzite al riguardo. Ad ogni modo, visti questi ultimi tempi e prese in considerazione le ultime ‘fatiche’, noto di essermi ritrovato spesso a rivestire il capoccione di Uatu L’Osservatore e dall’alto controllare quel mio piccolo sottobosco in cui un filo rosso collega talvolta cinema e musica (o solo cinema, dal piccolo del mio punto di vista di fronte alle fantastiche penne qui addette al settore) molto volentieri, laddove il primo sta ad una vena di indipendenza così come la seconda si sbuccia ancora le ginocchia cadendo e correndo con Vans mezze rotte.

Ora, considerato che la mia classifica di fine anno è già stata pubblicata qualche tempo fa ed essendo già nell’anno nuovo, parlare di minuti di recupero mi sembra lecito, così come recuperare un disco che mi sono perso in mezzo alla fuorviante quantità eccessiva di prodotti che cercano di invogliarmi a prestar loro interesse (di solito basta poco, tipo la parolina di tre lettere che fa capolino fra le tag a tema calcistico sotto il titolo del post ed il frì daunlò, per citare il capo delle cit.) e una malsana dose di pigrizia. Parlare in ritardo di un disco che avrei voluto mettere nella classifica è forse tanto lecito quanto doveroso.

Sul macro pippone appena esposto ci salto sopra come un bimbo in un campetto da calcio e sfrutto lo spazio da porta a porta come ponte per arrivare al nocciolo della questione: sono arrivato tardissimo al disco nuovo degli Slingshot Dakota, il primo fatto uscire dalla uberpresente Topshelf, e mi pento e mi dolgo di ciò, perché sarebbe entrato a mani basse in una classifica fin troppo ridondante (e considerato che questo post è il primo dell’anno, quello appena detto copre il sotto testo della promessa di ascoltare cose differenti fra di loro, smettendo di versar benzina sulla fotta del momento o almeno cercando di cambiare benzinaio una volta ogni tanto) a cui magari avrebbe potuto dare una sfumatura diversa. Dark Hearts non è niente di differente rispetto a quello fatto in precedenza; è ancora musica pop per cuori in camicia a quadri, poco diversa dalle cose che hanno fatto prima, ma penso che nessuno vada a bussare alla loro porta chiedendo la svolta crust o altro. Anzi, e qui riprendo il filo del discorso, sempre che ce ne sia mai stato uno, canzoni come Cassette dovrebbero assolutamente essere materia di lotta per registi e produttori alla ricerca della canzone perfetta per il drama con i giovani o i meno giovani in crisi che si sdraiano sul prato di casa e guardano per aria. Ed era questo qui il punto a cui sarei voluto arrivare: alla maturità del testo di Cassette, alla voce di Carly ed al contro canto maschile verso la fine, come se volesse dire ‘sì, ho capito e la penso pure io così; da tutto l’alone di sincerità che la pervade e quella chitarra che suona così piano nei primi secondi come se fosse un rumore fuori dalla finestra fino a quel paio di brividi alla schiena che salgono e bloccano tutto il corpo per qualche attimo ogni volta che la tastiera fortifica il proprio suono. La ascolti e ti ci vedi, forse per quello vengono subito alla mente così tante immagini da poterci fare un film. E’ un modo sincero per partire con il piede giusto, o magari faccio solo finta che scoprire una canzone del genere voglia significare qualcosa.

Il disco, che è ovviamente tutto molto bello, lo si può ascoltare in streaming qui o qui.


Top Dischi 2012 ghiboebd

Presente quei momenti tipo Fight Club in cui ci si ferma a pensare a queanto tempo sprechiamo a trovare risicate giustificazioni alle nostre scelte/comportamenti/gusti agli altri che le vedono come cose assurde quando in realtà sono per noi le cose più naturali del mondo? Inteso di fronte a quei momenti in cui nel bel mezzo del nulla ti si chiedono i perchè vari di qualcosa che si stava facendo in normale tranquillità per i fatti propri. Sarà che a me succede spesso.

Ecco, nel caso mi spiace e vi capisco, in caso contrario beati voi. A rigor di questo insensato movente non ci sarà nessuna motivazione per ogni scelta ma un link ad una canzone (scelta per motivi che magari mi verrà voglia di raccontare durante la stesura di questa lista – che tra le altre cose mi è venuta pure facilissima, per colpa del mio vizio di catalogazione -  ma che magari pure no).

Dischi

Fine Before You Came – Ormai
Rocky Votolato – Television Of Saints
The Flaming Lips – The Flaming Lips and Heady Fwends
Japandroids – Celebration Rock
Havah – Settimana
You Blew It! – Grow Up, Dude Questo è chiaramente nella ipotetica top3
Suis La Lune – Riala Wishes & Hopes è la canzone meglio arrangiata nella storia. Quel piano che sale verso metà, nel bridge, è da pelle d’oca.
Dowsing – It’s Still Pretty Terrible
Dads – American Radass Altro nome sul podio. Troppa bellezza, davvero troppa.
Joie De Vivre – We’re All Better Than This
The XX – Coexist Haters gonna hate.
Converge – All We Love We Leave Behind Inaspettata bombissima.
Cloud Nothings – Attack On Memory
Deftones – Koi No Yokan
Sore Eyelids – Sore Eyelids
Everyone Everywhere – Everyone Everywhere
Perfect Future – Old Wounds: Warmth In The Winter Of 1914-1915
Wild Nothing – Nocturne
Girless & The Orphan – Nothing To Be Worried About Except Everything But You
Annabel – Youth In Youth

Ep/Demo

Prawn – Ships Probabilmente, a livello di musica, la cosa più bella dell’anno.
Adventures – Adventures
Riviera – Parla Con Gesù
Lantern – Noicomete
Foxing – Old Songs

Split

Touché Amoré/The Casket Lottery
Splittone Gazebo Penguins/Verme/Do Nascimiento
Annabel/Empire! Empire! (I Was A Lonely Estate)/Joie De Vivre/The Reptilian


This Time Tomorrow

Partendo per gradi, c’è un gruppo fantastico che si chiama Everyone Everywhere che qualche mese fa ha fatto uscire un disco nuovo (il terzo, del secondo ha parlato Giorgio qui) e ad agosto è passato pure qui nello stivale. Da questo ultimo, omonimo, disco è stato tratto anche un simpatico metavideo, prodotto da tale Shane Bissett e diretto da Brendan McHugh (o da Spice Lee, se si guarda all’inception e al video dentro al video). Una roba simpatica:

Ora, secondo punto della lista, Shane Bissett ha scritto, girato e prodotto a quattro mani con Brendan, che copre anche una piccola particina, un film girato lo scorso dicembre a Philadelphia, riguardo l’ipotetica fine del mondo e di come questo simpatico individuo sceglie di trascorrere la catastrofe (spoiler: a quanto pare male, almeno nell’idea di partenza). Il tutto sembra uscito da uno spin off del Sundance per fanatici del mumblecore che aspettano un pacco dalla No Sleep Records nella buchetta della posta. Contiene canzoni degli Everyone Everywhere (che stanno chiaramente pubblicizzando la cosa, la mia fonte è stata il loro tumblr) e si spera anche di altre band della scena di Philly.
Il film, This Time Tomorrow, uscirà in America il 10 dicembre.

