è il meme del momento, occhio che genera dipendenza, io vi ho avvertiti.
in pratica i Batman e Robin anni 70 montati su scene della storia del cinema e non (improbabili)
13 martedì mar 2012
è il meme del momento, occhio che genera dipendenza, io vi ho avvertiti.
in pratica i Batman e Robin anni 70 montati su scene della storia del cinema e non (improbabili)
09 venerdì mar 2012
Posted in Veni Video Vici
Bon Iver – Holocene
Per molti (tra cui io) l’ultimo di Bon Iver prende quel via nel cervello con Holocene. Mi spiego, a me piace tutto ma Holocene è quella canzone che si ricorderà per anni, come un po’ Re:Stacks. Non ce ne voglia il mondo ma è così, è la verità, è un dato indiscutibile.
Abbiamo già detto da queste parti che forse i Sigur Ros hanno fatto i danni veri con i video coi bambini, chiudiamo un occhio perché è Bon Iver e e ci piace. Questo.
Poi basta però eh? Giurin giurella
St.Vincent – Cheerleader
Io ho un rapporto complicato con St.Vincent, cioè non proprio con lei lei ma con i suoi dischi. A tratti li trovo incredibili a tratti se la trovassi ad attraversarmi le strisce davanti accelererei.
Il video è bellissimo, inquietante oltremodo, di un artcorte che Dio solo lo sa, che fa quasi passare in secondo piano che la canzone è forse una di quelle che meh, sì boh.
07 mercoledì mar 2012
Posted in use the force
in una galassia lontana lontana…
ma voi ve lo siete mai chiesto cosa implicasse quel Tanto tempo fa? Io da quando sono ragazzino.
In parte risponde la timeline completa di Star Wars. Roba che a me ha tolto il sonno
05 lunedì mar 2012
Posted in essentials
So che era tanto tempo fa. Un’epoca fa che il mio amico Gianni si presento con il primo disco dei Far. Era quel momento in cui c’erano quei dischi nu metal belli, fighi ma l’etichetta e il suono cominciava un po’ ad andare stretto a tutti e allora riprendevamo in mano i dischi dei Fugazi quell’hardcore lì, per dirne uno.
Il disco dei Far fu presentato con “questo lo chiamano emo”, solo dopo prendemmo coscienza del fatto che di quella scena lì avremmo imparato a seguire i nomi, i “quello suonava con” o “quello aveva creato i”.
Jonah Matranga per fare un salto avanti alla fine é diventato uno degli eroi della mia vita alla pari di Springsteen e Bob Mould.
Da lì ad un attimo dopo, perché i dischi ci arrivavano in ritardo di un anno, o due, uscì Water and solutions, che a livello di “orecchie” almeno a me ha cambiato tutti i gusti del mondo e con il disco dei Texas is the Reason mi ha costretto in quel genere fatto di melodie strillate e storte e allo stesso tempo lineari.
Water and solutions era il disco con cui alla De Sica i Far dissero “o sfonno o m’abbrucio”. Si bruciarono. Perché era in effetti il disco con le melodie migliori e più facili, che magari fosse uscito sei sette anni dopo sarebbe rimasto non come un possibile oggetto di culto ma come un must, una pietra miliare.
C’era Nestle, che era la pesantezza emo melodica, e c’era il punk rock puro che poi avrebbe fatto una discografia intera per i Jimmy eat world e i Get up kids (e una decina d’altri) di Mother Mary. Un disco che ha osato il passo più in là cercando di farsi ascoltare dai più.
Per quanto serva l’ho ascoltato io, e a me la vita l’ha cambiata. Forse per uno come Matranga ha più senso un effetto del genere che il villone a Bel Air.
02 venerdì mar 2012
Io non so voi ma alla visione del video qui sotto, il trailer degli Avengers m’è preso un coccolone.
E sì che poi, anche se Vedova Nera è di origini russe, siamo arrivati al terzo Hulk (dopo Bana, Norton, arriva Ruffalo), ma c’è Jeremy Renner capite? JEREMY RENNER CHE CASCA DA UN GRATTACIELO E SI GIRA E
SCOCCA LA FRECCIA CAPITE? E c’è anche Cobie Smulders (Robin Scherbatsky di How I Met Your Mother), si vede un attimo, ma dopo avere visto il trailer 45 volte si vede più che bene.
E c’è la sensazione chiarissima che grazie a Branagh finalmente abbiamo un villain (ripeto una cosa che ho già detto ma reiterare fa sempre bene) come Iddio vuole e comanda, che è Loki, che è Tom Hiddlestone.
Ah poi regia di Joss Wheadon etc etc
Ma soprattutto, quando sono tutti sul palazzo ognuno con la sua arma e
Scarlett Johansson carica la pistola. Quanto fa ridere?
01 giovedì mar 2012
Posted in robe
27 lunedì feb 2012
Posted in dirty talks
Tag
bastonate, bronson, chiuso, francesco farabegoli, kekko, ravenna, spoilerin, stephen o'malley, transmissions
Francesco “Kekko” Farabegoli è innanzitutto un amico.
Dopo che amico è con me stato l’iniziatore di Spoilerin‘ quindi è a suo modo anche un “socio”.
Francesco è uno che soprattutto scrive (e bene) di musica, mi è venuta così di farci una chiacchierata sui blog, che senso hanno, per cosa servono e sulle sue ultime cose.
