Speciale Graphic Novel

sS di Gipi (Coconino Press)
Forse la graphic novel con la “sceneggiatura” più forte e potente scritta da Gipi. Dal punto di vista dell’impatto prettamente visivo rimaniamo sugli altissimi livelli a cui ci ha abituato anche se il vantaggio di avere una storia così forte di base permette di non “evocare” immagini cinematografiche con tavole a larghissimo respiro (come su Unastoria per capirci), ma concentrarsi sui dettagli e sui vari passaggi narrativi.
A livello personale la graphic novel di Gipi migliore immediatamente dopo Unastoria ed anche se uscita abbastanza in sordina è da recuperare assolutamente

 

gauldSiete solo invidiosi del mio zaino a razzo di Tom Gauld (ISBN Edizioni)
Tom Gauld è uno che fa vignette per il Guardian e il NY Times quindi non proprio l’ultimo degli stronzi. A parte il titolo meraviglioso della raccolta in questione, il libro in sè è qualcosa di veramente unico, una serie di vignette citazioniste su piano scientifico letterario artistico, con una facilità di linguaggio impressionante e una capacità di trascinamento nella risata fino alle lacrime invidiabile (per dire la vignetta di Tom Waits va presa incorniciata ed attaccata in salotto). Uno dei libri dell’anno e siamo solo ad aprile.

 

 

centriPiccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani di Claudio Calia (Becco Giallo)
se ne parla un po’ ovunque e a ragione. Compendio della storia (commovente per chi ha iniziato e quegli anni lì l’ha vissuti in prima persona) dei principali centri sociali italiani, la loro nascita i loro obiettivi e la loro storia. Capire le varie storie di umanità che si muovono dietro e quanto significhi per tanti (sarebbe meglio tutti) l’idea di uno spazio proprio, da curare e da gestire, da organizzare e difendere. Piccolo prologo di Zerocalcare per chi fosse feticista dell’autore.

 

 

portamiPortami via di Nate Powell (Rizzoli Lizard)
Data l’uscita di Imperi per la 9L ho recuperato questo piccolo gioiello, storia abbastanza difficile da raccontare (forse più da disegnare e Powell ci riesce tremendamente bene) di fratelli affetti da disagio mentale e la lenta discesa verso lo stato schizofrenico. La storia sa essere piena ed importante, non solo, ma anche commovente e sufficientemente evocativa per ritenerla una delle graphic novel più complete e potenti lette in tanto tempo, su un tema, ripeto molto complicato.

 

 

cucinaIn cucina con Alain Passard di Christophe Blain (Bao Publishing)
Chi ha letto I segreti del Quay D’Orsay già conosce Blain. Chi non l’ha letto
VOI. SIETE. MATTI. FATELO. SUBITO.
detto questo è un libro fantastico, il disegnatore che racconta la cucina dello chef a tre stelle Passard, disegnando la vita del suo ristorante e le sue ricette (e ce ne sono anche scritte a testo). Premesso e tolto il fatto che io ho una sorta di attrazione un po’ malata per sta roba il libro è una roba notevolissima, lo stile di Blain a richiamare il movimento, i rumori, i suoni, si adatta benissimo ad un argomento simile e fa sì che in cucina con Alain Passard sia una di quelle cose da avere assolutamente

 

graphicGraphic Novel is Dead di Davide Toffolo (Rizzoli Lizard)
Toffolo torna con una graphic novel autobiografica e in parte meta, col fumetto che parla del fumetto e il musicista che racconta della musica e di sè stesso, una serie di scatole dentro scatole dentro scatole affascinante che in qualche modo è un po’ una rivoluzione del genere (come un po’ il titolo gioca ad evocare). Presenze fulminanti del passato come Pasolini, evocazioni famigliari e musicali, e un piccolo pappagallo a fare un po’ da figura spezzabolgia della storia.
Che poi a conti fatti una storia vera e propria non è ma una raccolta di frammenti che messi in un quadro d’insieme raccontano un pezzo di vita.

