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Il 5 dicembre i Deftones torneranno in Italia per una data a Roma (il giorno dopo saranno a Trezzo-Milano). Potreste fottervene ampiamente ma ci sono due motivi per cui forse ci si vede sotto al palco.
1 che se non li avete mai visti probabilmente non vi ricapiterà mai più di vedere uno di quei gruppi per cui la cosiddetta “grazia creativa” non è mai scesa sotto il livello di eccellenza. Il disco ultimo, Diamond Eyes, per dire è probabilmente la cosa migliore dell’anno. E non nel genere. In assoluto
2 perchè i Deftones sono l’unica traccia di un certo tipo di hc anni 90 che non esisterà più e che ringraziando Iddio non ha avuto tanti seguaci altrimenti li avremmo odiati
ah e 3, perchè per ogni biglietto un euro sarà donato alla fondazione Chi Cheng.
E se non sapete chi sia Chi Cheng guardate il video sotto, fate ammenda e andatevene affanculo.
Non lo avevo ancora sentito ma Kanye West oltre ad essersi aperto un account twitter cla-mo-ro-so (con tanto di sorry a Taylor Swift) sta scrivendo il suo nuovo disco e a quanto pare non scherza.
Buttando dentro tra gli altri nel singolo uscito già da un po’ “Monster” roba tipo Jay-Z. Rick Ross e Bon Iver (con cui ne sta scrivendo buona parte).
Sì, Bon Iver. Quello delle gnagnere.
Una volta ci si registravano mixtape e film, oggi con le pellicole dei nastri e delle vhs ci si fanno ritratti di personaggi famosi e scene di film.
Qui la galleria

Il fatto è che (e molti magari storceranno la bocca) ma siamo arrivati al 2010 eppure non si era forse mai vista un’annata musicale con così tanti riferimenti a Springsteen. Bruce, Springsteen. Se, a come lo sento io, The Suburbs degli Arcade Fire è il sintomo di una rilettura in chiave attuale, con suoni attuali e situazionismo attuale, dell’intero sound Springsteeniano se parliamo dei Gaslight Anthem e dell’ultimo, splendido, American Slang possiamo parlare di vero e proprio tributo. Da queste parti se ne è parlato più volte, di quel gruppo che il figlio del Boss ama tanto, il papà li va a sentire, sale sul palco e suona con loro se li porta in tour etc etc etc. E’ il dopo, la parte più bella. Sì perchè The ’59 sound è un disco valido, molto ma che ancora non aveva deciso di che pasta dichiararsi, mettete un disco dei Get Up Kids cantato da Springsteen (e vi assicuro che è un bell’effetto).
Con American Slang il discorso si permea di tutte quelle sensazioni che un po’ ci aspettavamo di trovare, un po’ Born To Run, un po’ tanto Darkness on the edge of town, un po’ Greetings from Asboury Park.
Ad occhio può sembrare un foglio stampa accompagnatorio dell’ennesimo gruppo cover, ma qui sono le canzoni a fare la differenza, autentici pacchi di nitroglicerina che anche se fanno saggiarne la derivazione non fanno altro che confermare che il gruppo c’è, la sostanza anche, e che il figlio del Boss ha soprattutto bei gusti. E’ un discorso del tipo “sembra facile ma prova a farlo”, rifare Springsteen è come rifare Elvis, a suo modo, è un terreno minato e si rischia lo sconfinamento nello scimmiottamento, nell’azzeramento ella propria personalità musicale. Ecco, tirare fuori 10 canzoni, una più bella dell’altra e far passare tutto questo in secondo piano credo che sia la prima grandissima vittoria dei Gaslight Anthem
Gaslight Anthem - American Slang (Album Streaming) (via Rolling Stone)
Uno torna dalle ferie e trova un video fantastico, fantascientificamente autoreferenziale e col birignao del pop alla Britney Spears. Che se una si vuole scopare Silvio Berlusconi perchè non dovrebbe volersi scopare Ray Bradbury? Nella fattispecie Rachel Bloom
(grazie a Lali per la segnalazione)
Come potete immaginare anche questo blog va in ferie, un paio di settimane.
Io tra tavoli da servire, torte da preparare e piscine da pulire mi godrò parte delle mie vacanze e forse nel frattempo cambieró vita.
Che forse poi quella vecchia non è che ha sto gran guadagno.