Some believe that the world might end on December 21st, 2012. Stacey, a self-defeating romanticist, is not convinced. Regardless of his beliefs, he decides that if this were his last day, he’d want to spend it with his former girlfriend, Parker.

Io non so nemmeno come pormi di fronte a questo abbozzo di plot. Dargli del coglione? Sicuramente. Essere umano con le sue esigenze? Altrettanto. Coglione? Sicuramente. Non lo so davvero.


five against one: the revolution starts in a sea of paper cups

L’altra sera parlando su twitter con qualcuno è partita l’idea di fare una compilation di sole canzoni con la parola ‘Revolution’ nel titolo (nel testo no, mai piaciuti i Rage Against The Machine), perchè il momento un po’ ne richiede (di rivoluzioni) e non sempre serve chissà cosa per farne partire una.

1) Built To Spill – Revolution

Revolution
How come people don’t fuck it up?
It’s like turning on the heat I’m just in time

Cosa c’è di più ‘adesso mi prendo su e spacco il muso a qualcuno’ di quella chitarra rigida sopra l’altra, più fangosa e melodica? Dal primo disco dei Built To Spill, un colpo alla botte ed uno allo specchio del bagno.

2) Stars – Soft Revolution

It terrifies you, but its real
It will keep you up all night
And in the flood of morning light
Spilling out across your room
You say the words will get there soon

Il testo di questa canzone sembra parlare di due ‘rivoluzioni’ diverse, una interiore che fa star svegli la notte e una collettiva, che porta sulla strada con un stereo a palla e forse il solo bosogno di trovare due rime a tema con il titolo della canzone. Ciò nonostante è di un reale incredibile quanto semplicissima: ti fa paura, non ti farà dormire, ti farà sentire meglio; poi andremo sulla strada con le nostre giacchette e un sogno nelle nostre teste. Quello cambia ogni cosa.

3) Verse – Waiting On Revolution

An explanation is what we want
We want to know how things could get so fucked up
And how things could get so out of hand

Qui la strada la si prende in pieno, ci si imboccano le maniche e si sfregano le mani. Corsa fin troppo corta verso la meta, meno di due minuti di rabbia nella speranza di aver raggiunto comunque il punto della situazione.  A me sono sempre piaciuti, l’ultimo disco (quello della reunion) non è sembrato granché, ma nell’ipotetico derby ho sempre tifato Have Heart.

4) Miracle Of ’86 – Dance! Dance, Revolution!

I don’t know where the park begins and 66th street ends,
at least not this late in the weekend.
am I moving closer to you?
would you meet me half way?

La storia prima della carriera solista di Kevin Devine era nei Miracle Of ’86. Ok, il testo c’entra poco con tutta la tacita idea con cui ho fatto partire la cosa della rivoluzione, però la canzone, come quasi tutte le altre loro, mi piace parecchio, e da quello che si sente uscire dal microfono direi che una piccola idea di rivoluzione ce l’aveva pure lui in mente.

5)  The Death Of Anna Karina – Every Revolution Is A Throw Of Dice

Democracy delivering
We deliver
We throw and deliver

Abbastanza.


Indie Game: The Movie (o come il tipo che non vedevi mai uscire ha fatto quel ‘giochino’ che hai comprato dallo store della Ps3)

Apro una pagina a caso da Jpod e trovo ‘Sfida a Tetris stasera, 19.00. Piegatori Vs. Spezzatori’. È Douglas Coupland, quindi non so quanto possa sentirmi legittimato dall’ammettere che le uniche e poche cose di cui sono a conoscenza riguardo i personaggi che lavorano dentro ad una software house siano attendibili e realmente lo specchio di quanto succeda fra le quattro mura degli studi di game design, ma è tutto quello che so. Qualche giorno fa, in preda ad una curiosità nata dal ricordo di un vecchio rpg maker (mi sembra si chiamasse proprio così), dovuto dal continuo trovarmi di fronte a screenshot di gameboy e consolle varie a pochi bit su tumblr, ho recuperato Indie Game: The Movie, il documentario che al Sundance di quest’anno ha vinto il World Cinema Documentary Editing Award e ha messo sotto i riflettori del festival di pellicole indipendenti per eccellenza la vita dietro allo sviluppo di un videogame che sceglie di schierarsi nel fronte dell’auto produzione.

Il fattore di maggiore rilevanza, a livello di produzione, è l’ormai noto metodo di finanziamento Kickstarter, che in un colpo solo ha fatto fruttare a Lisanne Pajot e James Swirsky, le menti dietro a questo progetto, un sacco di soldi che gli hanno reso possibile l’accumularsi di materiale per un totale di quasi trecento ore, cosa che però dall’altro lato della medaglia ha richiesto non poco tempo ed il consumo di tutti quei soldini che i giovani videogamers hanno sborsato sulla fiducia nel progetto – e dovuto nuovamente finanziare, dato che dopo aver finito l’ammontare del loro buon cuore i due sono dovuti ricorrere nuovamente a quella forma di sovvenzione per poter continuare a lavorare al documentario. Una volta conclusosi il tutto è stato effettuato un profondo lavoro di taglia e cuci che se da una parte ha obbligato i due a eliminare grosse parti e diversi nomi del indieverso dei videogame, dall’altra ha fatto sì che questo documentario trovasse il proprio punto di vista per parlare della realtà dei fatti che intendeva propriamente rappresentare. James e Lisanne sono riusciti a mostrare il lato più umano dietro agli occhiali a montatura spessa, a far vedere la tensione dei developer e farli parlare di cosa li ha spinti, cosa li ha ispirati e cosa hanno tirato fuori dal loro passato e presente per creare i tre videogiochi che fungono da punto di partenza per tutte le quasi due ore di durata del film.