Di bruciature e tradimenti

untitledMettere da parte le cose, qualsiasi cosa, è un po’ sempre una fatica, di quelle grandi.
Metterle da parte, scriverle, porle in mezzo ad un microcosmo in cui ogni parte è destinata a mettere qualcosa da parte, scansarla (per quanto possibile in alcuni casi) o farsene travolgere è un po’ il centro dell’ultimo libro di Antonella Lattanzi. Prima che tu mi tradisca.
Il titolo di per sé è in un certo senso una mezza sinossi, la storia complicata di due sorelle, un segreto che le divide, le fa perdere e le lascia appese col dubbio se si ritroveranno mai.
E’ un libro sospeso a metà come l’essere irrisolte di Angelagei e Michela (Micky Mouse) le due sorelle protagoniste, in un certo modo così lontane così vicine, così vittime di un sistema che ha mentito da sempre e che le ha portate ad essere loro stesse bugiarde di sé stesse.
Prima con sé stesse anzi, poi con tutto il resto che le circonda.
Una storia sospesa tra una Bari descritta in maniera coraggiosa e di “cuore” nei suoi lati più nascosti, più reali e nei suoi passaggi più dolorosi come il bombardamento durante la seconda guerra mondiale (uno dei più bei incipit di romanzi che io ricordi è in Prima che tu mi tradisca) e l’incendio del Petruzzelli; una storia sospesa in dinamiche famigliari che tutto fanno pensare tranne all’epilogo, alle motivazioni, a quei momenti, quei dettagli che possono far deragliare un rapporto classico, customizzato quasi, “padre madre figlia figlia” o possono sostenerlo.
Antonella Lattanzi non ha alcun tipo di accondiscendenza verso i suoi personaggi, vuole loro bene, e si vede, ma sa porre l’accento sulla critica dell’irrisolutezza, sulle dinamiche distorte, ottuagenarie, sui credo di quartiere, di città, di religione. Non c’è un “giusto o sbagliato” tra le righe, c’è una visione, una visione tra il severo e il chirurgico che a tratti sfocia nell’empatia pura.
E’ un passaggio all’inizio piccolo, quello delle due sorelle che partono dalle strade di Bari Vecchia e poi si spostano su Roma, su San Giovanni, San Lorenzo, dall’afa e dall’asfalto di Bari al caos, le macchine, il senso di dispersione di Roma, un passaggio che le porta a cercarsi, più che perdersi o ritrovarsi (e sto facendo il bravo cercando di non darvi alcun indizio), a cercarsi per capire, una di fronte all’altra cosa sia successo, chi sono veramente.
Il punto centrale di Prima che tu mi tradisca è il tradimento ma anche la relatività, cosa si è per chi, cosa non si vuole essere rispetto a chi, quale posto guadagnarsi nella graduatoria famigliare, nella considerazione popolare o nella propria vita. Logiche che viviamo tutti i momenti, ogni istante della giornata. Fulcro centrale invece della storia delle due sorelle. La vita dell’una vissuta come mancanza della vita dell’altra. Ruolo compreso, affetto anche.
Angelagei e Michela sostanzialmente sono protagoniste di una tragedia di stampo quasi Shakespeariano, in cui un trono c’è ma è invisibile ed è quello della quiete dopo la tempesta, una tempesta di vent’anni, un luogo a suo modo tanto metaforico quanto fisico quanto sostanzialmente voluto e non voluto da nessuno.
Antonella Lattanzi dopo Devozione scrive quello che si può definire il suo “grande romanzo” (e spesso i grandiromanzi passano per raccontare saghe famigliari) supera ampiamente i dubbi della mole del libro (430 pagine) lascia un senso di appartenenza a Bari (pur non avendola vista io quasi manco in cartolina) e alle due sorelle Angela Jr e Michela, che prenderesti a pizze, abbracceresti, a cui urleresti in faccia e da cui scapperesti. E di corsa.
E a cui rimani comunque legato e stretto fino all’ultimo punto.

Uno bravo che ha capito tutto. Joe R. Lansdale.

