I saluti

Sono passati otto anni da quando decisi di aprire un blog. Prima su blogspot poi su wordpress. Otto anni.Da queste parti poi si era pensato che una cosa da solo avesse poco senso se c’era qualcuno che la pensava e scriveva come te ed è nato un junkiepop collettivo con persone che sono diventati poi amici e alcuni “amici famosi”.Junkiepop oggi chiude e non per mancanza di voglia perché con tre di quel gruppo di persone con cui si sono passati momenti belli qui si è pensato di passarli da un’altra parte, senza pretese particolari ma con l’unica idea di essere una cosa di tutti quelli che ci prendono parte. Una cosa più di cuore insomma. Meno formale. Di quelle che se le leggi è perché vuoi leggerle. Non vi diciamo ora il nome perché ci stiamo lavorando su ancora, se volete seguite i profili tw mio di ale di tob di lucelunare e di ghibo e sicuramente a breve qualcosa saprete. Questo qui è un a presto nostro e un mio ringraziamento personale a quei tre che ancora mi sopportano e per otto anni vissuti da borderline della blogosfera un po’ come i Goonies. Ringrazio anche chiunque sia passato di qui Colas, Pistakulfi, Margherita Ferrari, Marta Corato, Irene Byronic, Laura Lali, Tostoini, Roberto Vinx Vincitore, Giulia Blasi, Kekko, Valido, unavoceacaso, Batfrangetta, Chiara Papaccio, SpiritoC, Schachner, Alessandro Raina, tutti quelli che abbiamo fatto incazzare e tutti quelli a cui abbiamo voluto bene.E come i Goonies anche noi non diciamo mai la parola morteUn bacio grandeGiorgio

Galveston

galveston

Nic Pizzolatto è uno che ha prima scritto due libri (uno di racconti) poi ha scritto una robetta per la tv che si chiama True Detective.
Il ringraziamento per avermi fatto scoprire il suo libro Galveston (così leviamo i pompini d’ordinanza) vanno tutti a Federico Bernocchi e alla sua bacheca di FB (a proposito in bocca al lupo per la nuova trasmissione su Radio Rai 2).
Ma veniamo a noi che magari vi sentite come gli invitati al pranzo di nozze nel momento in cui si parla dei parenti australiani che non sono potuti venire in quanto impegnati (ma in realtà non ce ne fregava un cazzo e siamo pulciari).
Veniamo a Galveston.

Che Pizzolatto (Nic, senza K) fosse uno più che capace a tirare su dei dialoghi pieni, fatti di una scrittura viscerale, indagatoria dell’animo umano, mai sarcastica e per lo più predisposta per quella che si dice “fine brutta” o “fine de merda” o “madonna che fine brutta manco al vicino di casa dopo che lascia la sabbia del gatto nel pattume fuori dalla porta” e soprattutto realistica e mai cinematografica nel senso di finzione. Pizzolatto è uno che ti fa stare lì, e nello specifico nella bocca, le parole e nella malattia mortale di Ray Cody, uno scagnozzo di boss di malaffare, messo in mezzo alla migliore delle trappole del tipo “te ammazzi chi mi vuole incastrare e ci rimani anche tu” e che in questo macello (malattia, omicidio, tentato omicidio) si ritrova a salvare una ragazza, e sua sorella, più piccola di lei.
Da lì più che la sequenza vera e propria di eventi, comunque mai banale, scene scritte con taglio fotografico, è tanto la discesa agli inferi di Cody fatta di disperazione, morte imminente, vendetta e senso di protezione, quanto la descrizione e la motivazione che porta al legame con Tiffany la ragazza salvata e mano mano la scoperta dei vari perché di questa storia. Della sua e della sua appendice femminile.
Galveston è (credo di parlare con un metro di misura ragionevole) tra i dieci migliori libri che forse in maniera riduttiva vengono ricondotti all’hard boiled, che io abbia mai letto.
In realtà l’autore a cui posso avvicinarlo più facilmente è Lansdale, il miglior Lansdale, quello dei romanzi di formazione e dei “romanzi romanzi”* quello di In fondo alla palude per dirne uno, Pizzolatto ha in più uno stile che è fatto poco di redenzione e di zero sarcasmo e ironia. Non si ride insomma, manco un po’.
Però in cambio si piange tanto, ma veramente tanto.
Vogliamo alzare il tiro? Ecco un libro così potrebbe tranquillamente stare in mezzo alla bibliografia del più grande scrittore di tutti i tempi e mondi, Cormac McCarthy (e io davvero non parlo di libri se il mio dirimpettaio non s’è mai misurato con la letteratura del nero dell’animo umano), senza sfigurare, anzi.
La cosa più importante di Galveston è anche quella che a suo modo riconosce e distingue i libri che ti rimangono dentro da quelli che ti scivolano via e dimentichi anche di avere letto. Le pagine e i personaggi che ti rimangono dentro, non dico che ti ci possa affezionare ma un senso vero di legame con i vari stati d’animo e i modi e le sensazioni di sopravvivenza e protezione.