Indie Game: The Movie è fondamentalmente un film che cerca di parlare di sogni, di un sottobosco di pixel fatti vivere da adulti che hanno sacrificato la loro vita sociale al verbo della programmazione e dell’immaginario nato grazie a Super Mario e andato, mano nella mano, di filato per gli anni successivi, ma mai propagatosi nei videogames di nuova generazione. I protagonisti sono quattro sviluppatori con le loro personalità e problemi: c’è Phil Fish che dopo aver letteralmente mandato a quel paese un finanziamento datogli dallo stato del Canada rimane da solo contro le tendenze suicide, i gestacci (epocale momento in cui lui fa il gesto dell’ombrello ai normali curiosi che sul suo sito domandano che fine avesse fatto) e l’insicurezza cronica, che lo porta ad impiegare quattro anni per creare Fez, gioco il cui protagonista in 2D scopre un mondo in 3D che agli occhi del gamer verrà rappresentato con il meccanismo i rotazione di 90° dello schermo; ci sono poi Edmund MacMillen e Tommy Refenes – precisamente un ibrido fra Comic Book Guy e un thrasher sovrappreso che indossa solo magliette dei Melvins e dei Sunn(((O) il primo e la versione malaticcia del protagonista del video di A Movie Script Ending il secondo – ed il loro Meat, blockbuster indie di cui viene raccontato la nascita e mostrata l’ansia che pervade i due mentre aspettano che lo store di X-Box li inserisca nella pagina principale della consolle; infine Jon Blow, la mente dietro Braid, a far la voce di quello che ce l’ha fatta, che si racconta un po’ e parla di entusiasmi ed insuccessi dietro ai suoi vent’anni passati a programmare e sopravvivere a quella che all’apparenza non sembra essere proprio la più felice delle vite, escludendo i successi professionali.

Lisanne Pajot e James Swirsky hanno portato un documentario che forse non cerca il pubblico dei gamers di vecchia scuola, ma di sicuro fa contenti nostalgici e semplici fruitori del Sundance, grazie ad un taglio cinematografico composto da una buona fotografia, una colonna sonora adatta agli schermi su cui si propone (e la si può ascoltare qua) ed un contorno che appassiona anche il meno avvezzo ai videogiochi ‘di vecchio stampo’ con il report di una serie di storie che si intrecciano in qualche modo e che mostrano che c’è vita oltre (o forse ai piani, metaforicamente, più bassi) della sovrapproduzione tipica della new wave dell’industria videoludica, qualunque cosa questo possa significare

La critica ovviamente lo ha acclamato in ogni forma, con tanto di percentuale più che invidiabile del pomodorometro di Rotten Tomatoes.

Lo si può acquistare direttamente qui.


Me Vs Jean Grey

Prima di questo mio piccolo e non richiesto post è già stata scritta la frase fondamentale, la chiave di volta alla comprensione dei perchè che stanno sotto a tutto questo: ‘a me sta cosa m’ha rovinato la vita’. Quello che mi piace pensare quando a mia volta uso questa frase è che i fumetti hanno aiutato a costruire e distruggere ideali che sono lontanissimi dall’essere bambinerie sciocche e frivole (non serve prendere un volume a caso di Frank ‘Adolf’ Miller degli ultimi tempi – che poi ultimi, vabbè.. – per leggere narrativa disegnata per adulti). Alla fine quello che importa è sempre l’interpretazione che si dà di quello che si legge e come si riempiono i buchi volutamente lasciati e quelli che comunque rimangono da una pagina all’altra. Non per nulla siamo qua a far paragoni campati in aria che raccogliamo dai comodini e mettiamo nero su bianco qui. Ci hanno rovinato in un modo che non può essere che positivo, ma è solo il mio punto di vista.

Questa cosa a me la vita l’ha rovinata perchè fondamentalmente ho ancora otto anni e di conseguenza quello che voglio fare da grande è il supereroe. È una cosa che si finisce con il portarla dietro. A quell’età vuoi essere un X-Men, un clone dell’Uomo Ragno (Ragno Rosso costume degli anni ’90, miglior divisa di sempre di tutti gli eroi di tutte le testate, senza se e senza ma) o qualche anno dopo Batman, ma ci si accontenterebbe anche di un ruolo marginale e meno rischioso come quello di Nightwing o una Lanterna Verde meno battuta sulle pagine della serie principale. Anni dopo i costumi passano in secondo luogo e si fa tanta attenzione alle dinamiche amorose (l’ha già detto Giorgio, lo risottolineo anche io). C’è Gwen, c’è MJ, ma ho sempre avuto un occhio di riguardo per le figure, fra tantissimissime virgolette, decadenti come Karen Page (il sogno di avere una band e chiamarla così) o la semplice Jean Grey.

Me Vs. Jean Grey titola infatti il post. Il primo amore di Ciclope (se la mia memoria da non più acquirente Marvel ricorda bene), ma quello che importa è la sua figura di grande compagna di e da sempre di Scott, la mutante capace di fare tutto bene e alla perfezione, con non uno ma ben due poteri (ma vorrei che il lettore medio di questo blog sia già a conoscenza di queste cose, o che magari ci possano essere nuovi finanziatori della carta stampata proprio grazie a questi ultrapipponi – e sarebbe una cosa infinitamente piccola ma infinitamente gratificante), nei sogni di Cyke dall’arrivo alla scuola di Xavier. Prima Marvel Girl poi Fenice: prima candidata ad essere la regina del ballo dei mutanti, poi la rovina di una specie, il passaggio ad una sorta di lato oscuro che non contagia solo lei, ma che è un percorso a cui pure il povero Ciclope si deve prestare a combattere fino al momento nefasto della di lei morte, perchè l’amore è l’amore e nei fumetti lo si combatte con la tenuta da guerra.