G. Faccio semplice, ma c’entra, se apri la tendina di wordpress quanti blog “hai”
K. Beh, non è per niente una domanda semplice, sento il bisogno di giustificarmi. Ne ho 20, solo su wordpress. Cinque sono blog di altri su cui ho l’account, più o meno altri cinque sono stati aperti apposta per progetti singoli con gente con cui volevo avere un progetto, che poi non ha quagliato. Tre sono instant-blog, cioè blog che sono stati aperti con il progetto (mantenuto) di chiudere in brevissimo tempo. Due li uso per prova, qualcun altro l’ho chiuso perchè mi ero rotto le palle, qualcun altro l’ho chiuso perchè era ora, un paio li ho aperti dietro un’idea che mi sembrava geniale al momento ma non abbastanza -in prospettiva- da valere lo sbattimento di un singolo post. Per un paio sto rimuginando un’apertura ad effetto, poi inizierò a spammarli. Sostanzialmente su venti domini ce n’è uno solo funzionante, si chiama bastonate e se ci avessi postato da solo anche lì l’avrei chiuso da un pezzo. Tu quanti ne hai?
G. Dieci ma attivi 3.
Bella media dai, un giorno wordpress ci farà pagare tutto o se ne apriamo un altro scriverà “ebbasta”.
K. Sì, forse la media nazionale è leggermente sotto i quindici blog a testa. a onor del vero, comunque, ho anche roba su tumblr, anche se diciamo non particolarmente figa e per niente letta (su tumblr mi inchino molto a te, dico)
G. Hai parlato di Bastonate.
Già dal nome é il blog di musica pesa che non si riferisce alla musica pesa nel modo in cui di solito viene trattata. Riuscire a ritagliarsi dei lettori, uno zoccolo duro, é sempre complicato. Dove é differente, per te Kekko, Bastonate rispetto al resto, metal/sludge/core e non
K. Boh, niente di preventivato. Diciamo che la vibrazione, parlando di metal e di musica in generale, è ancora quella secondo cui il piano è il nuovo forte e che la musica più pesante è quella pessimista, apocalittica e post. A me personalmente la musica metal pessimista, apocalittica e post fa sostanzialmente schifo da una dozzina d’anni a questa parte, quindi tendo a spingere dischi di noise rock o sludge dozzinale e violentissimo. Matteo pensa lo stesso di elettronica (è un fanatico di roba analogica) e rap, gli piace il folk rovinato. Per Ashared Apil-Ekur l’ultimo Sanremo l’avrebbe dovuto vincere la Bertè, domenica è andato a vedere Jandek e via di questo passo. Voglio dire, alla fine credo che venga fuori abbastanza bene che siamo delle capre e che le cose che scriviamo non si basano su altre cose che abbiamo letto in giro. Ti giro la domanda: quando scrivi un post entusiasta sul nuovo Arcade Fire, e magari è il settantesimo post entusiasta sullo stesso argomento che leggi nel feedreader, non ti senti di avere sprecato tempo davanti al computer?
G. No perché a mio modo se scrivo qualcosa affermo un punto di vista che, anche in una virgola é differente dagli altri.
Il veneto é figo (su Bastonate vengono scritti anche dei post in dialetto veneto ndr), non si capisce tantissimo ma é un’idea figa. Conoscendoti non te ne può fottere di meno se lo capiscono in dieci giusto?
K. Ma in realtà è un argomento un po’ complesso. Voglio dire, se non m’interessasse di essere letto non pubblicherei niente e sicuramente non lo spammerei, diciamo che cerco di darmi una regola che sia abbastanza rigida e cioè di scrivere sempre cose che valgano la pena di essere scritte; sembra una minchiata, ma esclude tutto il lavoro legato alle news e alle recensioni e alle interviste di circostanza e i reblog e tutto il resto. quindi quello che rimane (per la maggior parte) sono seghe mentali ad argomento meta che nel migliore dei casi riguardano venti persone, e quelle venti sono il motivo per cui in un modo o nell’altro ha senso tutta la baracca. Cioè voglio dire, la dipendenza musicale su internet (è una patologia di cui soffriamo, poco ma sicuro), al suo meglio, è l’equivalente di emozionarsi quando vedi uno sul tram con la maglietta dei Rainer Maria, quindi trovare uno con cui ti scanni via mail è tre volte meglio che duemila contatti in più la settimana di Sanremo perchè ottocento persone al giorno cercano “Emma Marrone nuda” o simili. Uno degli indici più evidenti di quanto la gente in Italia non capisca un cazzo, tra l’altro, è che “Emma Marrone Nuda” è cercato venti volte più di “Nina Zilli nuda”. Se devo traslare la cosa al tuo blog, per dire, lo leggo via feed tutte le volte che esce un pezzo, ma quando esce un pezzo di Ghibo o Diego lo leggo un po’ più attentamente e mi ci sento tirato dentro in qualche modo perchè è una roba che mi va a colpire più nello specifico, quindi boh, immagino sia lo stesso punto. Comunque sicuramente parlare solo di Unsane e simili e insultare la gente non è un modo per fare molti accessi, ecco
G.Peró ha un suo (concedimelo) “stile” o meglio, una sua impronta.
Bastonate é un po’ un indice di cose “comunque scritte di pancia” almeno a me sembra così. Che siano seghe mentali o recensioni o agende dei concerti.
Che é un po’ quello che cerco personalmente dalle mie parti, gente che comunque, indipendentemente dal tema o dal soggetto, arrivi.