Galveston è a tutto tondo un capolavoro del genere ma anche non solo. Un libro del classico filone “americana” che ha la sua forza nel suo essere monolitico e potente, aggraziato e duro, angosciante ed estremamente commovente.
Viene voglia da dire al caro vecchio Nic, capisco True Detective ma prima o poi scrivine un altro, di libro così.

Per certa gente, gli oggetti luccicanti sono le altre persone, e a quel punto converrebbe diventare un tossicodipendente.
Una cosa diventa troppo piacevole, troppo regolare e, prima che te ne accorga, sei fregato.

* dicesi “romanzo romanzo” quando un autore che credevamo ci piacesse solo per romanzi fichi ma di puro divertimento ad un certo punto tira fuori il romanzo per cui Philip Roth si cacherebbe addosso

Speciale Graphic Novel

drakkaDrakka di Frédéric Brrémaud (Renoir Comics)
Futuro post apocalittico Drakka è figlio di un boss della malavita e di una vampira. Sulla carta una graphic novel (a puntate) da prendere subito, nei fatti è un lavoro riuscito ma a metà. Da un lato l’aspetto cartoonesco (un po’ la strada indicata dal nostro amato Run com Mutafukaz), dall’altra un po’ di sensazioni di essere rimasti a metà del guado tra il serio e il divertimento puro (che comunque c’è, è tangibile ed è disegnato da applausi. Il consiglio è prima di dargli una sfogliata, io l’ho scelto così e mi ha spinto a prenderlo, sicuramente gli episodi successivi centreranno di più trama e personaggi.

cuoriCuori solitari di Cyril Pedrosa (Bao Publishing)
Fermi tutti che quando si parla di Pedrosa si parla di graphic novel che come minimo vanno sulla perfezione, come massimo arrivano ad essere capolavori assoluti (tipo Portugal). Pedrosa racconta la storia di un uomo qualunque che ad un certo punto prende, lascia tutto e si imbarca in una crociera per single. Scritto così è per nulla accattivante me ne rendo conto ma la storia sa essere toccante e molto riflessiva. In pochissimi disegnano come Pedrosa (ma questa ormai a scriverla è quasi un’ovvietà) e soprattutto in pochi come autori sanno raccontare storie piccole e banali con questa poesia. Potrei dire che è un acquisto da completisti ma lo svilirei. Per me è da avere

suicideCon rancore. Suicide Risk: 1 di Mike Carey, Elena Casagrande (Bao Publishing)
Veniamo agli eroi di casa nostra, Suicide Risk 1 è un inizio di qualcosa che potrebbe essere sorprendente in un futuro prossimo i supereroi usano i superpoteri al servizio della criminalità e quindi il protagonista (guardia) decide che suo malgrado l’unica maniera per porre un freno alla questione sia acquisire superpoteri (di cui non conosce i confini, nè il controllo) e diventare supereroe anche lui. Se di Suicide Risk l’impianto prettamente visivo è più che ottimo (grande lavoro della Casagrande) è il riuscire dove parecchie storie a “puntate” alla fine falliscono, hai voglia di sapere come va avanti e attendi fremente. Di solito non è così.