Tolte le fantasiose ipotesi di una forza aliena che trasforma le persone in incarnazioni della fenice e tutti i crismi da gene mutante, la storia che li avvicina e li separa non è poi così lontana dalla realtà, così a grandi linee. Cioè, può accadere. Può succedere ad esempio che in occasioni di ritrovo, come poteva essere l’inaugurazione della scuola per giovani mutanti di Xavier, si incontrino persone e senza far tanti giri di parole molto figurati si finisca con l’incontrare quella che ai propri occhi di fumettaro incallito fino al midollo diventerà la propria Jean Grey. Quella che all’inizio è Marvel Girl, piena di risorse, che ti fa sentire bene e tutte le altre amorerie varie ed eventuali, ma che poi durante la strada diventerà solo Jean Grey (nel senso storico del personaggio, perchè il nominativo Marvel Girl cade con la fine della golden age dei fumetti e già dal primo numero di Incredible X-Men – quello dell’Isola mutante di Krakatoa e del conte italoamericano Luchino Nefaria – verrà chiamata solo Jean da un tristissimo Ciclope che la vedrà fare le valigie e andarsene su un taxi verso altri lidi), come il ‘passaggio’ ad una presenza stabile e certa, e successivamente diventerà Fenice, dentro ad una gabbia d’oro che le donerà poteri troppo forti per lei e che la porteranno sull’orlo dell’oblio quando diventerà Fenice Nera. Forse, a rigor di logica, questo post sarebbe dovuto chiamarsi Me Vs. Ciclope, ma lo sappiamo tutti che il povero Scott è diventato da leader indiscusso degli X-Men a rompicoglioni testardo e antipatico – motivo in più per cui forse sarebbe dovuto essere un confronto con lui e non con lei.

Finisce insomma che ci si trova a dover combattere qualcosa assieme che fa sentire le proprie gesta eroiche, che fa sentire bene per amor proprio dato dal riflesso dell’aiuto verso la nostra Fenice. Ci si sente un po’ dei supereroi nel nostro piccolo. Si scappa senza esagerare, si programmano piccole cose, si masterizzano cd e si parla per ore e ore di quello che diventerà il fuoco dentro al personaggio. Si viene a costruire un rapporto le cui basi sembrano essere date da questo legame ma che probabilmente sono un mascheramento di tante cose ai livelli inferiori che mano a mano stanno salendo in superficie. C’è come sempre un cattivo, un qualcosa da estirpare. Arriva il momento in cui la cosa degenera e tutto è troppo poco, ogni piccolo passo per raggiungere nuovi traguardi sfuma, si distrugge e Fenice acquisisce poteri inaffrontabili dai ‘normali’ X-Men. Esce il vero lato (il vero lato?) di Jean che fa esplodere cose a destra e manca, diventa Fenice Nera, la cui morte sarà la salvezza di tutto e tutti. Scott a sua volta subisce la discesa del personaggio, patisce il cambiamento e ce la mette tutta per salvarla, fallendo.

Quello che ovviamente ne risente di più è Ciclope, ma pure il simpatico fumettaro che poggia l’albo sul letto e ripensando a quei momenti trova il collegamento, vede che la realtà è figurativizzata nella finzione, magari non del tutto ma è un pezzo che per qualche punto si incastra bene. Qui ci sarebbe da pensare agli sforzi, alle piccole lotte e a tante altre cose, ma forse il paragone è, per orecchie a punta come quelle della Bestia, ben sufficiente per capire il nesso della e con la cosa.
Dopo un po’ Scott appare in una copertina con Jean fra le braccia, e in quel momento capisce che fino ad un esercizio di resuscitazione (Phoenix Endsong e quanto di conseguente) non la vedrà mai più. Ma, appunto, nei fumetti nessuno muore davvero, a meno che non siano i cattivi. Jean tornerà ma ci sarà già un’Emma Frost o chi per lei. Sarà solamente finzione dentro alla finzione, realtà nella memoria e nulla di più. Due pensieri rivolti a qualche anno fa connessi con uno story arc durato una vita, che somiglia alla realtà ed è sicuramente il motivo per cui alla fumetteria abbiamo la casella con i nostri nomi sopra.


Dowsing – It’s Still Pretty Terrible

Io sono un romanticone, uno di quelli che davanti all’occasione di tardare dieci minuti per stare in macchina ad ascoltare una determinata canzone, anche se è tipo notte, lo fa volentieri. Tanto dieci minuti una volta che sono le sei del sabato mattino non cambiano più nulla, poi vale la pena di aspettare l’alba, no? Insomma, credo ancora al potere delle circostanze e del contesto in cui si inseriscono le cose, volontariamente o meno, per virtù o necessità di ascolto davanti a dischi troppo simili fra loro (forse) e (sicuramente) asintoticamente vicini ad un modello preciso che ci piace ritrovare con delle varianti (e per ci piace intendo molto). Ecco sì, il contorno delle cose mi interessa, e pure tanto. Mi frega anche del sole quando posso vederlo uscire da quella roba mezzo blu scuro e mezzo celeste che sta sopra le teste. Mi frega anche delle canzoni, soprattutto delle canzoni alle sei del mattino quando danno un senso in più e a loro volta hanno la possibilità di vivere la loro vita meglio del solito.

Cazzate, ma quel tipo di cazzate che danno una marcia in più alle piccole cose.

Il nuovo Dowsing è un bel disco di taglio Topshelf/No Sleep – anche se esce per Count Your Lucky Stars, ma è la stessa cosa, fortunatamente – sulla scia degli Anniversary e di quel finto cazzoneggiamento molto in voga al momento. È fatto di canzoni bellissime che ti accompagnano e in qualche momento ti fanno prendere tutto molto bene o molto male, che raccontano piccole storie più o meno senza una connessione apparente fra loro, ma con un mood omogeneo che fa da ponte fra i vari episodi. Ogni tanto viene da fare sì con la testa ad ascoltare quella determinata frase ritrovandocisi di tutto puntino, altre sono lasciate ad un’immaginazione che si fonda comunque su ipotesi e scenari che potrebbero di fatto essere reali (gioca un po’ sul what if come tutta la produzione del genere fa). È fatto di suoni senza pretese ma è pieno melodie gioiose che ben si incastrano nella dicotomia che li oppone ai testi amari. I ritornelli e quel pochino di tastiere in salsa Tigers Jaw sono una bella cosa compatta, fresca e potente. È un disco emo che, pur non essendo suonato del tutto in quel modo che lo infilerebbe nel girone del twinkle, va a braccetto con tutto il periodo di rinascita di quelle sonorità. Cresce bene con gli ascolti e soffia le candeline sopra un suono che si è consolidato sulle orbite navigate già dall’EP e dallo split con i Parker. Danno al popolo lo stesso tipo di brioches di ieri, più buone e più grandi – ma nemmeno troppo: It’s Still Pretty Terrible dura mezzoretta scarsa, ma è sufficiente per poterlo apprezzare e riappropriarsene ogni volta che se ne vuole, ché i dischi lunghi hanno un po’ rotto i maroni.