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Cosa cerchiamo a volte nei libri non è dato sapere, io almeno di mio non ho mai capito cosa e perché mi guidasse nella scelta di autori e libri. So che sono partito da amare Rodari poi Calvino poi Dostoevskji e poi Shakespeare, quindi non dico di avere avuto le idee confuse ma insomma siamo lì. La prima sveglia in faccia, nel senso di scuffia, che m’ha riempito la vita di ricordi di me al mare con sti tomi sulla pancia è stato Stephen King, una di quelle scuffie che ti porta a fare cumuli, finirne uno ed iniziarne un altro o andare in libreria la data dell’uscita. Poi sono cresciuto e vabbè (e lui ha anche iniziato a scrivere un po’ di cacate, per correttezza). Ad un certo punto mi sono trovato in mano sto libretto, versione Einaudi del tempo che fu, quelle con la costina nera che fecero diventare famoso Lucarelli. Era La notte del drive in, di Joe R. Lansdale. Non dico che fu una folgorazione ma ci andò vicino. Era un hard boiled vero e proprio, uno di quelli che chi legge “letteratura” chiama libraccio. Una sinossi stupida tipo gente che va in un drive in e ad un certo punto diventa un film di horror fantascienza perché scompare tutto intorno in cui Lansdale si girava più o meno bene a livello di movimenti. Si girava benissimo invece, anzi a meraviglia coi dialoghi. Da lì arrivò in Italia il ciclo di Hap e Leonard, coppia di pseudo investigatori privati che si trovano in mezzo alle situazioni peggio nonsense mai viste, dialoghi vicini all’hard boiled scopiazzato a destra e manca da Tarantino, per il resto la crasi perfetta tra Elmore Leonard, Bret Easton Ellis e Jim Thompson. Sostanzialmente sangue, vomitate di risate, donne (e uomini), cattivi della situazione. Nei libri di Lansdale è sempre stato chiaro da che parte stare, cosa più difficile per dire nei libri di Thompson o Ellroy, più che lontani dal buonisimo si basano su trame spicciole, quasi banali, è l’intorno che fa, e ha sempre fatto la differenza. Che fosse un grande scrittore era evidente già da questo ma ad un certo punto Lansdale più che alza l’assicella con una trilogia di capolavori veri e propri, In fondo alla palude, La sottile linea scura e l’ultimo (almeno come uscite italiane) La foresta. Tre romanzi ENORMI di formazione, il famoso passaggio dall’adolescenza fatti di morte, perdite e abbandoni, di entrata in un tunnel in una maniera e uscita in un altro. Del tutto differente. La foresta (che è il motivo di questo post e di questo cappello infinito) ha i connotati di un western in senso atipico, alla Mc Carthy (indubbiamente e per parecchi aspetti fonte d’ispirazione del libro), e anche questo ha una sinossi che manco ti ci fermeresti, ovvero dei banditi rompono il cazzo a fratello sorella e nonno ammazzano il nonno e rubano la sorella e il ragazzino timorato di Dio e cresciuto con valori dei primi del novecento che ben potete immaginare vuole salvare la sorella e vendicare il nonno Con l’aiuto di un nano un maiale una prostituta uno sceriffo che ha un paio di conti col destino e di un uomo di colore alcolizzato. Questo per rendere chiara l’idea della caciara (alla romana) che potrebbe diventare un libro del genere. Invece è un meccanismo perfetto fatto di cattivi ben identificati (e con scene che non dimentichi tanto facilmente, altro che Zed con Marsellus Wallace per capirci) e dei meccanismi tra i buoni della situazione che si rivelano a poco a poco Una sinfonia pulp vera e propria che monta pagina dopo pagina e dove tutto, TUTTO, ha un senso, anche quello che sembra non averlo e sembra quasi superfluo, della serie che dici “ma questo perché ce lo ha infilato”. Parlando in termini cinematografici La foresta ha un’aria così trasversale che è quasi un incrocio tra l’eroe positivo di Eastwood, la mancanza di scrupoli per il fine ultimo di Tarantino, il sangue e il grand guignol di Peckinpah, un autore cresciuto per lettori che hanno masticato film, noir e serie tv negli ultimi trent’anni e che è un richiamo continuo a situazioni e trame e citazioni. Se è una cosa oltre che un grande scrittore, Lansdale è un adorabile paraculo, sa dove vogliamo andare e lui si presente lì, un’ora prima e ti mette su una situazione anche meglio di quella che immaginassi. Questo è. Sul fatto che La foresta dovreste alzare il culo, uscire di casa e andarvelo a comprare ora è un altro discorso.