K. No. Cioè, Bastonate non ha uno stile che sia di Bastonate, e comunque a parte le riviste che non leggo, non ci sono riviste musicali che abbiano uno stile. Quello che è interessante è il flusso, non la testata. Tipo alla mattina mi sveglio e ci sono dodici pezzi interessanti, uno magari sta su inkiostro uno su polaroid uno su stereogram e uno sul Guardian linkato da qualcuno su friendfeed. Quindi di base la rivista che un appassionato medio di musica legge non è più quella fisica da cento pagine della quale ti senti obbligato a leggere (quasi) tutto per ammortizzare la spesa, ma un puzzle nel quale ogni autore aspira (diciamo così) ad arrivare in forma di singolo pezzetto. Questa alla fin fine è l’idea più forte alla base del sito di musica che abbiamo aperto io ed altra gente questa settimana. Cioè l’idea che esista questo puzzle che si ricostruisce daccapo ogni giorno e che ogni mattina stia ad elemosinare pezzi nuovi, e che soprattutto servano delle chiavi interpretative nuove di zecca ogni giorno che passa. La gente non discute quasi mai la metodologia. Comunque inconsciamente è la stessa cosa che fanno tutti gli altri, ma il punto è che quello che viene fuori non è Chiuso o Bastonate ma semmai l’analisi di Pezzali firmata da Paolo Berti ed incidentalmente ospitata su Chiuso. Da questo punto di vista i blog collettivi sono abbastanza inutili, se non per il fatto che sono aggregatori di contenuti piuttosto efficaci (mi leggo JP invece che dieci blog diversi, per dire) e che quelli buoni possono diventare una specie di garanzia di qualità, diciamo così.
G.Arriviamo a Chiuso (la battuta che ti avranno fatto molti è che nell’europeismo alla Monti ti sei allineato a un .eu, scherzo).
K.a mia prima scelta per i domini è .org perchè sembra che vuoi salvare il mondo col tuo sito. tommaso e daniele non sono d’accordissimo, e comunque l’unico disponibile era chiuso.eu
G.Spiega un attimo, a parte la musica e (forse) il genere, in cosa é concettualmente diverso da Bastonate e a suo modo dal resto della internet.
K.Spero le differenze siano chiare nel corso del tempo.
G.Chi c’é dentro?
K.Daniele Giovannini ha fatto il sito, Tommaso Belletti ha fatto la grafica. Scrivono anche, assieme a me, Emiliano Colasanti Marco Delsoldato, Marco Pecorari, Andrea Benty, Ray Banhoff, Federico Sardo, Alex Grotto, Paolo Berti, il Collettivo Carmine. Ce ne sono altri ma ti darò conferma dopo che avranno pubblicato qualcosa.
G.Prima di salutarci e tornando al volo a Bastonate, vorrei ricordare anche la partnership con Transmissions. Ce ne parli un attimo?
K.Il Bronson, che è un locale di Ravenna, appartiene a un tizio che si chiama Chris ed è un fanatico terminale di robe avant, tipo drone metal, free jazz, ambient, IDM e cose simili. Si è inventato un festival dedicato ai nuovi suoni dove ha fatto suonare gente tipo Ambarchi, KTL, King Midas Sound, Fennesz, Bill Callahan e tutti quelli lì. Quest’anno per la prima volta la direzione artistica è affidata a un esterno, nel caso specifico Stephen O’Malley, e sarà più o meno una bomba. Alla fine l’abbiam sempre sponsorizzato perchè è un festival figo, quest’anno abbiamo semplicemente il logo nel manifesto. Il logo l’ha realizzato Tomm apposta ma è così carino che è andato a finire in pagina. Oggi carico anche il banner
23 giovedì feb 2012
Posted in britpop
23 giovedì feb 2012
Posted in tv eye
Tag
datti all'ippica, dennis farina, dustin hoffman, hbo, ippica, la hbo non ci farà trombare più, luck, massive attack, michael mann, nick nolte
è complicato stare dietro alle serie tv, é complicato e ci vuole tempo (oddio, se uno non guarda la televisione e la programmazione fossilizzata negli anni 80 – come approccio culturale – il tempo c’é).
Luck é la complicazione nella complicazione.
- inserisci qua attimo di suspance -
Perché in effetti a chi potrebbe fregare un cazzo di una serie che parla di ippica?
Questa non é una frase qualunquista, questa é mia, l’ho detta io, come penso milioni di altri, e un po’ me ne dolgo.
Poi uno va a vedere.
Allora. Primo episodio diretto da Dio sceso in terra, Michael Mann, presente quando per esagerare si dice “quello potrebbe cantare le pagine gialle” ecco, d’ora in poi si potrà dire “quello potrebbe girare anche le corse dei cavalli.
Secondo poi. Prodotta e interpretata da Dustin Hoffman. Sì direte voi, Hoffman fa anche la pubblicità sulle Marche. Sì diró io, un Hoffman così non si vedeva da boh. Neanche ne ho idea.
Terzo poi, la serie in sé, il mondo dell’ippica, che se ci pensi é fatto da allibratori, fantini, allenatori, faccendieri, malfattori, cavalli, e insomma, una serie corale, come Treme per dirne una, in cui la storia principale é fatta da tanti satelliti, tanti racconti di microumanità che levati.
Quarto poi. Nick Nolte. Voi merdacce avete visto Warrior? No? Cazzi vostri. Il vecchiaccio in quattro puntate tira fuori il cuore dal petto per presenza debordante e voce strascicata, ruvida come la carta vetrata, e la sua storia da perdente o non vincente.
Quinto poi. HBO che produce. E voi siete stati più tempo con lei che con il vostro/a partner, ve l’assicuro.
Detto questo. Parla di ippica.