Ci vediamo lunedí 30.
Kick-Ass kicks ass, dicono molti e in parte, quei molti hanno ragione. Kick-ass è un film in cui “riesce tutto” e quasi col minore sforzo possibile e soprattutto riesce bene a tratti molto, a tratti poco, ma comunque “bene”. Premessa volante è che chi scrive non sia fan della graphic novel (stile troppo tondo per i miei gusti) il film però si affranca dalla maggior parte dei film di genere (eroi underage e non, padri da centro di igiene mentale, scopate tra ragazzini e soprattutto conniventi con la mala) nel suo essere profondamente “scorretto” al limite della sostenibilità.
Per questo basta la scena finale di Hit-girl (tra quelle che dici “oh questa è tra le migliori viste mai” finchè non realizzi l’età della ragazzina) del sesso tra adolescenti e di Nicolas Cage che urla. Ecco, Nicolas Cage che urla e dà le dritte alla figlia è un qualcosa che non vorrei ricordare ed è una di quelle che se ti viene in mente al momento sbagliato ti spegne e poi devi dire “sai non mi è mai successo etc etc.” le robe così insomma. Kick-ass ha un paio di difetti, ma marginali (forse eccessiva la durata, forse troppo ridondanti un paio di personaggi) ma sono tutti difetti comuni anche alla stesura stessa degli ottimi personaggi da fumetto, quindi, a suo modo, è un film “ideale” per quello che vuole dire e come lo dice. Magari cerca con troppa insistenza di imporre Chloe Moretz come un alter ego della Leonina Portman e magari a tratti indugia troppo su sequenze alla Bakmambetov, però il suo porco dovere di intrattenimento lo fa.
Fermiamoci qui però perchè dal secondo in poi diventa Shrek.
E la domanda è rivolta a Rivers Cuomo, leader dei Weezer.
Ora, tolto il declino giunto ormai a livelli di guardia (vedere canzone dei mondiali di qualche post fa, ve lo cercate se volete) i Weezer torneranno per la metà di settembre con un album nuovo che brandisce la nuova partnership con la Epitaph (un po’ una di quelle mosse che si chiamano rifarsi una verginità quando non ce l’hai più e da un po’) preannunciato da un singolo Memories, che non lascia presagire nulla di buono (iper prodotto, iper coatto l’anti Weezer per definizione, ma tanto dopo Pinkerton ci siamo abituati) l’album avrà titolo Hurley.
E questa a quanto pare è la copertina (non scherzo).
(il guaio è che i Weezer hanno perso anche il gusto di far ridere)
E io non c’ero
Si sono riformati (anche se magari solo per data unica) i Desaparecidos
12 anni fa per pagarmi gli studi ho lavorato come standista al bioparco di Roma. Ad oggi rimane una delle cose più sensate fatte, anche dopo una laurea anche dopo un lavoro a tempo indeterminato.
Pizzette, caffè panini e gelati per due settimane e dieci ore al giorno erano e sono ad oggi la cosa più umana e sensate che credevo di avere fatto.
Domenica ho servito ai tavoli.
No, non ho cambiato lavoro, no, non mi sono licenziato, semplicemente ho fatto una di quelle cose che si fanno quando ti porta il cuore. E tra quelle c’è il servire ai tavoli.
Può essere criptica come cosa ma spiegarla (ed è facilmente intuibile) non ha senso, importanza o quello che è.
Mettersi il grembiule nero e riuscirsi a fare il fiocco alla cieca, dietro, già era sembrata una piccola conquista, iniziare a servire ai tavoli, prima gli affettati in piattoni grandi e tondi portati due per volta (facendo attenzione a non toccare le cose nel piatto – provateci col pollice e con un piatto colmo) poi le frittele di fiori di zucca e poi di farina di castagne è oltre la conquista, diventa un tetris per dove mettere i piatti su un tavolo quando è praticamente pieno, cercando e trovando (a volte) la compiacenza di qualcuno che mangia e ti fa spazio. In cucina preparano qualche frittella anche per te, le prendi in mano e ci spruzzi al volo il sale, pulisci le mani fronte e retro sul grembiule, con un fazzoletto che hai nella tasca davanti la bocca e rientri in sala dove guardi se piatti da portata sono vuoti e da liberare. C’è chi ti chiede una bottiglia di naturale, chi se gli apri una bottiglia di bianco o di rosso. Ti sorridono tutti e ti rendi conto che quando sei tu al posto loro al cameriere non fai caso. Ora capisci cosa vuol dire.