Ho finito il libro – Intervista ad Alberto Madrigal

Alberto Madrigal l’ho conosciuto a Roma alla fiera della piccola e media editoria, assieme a Simeone intervistato una settimana fa. Del suo libro Un lavoro vero ne ho scritto in qualche speciale graphic novel (cercatevelo qui sul sito) è un affresco sullo specchio dei tempi, su chi cambia paese per lavorare e magari, come in questo caso, trova ispirazione per il proprio avvenire.
Un lavoro vero, per te che l’hai scritto, disegnato, vissuto, cosa racconta. Per chi l’ha letto è la fotografia di un passaggio, di un cambio di vita. Per te?
Anche per me è così. Provo la stessa sensazione che si ha vedendo una fotografia di se stessi per la prima volta, senza ricordare l’anno dello scatto. Senza riconocersi completamente, ma sapendo di essere stati lì in quel luogo, in quel momento.
Ho intervistato Simeone qualche giorno fa, come ti sei trovato a lavorare con la Bao da un punto di vista prettamente creativo?
‘Un lavoro vero’ era già finito quando Bao lo ha visto per prima volta, quindi non abbiamo appena “lavorato insieme” dal punto di vista creativo. Soltanto sulla copertina del libro, e mi è piaciuto molto la esperienza. Hai un dialogo aperto sull’idea o quello che vuoi trasmettere, con piena libertà per realizzarlo. Essendo loro molto bravi, ti senti protetto e mai da solo anche dal punto di vista di creazione, che è forse la cosa importante in questo mestiere.
Per me, una cosa bellissima di lavorare con BAO, sono anche gli autori e gli eventi. Vengo volentieri da Berlino per passare delle giornate insieme a loro quando ci sono delle fiere o presentazione. Il rapporto è stupendo ed è una vera gioia trovare a gli autori ogni volta, specialmente a Stefano Simeone e Sualzo, con cui sta cresciendo una bell’amicizia. Tutto questo mi arricchisce molto anche dal punto di vista creativo.
Come è cambiata anche nel piccolo la tua vita dopo essertela fotografata su Un lavoro vero?
Ho capito cosa si sente quando finisci un libro e non vedi l’ora di fare il seguente. Questo, per me, è stato fondamentale. Mi sono messo l’anima in pace sapendo che si può fare quello che ti piace, pur non essendo facile. È anche molto bello vedere che la gente ha apprezzato il libro. Adesso è più facile rispondere alla domanda “e tu che lavoro fai”.
Per il fatto di aver fotografato quel periodo della mia vita, ho capito una cosa strana: le piccole cose belle che succedono ogni giorno, rimangono. Invece le brutte, si perdono nella distanza del tempo.
Che significato dai oggi alla frase “un lavoro vero”?
“Un lavoro vero” continua ad essere quello in cui vieni pagato. Con fortuna e pazienza però, puoi far diventare “vero” anche quell’altro tipo. C’è da sapere che un hobby cambia se lo fai diventare mestiere, perdendo a volte la magia da un certo punto di vista, ma arricchendoti dall’altro.
Le graphic novel che ami di più e quelle che regali di più?
Quella che amo di più, “Unastoria”. Quella ho regalato di più, “S.”, sempre di Gipi.
Simeone ha parlato della percezione di una “rete” creativa attorno a numerosi disegnatori, editrici, sembra che più di qualcosa si muova e la gente anche di massa sembra accorgersi delle graphic novel. Come percepisci tu tutto questo?
Questa “rete creativa” è stata la mia base d’ispirazione nei ultimi anni.
Essendo un tipo di lavoro fatto solitamente da una sola persona, è molto più facile e inmediato essere isipirato e condizionato dal lavoro degli altri. Qualcosa fatta da un autore che apprezzo, sia volontaria o meno, m’ispira e mi fa andare anche in quella direzione. È un continuo crescere da noi stessi influenziati da questa rete che ha da fare con il momento presente.
Il momento più bello della creazione di Un lavoro vero?
Quando l’ho finito. Fare una cosa di cui non sei sicuro per tutti i giorni, per tante ore al giorno durante più di un anno, senza un minimo di garanzie nemmeno emotive, è molto duro. Lavoravo in un coworking space in quel periodo, insieme al mio amico Tony Sandoval. Ricordo il giorno che ho finito di disegnare l’ultima pagina; ho lasciato la penna accanto, ho rilassato le spalle e sorridendo ho detto a voce alta: “finito. Ho finito il libro”. Poi Tony ha detto qualcosa di buffo per togliere il romanticismo e ci siamo messi a ridere. Ma questo momento ha cambiato molte cose dentro di me.
Il tuo prossimo progetto rimane nell’ambito dell’autobiografia o hai qualcosa di diverso in cantiere?
La storia a cui sto lavorando ora non è autobiografica, ma ha un sapore molto simile a “Un lavoro vero”. Non è stato ricercato, mi sono messo soltanto a scrivere e pian piano è uscita una storia nuova.
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Il momento preciso in cui hai capito che volevi disegnare nella vita e quello in cui hai capito che avresti potuto farne una professione?
Il momento in cui ho capito che volevo disegnare è stato da molto piccolo mentre leggevo d’ estate un fumetto di Dragon Ball, e mi sono emozionato. Poi però, essendo convinto che quello non fosse un lavoro fattibile fuori dal Giappone, l’ho lasciato come il mio hobby. Tanti anni dopo, quando lavoravo come grafico in una ditta, ho cominciato a conoscere fumettisti su internet e poi dopo di persona. Ho capito che poteva essere un mestiere e ho deciso di lasciare il lavoro e cominciare a studiare da solo, finché avrei aggiunto il livello necessario per pubblicare.
Dalla tua esperienza cosa vorresti dire, tolto il messaggio di Un lavoro vero,  a chi non sente di trovare una propria realizzazione nel posto in cui vive?
Di riflettere e provare a capire il problema, per poter prendere una direzione diversa alla solita, che è sicuramente la cosa più difficile da fare.