orfaniL’inizio. Orfani: 1 di Roberto Recchioni(Bao Publishing)
Orfani è la nuova serie della Bonelli che con la Bao ha deciso per una versione cartonata e a colori che raggrupperà tre numeri usciti in edicola alla volta. La storia di per sè è anche intrigante, un attacco alieno alla terra e dei ragazzini tirati su per diventare un esercito (gli Orfani). Tra richiami più o meno dichiarati alla fantascienza cinematografica di oggi tipo Starship Troopers e letteraratura come il Signore delle mosche, Orfani per me è un lavoro riuscito a metà, convince ma lascia sempre il dubbio che manchi qualcosa, quel quid che farebbe alzare l’assicella da buon lavoro a lavoro grosso. Un po’ troppo ridondante, un po’ troppo parlato addosso su stilemi già visti.

chewMenù degustazione. Chew: 1 di John Layman, Rob Guillory (Bao Publishing)
Questo è un mio recuperone di cui mi pento e mi dolgo (lo avevo dal 2010 in libreria) ma che lette dieci pagine mi ha spinto a comprare gli altri sei volumi. è la storia di Chu, un investigatore cibopatico (ovvero gli basta mangiare cibo o resti umani per vedere il vissuto recente dell’alimento compresi eventuali assassini) incastrato anche qui in un futuro prossimo che a causa di un’epidemia di aviaria ha dichiarato fuorilegge il pollo. Tutto un complotto governativo? Fatto è che la storia diventa un bel casino subito, i disegni sono a dir poco fantastici pieni di asimmetrie e sproporzioni caricaturali cartoonesche e insomma, non fate il mio stesso errore che poi magari un giorno ci fanno una serie tv e ve lo siete perso anche voi.

memoriaMemorie a 8 bit di Sergio Algozzino (Tunuè)
Sull’onda del successo del fumetto memoir (vd Zerocalcare) la Tunuè giustamente decide di tirare fuori Memorie a 8 bit di Algozzino, una graphic novel piccola ma deliziosa che passa in rassegna ricordi di quello che oggi è un uomo e negli anni 80 era un adolescente. Disegnato splendidamente ha un’unica piccola pecca che a tratti sembra un po’ parlarsi addosso nei richiami culturali a musica cartoni animati e quant altro. A me è piaciuto, mi rendo conto che magari chi quegli anni lì non li ha vissuti a quell’età possa perdere un po’ nei richiami, rimane comunque godibilissimo nell’impianto grafico

isolaL’isola senza sorriso di Enrique Fernández (Tunuè)
Arriviamo ai capolavori veri. La Tunuè Tipitondi pubblica spesso e volentieri piccoli gioielli di questo tipo. Fernandez aveva già scritto un capolavoro con Aurore (qui recensito tempo fa) e L’isola senza sorriso è probabilmente il passo definitivo verso il capolavoro, una storia sospesa a metà tra il fantasy e il dramma reale, di quelle che non sai quanto la fantasia sia parte della realtà e quanto un adulto a volte abbia bisogno di credere alle favole. Graphic novel disegnate così ne trovate forse una decina in giro, Fernàndez è tipo Pedrosa, di una categoria superiore, e si vede, si legge e si sente tutta anche nella pancia. Per me una delle graphic novel dell’anno

jokerJoker di Brian Azzarello, Lee Bermejo (RW Lion)
Anche questo uscito da un annetto, ma parliamo di uno dei must DC di probabilmente sempre, una ministoria sul Joker (sì quel Joker) che esce dal manicomio di Arkham ed è deciso a riprendersi la città. Tavole a tinte scurissime, eccitanti per quanto sanno essere sanguigne e malate, Azzarello scrive una pagina che magari a livello di trama non dice e non sposta tantissimo ma è un viaggio enorme e completo nella follia del Joker. E poi una graphic novel che parla di un villain di LUI e LUI non viene quasi mai nominato e appare di sfuggita in due pagine beh. Applausi. Scroscianti