Peró secondo me se gli buttate un occhio non sbagliate
ps e poi appena ti giri un attimo (tolta la sigla) tirano fuori i Massive Attack che è una bellezza
21 martedì feb 2012
Posted in rock
Tag
big man, bruce springsteen, e-street band, grazie mamma che mi hai fatto che mi piace Springsteen, natale, wrecking ball
We take care of our own – le campanelle di Hungry Hears il neo Springsteenianesimo riportato in auge dagli Arcade Fire (perché l’abbiamo detto Springsteen copia gli Arcade Fire che copiano Springsteen), un disco che parte col dito alzato e che già ti fa venire voglia di cantare
Easy money – che è la ballata a quattro quarti ignorante che suonavano tipo gli ZZ Top su Ritorno al futuro parte III quello che rendeva The Rising più che accettabile e quello che mostra lo Springsteen trascinatore di masse e politico. Viene in parte dalle Seeger Sessions in parte dalla truzzaggine, il gospel i violini, la caciara. A questo punto sono in ginocchio a rinnovare il voto della mia vita per Bruce. Ed è solo la seconda traccia
Shackled and drawn – dicevamo coatto. Ricordi quando Howl dei Black Rebel Motorcycle Club faceva schifo al cazzo a tutti, ma proprio tutti? Ecco, invece a te piaceva. Ce lo vedo il piedone di Bruce a tenere il tempo su sto gospel che ogni tanto diventa folk ogni tanto diventa una pastorale che ti fa venire voglia di battezzarti da solo nella vasca da bagno di casa tua
Jack of all trades – il ballatone triste, desolato, che parte col pianoforte invece della chitarra acustica. Il ballatone che ti getta nello sconforto lì tutto da solo, ad affrontare il mondo. Si mangia City of ruin con mezzo boccone. Parte una tromba lontana. Fatevi un favore, sentitela non da soli (non come me) abbracciati a qualcuno. Magari stretti e ballatevi un lento
Death to my hometown – Daje co sta irlanda, su le mano. Andiamo tutti su questo viaggio di gente immigrata e per cui oggi adoriamo Scalabrine dei Chicago Bulls. Non c’è un attimo di pausa in questo disco, non ci sono filler. Lo manderemo a memoria come tutto il resto ma questo di più, oh se vi assicuro di più
This depression – ballatona di cui mi preservo un giudizio dal secondo ascolto in giù, è forse la traccia che mi convince di meno, anche perché a me st’aura di produzione alla Phil Collins tipo groovykindoflove m’è sempre stata un po’ sui maroni. Basta con sto riverbero Bruce su
Wrecking ball – lo Springsteen che mi ha fatto compagnia in tutti i viaggi, quello cantastorie, che parte voce e chitarra, come Tom Joad, come le cose più belle di The Rising, come tanto tanto tanto altro. E’ la title track, insomma state ancora lì seduti? ps Arcade Fire
You’ve got it – quando si scarnifica tutto, e si torna a fare Johnny 99. Ecco, c’è il discorso che è passato in maniera più che sbagliata che se non ti piace Springsteen il tuo disco preferito è Nebraska (perché fa un po’ figo) ma preferisci o Darkness o The River. E’ na cazzata. Se ami Springsteen ami quello che dice, come lo dice. Ed ami You’ve got it anche sa chitarra slide è fuori moda dall’89
Rocky ground – parte con cori da chiesa episcopale, poi entra Springsteen. Un po’ la versione Like a Prayer di Springsteen post ceneri di Obama. Mi è venuta così. E’ na cagata lo so
Land of hope and dreams – aridaje col gospel (ma è bellissimo eh), la batteria elettrica che a me è sempre stata sul cazzo (ma è bellissima) poi l’hammond la chitarra sparata, il sax di Big Man, aprite i finestrini anche se la macchina è ferma. Se esiste il rock, se esiste Springsteen è perché siamo in movimento anche se siamo fermi
We are alive – la canzone di resistenza umana del disco, dove c’era The rising ora c’è we are alive, sussurrata all’orecchio. Applausi
è un disco bellissimo, non ce lo aspettavamo nessuno ma è un disco bellissimo.
è Natale. Bruce è tornato.
20 lunedì feb 2012
Posted in cinematic
Tag
Christopher Nolan, david fincher, millennium, rooney mara, steig larsson, the dark knight, the girl with the dragon tattoo
Il cinema vive da quando esiste di dualismi, da quando l’uomo ha inventato la macchina da presa ci sono sempre stati due registi a battersela in qualche modo.
Che tra Christopher Nolan e David Fincher sia il dualismo attuale credo sia un dato di fatto, anche questo.
Per quanto riguarda chi scrive basta vedere le classifiche degli anni precedenti; i personaggi di cui sopra hanno almeno UN film che entrerà negli annali per gli anni a seguire (The Dark Knight il primo e Zodiac il secondo), entrano scientemente nella distribuzione nella stessa stagione a pochi mesi di distanza e raramente con titoli di secondo piano. Insomma Nolan e Fincher sono la panacea dell’industria cinematografica, oggi. E per un bel po’ di anni. Aggiungo io.
Lo scetticismo che poteva circondare l’idea di Fincher di tornare con la trasposizione del prmo romanzo della trilogia dello scrittore più sfigato della storia dei tempi (muori e diventi uno di quelli che ne avrebbe fatti almeno altri 4, di libri, con volume di vendite tipo Joanna K Rowling, Steig Larsson), Uomini che odiano le donne (anche se il film non so per quale motivo venga chiamato The Girl with the Dragon Tattoo), Millennium per capirci, era palpabile. Come la necessarietà dello stesso. Quando le cose ci sono già, rifarle, significa concettualmente perdere in partenza.