 

So long Egon…

egon

Non ho mai amato celebrare le morti. Ce ne ho avute così tante io che ho perso il conto, l’ultima un paio di settimane fa.
Non amo celebrare le morti di chi ho conosciuto e vissuto, figuriamoci quelle di chi non ho mai visto.
Mi ha devastato quella di Cobain e m’ha fatto piangere quella di Amy (che per me sarà sempre Amy e non la Winehouse) e al tempo mi ha fatto male da morire quella di John Candy.
Da quando avevo intelletto il più grande tutti invece, John Belushi già non c’era più. Per me lui è diventato un modello e un eroe dopo, quando ho visto tutti i suoi film

Ieri sera ero al volo su twitter, non sono andato a lavoro perché non mi reggevo in piedi, la sera leggo è morto Harold Ramis.
E io mi sono detto.
Ecco, così una volta per tutte chiudiamo sta cazzo di adolescenza che non c’è mai stata.

E me la ricordo ancora la vhs di Ghostbusters, presa da un amico di mio padre con un sottoscala a via Palestro, una specie di videoteca con video musicali di concerti che montava per le birrerie. Mi prestò quella e Under a blood red sky degli U2.
Io quella cassetta l’ho imparata a memoria, come tutti poi, e ho faticato a ridargliela perché i miei a vedere i film leggeri al cinema non mi portavano
Cioè mia madre mi portava anche a vedere Indiana Jones o Flash Gordon, mio padre Oci Ciornie per dire. Sta mancanza di leggerezza che ad un certo punto si sfaldava e si liberava grazie a sta vhs che a ruota andava tutti i pomeriggi quando tornavo a casa dalle medie da solo, mi scaldavo il pranzo nel forno a microonde e mangiavo aspettando le 5 che tornasse mamma e andarmene in camera mia.
In quei momenti casa era mia a tutto volume, per quelle tre quattro ore.
I Ghostbusters non erano solo la canzone di inizio film era una cosa dove 4 antieroi diventano eroi.
Dove tre improbabili diventano la salvezza di New York, una montagna di citazioni e un milione di punch line che ancora oggi dico a manetta
tipo

vi aaamano vi aaaamano

o

colleziono spore muffe e funghi

li amavo tutti ma tutto e per tutto mi sono sempre sentito Spengler, lo stampellone, avevo gli occhiali tondi, ero taciturno e già mi pettinavo come Elvis, avevo una compostezza innaturale per uno dei miei anni e nessuno s’è mai chiesto perché. Io solo lo so.
Spengler era quello che ho sempre visto come il me da grande, quello che risponde con la razionalità sempre, quello che a volte si lascia travalicare dal terrore e quasi non te lo aspetti molla gli ormeggi e ne vedi le reazioni scomposte.
O definire le fini con frasi contorte tipo

Immagina che la vita come tu la conosci si fermi istantaneamente e ogni molecola del tuo corpo esploda alla velocità della luce.

Spengler era un outsider, una rockstar senza sapere di esserlo
E quegli occhiali sono diventati un simbolo hipster e non sapete quanto io vi odi per questo, quanto tanto, perché alla fine davvero che cazzo ne sapete voi di cosa voglia dire essere un outsider, venirci su e considerarsi un perdente che ha avuto qualche botta di culo

Spengler è stato il mio modello vero d’infanzia, l’inarrivabile era Han Solo e il vorrei ma non posso Marty McFly.
Tutti con la zazzera tranne Egon, sempre impeccabile, sempre in giacca e cravatta, e ci ho provato anche io a metterle per un po’ ma ho capito che sarei stato uno Spengler a modo mio.

Ieri è morto Harold Ramis, ed è morto a suo modo Spengler. Chiudiamo a chiave sta cazzo d’adolescenza e andiamocene via.

Mi dispiace, Venkman, il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare…