Quasi un urlo indiano
Pubblicato: maggio 21, 2013 Archiviato in: indie | Tags: cerulean salt, crumiri, gli anni 90 non finiranno mai, juliana hatfield, kurt cobain, liz phair, waxahatchee, zozzoni Lascia un commento »Waxahatchee è un nome difficile da scrivere per dove è la acca, per quante e ci sono e a pronunciarlo sembra che stai per alzare un’ascia e ammazzare (o a tentare di) Tex.
Io con Tex ci ho provato da ragazzino ma dopo un po’ mi faceva due maroni, sono passato a Dylan Dog e Nathan Never, quest’ultimo abbandonato quasi subito. Mah.
scritta una premessa abbastanza idiota c’è da considerare il nuovo disco di Waxahatchee, all’anagrafe Katie Crutchfield, titolo Cerulean Salt.
E’ uno di quei lavori in cui non intravvedi un potenziale da spaccaclassifica o da popola stadi, o il classico concetto del “se le capita la canzone giusta”, no. Waxahatchee probabilmente rimarrà una questione privata, per pochi (oh io le auguro il contrario sia chiaro), di quel tipo che racconti con un cuore particolare quando parli di canzoni sgranate, provenienti da vent’anni fa come una capsula del tempo, un po’ come se Juliana Hatfield avesse continuato a scrivere dischi bellissimi e Liz Phair non fosse stata la più grossa stronza venduta e crumira nei confronti dell’indie rock.
Perché lo sei stata, Liz. Prima scrivi “voglio scoparti fino a farti diventare il cazzo blu” e poi hai scritto roba che Taylor Swift al confronto è i Dirty Projectors.
Waxahatchee è un disco per chi si sente a suo modo orfano di quel suonato non dico male ma non pulito delle Sleater Kinney (tornate vi prego, un giorno tornate eh che siamo tutti qui) e che ha il senso di pensare che certe cose possano dirsi solo in una maniera che non è pulita e non è da classifica. E’ LA maniera. Quella degli anni novanta. Quella con cui e per cui continueremo a scassarvi la minchia finchè avremo 90 anni.
Perché? Perché a noi hanno scassato la minchia coi Beatles e i Rolling Stones e gli Who e avevano ragione. Gli anni 90 sono stati l’ultimo avanposto di un futuro chiaro, pulito, sostenibile. E non si sono cancellati per un colpo di fucile in bocca, col cazzo.
Cerulean Salt è un film dei Coen a suo modo, di quelli che fanno anche ridere ma che hanno dei momenti intimi, anche se infinitesimali. Un po’ Come Fargo, dove non sono tutti belli, vestiti bene e parlano sporco. Però alla fine ti lasciano dentro quel senso di casa che pochi dischi (e film, e libri) ti lasciano dentro.
Quando il Raudo ti becca
Pubblicato: maggio 13, 2013 Archiviato in: emo | Tags: Gazebo Penguins, raudo, tutti bimbominkia con l'emo degli altri 1 Commento »e ti scoppia vicino non senti da un orecchio per almeno un minuto.
Ricordate la sensazione? io sì e non era piacevole.
Ecco il motivo per cui ho associato (come un cane con la luce verde per mangiare e rossa per i bisogni) il titolo dell’ultimo disco dei Gazebo Penguins a qualcosa di spiacevole.
Il resto ce l’ha un po’ messo l’internet tutta perché sì, ok, bravi guaglioni, simpatici gente che si è fatta il culo nei van e nei localini e che mettono in fridaunlò (scriviamolo l’ultima volta così e poi basta per favore) il disco, ma l’attesa quasi selvaggia e soprattutto l’hype (bada bene senza avere ascoltato una nota del lavoro) era quello che c’era per Who’s next dei The Who.
Quindi quello che ho sempre pensato è, in questi casi lasciamo decantare il disco, vediamo come è e vediamo se regge l’urto dei fatidici dieci ascolti, perché dei The Who ovviamente non stiamo parlando e perché a volte sfioriamo un po’ tutti la bimbominkiaggine che tanto prendiamo per il culo.
Raudo (lo scrivo come cazzo pare a me, tutto minuscolo) è un bel disco, per me anche meglio del precedente Legna, forse più tondo nei suoni (anzi sicuramente) ma la portata rimane del precedente lavoro. Il nodo delle canzoni dei Gazebo Penguins sono quelle melodie da scuola elementare che sembrano facili (e che da genuine sono copiate pateticamente da molti altri) che la raccontano anche senza raccontarla.
Il nichilismo e i racconti mozzati della provincia e della vita degli ex adolescenti nei 90 o ce le hai dentro o suoni falso. Ecco questo riconosco ai GP, suonare tremendamente veri e che sia una questione di suono è del tutto secondario. E’ più di come si fanno le cose, di come si affrontano.