Il cinema di Fincher è quanto di più elevato, sempre per chi scrive, se parliamo della capacità di scavare nella vera identità dei personaggi, nel suo saper squadrarli, vivisezionarli ed eroicizzarli anche nella loro scarsa iconicità. Fincher un film così l’ha già fatto, aveva reso San Francisco il posto più spettrale e viziato degli Stati Uniti, l’aveva scarnificato come una tela dei primi anni 30 e figuratevi ora, spostato in Svezia, nel gelo e nello scheletro di un’Europa antica e con reminiscenze rabbrividenti naziste, quale possa essere la resa.
Per quanto possiate immaginarlo non rende minimamente l’idea. L’idea di un cineasta che pur con pregi (enormi) e difetti (quasi tralasciabili, come l’ennesima manciata di minuti che sembrano buttati via così ma mi riservo una seconda terza quarta e quinta visione) che però sa cosa sia l’animo umano. Conosce la paura, il terrore e la malinconia profonda del misfatto senza maschere, senza eroi, senza supereroi.
Gli eroi di Fincher sono persone comuni, persone per lo più borderline alla ricerca della verità, che si trovano. Come Zodiac a suo modo era un film di due coppie che si mollavano, Millennium diventa un film di una coppia che si “quasi” forma, in maniera del tutto casuale, ma che casuale non è. E’ un mondo piccolo e incestuoso dice spesso un’amica e il mondo piccolo e incestuoso di Fincher è lì. In Svezia, a San Francisco, a New Orleans.
La concatenazione degli eventi non è fine a sè stessa, è a suo modo creata da solitudini e da errori del passato, che possano essere scoperti o meno è un puro dettaglio. E’ questa la grandezza del suo cinema, la sua struttura, monolitica come l’inizio di 2001 Odissea nello Spazio (e Kubrick è il regista del passato a cui mi viene più volte il pensiero di avvicinarlo, e a volte lui stesso lo fa, con vari richiami) la sua capacità di sventrare gli attori, farne carne da macello sullo schermo e non privarsi di nulla, emotivamente parlando.
Nota di merito finale per Rooney Mara, che mette da parte il suo essere un’icona che spinge un uomo a creare qualcosa, come Facebook (Rosebud, anyone?) che qui rischia di diventare la vera icona del senso del cinema Fincheriano. La sua Lisbeth Salander è una figura di poche parole ma allo stesso tempo un personaggio estremamente fisico, che con i propri difetti e con le proprie cicatrici morali (e non) è la pietra su cui poggia tutta la narrativa del film e tutte le scimmie che intorno iniziano a battere in terra con delle ossa umane.
Fincher ha il senso della poesia, la poesia di una tuta da motociclista buttata nell’immondizia, in una scena che sembra messa lì per caso eppure non lo è.
Per quanto possiamo lottare, per quanto elevato possa essere il nostro fine siamo soli, e siamo destinati a rimanerci, mentre tutto il mondo intorno crolla e si dà la sua pittata di novità.
15 mercoledì feb 2012
Benedict Cumberbatch (Sherlock) alla Prova del Cuoco inglese (suppongo)
Fa più lui in 9 minuti che la Parodi in 40 puntate
(grazie a Laura per la segnalazione)
13 lunedì feb 2012
Posted in cinematic
Mi sono detto, mettiamoci qui, famolo.Parliamo di J Edgar. Parliamo di Clint.
Ho cercato di non leggere nulla, perché alla fine sappiatelo, è un tiro al bersaglio. Non ci si perdona di amare Clint quindi le recensioni che potete leggere in giro a questo punto si dividono in chi, provocando, scrive sostanzialmente un “e mo? come ti metti? Ti piace ancora Eastwood?” e chi un cervello ce l’ha e parla di quello
che ha effettivamente visto.
Sapete la luna, Mao Tse TUng il dito? Ecco, il dito di questo film è per alzata di paletta e con bacio accademico il make up. Il fottuto make up.
Un po’come dire “eh Fantasmi da Marte si vedeva benissimo che era uno studio cinematografico e non stavamo su Marte”. Maddai. Cretini.
Detto ciò è cretino (e due) ridurre il film a questo, al makeup. E ne ho lette di cazzate eh nella vita, ma questa perdonate lo sfogo le batte tutte.
Da qui inizia il post per le persone serie.
Dicevo, J Edgar. Bene, mettiti qui vicino Clint. Parliamone.
Parliamo del fatto che a un certo punto della tua vita Clint, hai cominciato a parlare di come affrontare la morte. Non credo sia una paura, Callaghan non ha paura e sul piedistallo di eroe Clint tu sai che ci starai anche quando non sarai più qui con noi. Spero di andarmene prima io Clint, davvero, questo rimanga inter nos.
Quindi Clint i babbei credono tu abbia paura, sappiamo io e te che non è così. Nella tua semplicità il tuo punto d’arrivo è dimostrare che le storie, tutte, hanno una fine. Che può essere la morte. Che può essere il ritorno da una missione nello spazio. Che può essere lasciarsi.
Le cose finiscono Clint. Lo sapevamo, ce lo ricordi, e la gente non capisce.
Che poi voglio vederli loro a 80 anni ma questo è un altro discorso.
L’idiozia, dicevo su, di chi non capisce J Edgar è fermarsi alla superficie, non capire la convinzione e la morale di un uomo con un senso enorme dello stato, in maniera distorta, per carità agli occhi di qualsiasi non conservatore di questo mondo. Ma direi quasi encomiabile.
Un uomo che con un modo tutto suo, giusto o sbagliato che sia, si discosta dai giochi di potere del Nixon Stoneiano e naviga dietro gli uffici del procuratore che indagava sulla morte di Kennedy. Il J Edgar tuo (e di quel grandissimo attore che è finalmente diventato Leo Di Caprio), Clint ha un ruolo (in)umano, comprensibile solo da chi decide di stargli vicino per tutta la vita per motivo professionali (una meravigliosa Naomi Watts), affettivi o famigliari (Judi Dench, che tanto ormai non ci stupisce più).
Il quadro generale è questo, non ci sono sottotrame, non c’è thriller, non ci sono “misteri”. Il tuo occhio Clint era tutto per lui, e il titolo, J Edgar (e non Hoover) è più che una dichiarazione d’intenti.
Un uomo il cui centro corrispondeva con la propria emanazione. Che fosse l’FBI, che fosse il suo amore, che fosse sua madre. J Edgar era un uomo, il più potente della storia degli Stati Uniti, e questo è un dato di fatto, ma pur sempre un uomo, e tu Clint, non avessi inquadrato l’umanità dietro la spietatezza di un sistema, che il
sistema stesso è fatto da uomini e che in questo caso, passano gli uomini ma è il sistema a sopravvivere.
Anzi, del sistema neanche se ne parla più
Rimane una firma su un foglio, J Edgar.
Se lo vogliono capire, Clint, lo capiscono. Sennò sai che c’è di
nuovo, sti cazzi.
08 mercoledì feb 2012
Posted in Veni Video Vici
Tag
M.I.A. – Bad Girls
Qualcuno, non io, deve avere detto a M.I.A. che il suo ultimo disco forse era troppo pop. Ecco la risposta.
Questa canzone la sentiremo per taaaanto tempo (vado a sensazione) il video è una specie di California Love senza post-apocalisse ma con la stessa coattaggine.
Bellissimo, manco a dirlo.
E M.I.A. è la vera Tupac femmina per come se la comanda
Madonna – Give Me All Your Lovin’
Ecco qui invece andiamo in un discorso che a me non piace molto, canzone figa, featuring d’eccezione (M.I.A. e Nicki Minaj) ma se Madonna voleva rispondere in qualche modo al Lady Gaghismo videotecaro beh, siamo dalle parti del patetico.
Ma patetico forte eh.
Tiziano Ferro – L’ultima notte al mondo
Il video fa quasi schifo (c’è anche il dubbio di una marchetta automobilistica) e viene un po’ da chiedere visto il meteo “Tizià ma che me stai a prende per culo?”. Però Tiziano vince, spacca tutto, anche se fa Rocky IV sul Terminillo
Colapesce – Restiamo in casa
Del disco parleremo (ma è una meraviglia, fidatevi) il video beh, è il classico video fatto in casa, a mano, che sbaracca tutto e manda tutti a casa
03 venerdì feb 2012
Posted in rock
Craig Finn è quel simpatico tizio con gli occhiali che col suo gruppo fa canzoni fighe (a tratti più, a tratti meno) in cui si capisce che se non ci fosse stata la discografia di Springsteen a questo punto
magari stava facendo il commesso al Walmart così, per mantenere un contatto in qualche modo con la musica.
Craig Finn è uno di quelli colpiti dal raggio di Coach Taylor sulla via di Damasco, perché sì è vero questo blog parla abbastanza spesso di Friday Night Lights ma non lo fa perché siamo scemi e babbei, ma
perché ecco, insomma, è una delle serie tv più belle della storia.
Insomma Craig Finn che fa, probabilmente rosica tantissimo che nessuna canzone del suo gruppo, che sono gli Hold Steady poi, sia stata usata per la colonna sonora della serie di cui sopra (e ad occhi è
praticamente l’unico gruppo alternativo o quasi a non esserci entrato) e siccome gli piace tanto, Friday Night Lights, parafrasa una frase,
quella dell’immagine header del blog (non “junkiepop”, deficiente, quella sotto) e chiama il disco Clear Heart Full Eyes.
Un disco da solo, un po’ (con le dovutissime distanze) come Springsteen (solo che lui citava Tom Joad, il segno dei tempi che passano etc etc) il disco è bello, a modo suo. Finn canta sempre allo
stesso modo, a tratti strascica e velocizza come se passasse da 33 a 45 giri e diventa quasi uno spoken album, di storie da raccontare e ispirate dall’avere visto quella serie lì.
Le canzoni scivolano via, a tratti dimenticabili, a tratti ti fanno spingere repeat, poco ma sicuro che non riportano la potenza delle canzoni degli Hold Steady ma un livello di intimità maggiore, rock insomma ma misurato.
Un risultato giusto insomma, emozionante, perché alla fine l’emozionante non deve essere nè sublime, nè perfetto, nè altro. Deve essere unico e deve farti capire che lo scarto dal resto del mondo è che quelle cose lì (e sono poche, non tante) saranno riconoscibili e ti richiameranno un mondo dietro solo a nominarle. Il resto anche se sublime non è detto, invece.
30 lunedì gen 2012
Posted in cinematic
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bad robot, brad bird, cloverfield, jeremy renner, mission impossible ghost protocol, paula patton, pixar, ratatouille, simon pegg, star trek, the incredibles, tom cruise
Quante saghe si può dire abbiano avuto un successo costante, un’attitudine coerente, un’impronta riconoscibile tra mille. Praticamente tutte (anche perché non credo sarebbero diventate saghe) ad esclusione della saga di Batman di Joel Schumacher che era qualcosa di molto più vicino all’aberrazione che al continuum temporale. Cioè Val Kilmer Batman. E qui la chiudo.
Mission: Impossibile è una di quelle cosa che chi ci si era messo a pianificarla gli voleva male, sembrava. Primo film di De Palma, secondo di John Woo, terzo di boh, manco ricordo e manco ho voglia di googolare per sapere chi fosse. Poi il silenzio. Poi Brad Bird.
Pensateci un secondo, una saga dedicata ad una serie tv che vi sfido a guardarne una puntata che è una dichiararvi sconfitti dopo dieci minuti per non avere compreso il senso della puntata, il senso delle mosse, il senso di quello che vi hanno detto (e stavate dieci minuti in più non capivate neanche più il senso della vita), che per un motivo o per l’altro aveva sul grande schermo un suo fascino (nessuno dei tre precedenti MI può dichiararsi brutto, anzi) ma a cui non si era riuscito a dare una coerenza di saga. Episodi scollegati, diciamo. Ma saga no.
Ad un certo punto, qualcuno, un genio, da qualche parte decide di far produrre il film 1) alla Bad Robot 2) farlo girare a Brad Bird (Ratatouille, Gli Incredibili)

Insomma una mossa delle più classiche “o la va o la spacca”, a Roma conosciuta come “mossa del 23″.
Comunque Bird è uno che l’Oscar l’ha preso, la Bad Robot aveva già vinto al cinema con Cloverfield e Star Trerk (dopo avere stravinto in televisione con tutto quello che può passarvi nella testa che abbiate visto, VOI alla Bad Robot dovete la vita e presto verranno a reclamarla), si devono essere detti che alla fine il rischio era abbastanza calcolato.
Il problema era che il protagonista doveva essere Tom Cruise. Oh, ecco, leviamo il discorso Scientology, leviamo che tra lui e la moglie sembra normale far indossare dei tacchi a una ragazzina di 5 anni, leviamo un po’ di cose. L’ultimo ricordo che si ha di Tom Cruise, nitido in testa come fosse ieri, come la prima volta che la mamma vi ha beccato a farvi una pugnetta è questo qui.
Ecco, se voi andate dal mio amico Youtube e gli chiedete la top ten delle figure “maccheccazzot’èpresofigliomio” una è questa. L’altra è una qualsiasi di Nicola Porro, a random. Insomma si doveva mettere in mano un sostanziale se non vogliamo chiamarlo reboot ma massiccio rilancio di una serie che aveva visto la sua punta narrativa nei piccioni che John Woo ammaestra nella sua casa di Hollywood per volare solo davanti agli attori e mai cagargli addosso, a Tom Cruise che non aveva più quell’appeal che poteva avere non dico tanto su Giorni di Tuono, che siamo a un livello alto. Diciamo Cocktail.
Diciamo che a prescindere un film di Cruise per un attimo si era pensato di metterlo pg 16 come restrizione, che hai visto mai partisse coi messaggi subliminali.
Insomma la classica parabola discendente, e noi alle parabole discendenti non assegnamo un budget per un film da almeno millemiliardidieuro vero perdio?
Invece no. Come è, come non è. Il film si fa, con Tom Cruise.
Fatta la premessa minchiona del post andiamo avanti (non garantisco non sia minchione alla stessa maniera.
Mission Impossible Ghost Protocol si apre con i migliori 120 secondi degli ultimi 20 anni di film d’azione. Mica per altro, mica perché è la Bad Robot e sa come colpirci al cuore, mica perché succedono cose che non ti aspetti no.
Semplicemente perché da quei due minuti hai una chiarissima idea che stai vedendo la cosa giusta, nel punto giusto (accanto a tua madre ma questo è un altro discorso) e stai tifando la cosa giusta.
Insomma tutto giusto figlio mio, fosse sempre così staresti a posto nella vita.
La trama è delle più classiche e ce la lasciamo dietro, sti cazzi, però stavolta si capisce abbastanza, non è un continuo riferimento a nomi cognomi e cotillon vari ma è una gigantissima scritta “Tom l’hanno messo al culo a te, l’agenzia, il segretario, i russi e pensano che sei stato tu”. Figo ve?
La liquidiamo così.
Il film è la palese dimostrazione che chiunque pensi che il cinema di animazione non sia CINEMA non capisce un cazzo.
E se leggi e sei uno di quelli, sì parlo con te, non ti voltare: NON CAPISCI UN CAZZO.
Questo perché Bird in qualche modo, non so come, riesce a tirare due ore di film come fosse un cartone animato, senza tanti freni senza tante sciabolate di amarcord e di romanticherie e di cazzatone di spionaggio e controspionaggio. Va al dunque, c’è un problema e lo risolve
è ovvio che stiamo parlando di entertainment puro, che non parliamo di qualcosa di rarefatto e raffinato come La talpa, parliamo di qualcosa di indubbio gusto ma con un grado ed un’intenzione molto ma molto pronunciata verso il divertimento. Come i cartoni animati, dove c’è sì il momento riflessivo, ma sono 4 minuti. Di Ratatouille ti ricordi quando fa la zuppa mica che la mamma del roscio si trombava il cuoco ciccione ed era un figlio non riconosciuto fino alla fine del film. Insomma Bird prende un po’ da qui e un po’ da lì, si studia i 3 Mission Impossible precedenti e capisce varie cose.
1- Che Ving Rhames se c’è o non c’è è la stessa cosa
2- Che Tom Cruise ad un certo punto lo devi appendere a qualcosa di molto alto
3- Che la figona europea ci sta sempre bene
4- Che i russi sono buoni
5- Che Tom Cruise meno lo metti nelle condizioni di recitare meglio il film viene, quindi ridurre al minimo le possibilità che possa parlare
6- Che le maschere non servono a una mazza quindi usiamo i truccatori di J Edgar che facciamo prima
e ultima ma non per importanza: qui serve una squadra.
Ogni squadra fin dalla notte dei tempi è fatta da (George Lucas insegna).
- Leader: e vabbè di Tom abbiamo parlato abbastanza
- Co leader: ovvero quello che per figaggine arriva ad essere quaaasi come il leader con cui sviluppa una tensione omoerotica non indifferente, con varie sorprese e che possibilmente faccia prima o poi il supereroe. Jeremy Renner. Un po’ come dire che sì c’è Mark Hamill il fidanzato che tutti vorrebbero per le proprie figlie (solo che Mark Hamill magari non inizia a saltare sulle poltrone) ma le mamme non sanno che le proprie figlie vorrebbero tuutte, TUTTE, Han Solo, quello che non parla mai, che se parla non spara cazzate e soprattutto uno che nella vita ha disinnescato bombe, fatto l’arciere ed era cugino di Jesse James. Insomma, il cavalierato Jedi dattelo in faccia, il mondo è delle canaglie.
- Il simpatico. Ecco, se calcoliamo che il lato simpatia nei precedenti episodi non c’era qui si è pensato, prendiamo la fazza da comico più grossa e alternativa che c’è solo che a differenza di Star Trek tutte le battute che non facciamo dire in maniera scientifica a Tom Cruise le dice lui. Simon Pegg. Insomma il D3PO, l’R2D2 e il Chewbacca messi insieme senza rumorini 8 bit e aaaaawwwwurrgghhh
- La figona che non la dà a nessuno. Paula Patton (anche perché poi bisogna anche onorare la memoria di, e insomma è brutto che cinque minuti dopo stai a trombare qualcun altro e a prescindere, cocca, è banale che te trombi il leader, semmai il co-leader o una porcata con tutti e due insieme, ma già sto film rischia il pg16 perché ce sta il matto che va sul divano e salta poi che famo?)
Insomma, un quartetto, ecco il segreto, ecco il segreto (lo dico come Joe Pesci su JFK quando parla della triangolazione di tiro) Brad Bird è partito da lì, dal mettere su nel minor tempo possibile dell’iter di sceneggiatura il quartetto e da lì il film è andato via da sè, colpi di scena compresi.
Quindi parliamo del film che potrebbe tranquillamente dire a qualsiasi altro film d’azione del 2012 “per quest’anno non ce n’è”, e che venga da un regista che con gli attori in carne ed ossa (e qui sono serio) fino ad oggi non c’aveva mai fatto nulla se non il doppiaggio beh, permettetemi di dire che è un po’ la conferma di quanto il cinema, ancora oggi, sia l’arte che più di tutte a 360° dal punto di vista di generi, performance e scrittura sia in grado di stupire.
Ah, per inciso a me i tre precedenti erano piaciuti, il terzo forse per inerzia più che per convinzione, fatto sta che se andate vi divertite.
Parola di lupetto che non sono mai stato
29 domenica gen 2012
Posted in pop
s’è svegliato già il mercato, cantava Baglioni.
Invece c’è stata la sveglia tarda, il dolcissimo fare niente (ma proprio niente) e soprattutto il nuovo singolo dei The Magnetic Fields, Andrew in drag.
Leggi Stephen Merritt, leggi rivoltare la giornata anche solo per tre minuti.
L’essenza del pop insomma
26 giovedì gen 2012
Posted in hardcore
Sì lo so che due giorni dopo avere pubblicato un post su Ormai dei Fine Before You Came fare un post sulla traccia nuova dei Verme Lo squallore Deltonno suona ridondante.
Ma ci piace.
Posso dire che avessi 15 anni di meno i miei anthem generazionali li avrebbero scritti loro. Tutti.
I Verme dico.
25 mercoledì gen 2012
Posted in Veni Video Vici
Rusko – Somebody to Love
Non sono tanto per le mode, e nel genere elettronica che forse è quello che per definizione vive di mode, mi ci perdo. Nel momento in cui mi piace qualcosa alla fine è già fuori moda, sembra un po’ tutta la mia vita.
Ruski e il suo nuovo pezzo però sembra annunciare un succosissimo disco fatto di beat belli saturi (ignoranti direi) distanti dal classico dubstep e più vicino all’elettronica pura da club culture spinta che a me, personalmente, piace molto, forse perché meno concettuale, forse perché mi fa ballare. Video che suona un po’ di autocelebrazione ma va bene così no? Del resto i re del genere sono i Justice che sono a tanto così dal sbottonarsi la patta e farsi un video sull’egocentrismo del proprio pene
Ryan Adams – Chains of love
Cambiamo diametralmente e il video di Chains of Love viene da quella modalità fuori moda fuori posto fuori tempo che non si può non amarlo con tutto il cuore. Compresi i violini, la chitarra bianco rossa e blu e le teste delle chitarre e del basso che fanno i fuochi. Quanto sei sfigato Ryan? Quanto ti amo per questo?
24 martedì gen 2012
Posted in use the force
Sebbene Lucas si sia un po’ incazzato che i fan lo critichino (ma Jar Jar Binks l’hai fatto te George, non i fan) sebbene siamo noi quelli stanchi di non avere la prima versione di Star Wars disponibile neanche in dvd, sebbene tutto, insomma.
Ricordate quel progetto di rimettere su TUTTO Star Wars con scene ricreate e rigirate dai fans (con mezzi che a tratti hanno del comico ed altri che hanno dello stupefacente)? Ecco.
Il film è finito, se avete un paio di ore, dei pop corn e tanto umorismo il film è finito
Tanto tempo fa in una internets lontana lontana..