Metti i piatti fondi dopo avere tolto quelli da antipasto e porti per ogni tavola due enormi piattoni tondi pieni i ravioli ricotta e spinaci con sugo al ragù. Ne preparano un piatto per te e insistono quasi che tu lo finisca prima di andare in sala. Ne metti in bocca due per assaggiarli e torni di là. Preso da quel qualcosa di nuovo che ti tira avanti. Giri per i tavoli, controlli le acque, ringrazi che ci siano tavoli che appena finito di mangiare impilano i piatti sporchi così non devi girare intorno.
Fai caso quando li levi se c’è qualche indumento intorno che può sporcarsi e se vedi una forchetta che penzola dici “non cadere perdio non cadere” e ti senti come Houdini se riesci a tenerla dritta e tutti incolumi, vestiti e tovaglie.
I piatti li porti al lavabo, prima li svuoti poi li lasci dentro.
In cucina hanno messo su i Belle and Sebastian e capisci che tutto questo, che é il parlare di musica, lo spararsi le pose, i concerti e l’onniscenza ventilata, reiterata che rende sto mondo qua, un mondo di sciovinisti, sono cose di cui non ti fotte veramente un cazzo.
Prenderesti a calci quel registratore e diresti “ho altro da fare ora, recensisci questo” eppure lo lasci suonare per assaggiare la lontananza dei due mondi.
Porti i secondi, cosciotto d’agnello, arrosti e una tagliata su un letto di rucola. Ti sembra di “sapere vivere” perchè porti dei piatti e non fai casini, ti senti un giusto, per come fai le cose e ad oggi passaggio tra le porte con i piatti in mano ti senti pronto, pronto non sai cosa ma pronto. Anche a farlo per tutta la vita. Alzi l’assicella e pensi che tutto questo sia più reale, più concreto e infinitamente più vero di un mondo fatto di bilanci, blog ed mp3.
Porti anche le patate, nel piatto che lasciano in cucina volano le mani, con leggerezza e una sana avidità, come dei bambini che infilano le mani nelle boule delle caramelle. Osservi la cosa, ci pensi un secondo e ri-voli di là. Il dolce è una sfoglia con crema chantilly e frutta, tutto fatto a mano, tutto sotto i miei occhi, con la cura certosina di uno scultore che incava riempie e modella con mirtilli e zucchero a velo. Mentre succede questo con le mani spolpi due cosciotti d’abbacchio e li dividi con chi è all’opera. è tutto naturale, cosí naturale. Ed é tutto così lontano, il resto, dico.
La gente sorride, un tavolo brinda con spumante e in fondo al cuore essere arrivato in fondo é un palloncino pieno d’acqua che sta per esplodere perchè il tuo ritorno alla futilità, all’inconcludenza è dietro l’angolo.
Sono passate quasi 3 ore e mezza e la doccia è l’unica cosa che separa te dall’essere una persona completamente felice.
Succede che Kevin Smith venga chiamato dalla DC Comics a scrivere Batman, qualche numero.
Sì quel Kevin Smith regista di Clerks, Dogma, Mallrats, insomma uno di quelli che ci fossero i templari del nerdismo rientrerebbe tra i primi cinque.
Che poi non è neanche la prima volta e quando mise le mani su Devil diventò una delle dieci graphic novel più belle degli ultimi vent’anni.
Detto ciò cambia casacca e stavolta viene chiamato dalla DC Comics (che è come un po’ passare dalla Roma alla Lazio e viceversa) per scrivere come dicevo su, qualche storia sul pipistrello.
Lo fa pisciare addosso. Ma non dalle risate, in senso letterale.
Qui tutti gli altri scempi tirati fuori dagli stessi numeri (che io a questo punto comprerei)
E poi arriva il momento in cui prendi nelle mani un disco e ti ritrovi proiettato nei tuoi venti, in pieni anni 90.
Everyone Everywhere scritto sulla copertina che non lascia capire se parliamo di un nome di gruppo o di un titolo. La foto è quella di una banda, ma di quelle con i tamburi, i fiati, ripresa da lontano. Una foto da album anno accademico inserisci un numero a tua scelta.