E i Gazebo Penguins le dimostrerebbero anche senza tutto questo hype (in gran parte meritato in altra parte figlio dello “ne scrivo prima ed entro nel giro giusto e così io c’ero prima di tutti”) lo farebbero senza problemi. Lasciamoli suonare, lasciamoli crescere. Non li bruciamo così.
Metti una toccata e fuga a Milano e Ellie Goulding (e la gente bellissima dentro)
Pubblicato: maggio 2, 2013 Archiviato in: live | Tags: calvin harris, ellie goulding, halcyon, milan Lascia un commento »E’ una di quelle classiche cose per cui se te lo dicono “guarda che sarà così” te passeresti ore a dire “ma no ma dai” e oh, alla fine è così.
Io mai nella vita pensavo che mi sarei mosso, in trasferta a Milano per vedere Ellie Goulding. Il me di qualche anno fa si è mosso per qualche concerto, mettiamo Springsteen, Deftones, Isis, Jesu, Korn (sic), Dredg, Tool, Living Colour (cazzo ve ridete), Tori Amos, Queens of the Stone Age, Lamb, Glassjaw, Interpol poi boh, dimentico sicuramente un bel po’ di roba calcolando festival etc.
Ma Milano / Ellie Goulding alla Snai me lo davano 20 a 1.
Premesso questo alla fine voi potreste dire “questo è matto” eppure mi sono mosso per una che è un po’ la sintesi del disagio pop, una con la voce a metà tra Topo Gigio e gli acuti dei Chipmunks a tratti che però ha un dono, sapere scrivere canzoni (per l’appunto pop) come pochi in questo momento sanno fare. Pop eh, niente di più e niente di meno, non arty pop alla Bat for Lashes, ma proprio quella cosa che batti il piede dimeni i fianchi mandi i ritornelli a memoria, come Robyn per intenderci.
Ellie Goulding sul palco ci sa stare come una che fa maratone, corre salta e si aggiusta i capelli continuamente. Veste in maniera imbarazzante (vabbè che ha gli anni che ha, molto pochi rispetto ai miei trentotto), è sensuale come uno scaldino e tiene le braccia larghe come chi fa pesi. Poi quando parla diresti “cosamidicimaaaai” eppure le vuoi bene anche per questo perché il disagio scorre potente in questa padawan e alla fine infila uno show breve, con pochissimi fronzoli in cui fa quello che una normale artista pop dovrebbe fare, infilare una canzone dietro l’altra, che tanto sono tutti singoli o quasi.
La semplicità di Ellie Goulding è questa, dalla ballad alla Explosions alle strappamutandissime Only You o Anything can happen o Starry Night, la ragazza ha pressochè gioco facilissimo anche di fronte ad un pubblico (e io che chissà perché avessi preconcetti sul pubblico milanese) che canta tutto manco fosse Ligabue dall’inizio alla fine.
Pensavo una cosa fica, come sanno essere le cose pop ma non il coinvolgimento e la totale adozione da parte del pubblico e del live act e soprattutto del personaggio tanto dall’essere a tanto così dalla botta da discoteca insomma.
Gioco facile e bis con I need your love (pezzo di Calvin Harris a cui presta la voce), che se uno lo dice non ci credi, ma è così, manco Ibiza, manco Vasco, sudati, senza voce e con due occhi grandi così.
Kitty, l’arte di essere giusti
Pubblicato: aprile 16, 2013 Archiviato in: hip hop | Tags: daisy rage, dead island, kitty, kitty pryde Lascia un commento »Mettiamola da subito così, che lo so che tornare su un’artista forse diciottenne per la seconda volta in due anni senza un lp prodotto ma una manciata tra ep e mixtape é pretenzioso e stupido, soprattutto se ancora non hai scritto due righe sui Mogwai, Nick Cave, Justin Timberlake.
Scrivere di Kitty però é una cosa che sentivo troppo di fare, mica per altro, perché da un mese che il mio lettore abbia una capienza di otto giga é superfluo, data la montematicità degli ascolti.
Insoma riassumendola da trama da film lei si chiama Kitty Pryde in onore degli X-Men (che la interpretassr sul film Ellen Page facciamo che non influisca) registra con garageband un freestyle su una base di Nicky Minaj e la mette su tumblr scrivendo che fa schifo e da lì inizia il delirio dei reblog. La sente Beautiful Lou che é uno che lavora con a$ap Rocky (i miei attualissimi due cents sull’hip hop d’autore) e tirano fuori un ep su cui c’é Okay Cupid. Testo da sedicenne (storie d’amore, pomeriggi annoiati e slinguate con le amiche. Dimenticate l’ultima parte che é inventata) ma voce particolarissima, narcotica e molto stoned, le basi sotto sono il perfetto complemento. Da lì parte un po’la tiritera se sia l’ennesima perdita di tempo tutta titoli di blog di due mesi per l’hip hop o sia qualcosa di diverso. Non rivoluzionario ma qualcosa per restare.