Veni Video Vici

Converge – Aimless Arrow

Ragionare su due fronti: da una parte si può dire ‘oh, siete i Converge, potete fare un po’ quello che volete che tanto noi vi si vuole bene comunque, perchè ci piacete tanto’ e dall’altra ‘oh, ma è Jacob? Che voce ha?’. Divide, ma vediamo cosa succederà con il disco sotto mano.

Trash Talk – F.E.B.N.

I Trash Talk stanno all’hardcore  a cavallo fra gli ’80 e i ’90 così come gli OFF! stanno, logicamente, ai Black Flag e a quegli anni lì. Un minuto e cinquanta secondi di botte sonore.

Coheed And Cambria – Domino The Destitute

In quella che sembrava essere un’edizione di VVV di solo gruppi ‘urlati’, per usare una definizione che ultimamente mi gira parecchio attorno, tornano i Coheed And Cambria e io come al solito non riesco mai a capire se la canzone mi piaccia o no. Pare siano tornati con la formazione originale. Qui sotto l’extendend versione con un Claudio, attenzione, senza pizzetto.


La top five dei biscotti (il logico proseguimento dell’episodio precedente)

Per un po’ di tempo ho avuto in mente l’idea di aprire un blog che parlasse solo di biscotti. Il suo obbiettivo sarebbe quello di recensirli e abbinarli a film, dischi eccetera. Problema numero 1: non ho studiato tecnologie alimentari o roba del genere, quindi non dispongo nemmeno della minima conoscenza riguardo la scelta di farine, ingredienti e conservanti; il lato scientifico e meno pratico della cosa verrebbe a mancare. Problema numero 2: la carenza di ciò come la posso coprire? Ci vorrebbero delle storie da scrivere, ma non ho obbiettivamente un cazzo da dire. Fatto questo ragionamento ho abbandonato l’idea di fare un blog solo sull’alimento più buono che l’industria dolciaria di alto consumo ci ha donato.

Fare l’ipotetica top 5 dei biscotti – perchè non facevo top 5 da degli anni, e chi mi conosce di persona sa quanto posso essere pesante una volta che inizio a fare delle liste; e mannaggia a Hornby e Cusack – è un po’ come prendersi a pugni con l’altro sé che patteggia più per la scelta degli eventuali panchinari. Un Fight Club all’insegna del saccarosio insomma, una continua lotta per sceglierne i cinque perfetti.

Come è stato per le merendine, ci sono i commenti qui sotto, amici amanti dei biscotti.

Oreo

Il concetto è facile e semplice. Il biscotto Oreo, quello standard con il biscotto al cacao e la crema bianca dentro, è un’esperienza religiosa. Non è dolce – anzi, forse è quasi salato -, non è stomachevole e ha un ingrediente speciale: la droga. Crea elevata dipendenza, lo puoi combinare con altre forme di dolci e ricette da pasticceria. Insomma, un prodotto industriale che va d’accordo sia con la velocità che con la meticolosa preparazione di un qualcosa di grosso, sia come ornamento che come direttore del gusto – ad esempio, la Oreo Cheesecake è la santissima trinità fatta a torta. Non esistono biscotti Ringo o robe eventuali che gli rubino la corona. L’Oreo è il re dei biscotti (parlo di Oreo standard perchè nella media è l’unico che si trova. Forse da blockbuster si poteva trovare una variante, ma non mi ricordo. In America, invece, ne escono nuovi tipi come i funghi).

Le Finte Gocciole Della Coop (Frollini con Gocce di Cioccolato)

Vale lo stesso discorso delle Camille del post sulle merendine, li prendi in mano e le ragazzine ti guardano male, ma loro non sanno che a qualche decina di centesimi in meno possono godere di più biscotti (mi sembra), meno dolci e più ‘biscottosi’ (passatemi il termine poco tecnico) dell’originale. Nulla da dire sulle varie versioni extra dark eccetera, però la copia della coop sono il piacere del dopo pasto. Uno prima del caffè e via.

Batticuori

Qui non ho scusanti. Sono un sacco buoni, sanno tanto di cioccolato e sono a forma di cuore. Basta? Direi più o meno di sì. Tutti seduti sul divano con i lacrimoni agli occhi e il sacchetto in mano.

Campagnole

Ecco, le campagnole sono i biscotti della fame, quelli che basta mangiarne uno e ti senti pieno come dopo il pranzo di natale, probabilmente per colpa di una dose da galera di farina nell’impasto. Il sapore è quello ideale del biscotto, nel senso di immagine stereotipata alla mulino bianco della tavola con la tovaglia bianca, la tazza di tè fumante e il piattino con sopra i tre biscottini, come da indicazione sulla confezione. Il tè sarebbe ovviamente alla vaniglia e i biscotti andrebbero assolutamente inzuppati. Magari quando fuori fa freddo, giusto per creare lo stereotipo pienamente ad hoc.

Chocolate Chip Cookies del Lidl

Non so come ci si possa schierare a riguardo dei supermercati, se esistono fazioni pro uno e contro l’altro (non ne ho idea, ho amici che lavorano dentro a negozi e ogni tanto mi è capitato di sentire discorsi del genere, ma magari ricordo male). Il Lidl è vicino a casa dei miei e ogni tanto capita di andare a prendere due, tre cose, perchè abbiamo scoperto che ogni tanto hanno delle cose incredibili che si trovano solo lì e altre normali a prezzo ridotto. Dico cose scontate probabilmente. I biscotti al 70% al cioccolato sono della stessa marca del burro d’arachidi con i pezzi sbriciolati dentro, cioè il secondo alimento base della mia dieta, e sono parte della prima categoria. Fanno calorie anche solo ad aprire la confezione e prenderne uno in mano. Ti sporcano tutte le mani di cioccolato così da essere poi costretto a leccarti le dita. Ne mangi uno e magari ti senti un po’ meglio, al secondo di sicuro ti senti un po’ in colpa, ma fai spallucce e parti con il terzo, ‘tanto poi esci in bici e bruci’. Bicchiere di Coca Cola e via.
Panchina: è stata una scelta dura, ma hanno trionfato e siedono in attesa di scaldarsi per entrare in campo gli Abbracci.