venerdiVenerdì 12 omnibus di Leo Ortolani (Panini Comics)
Venerdì 12 era una parte di Rat Man, il fumetto, quella in cui uomo colto da maledizione diventa orrendo e inguardabile perché non corrisposto dalla sua amata. Semplicemente la cosa più sbellicante (da stare male) che possiate leggere in giro. E non esagero. Ortolani genio assoluto e con una capacità di rendere comica anche una riunione di condominio che in pochissimi hanno in giro. Costa anche un cazzo. Recuperatelo di corsa

mutaMutafukaz vol.2 di Run (Panini Comics)
Qui siamo fan di Mutafukaz se avete letto gli speciali precedenti. Compratelo a scatola chiusa. Non cambia nulla rispetto al precedente e questo è senza ombra di dubbio il complimento più grande che gli si possa fare

Murakami mi stai sul cazzo

Alcune cose si attaccano a momenti della vita. Che siano dischi, fumetti, film, libri certe cose vuoi o no ti si appiccicano addosso in quel momento che può essere giusto o sbagliato ma su cui non puoi farci niente; come quando cammini per strada non ti accorgi mentre cammini di stare per sbattere addosso a qualcuno e lo prendi. 
Non sempre è una cosa piacevole questa, sia chiaro, perché ad oggi ci sono libri, o film, o canzoni che appena me li ritrovo davanti mi sento inghiottire lo stomaco o venire la pelle d’oca ed inizio a fare quelle cose tipo Rain Man ovvero strizzare gli occhi, battermi le mani sulle orecchie, dire lalalalalalalalalala e finire con “chi gioca in prima base”, come una verità inaccettabile.
Murakami da questo punto di vista (e posso dirlo con certezza) è uno che mi ha scassato un po’ i coglioni. A 4 libri suoi collego un amicizia finita male, una vacanza di merda, l’incontro con una persona importante ed un momento un po’ così. Non complicato ma quantomeno tortuoso.I libri non ve li dico, sia chiaro, vi basti sapere che come tutti (o quasi) ho conosciuto Murakami con Norwegian Wood (quello dell’amicizia finita male), il classico libro giusto che ti capita in mano nel momento sbagliato e che ti sbraga un po’ tutto. Da lì ho avuto sempre un po’ timore più che delle trame di Murakami di quella sua capacità di arrivare dentro senza fare tanti tornanti, andare a dirti quelle due o tre cose (due o tre per modo di dire, sono di più) tipo

a volte mi sembra di essere diventato guardiano di un museo vuoto a cui faccio la guardia, solo a me