Mentre Kitty continua a giocare tra cuoricini stelline e mini pony arriva ora anche il nuovo ep, Daisy Rage e questa volta si alza il tiro, la roscia pallida e bionda tira fuori i cosiddetti e mette a punto la perfezione su un lavoro corto, breve che bada al sodo e lascia a mascella aperta. A partire dalla meravigliosa apertura di Dead Island, due minuti di quello che chiamo hip hop gaze, stonatissimo e narcotico come una sveglia della mattina che senti troppo tardi, é una seguenza di botte vere e di interpretazione. Una maturità che se non é sua é stata comunque brava a fare propria e insomma, la volontà di dire che si é fatto qualcosa per restare.
Anche da rosce pallide magre senza il culone di Beyoncé e a diciotto anni.
And I love NY cuz there’s so many bridges to jump off
The backyard’s where you get dumped off
Veni Video Vici
Pubblicato: aprile 10, 2013 Archiviato in: Veni Video Vici Lascia un commento »Cat Power – Manhattan / Bully
Uno è il nuovo estratto da Sun, forse la canzone più “fuori” dai classici schemi felini (come è un po’tutto Sun fuori schema del resto).
Il video richiama tantissimo Big Time Sensuality di Bjork con lei che gira sopra non so cosa e sullo sfondo sfila tutta Manhattan. Video ideale per una canzone così che ho sempre valutato di “complemento”.
Detto questo la gatta è andata al Jools Holland e ha fatto un brano nuovo, il video è live ed è uno strappo alla regola ma di fronte ad una delle canzoni più belle di Cat Power alzo le mani.
Justin Timberlake – Mirrors
La canzone è Cry me a river con le parole e la melodia cambiata, il video è bellissimo e struggente. Quando uno ha classe ha classe, punto.
Tre Allegri Ragazzi Morti – Alle anime perse
Questo è uno dei pezzi che fa una linea tra i TARM e il 99% dei gruppi italiani, il video è stato creato da dei ragazzi di Finale Emilia, e vale doppio per mille motivi. Bellissima canzone, video che ci sta tutto.
Il posto dei miracoli (siamo tutti piccoli così)
Pubblicato: aprile 9, 2013 Archiviato in: Senza categoria Lascia un commento »Scrivere i libri é una cosa per lo più facile se ci riesce Fabio Volo. Metterci dentro “le cose” é un po’più difficile.
Questo é il nocciolo della questione, quello che mette da una parte i tomi di carta con le parole stampate e dall’altra i libri, quelli che per un motivo o per l’altro per giorni o mesi o anni ci stai su e ci pensi.
Se entri in libreria senza la minima idea, affidandoti alle sensazioni, alle copertine o alla seconda o terza o quarta di copertina e ne trovi uno così vale doppio. Perché non te l’aspetti.
Ecco io Grace McCleen nons sapevo manco chi fosse prima di due sabati fa e ora lo so. So anche cosa é quel gioiellino de Il posto dei miracoli.
Una piccola storia con una ragazzina che vive col padre predicatore in una società che li vede un po’con lo scetticismo e l’ironia dello stregone e figlia. C’è il conseguente bullismo e la crisi che porta ad andare a lavoro ed essere additati come crumiri. C’é l’essere piccoli e non capire appieno la metafora del senso religioso e le figure e i cosiddetti balzi della fede.
La protagonista inizia un suo percorso di autodeterminazione parlando con una parte di sè stessa che pensa essere Dio, in parte conciliante in parte figura quasi horror.
Il punto più vicino per molti di un libro così é Safran Foer, ci sta, per me é Stephen King e tutti i suoi libri di passaggio dall’adolescenza, quelli in cui l’incredibile e le paure diventano parte di noi e la realtà. In cui alla fine per quanto assurdo sia il tuo contesto e il modo in cui tu ci metti mano, un senso c’é; paradossale, bambinesco ma c’é.
Anche se nessuno ti crede.
Perché anche fosse così non é detto tu abbia sbagliato qualcosa.
Non è un pesce d’aprile
Pubblicato: aprile 1, 2013 Archiviato in: hardcore, post rock | Tags: caravels, Dominic, la dispute, Persona LP Lascia un commento »Io non so Trondheim come sia ma la Norvegia mi è sempre piaciuta, sai tutte quelle storie sui finnici che rompevano il culo a tutto e tutti, mettevano a fuoco e fiamme e poi ci hanno fatto il film Dragon Trainer no? Ecco, io dei norvegesi ho grandissima stima.
I Dominic hanno un nome un po’ della minchia ma non è questo il punto perché alla fine chiamare un disco Persona LP (e il precedente NORD, ma che me stai a prende per culo?) non è anch’essa una cosa di cui vantarsi, il fatto è che abbiamo parlato la settimana scorsa dei Caravels, solo che moltiplicateli per tre (almeno a gusto mio) metteteci sopra qualcosa dei La Dispute oppure facciamo così, mettete insieme punk/hardcore/post hardcore/post-rock. Come le cose più belle degli anni 90 insomma con l’aggiunta del post hardcore, quindi aspettatevi un po’ di screamo.
Detto questo quello che mi fa adorare e letteralmente uscire di testa per gruppi così è la parte post rock inserita in tutte quante le canzoni (lì dove c’era una volta “lo speciale” c’è qualcosa che ricorda June of 44 o Don Caballero ma un attimo dentro al quasi prog). Insomma un disco così è di quelli che metti nel lettore e levi dopo tanto tempo perché ti ci affezioni, perché è uno schiaffo in faccia e non fa niente che ci sia più luce e faccia meno freddo ma alla fine è la classica cosa giusta al momento giusto.
Vorremo loro bene, vedrete.
Col maiale ero più tranquillo
Pubblicato: marzo 10, 2013 Archiviato in: tv eye | Tags: black mirror, charlie brooker 1 Commento »E ci ritroviamo qui, un anno dopo (più o meno) l’esplosione della mini serie Black Mirror. O meglio dell’esplosione del genio di Charlie Brooker, il suo creatore.
Nulla di differente, Black Mirror é e rimane una critica caustica agli attuali mezzi di comunicazione/informazione, un paradosso cinico e per qualche caso molto vicino ad una realtà che ha sempre meno del reale e sempre più del finto e di facciata.
I tre nuovi episodi (e penso che siano solo tre perché al dunque sono episodi sconvolgenti che lasciano da scrivere pensare e parlare per molto tempo) alzano anche l’assicella rispetto la scorsa stagione dove a fronte di un episodio shockante (il maiale) metteva in fila un episodio sul reality del futuro meraviglioso e un terzo più che citazione di Strange Days.
Nella nuova serie parliamo sostanzialmente di tre e propri film per consistenza e densità, soprattutto il nuovo episodio dedicato al reality.
Poi Brooker in coda mette un episodio che spero dimostri la profonda stupidità del mezzo e di chi l’ascolta, perché in The Waldo Moment il protagonista é un orso blu digitale dietro cui uno staff decide di tentare l’assalto alla politica. A botte di vaffanculo.
Ma questo grazie all’idiozia del nostro di paese credo sia un episodio che vada oltre la finzione e che probabilmente durerà più di quaranta minuti. Del resto se abbiamo deciso che la nostra posizione fosse quella aldiqua dello schermo (ed é questo il punto di Brooker, la passività di fronte a qualsiasi merda ci sia proposta) beh é un po’il futuro che ci siamo apparecchiati da soli.
Senza fiatare.
The World’s Largest Utopia
Pubblicato: febbraio 27, 2013 Archiviato in: tv eye | Tags: channel 4, dennis kelly, graphic novel, utopia 1 Commento »Scriviamo la sinossi, così vi esplode il cervello, criminali sono alla ricerca di una graphic novel chiamata The Utopia Experiment che sembra contenere segreti irrivelabili sul futuro dell’umanità e vogliono appropriarsene a tutti i costi. 5 appassionati di fumetti e della graphic novel si trovano in mezzo.
Questo è Utopia, mini serie di sei episodi auto conclusiva prodotta da Channel 4 e chiusa da una decina di giorni.
La regia (e la scrittura di Dennis Kelly) è una delle robe più cinematografiche (per tv) che mi possano venire in mente anche pensandoci un bel po’. Chi è Dennis Kelly? uno che ha fatto una tonnellata di teatro e Spooks. Non lo conoscete? Amen.
Insomma Utopia si va ad inserire in quello spicchio fatto di immaginario fumettistico e cospirazionista, cosa che a suo modo scende da Watchmen, passa per V for Vendetta e arriva a Y. Lo stile della serie prende un po’ le distanze dal british old school, quello fatto di tanto tanto artigianato e sposta il faretto sulla fotografia, la tensione e gli incastri. Rimodula il linguaggio del genere (che poi alla fine parliamo di un genere abbastanza “scarno” dopo l’ottimo Rubicon), ne fa un esempio di dilemmi e di brutture politiche e di incoscienza giovane.
La voglia di scoprire, quella che è insita in ognuno di noi, e gli eventi che sono una sequenza senza soluzione di continuità sono il moto del tutto. L’onore della scena è tutto in mano a un cast perfetto, una regia a tratti (molti) Kubrickiana e soprattutto una trasposizione dell’immaginifico cospirazionista (ad esempio la famosa stanza dei bottoni, una delle cose più belle che io ricordi da tempi immemori, una roba agghiacciante) vicina alla fantascienza e a quella voglia di ignoto che anima lo sci-fi e che in qualche modo ci ha cresciuto un po’ tutti.
Scrive questo uno che ama credere a qualsiasi tipo di cospirazione, le scie chimiche, i rettiliani, i templari quindi faccio testo fino a un certo punto a livello di entusiasmo. Ma Utopia a mani basse è una delle (se non LA) serie dell’anno.
Veni Video Vici
Pubblicato: febbraio 26, 2013 Archiviato in: Senza categoria | Tags: bat for lashes, frightened rabbits, Justin Timberlake 1 Commento »Justin Timberlake – Suit & Tie ft. JAY Z
è tornato Justin! Gaudio! Gioia!
A parte ciò il pezzo sarebbe un bellissimo pezzo uscito dalla Motown se Marvin Gaye esistesse ancora, coi suoni di oggi e le paraculate di oggi. Metteteci sopra il pappone. Metteteci sopra la regia di DAVID FINCHER (scritto grosso come INLAND EMPIRE) e fate un po’ voi se se ne può dire male
Bat for Lashes – Lilies
Per me è la canzone che con la title track “fa” un po’ The Haunted Man. Il video richiama tantissimo Sendak e Where the wild things are. Io quindi ne dovrei parlare male (che ho un braccio tatuato con le creature selvagge). Certo
Frightened Rabbits – The Woodpile
Evocativa, malinconica. A tanto così dal ritornellone alla Kings of Leon ma mantiene una dignità e non sprofonda nella merda più merda che c’è. Video con colpo di scena finale. E tante barbe per le donne a cui piacciono
Molto più di zero
Pubblicato: febbraio 12, 2013 Archiviato in: cinematic | Tags: jessica chastain, Kathryn Bigelow, zero dark thirty Lascia un commento »É complicato a volte parlare e scrivere di film, di quelli di Kathryn Bigelow poi (per enne motivi) é complicato il doppio.
E per James Cameron e perché gira film “da uomini” e perché ha un volume di coglioni sotto che se desse uno schiaffo Tyson probabilmente quello non si alzerebbe più.
Quello che però la Bigelow ancora non aveva trovato era un suo alter ego da mettere di fronte alla camera. Una metafora fisica di quella che é la sua carriera cinematografica trasformata in personaggio e storia. Come del resto non considerare tale la storia dell’uno contro tutti di Maya nella ricerca di Bin Laden, in un mondo di quasi solo uomini (con quelle limitazioni evidenti e presumibili), un’indole che supera e la situazione proibitiva e diventa quasi un paradosso dell’adattabilità al mondo esterno.
Un adattamento per conflitto aspro e senza tregua e con la fermezza quasi khomeinista delle proprie convinzioni e del proprio ruolo.
Jessica Chastainin Zero Dark Thirty é un po’tutto questo oltre che una grandissima attrice che stra merita l’oscar o almeno un riconoscimento di status, un personaggio che non si tira mai indietro che da sola traina una ricerca, un’utopia. Incarna perfettamente la tenacia, la sfida e la non arrendevolezza delle proprie convinzioni, chè se la strada è quella giusta non è che se abbia un sesso cambi qualcosa.
Il film é tutto questo una serie enorme di sequenze interlocutorie e strizza budella per tensione che ottengono l’effetto di non mollare mai lo spettatore, non lo lasciano con domande e soprattutte gli lasciano ben chiaro (sì che sappiamo come finisce poi sta storia) la giustezza delle ragioni e dei modi dove sono. Un passo oltre The Hurt Locker, un thriller storico seduto alla scrivania. E non è una cosa semplice.
La Bigelow dal canto suo arriva alla summa finale del suo cinema, mettendo il punto sul suo cinema e sul suo discorso stilistico, a suo modo rivoluzionario, indomito e con due coglioni così
I’m the motherf**ker that found this place, sir
Meet your Master
Pubblicato: febbraio 5, 2013 Archiviato in: cinematic | Tags: amy adams, joaquin phoenix, paul thomas anderson, philip seymour hoffman, the master Lascia un commento »C’é questa storia un po’strana che riguarda questo regista un po’particolare, e grande a modo suo, che é Paul Thomas Anderson.
The Master é un po’il compendio dei pensieri su un regista che si posa in un ideale baricentro artistico che parte da Carver continua con Malick e va oltre con Kubrick. Sì perché la sua scrittura fatta di frammenti finisce per essere sempre un monolite, squadrato, perfetto complicato da affrontare. Anderson é uno di quelli che riesce a raccontare le storie di cui neanche avresti voglia di sentire la sinossi. Metti un avido petroliere e il rapporto col figlio, metti un uomo con problemi nella gestione della rabbia che si innamora, metti un altro matto che incontra un’accolita che vagamente ricorda Scientology.