And I’m sick of all these hipsters, I’m sick of phony nigg*s

L’hip hop per me è un mondo tutto nuovo, in cui posso divertirmi ad andare qua e là senza cognizione di causa, permettendomi di apprezzare i dischi storici e quelli meno convenzionali così come le peggio cose, senza sapere che siano davvero così poco quotate nel mondo rap  (perchè c’è la storia della credibilità della strada, giusto?). Succede questo con la Kitty Pryde di cui parlai tempo fa e con A$ap Rocky adesso. Non parlo di N.W.A. o altri mostri sacri delle rime, ma fenomeni di massa della durata di qualche anno, a meno che il nuovo uscito dalla fabbrica dei Lil Wayne faccia qualche cazzata così plateale da portarlo ad essere argomento di discussione nei notiziari di Mtv America o roba che scotta per una serie di pagine web che ne sanno di hip hop quanto ne so io di Star Trek. Rocky ha tutti i cliché del rapper lento, non so bene come lo si possa definire, tipo un Drake al rallentatore che più si avvicina al suono del southern rap, privato dei fischi e di quella fastidiosissima perenne cassa in quarti, che all’hardcore hip hop di Harlem, casa e spazio vitale di Rakim Mayers, le cui strade lo hanno visto farsi le ossa con la crew di A$ap cosi (nel senso che tutti – circa una dozzina di persone – sono A$ap Tizio, A$ap Quello, eccetera) e vendere droga, nello stilema dello stilema del rapper disagiato dei quartieri violenti, che ne parla nelle canzoni e usa quella voce al ralenti, un po’ come se fosse fatto come una merda – e molto probabilmente sì.

In una intervista con il Guardian Rocky si definisce il ‘pretty motherfucker from Harlem’ e forse avrebbe dovuto metterci anche un ‘non faccio niente di per sé nuovo da gridare al miracolo, ma essendo appunto un motherfucker con i controcoglioni, giovane e di belle speranze, dico cose scontate ma è proprio nel modo in cui lo dico che faccio andare in brodo di giuggiole la gente – e la RCA, che mi ha fatto fare due firme su un foglio di carta’. Il dubbio viene quindi al pettine mentre i nigga si fanno fare le treccine: perchè parlarne? Perchè spacca, perchè ha Clams Casino (assieme ad altri sette produttori) dietro alle spalle che gioca con i campioni (Imogen Heap la sua passione) e con i beats, perchè c’è di mezzo una disputa verbale sull’eventuale ladrata alla ragione sociale del figliol prodigo della strada Aesop Rock, ritornato dopo sei anni con un disco che, per chi è avvezzo al genere, da’ una serie di sbadilate su quella faccia da culo di A$ap.

Dimenticando però l’ultimissimo Goldie Ep, che non è la sua cosa migliore, e senza pensare che a settembre uscirà il primo disco, LiveLoveA$ap (il mixtape, urge precisazione perchè il mese prossimo l’album avrà lo stesso nome a quanto pare. Ah, se la copertina vi ricorda qualcosa siete bravi e molto probabilmente grandi quanto o più di me) ha qualche pezzo che davvero ti arriva addosso e non ti si stacca più. Non dico tutti, o almeno alle mie orecchie poco abituate a questo tipologia di suono, non proprio tutte le canzoni mi entrano in testa, ma l’ascolto del mixtape è una delle cose più piacevoli di questi giorni über umidi in cui ci si mette le magliette di dieci anni fa perchè se ne sudano almeno un paio al giorno, che sono sempre più larghe del dovuto e un po’ ci si immedesima in questo pretty motherfucker con i denti d’oro, assieme a tutta la sua crew, che se la gira con i cappellini con la visiera dritta e la giacca di pelle a fare la bella vita o a farsi arrestare. Peso, Leaf, Bass, Wassup, Acid Drip e Demons sono belle canzoni, senza tanti giri di parole. Da Fallon, assieme alla band resident, quindi con Questlove? dei The Roots, ha cantato Pretty Flacko, singolo dell’anno scorso a quanto pare – no, non sono sicuro, non si capisce nemmeno bene come sia disposta la discografia e pure lui è un mezzo geniaccio ad intitolare il disco come il mixtape e far girare le stesse canzoni della ‘cassetta’ anche su due ep usciti quest’anno, eccetera – e Goldie, dall’omonimo EP. Alla fine sembra avere il tiro anche dal vivo, o lo swag, o qualsiasi termine si usi per indicare che anche dal vivo ha la botta.

Io di queste cose non ci capisco nulla, però piace, quindi condivido e narro con le parole di uno che non ne ha molte per precisare al meglio quello che sente. Poi uno si può fidare o meno, però qua il consiglio c’è – ma lo dico ancora, io di hip hop non ne capisco un cazzo.


Il rebootone, parte tre.

Parte #3: lanterne, grupponi e derivati:

Justice League: Con Geoff Johns c’è poco poco da scherzare, anche se JL 1 è un numero di warm up per il supergruppo DC. Batman e Lanterna si incontrano per la prima volta, braccati da una specie aliena strana e non riconosciuta dall’anello e dall’altra parte da aeroplani ignoti. In poche pagine c’è l’introduzione a quella che dovrebbe essere la più grande forma di amicizia con il mantello di sempre (parlando della sola DC), anche se ora non ci sono più marziani immigrati ma ragazzini per metà robot ed è rimasta una sola donzella in tutto. Ma la rosa della League è abbastanza flessibile, lo si sa. Di fondamentale importanza la vignetta in cui Batman urla a Lanterna quanto sia fondamentale che le persone abbiano paura di loro.

Justice League International: Dan Jurgens è uno di quelli che negli anni ’90 ci ha dato giù di peso. Il superman con i capelli lunghi mi sembra fosse cosa sua, ma ad ogni modo lui è il papà di Booster Gold, il personaggio più sfigato e spocchioso di tutto il dcverso. Ora Gold è in mezzo ad una nuova squadra di supereroi selezionata da un ente non ben definito, ma con scopi abbastanza nitidi, formata da personaggi che non si capisce so vogliono essere un po’ una critica verso qualcosa o cos’altro. La vicenda, i colori e i disegni ricordano e fanno sembrare questo numero uno un po’ una versione aggiornata di Giant Size X-Men 1, la storia sull’isola di Krakatoa con i nuovi cadetti della scuola di Xavier. C’è della confusione ma si vedrà bene (o almeno un po’ meglio) con i numeri a venire.