Quel numero va dal 1993 al 1999, probabilmente. L’epoca d’oro dell’emo, l’epoca dei Mineral e dei Get Up Kids (che con i Sunny day real estate sono i pilastri della musica degli EE) l’epoca in cui se non scrivevi una canzone con accordi storti e minori, e non cantavi con malinconia e un senso interiore di rassegnazione non eri un cazzo.
L’esordio degli Everyone Everywhere, band di Philadelphia, vale Four minute mile dei Get Up Kids e senza neanche pensarci più di tanto, e potrebbe essere considerato tra i dieci dischi più belli di quegli anni lì, fosse uscito in quegli anni lì.
10 canzoni per un debutto di quelli che squarciano il famoso velo di Maya delle illusioni di qualcosa che, col contributo essenziale della merda propinata a mani basse alla/dalla/per la gioventù Pastorizzata di MTV, si è fatto di tutto per svilire, ridurre a mainstream bieco. Sostanzialmente hanno preso Grace Kelly, fatto girare le sue foto e messo sotto il nome di Valeria Marini. Questo hanno fatto con l’emo (tutti, anche i presentatori che poi si tirano fuori).
Voi direte “sì ok, su sta cosa la metti giù pesa”. Sì ok, la metto pesa, ma perdio sono 5 anni che va avanti una mistificazione culturale ai limiti del revisionismo.
L’emo (e spero lo sappiate già) è sintetizzato da un disco come questo, che fareste meglio ad avere tra le mani anche voi e nel più breve tempo possibile.
Immaginate un qualcosa prodotto in maniera scarna e con l’impatto di un Four Minute Mile, aggiungeteci la maturità di gruppi come Mineral e Promise Ring, accendete lo stereo, magari mettetevi su qualche maglia vecchia che non ricordate neanche di avere e vi renderete conto che il tempo anche se è passato è sempre lì, e gli EE sono venuti a dimostrarci che quindi anni alla fine non sono niente. L’emo non è morto.
Anche se hanno fatto di tutto per ammazzarlo, finchè ci saranno gruppi come gli Everyone Everywhere, gli American Football e i Get up kids (che speriamo tornino con qualcosa di nuovo migliore dell’ep di un anno fa) i livelli saranno sempre di eccellenza, le canzoni rimarranno sempre indimenticabili e la prossima volta che qualche hipster coi pantaloni strizzapalle che vi spaccia sotto la patina del diy un tour di wannabes con frangettina e canzoncine che fanno più danni che Berlusconi al governo, beh, sapete cosa fare col telecomando.
Grazie a Dio, esistono ancora gruppi così, è un refrain. Ma è così.
Gli altri, beh, hanno un futuro da Pierluigi Diaco. O da ciellini. O da tutti e due, che tanto la differenza dove sta.
Noi qui siamo e qui saremo e qui siamo stati
Da più di 16 anni. E non ci sposta un cazzo di nessuno.
Gli amori, quelli belli, sono quelli a prima vista che ti fanno prendere e buttare tutto senza senno.
Gli amori a prima vista sono quelli che neanche ti ricordi del perchè sei arrivato a quel punto nè in che modo, ovviamente.
Gli amori, tolti quelli della vita, che la vita possono anche rovinartela (e cosa c’è di più bello di farsi rovinare la vita per un amore andato a male? pensateci) sono a volte film, dischi, gruppi.
Il mio amore, spassionato, attuale e spero futuro sono i Lucertulas.
Vedo i ghigni per un nome che sembra strappato a una congrega di mariachi che manco Rodriguez, vedo il sopracciglio che si inarca e magari fa paralleli con un altro gruppo magari con un nome di provenienza linguistica vicina e che ne so, magari i Mosquitos (altro grande gruppo), no non c’entrano niente nè coi Mariachi, nè con l’indie.
I Lucertulas sono uno di quei gruppi che ha un solo presupposto, spianare il culo uditivo di chi ascolta, e un gruppo così, con un approccio così (che più hardcore permettetemi, davvero non si può nel senso di compromessi), se non è raro poco ci manca.
Mettete un frullatore grande dove dentro possono girare sferragliate alla Shellac, ruvidezze hardcore a casaccio (dicono Unsane ma soprattutto US Maple), noise che Dio lo manda, tutto quello che può passarvi in mente dal post punk al post hardcore resettatelo e mandatelo avanti registrato su una cassetta di vent’anni fa. Con quello sporco e quell’aria grezza che vi siete scordati.