Mettercisi solo a pensarle storie così fa venire il torcibudella, pensa a scriverle e girarle.
The Master é per molti la consacrazione di Anderson (per me no, che te vuoi consacrà dopo Il petroliere?), del suo linguaggio e della sua enorme capacità di dirigere personaggi prima che attori interpreti.
Se la partenza ormai é un leit motif di richiamo a Malick (la sottile linea rossa?) lo svolgimento è una costruzione Lego sempre più importante in cui anche i buchi e le sospensioni hanno un motivo d’esistere.
Mettici che forse la chiusura un po’tirata via ne mina la consistenza generale ma é a quel punto che la grandezza del trio Hoffman Phoenix e una mastodontica Amy Adams (una delle più grandi interpretazioni degli ultimi anni) prendono il sopravvento. Ê qui che i grandi film o rimangono tali o si smontano nel polpettonismo.
Questo é e rimane un grande film. Non grandissimo, non un capolavoro, ma un grande film.
Veni Video Vici
Pubblicato: gennaio 30, 2013 Archiviato in: Veni Video Vici | Tags: ellie goulding, laura mvula, the knife Lascia un commento »Laura Mvula – Green Garden
Premesso che io la adoro Laura Mvula farà uscire il 4 marzo e sfonderà il culo a tutti (e lo dico ora). Se le cose fatte in precedenza richiamavano il trip hop a là Massive Attack questa è un up-tempo al servizio della sua voce, ritmata, bella e di classe. Ricordatevi che qualsiasi cosa succederà “io l’avevo detto”.
The Knife – Full of fire
Io ho qualche problema con i The Knife e non so perché, non ho mai deciso se mi piacciono tanto o no, che è un bel dilemma. Fatto è che Full of fire è una di quelle tracce che confonde ancora di più anche se io quell’aria marcatamente wave un po’ la apprezzo. Il video è di Marit Ostberg e forse è la cosa più bella del lotto.
Ellie Goulding – Explosions
Io Halcyon l’ho consumato ed Explosion è uno dei motivi per cui l’ho fatto. Il video è la classica collezione di scene da live / backstage ma lei è adorabile, la canzone è perfetta e insomma sopperisce a un po’ la mancanza di idee dello stile.
Voglio dire a una così come fai a non volere bene
Daje Tim
Pubblicato: gennaio 24, 2013 Archiviato in: cinematic | Tags: frankenweenie, tim burton 1 Commento »Forse questo sarà uno dei post più brevi della storia di questo blog, scherzo.Però in effetti a trovarmi a scrivere di un film di Tim Burton, dopo una sequela e di delusioni e di sfragnamenti di palle (magari oh, ero saturo io, m’ero rotto le scatole del naif dark, magari perché ero cresciuto, magari perché se ti ritrovi sempre lo stesso cast di fronte un po’ ti assuefi, un po’ ti chiedi se ti si riesca a dire dell’altro), beh è l’ultima cosa pensavo sarebbe successa.
Fatto è che Frankenweenie è una dolcezza di film, che richiama l’epoca d’oro dei film di Lugosi e Karloff, di quelli che facevano meravigliare le infanzie degli anni 60, senza effetti speciali (e il richiamo al filmino del piccolo Victor è abbastanza esplicito), con
molta immaginazione e tanto tanto coraggio.
E così Frankenweenie nasce un po’ come l’omaggio amatoriale di un’epoca che fu, fatta di continui richiami ad un immaginario un po’ distorto un po’ adattato all’età dei protagonisti, cresciuti troppo in fretta di fronte ad un’epoca ancora da formare e ad un’arte (il cinema e la finzione) che era all’inizio del guado.
E poi la storia del passaggio dall’adolescenza che non arriva mai, perché di solito sono gli eventi a formarlo e qui sono o rimandati o (per ossimoro) ripetuti e quindi valgono doppio, o triplo. Si ride, si vince si perde, si piange e poi si ride ancora. Un po’ come vorrebbe
un Frank Capra che pastrugna senza colori e non andando al gabinetto da tre giorni.
La storia di Victor è a suo modo una metafora dello spettatore che si nasconde dietro ai sogni, alla finzione, che in parte ci si lascia cullare e in parte decide di non crescere mai.
Forse questa era la cosa che Tim Burton non era riuscito ancora a dire.