Green Lantern: Il numero uno della nuova serie di Lanterna Verde inizia con ben due cose concettualmente sbagliate: Sinestro indossa l’anello verde, e la cosa porterà sicuramente ad uno svilupparsi di storie sempre più intricate e pregne di legami e disgiunzioni, e un Hal Jordan che si comporta come un riccardone qualunque, quindi un Hal Jordan che sembra troppo Ryan Reynolds, più sfacciato e spudorato di come era la Lanterna senza anello prima della bagattata multiversale di Flashpoint. Della prima cosa però ne riparleremo quando saranno gettate le fondamenta per qualche rivoluzione narrativa, perchè Sinestro non può mica rimanere sempre LV, vero?

Green Lantern: New Guardians: Lezione numero uno, se c’è fila al bagno del pub non andare a pisciare nel parcheggio, perchè poi finisci con il diventare un poliziotto spaziale come sognavi da piccolo, solo che ora sarebbe per davvero. Kyle Rayner diventa la nuova Lanterna Verde del settore, tenendo considerato anche che Hal non sembra avere alcun potere al momento, ma non si capisce proprio benissimo quale sia la posizione di queste storie dei nuovi Guardiani all’interno della timeline (un po’ confusa) del reboot. Abbuffata di anelli per la neo lanterna che lo vedrà a fare a cazzotti con amici e nemici variopinti.

Green Lantern Corps: E’ notizia di qualche giorno fa che concluso il ciclo di dodici numeri delle nuove testate ci sarà un numero 0 di cui non si è ancora capita entità o importanza, se non che faranno accadere cose e anche subentrare nuovi personaggi, tra cui una nuova Lanterna della terra che, a vedere le prime foto, pare sembra essere vestita come un lottatore di catch messicano. Nuova lanterna nel corpo fra un anno e due delle quattro storiche già dal primissimo numero si ritrovano disoccupate e alla ricerca di un lavoro, ed è bello con che geniale e semplice fantasia Peter J. Tomasi ha messo Guy Gardner ad un colloquio per diventare un coach di football ed il duro e impostato architetto John Stewart nella grande impresa di convincere chi di dovuto per la costruzione di un grattacielo attraverso un progetto creato grazie all’anello. Da grandi doni derivano grandi difficoltà di integrazione.

Green Arrow: Un ultimissimo paragone con la concorrenza poi la smetto (tra l’altro presumo che un po’ chiunque abbia fatto, anche involontariamente, una connessione fra le due cose): Oliver Queen è un po’ il Tony Stark della DC ora, ma anche ‘sticazzi’ o ‘ma proprio no’. Dicendo Tony Stark intendo proprio solo l’uomo dentro all’armatura, che richiama all’attenzione ogni volta che Oliver appare nel suo ruolo di capoccia alle Queen Industries per un modo di fare non lontano. Tutto diverso quando si tratta della controparte costumata – e che costume della madonna gli hanno fatto?

Savage Hawkman: Archiviato tutto il passato pre rilancio, Hawkman è un personaggio all’oscuro del destino che lo impegnerà nel futuro più prossimo. Tony Daniel ha rinnovato un personaggio storicamente pieno di domande in un personaggio che se ne fa ancora di più, che cerca di sparare al proprio costume chiedendosi se non fosse lui stesso a morire, a differenza del paio di ali ed elmetto che indosserà anche poi per cercare di fermare l’entità aliena recuperata dalla nave a metà albo.

Teen Titans: Per capire bene Teen Titans pare necessario leggere anche Superboy, o almeno sapere che esiste una N.O.W.H.E.R.E. che ha prodotto un ragazzino con i muscoli di cui ancora non si sa nulla. Senza farsi fregare dalla copertina, la prima storia dei Teen Titans si concentra sui soli Red Robin – sempre Tim Drake -, Wonder Girl e un pochino su quell’incosciente di Kid Flash. Storia introduttiva che sembra andare per le lunghe, dato il numero di personaggi di cui raccontare la storia che poi faranno parte dei Titani, senza contare la questione Superboy da incastrare con il tutto.


Banana Splittone

Ieri stavo riascoltando lo splittone al mare, mentre l’omino del cocco – l’uomo dalla faringe che fa invidia anche a Jacob Bannon – ha sfoderato la sua arma più forte, un movimento sexy mimato in tutto il suo stile con le anche assieme ad un paio di noci sopra i capezzoli, per dare forma ad un mostro di sudore con la bandana impuntato ad attirare l’attenzione di una signora tedesca che stava leggendo un libro di Danielle Steel poco distante da me. Poi dicono le coincidenze, ‘lo squallore del panorama’ – e non c’entra nulla con il disco in sé, quella della spiaggia è un’immagine un po’ abusata, lo so anche da me, ma mi andava di dirlo perchè lo splittone è uscito il giorno del mio compleanno e quindi è automaticamente il disco dell’estate. È breve, d’impatto, da cantare tutti assieme e soprattutto rappresenta al meglio la serie di amici che se ne vanno e sai che il prossimo anno non torneranno, quelli che fortunatamente sono tornati e non vedevi l’ora di rivedere e quelli che eri sicuro sarebbero tornati, te lo avevano detto loro poco tempo fa facendosi sentire. Chiaramente la coincidenza fa anche ridere.

Gli amici che sono tornati sono i Do Nascimiento e si mettono subito sul podio con una bella medaglia d’oro al collo. Tombino e Amplificatore sono le canzoni perfette per questa estate abbastanza piatta e vuota, piena di paragoni con quelle passate che non aiutano per niente, ma che a quelle sensazioni le canzoni riescono a dare un po’ di senso, recriminando lo star bene e le ingiustizie in parole semplicissime. Boccia vicino al boccino e vittoria in un tripudio di vecchietti che bestemmiano con il bicchiere pieno di acqua brillante, testi che fanno davvero paura per quanto belli – e non lo dico come iperbolone ruffiana, ma proprio a sentimento – e quelle chitarre che devo averlo già detto mille volte quanto mi piacciono. Amici che ho rivisto davvero davvero volentieri e spero si facciano vivi il prima possibile per stare un po’ più a lungo.