Un disco così (e un gruppo così non poteva che uscire dagli studi di Favero – Dio sempre lo benedica) ve lo dico ve lo sareste immaginato tranquillamente sulle pareti dei noleggiatori cd nel 93 magari vicino agli Helmet, magari vicino a Henry Rollins.
Hardcore perdio, anche se non è proprio hardcore, ma di una roba così e senza compromessi, cazzo se ce ne aveva bisogno una scena asfittica (in questo paese) come il culo di un settantenne sulla tazza di un cesso.
Viva Dio che c’è chi ogni tanto ci prova.
Lucertulas - The Brawl (Disco in download) (a 10 € vi portate via Cd e 12“)
Recensione spettacolare di Kekko su Bastonate (è amico mio)
I Caravels sono una di quelle cose per cui uno come me (fesso anche, ma nel senso di ascolti) non può non innamorarsi. Parliamo di un quintetto di Las Vegas con due punti di riferimento: lato sinistro At the Drive-In, lato destro Botch. Parliamo di hardcore insomma di quello fatto bene, con aperture melodice e tagli chitarristici che spaziano dalla violenza al melanconico, con spunti al limite del post-rock (a me sono venuti in mente i June of 44).
Un ep che porta via il cuore, di quelli che lasciano intuire che qualcosa di buono, molto buono, è all’orizzonte anche perchè si parla di un ep di 6 tracce dal titolo Floorboards, produzione impeccabile, canzoni che mi sento di dire una più bella dell’altra che rende complicato sceglierne una per una valutazione
Secondo me se ne riparlerà da qui in poi, ci scommetto su. Non fosse così sarebbe comunque un abbaglio troppo bello per essere vero.
Caravels - Sixty Acres (Mp3)
Per due giorni (anzi tre) mi son detto, va, non scrivere del Wu-Tang Clan, la roba hip hop è una roba seria, piena di gente pronta a riprenderti e a fare la punta al cazzo e soprattutto a mettere i famosi puntini sulle i che poi non te li levi dallo stomaco neanche con la levapunti. Poi ho detto bon, pazienza. Bisognerebbe partire dal considerare la cosa “concertoWu-tangClan” un evento. Di quelli che se ci sei, hai trecento cose da vedere e raccontare, se non ci sei te le raccontano, e molto spesso si dimenticano qualcosa.
Il posto è il PalaAtlantico, l’ex Palacisalfa di Roma e il solo pensare a un posto del genere nella settimana più calda dell’anno, con un quasi tutto esaurito che vibra dagli strilli dei forum è una cosa che dimostra coraggio.
Andarci, poi, ti fa sentire Bruce Willis che decide di tirare una macchina della polizia ad un elicottero. Una roba che ci pensi un nanosecondo di più dici “sto a casa a guardarmi Rai News, si fotta il Wu-tang”. E’ la gente la cosa più bella del rap, fuori tante magliette da pallacanestro (nè conterò alla fine 3 di – ehm – Ginobili, e i più quotati in giro erano Iverson e Bryant, meravigliose le vintage di Willis Reed, Gugliotta e Mourning tempo Hornets) pantaloni larghi e cappellini storti d’ordinanza.
Tutti o quasi Yankees.
Asciugamani messi nel tascone di dietro che sembra ti sia pulito il culo di corsa e sia rimasta attaccata la carta igienica, fide strappone al seguito che manco Rihanna o versioni strappne a là Pina per chi non ci arriva, tante scarpe sneakers alte (tutte differenti, difficile trovarne due paia uguali), gente col due piastre nello zaino che vorresti capire se e dove si metterà ad andare di break; insomma una passerella che manco alla serata dei Globes. Dentro fa all’inizio fresco, c’è l’aria condizionata (spenta praticamente subito Dio vi fulmini) e alle prime luci spente sulle basi di un dj che non so chi sia (nè voglio saperlo) maciulla l’arte del mixing con degli strappi che neanche le due peggiori mani sinistre di Roma potrebbero.