Veni Video Vici
Pubblicato: gennaio 15, 2013 Archiviato in: Veni Video Vici | Tags: david bowie, laura welsh, tre allegri ragazzi morti Lascia un commento »Tre Allegri Ragazzi Morti – La mia vita senza te
Del disco ne ho parlato più che abbastanza (quasi quanto Springsteen negli ultimi mesi) il video è una cosa piccola, tenera e dolce come solo i TARM sanno essere. Perché alla fine se ti metti a cantare una canzone con il linguaggio per i sordomuti non solo fai una cosa anacronistica ma la fai bella. Poi ci sono le scivolate, Toffolo che batte il piede, la canzone che è bellissima.
Laura Welsh – Ghosts
Se non la conoscete già occhio a questa, tenetela d’occhio in maniera durissima, ne parlano come della nuova Florence (and the Machine a me personalmente ricorda più come timbro Natasha Khan) , il brano è molto lirico, lei ha una voce che secondo me ha spaccato quattro microfoni. Un po’ di quelle cose che alla fine se vedi a X-Factor fatte male sbotti e dici “e che du maroni”. Fatte bene invece sono una roba strapotente come questa. Il video è tutto di una fotografia meravigliosa
David Bowie – Where are we now
il Duca è tornato. La canzone fa schifo al cazzo, il video anche ma non fa niente. Il Duca Bianco è tornato. E basta.
L’odore dei post quando li butti via
Pubblicato: gennaio 9, 2013 Archiviato in: hardcore | Tags: accacì, Laghetto, sonate in bu minore 3 Commenti »Le leggende il più delle volte le fanno gli abbandoni e le chiusure.
La cosa che si ricorda di Platini per dire, a parte i goal, è che si è ritirato presto, prestissimo a 32 anni. Senza voglia di battere record o fare la foca ammaestrata per soldi, basta. C’est fini.
I Laghetto erano un gruppo che ad avercelo oggi sai le magliette, sai twitter, sai facebook, sai sta grandissima fava di globalizzazione e di dischi vuoti e pieni di marketing come si sarebbero dovuti inchinare a novanta gradi. Invece no, i Laghetto ai giorni d’oggi non ci sono mai arrivati, due dischi che definire TUTTO è riduttivo con quell’hardcore sbilenco per come perdio va suonato e strillato e quei titoli a metà tra la presa per il culo e il senso di quello che si canta, come il bellissimo L’odore dei pomeriggi quando li butti via o ilconcettodelladroga o Obi Wan Kenobi (Jedi Old School). Gruppi matti così non ce ne sono più, c’erano gli Inferno (che amo) e che anche loro hanno chiuso baracca e burattini, ma tutti quelli che hanno amato almeno una canzone accacì e le deviazioni da trentesimo tornante e vomito in gola tipo Locust almeno una volta nella vita, per me, dovrebbero sentire Sonate in Bu minore e buttare al cesso tutto il resto.
Tutto questo per dire che a valle di un panegirico così, che comunque una sua importanza ce la dovrebbe avere visto che non scrivevo da due settimane è uscito il doppio disco tributo ai Laghetto in fridaunlò, ci partecipa quella che ad occhio è la gente più meritevole del panorama italiano, i Marnero, gli Uochi Toki, gli Inferno (daje), Bologna Violenta, Heisenberg, Chambers, i Luminal e un milione di altri.
Qui c’è il link
Prima però sentitevi sul soundcloud Sonate in Bu minore, almeno una volta nella vita. Poi mi dite.
(ah c’è anche disponibile una gallerie di pseudo cover realizzate da personaggioni belli. Uno è Francesco Farabegoli. Auguri ciccino)
Top Film 2012 – GiorgioP
Pubblicato: dicembre 25, 2012 Archiviato in: cinematic, Top 2012 | Tags: amour, another earth, brave, david fincher, hugo, jagten, jaume balaguero, marina abramovich, martin scorsese, matteo garrone, mientras duermes, moneyball, paolo virzì, paranorman, prometheus, reality, ridley scott, shame, skyfall, steve mcqueen, the artist is present, the dark knight rises, tinker tailor soldier spy, tutti i santi giorni Lascia un commento »Cominciamo dall’inizio (premesso che ricordatevelo sempre una classifica è per definizione una cosa estremamente soggettiva e nessuno deve trovare alibi alle proprie scelte, è che di parecchi di questi film non ne ho mai parlato, nè qui ne su twitter).
Shame è stato il film che più in assoluto mi ha scavato dentro e rivoltato come un calzino, lo difendo a spada tratta allo stesso modo in cui farò per Prometheus che per me è la sintesi di quello che intendo per fantascienza.
La talpa è un film di un’eleganza incredibile, un orologio perfetto scritto da Dio. Il sospetto, proprio lì lì allo scadere delle classifiche è un film enorme che ti tormenta dentro. Skyfall il film bomba dell’anno, quello che si guadagna la palma del “lo rivedo trentasei volte e dirò ancora”.
Amour l’ennesimo grande cazzotto malessere di Haneke, The Artist is Present, per un ignorante di arte come me un film che fa scoprire molto.