I Verme invece sono quelli che ti salutano con un abbraccio di quelli forti, che sai non rivedrai più – e un po’ hai sempre saputo che non sarebbero tornati sempre con cadenza regolare. Lo Squallore Del Tonno e L’inutilità Del Panorama sono le foto degli amici del mare tenute nel cassetto con le altre, perchè i regaz purtroppo hanno detto ciao sul serio, regalando due bombette classiche del loro stile. Punk rock veloce con la Delorean puntata al ’98, o a palla nella mia Punto di quell’anno lì con le birre calde sotto il sedile, con tanta distorsione e il fattore cori al massimo. Nessuno ha mai chiesto nulla di diverso e sono arrivate sempre delle gran soddisfazioni nell’ascoltarli. Peccato, ovvio, che ora tocca tenere strette le poche canzoni che ci hanno lasciato.

I Gazebo Penguins non se ne sono mai andati, sono sempre rimasti lì a tirare fuori canzoni, prima da soli e poi accompagnati. Sono sempre loro che parlano di cose che parlano di cose e di persone, di gruppi, di scacchi, di nostalgie e scatoloni di cose fragili. Solita pacca e giochi di parole.

Tutto questo è disponibile da scaricare gratuitamente grazie al lavoro collettivo di To Lose La Track, Que Suerte!, Neat Is Murder, Two Two Cats. Io l’ho preso un po’ come un regalo bellissimo di compleanno.


I could never miss anything quite as much as that summer ending and you on the phone

Dietro ad una determinata scena musicale, che lo si voglia o no, c’è sempre stata più o meno dietro una città o comunque una zona geografica a far sfondo ad una serie comune di intenti musicalmente espressi. Washington, Seattle, eccetera. Il midwest è stato il paesaggio dell’emo, peccato che non abbia mai capito precisamente cosa fosse. Sembra quasi un modo di pensare. Io mi ci sono sempre figurato gli amish che alle cinque del pomeriggio durante l’inverno si chiudono in casa e vanno a letto perchè non hanno luce e corrente per scaldarsi e vivere civilmente. Oppure lo vedo tipo una grandissima zona piena di tante Dillon, tutte cittadine piccolo-medie con tanti difetti e quella serie di ragazzini che invece di darsi alla droga pesante o al football si mettono a suonare, ed evidentemente è così. Dietro all’emo, qualunque cosa ciò abbia mai voluto dire in tutto questo tempo, c’è sempre stato dietro quell’ “immaginario” lì. Non penso sia come la campagna romagnola dove abitano i miei nonni, però magari ci si va un po’ vicino.

Fra capre e cavoli di quanto appena detto sembra esserci una piccola comunità dietro a tutto, coadiuvato e fomentato continuamente da una manciata di etichette (mi ripeto come al solito, lo avevo già detto anche qui) che sembra essersi presa la briga di far uscire i dischi di tutti i gruppi che adesso, stando a forum e giri vari, si può cacciare nel sottoinsieme del ‘twinkle daddies’. ‘Che cazzo è?’ me lo sono chiesto anche io, nessuna preoccupazione. Il punto in comune fra tutti questi gruppi della nuova ondata emo sembrerebbe essere uno sguardo ad un certo passato, chi più su pagine cattive del libro e chi un po’ più tendente alla melodia tristona, con chitarre che suonano simili così come potevano essere simili i riff dei Germs e quelli dei Dead Kennedys. Non uguali, però ci siamo capiti.

Joie De Vivre – We’re all Better Than This

Questo disco è bellissimo quanto tristone. Ci sono i Mineral che cercano in ogni modo di farsi sentire ad ogni canzone, le trombe che scappano qua là a dare un tono all’ambiente, la tizia dei Football Etc. e quella degli Empire! Empire! che ci mettono la voce ogni tanto e il mood è quello di ‘è settembre e i trattori fanno le dune di sabbia perchè è finita la stagione estiva’ che un po’ tira giù il morale (anche un po’ tanto) – per scomodare uno stereotipo. I Was Sixteen Ten Years Ago è un manifesto di tristezza da cameretta, ma tutti i testi si fanno notare per liriche ‘importanti’ – ma proprio tutti tutti, leggere la sola linea iniziale con cui parte il disco ‘we all die alone, so why care so much about living for someone else?’ per credere e capirne il potenziale di tristezza. Da evitare in momenti no, da evitare forse per non tovarsi davanti ad uno specchio (Did you think twice? Are you going to need more? Cause I’m halfway through my twenties, and I still can’t get it. At what point does it become depressing?). Questo We’re All Better Than This arriva in un momento in cui forse avevo bisogno di una botta del genere, cosa che già era stata incanalata e l’ematoma (no, non è un gioco di parole) era già uscito grazie agli You Blew It! della puntata scorsa. I Joie De Vivre si prendono un sacco sul serio e hanno fatto un disco della madonna che dieci anni fa sarebbe stato una perla. Per chi scrive lo è lo stesso, perchè dieci anni fa non avrebbe valorizzato così tanto il ritorno dei Joie De Vivre dopo lo scioglimento dell’anno scorso.

Dads – American Radass (This Is Important)

I Dads sono due tizi con la barba di non so quale posto d’America, batteria e chitarra, birre e cover di Katy Perry, ma nessuno dei due è il bell’omino della copertina. Tipo che se i Japandroids fossero meno canadesi e più dispersi in mezzo al nulla sarebbe uscita questa cosa qua, e i Dads non sono canadesi ma cazzoni quanto i Japandroids (Love is bleaching bed sheets, because we could never wait è al pari del giro ‘french kiss some french girls’ dei primi). American Radass si presenta già dai titoli delle canzoni e dalla copertina come una roba che vuole far divertire e riesce nel suo intento alla grande. La batteria è pestata sotto ad una sola chitarra che non la smette mai di girare, i testi non dicono mai troppo e fanno ben capire le menti dietro al tutto. Ancora meglio questo lo si comprende dal video di Breakfast At Piffany’s, che è quasi il miglior video musicale di sempre (quasi perchè [spoiler] alla fine la pila di birre nessuno dei due la finisce). Tanto divertimento e altrettanto casino con una punta d’amaro.

Meraviglia – Meraviglia

Twinkle Pizza! Sotto i Meraviglia in qualche modo (di cui non voglio venire a conoscenza, dato il losco individuo) c’è di mezzo Adriano, che scriveva con me su Emotional Breakdown ma che non suona nessuno strumento. Loro sono in quattro, di cui due ragazze, e suonano un po’ alla ‘abbiamo ascoltato i Cap’n Jazz fino a stamattina’ e un po’ Boys Life con la voce scanzonata di alcune canzoni dei Promise Ring. Registrazione rozza per cinque canzoni cantate in inglese, a discapito della ragione sociale in madrelingua. Un piezz’emocore, stonato q.b.

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