(su per giù, vado a ricordi di quindici anni fa)
e soprattutto quel suo trattare con estrema delicatezza e pudore la morte come un avvenimento naturale inserito all’interno della vita. Io giuro, ve lo dico che sto cercando di far diventare questo post meno tardo adolescenziale e peso possibile.
Murakami e la sua storia di traduttore di Carver, scrittore legato alla cultura pop e a suo modo alla cultura occidentale che non nasconde nè di cui si vergogna, era la cosa nuova e affascinante, la scoperta (e in quegli anni andava per me di pari passo con l’opera omnia di Bret Easton Ellis) che proiettava le viscere in una gamma di colori varianti dalla disperazione alla malinconia, quando ti andava bene. Io ho sempre detto che sui libri, alcuni libri, invece della fascetta promozionale tipo “consigliato da Walter Veltroni prima di ritirarsi a vita privata” ci dovrebbe essere scritto “attento, questo libro potrebbe romperti seriamente il culo”. Se su Murakami ci fosse stato scritto, almeno la prima volta io non avrei preso una di quelle tranvate che solo al ricordo della versione della Feltrinelli del libro (rossa con ideogrammi disegnati) vado mi riduco ad uno stato vegetale tipo Lenny Nero su Strange Days quando si filocollega e vede l’assassinio di Jeriko One, roba che non respiro per due minuti. Anni dopo, tanti anni dopo non so perché, non so chi cazzo me l’abbia fatto fare, ho iniziato e finito in 4 giorni L’ incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, che è un titolo un po’ del cazzo, un po’ una di quelle cose alla Coehlo che per me diventano sempre “vai dove è andato quello antipatico prima di te e fatti dire la strada che lui la conosce bene”, quindi già poco attrattivo di suo, con una copertina per lo più orrenda (che a me la storia dei colori riporta sempre ai balli di carnevale da ragazzino e sono stati tutti un trauma), ma non so perché mi ci sono fiondato dentro. Cioè spè, non mi ci sono fiondato dentro ma come in alcuni suoi libri Murakami ti prende proprio per il polso e ti dice “no te stai qui ti fai sto bel circuito in pole position verso lo smarrimento e l’angoscia e poi te ne vai affanculo”. Io alla fine del libro volevo sfasciare l’ereader comprato un paio di settimane fa, non perché il libro mi abbia deluso, perché il libro è bellissimo, uno dei suoi migliori incontestabilmente, ma perché se incontri un libro che parla di te (come solo L’arte di vivere in difesa prima di lui, o La fortezza della solitudine – tanto che l’amica Stella consigliandomelo mi disse Dylan Ebdus sei te) e del tuo vissuto ad un primo istante dopo lo stranimento subentra la sfida del “vediamo se hai capito tutto fino in fondo”. Ed è lì che Murakami ti frega raccontando la storia di un quasi quarantenne solitario al limite dell’apatia che sfiora la misantropia segnato dal ricordo di essere stato abbandonato dai suoi migliori amici, senza un perché. Il culo del protagonista è che lui, il perché, poi lo viene a sapere, ma tutta l’elaborazione fino a quel punto, tutto lo stato d’animo che Murakami ti riversa addosso con una lucidità quasi clinica, eppure di qualcosa che sembra tremendamente di vissuto in prima persona ti coinvolge, ti spezza, ti fa male e piangere.
Una gragnuola di sganassoni che sono talmente forti, talmente inaspettati che mezzo libro me lo sono fatto n apnea, da una parte a dire “finisci” dall’altra a dire “continua”.L’incolore Tazaki è un libro intimo, doloroso, che lascia al lettore il senso che vuole chiudendo l’ultima pagina. Perché il senso vero non è perché sei rimasto solo, è quello che fai. E’ cosa pensi di essere. E cosa pensi di fare, ora che sai perché lo sei. 

Non chiudiamo. Facciamo reboot.

non è un restyling ma una promessa e una specie di reboot
JunkiePop cambia, un po’ ma non troppo.
Tranquilli che non è un proclama e soprattutto non è lungo. Questi mesi sono stati abbastanza pieni di roba e personalmente mi hanno lasciato poco tempo per scrivere, credo anche agli altri che scrivono da queste parti.
A questo punto due scelte: chiudere JunkiePop (e magari aprire qualcosa da qualche altra parte e di diverso) o rimanere in piedi e continuare.Io non sono uno che si volta dall’altra parte, mai, figuriamoci per le cose proprie quindi JP rimane aperto.
L’idea è di un post settimanale e argomento variabile con le cose che vedete di solito da queste parti (più la rubrica unacanzoneunlibrounfilm che ha una sua serialità – grazie Laura) quindi libri, musica, film, fumetti o serie tv.
L’idea è di un post, probabilmente più lungo e logorroico di quelli scritti in precedenza e più centrato. Meno roba instant e più un “ma sì parliamone perché no, ma parliamone bene”.Insomma siamo ancora qui, rimaniamo qui e non ci spostiamo da qui.Che poi a proposito di quasi reboot l’uomo ragno con Miles Morales è anche più fico di quello con Peter Parker

ah dimenticavo, valutiamo nuovi ingressi. Se avete idee potete scrivere  mail a joyrent(chiocciola)gmail(punto)com