Millennium invece è il film di Fincher da riscoprire, quello per cui le atmosfere fanno molto, tantissimo, Paranorman l’innamoramento numero uno dell’anno, un film prezioso e incredibile. Tim Burton si taglierebbe una mano per fare un film così.
Detachment è l’innamoramento numero due, e il film per cui ricorderò preziosamente questa mia classifica.
Hugo Cabret è un meraviglioso omaggio al cinema di Scorsese, avercene.
Reality film italiano dell’anno e già ne ho scritto.
War Horse è una splendida storia di amicizia, e guerra, se poi ci metti Spielberg e le lacrime (tante) completi l’opera.
Another Earth il film sorpresona dell’anno. A dimostrazione che con pochissimi mezzi si può scrivere un grande film di neo fantascienza.
The Dark Knight Rises il film di pancia di Nolan, un po’ distratto ma ti rivolta dentro.
Tutti i santi giorni il film che difenderei fino alla morte, c’è tutto Virzì, pregi e difetti, però ti porta dove vuole lui. Bedtime il film di Balaguero che è meno horror e per assurdo il più terrorizzante, da recuperare se non l’avete visto.
Moneyball il film per me, per chi inizia ad amare il baseball e ama il fantasy game. Toccante come la canzoncina finale.
Brave forse film sottovalutato dell’anno. C’è più Pixar in questo che in tanti altri.
Killer Joe brucia sul filo Quella casa nel bosco, mica per altro, perché alla seconda visione il secondo non mi ha convinto tantissimo. Non lo ha fatto manco Killer Joe. Vince però per la sceneggiatura redneck e assurda.
Top Albums 2012 – GiorgioP
Pubblicato: dicembre 21, 2012 Archiviato in: Top 2012 Lascia un commento »Tre allegri. Io un po’ meno.
Pubblicato: dicembre 10, 2012 Archiviato in: punk | Tags: davide toffolo, La prima cosa bella, nel giardino dei fantasmi, paolo virzì, tre allegri ragazzi morti, valerio mastandrea 2 Commenti »Chiedo scusa da subito se in queste righe ci saranno cose personali, a volte capita di mettersi a nudo, in momenti così, in cui è difficile fare finta di niente e tutto quello che vorresti dire lo tiri fuori dalla gola. E va finito scritto in html.
Se mi chiedessero una cosa che mi identifica è La prima cosa bella, di Virzì, il momento in cui Mastandrea stringe la mamma e gli dice piano piano “mamma perchè io non riesco ad essere mai felice” e la mamma neanche lo sente.
Sarei stupido se dicessi di non sentirmi così, in un anno come questo poi, in cui ho avuto non tanto da ridere (ma anche cose belle). Magari non sembra perché sono alto unoenovanta e la gente pensa magari che se si è grossi così uno sia tenuto a non stare male. Succede invece il contrario. Ed è successo questo 2012, che non assumerà per questo a titolo di anno di merda ma semplicemente a titolo di anno in cui sono successe certe cose. Non belle.
Scusate la ripetizione.
Davide Toffolo sono convinto che sia una persona che un fondo di malinconia la abbia, altrimenti non scriverebbe quelle graphic novel bellissime (e malinconiche) e non avrebbe chiamato il suo gruppo Tre allegri ragazzi morti.
L’anno 2012 è quello che esce un loro disco (dei tre allegri) che si chiama Nel giardino dei fantasmi, che è un disco strano, triste a suo modo (per i contenuti) e bellissimo.
Diciamo che ci sono dei dischi, e delle canzoni che stanno dentro a quei dischi, che ti cercano, che aspettavano in un certo modo. A te viene da dire “ma non te potevi fa i cazzi tua?” e invece a suo modo che ci sia qualcuno, un po’ come te, ti consola.
Tornando a noi, il disco riprende un po’ quel reggae cantautorale del disco precedente (ed io odio il reggae ma questo e così lo amo) con le deviazioni tipo Violent Femmes, che sono un po’ più nelle corde dei TARM e di quella malinconia.
C’è che tutto gira intorno alle parole di chi chiude qualcosa e che una maniera per andare avanti a suo modo la trova, o la cerca. Io ancora non l’ho trovata ma diciamo che ci giro intorno e la troverò.
C’è che ci sono quei dischi, e quelle canzoni che non le aspettavi ma arrivano. Che forse era meglio tenere dentro un cassetto ma che benedici che ti centrino come un martello.
Nel giardino dei fantasmi è quel disco che mi ha riconosciuto, che non era meglio stesse nel cassetto perché di cose da dire ne ha e tante (almeno a me) e che diciamolo, una volta tanto, che stare male a volte fa bene.
Tutto qui
è un momento poi passa. Giuro passerà.