Iniziano a salire i primi vapori di erba e nero. Inutile dire di cosa odori al mio ritorno a casa, a parte sudore, i vestiti torneranno all’odore di Coccolino dopo 4 lavaggi probabilmente ma questa è un’altra storia. Non sembra più un club o un palazzetto. Sembra un quartiere. Un quartiere dove suonano hip hop e se dici “Matt Barnes ha firmato per i Lakers” quello che ti sta davanti ti chiede se è vero e ci parli anche un po’. Sul palco prima i Colle der Fomento. Emozionanti e riverenti (giustamente) per ciò che avverrà da lì a poco, scandagliano tutto il repertorio, chiamo addirittura Farabegoli su Prova Microfoni, mi risponde via sms “a 35 anni mi chiami per farmi sentire i Colle der Fomento, stiamo perdendo tutti”.
Forse è vero, forse no, perchè il live è qualcosa di veramente grosso grosso. Che solo il campanilismo vissuto al contrario può rivoltare in un “sì vabbè c’è il Wu Tang”. Dopo di loro i Noyz Narcos, a me fa ridere e da subito il piccoletto che sembra il classico piccoletto delle ghenghe tipo Ritorno al Futuro messo lì perchè così riproducono bene la scalata darwiniana in una congrega.
Mi dicono che è quello di cui avere paura, ma per me il rap, l’hip hop è sempre stata una questione di dischi lontana dagli ambienti rappusi e conviviali. Il rap è anche e soprattutto quello, mi manca un pezzo ma continuo a trovarlo ridicolo, come l’esibizione intera dei Noyz, una roba west coast pacchiana e misogina, e gangsta de noantri più pose che rime, più forma che sostanza chiusa con una toppa clamorosa e fischi che salutano gli eroi dell’arena e li rimandanano a casa. Il contrario del Colle. Roba che ti fa tenere stretto l’hardcore. E infatti se fai così, in tutti i sensi, non sbagli mai. Alla fine il Wu-Tang Clan, ci sono tutti, Method Man a tirare la carretta, gli altri a mangiarsi il palco con lui, GZA, Cappadonna tutti perfettamente nella loro parte. Una roba potente caciarona e sguaiata ma compatta nel suo essere “storia”. Hai davanti la storia, cazzo e i tre gruppi hip hop che hai visto suonare sono loro i Public Enemy e i De La Soul. Ci puoi stare dai.
Il caldo diventa opprimente e insostenibile, vedo più di metà concerto fuori dal locale e dalle porte aperte. Va bene così, anche se le gambe non mi reggono più e fatico a non sbadigliare ma dalla stanchezza. Il concerto è roba grossa e potrei dirvi dello spelling O.D.B. G.O.D. che è un po’ una bestemmia o degli intro mandati giù a memoria da più di duemila persone neanche fossero Baglioni.
Sostanza, tanta, quella che ti rendi conto che la storia ti sta passando davanti e non sai se e quando ricapiterà. L’hip hop è anche questo, l’hip hop è anche la scena. L’hip hop sono i beat che sembrano vecchi e non invecchiano veramente mai anche se fa caldo e ti sudano anche gli occhi e devi chiuderli.
Li senti e li sentirai sempre.
In prima battuta credevo in un montaggio audio con in video Marylin Manson. C’era pure Twiggy Ramirez in effetti
Sentire un disco qualsiasi di Mark Kozelek (ma proprio qualsiasi, del tipo buttati in un sacco tutti e tirato fuori uno a caso) si trasforma il più delle volte in un rito privato, quasi esclusivo.
Per intenderci l’esclusività non è nell’essere roba di pochi o di tanti (che poi, chi se ne frega) ma nel momento, in quello che si crea fra gli auricolari o le casse, il laser del lettore e te che sei lì davanti.
Ogni disco di Kozelek è a suo modo, solo in questo, ripetitivo; per l’esperienza vera e propria che diventa assorbire le canzoni e memorizzarle, ammirare la monotonia della voce eppure armonizzarsi dentro con quell’aria monocorde eppure pregna di tutto che sono quei dischi lì.
Non sono dischi facili, quelli di (ora) Sun Kil Moon e tantomeno lo è l’ultimo Admiral Fell Promises, così scarno, così genuino e puro, così unico nel suo essere identitario, coraggioso tanto da mettere sul piatto la canzone per così come esce fuori, voce e chitarra.
Perchè questa è la forza dei dischi di Mark Kozelek, tutti-sottolineo, l’immediatezza il mettersi davanti a te e farti capire subito cosa sei. E se stai andando da qualche parte.
Avercene.
Anzi no, basta lui.
Sun Kil Moon - You are my sun (streaming)










