Top Albums 2012 – Pistakulfi
Pubblicato: dicembre 20, 2012 Archiviato in: Top 2012 | Tags: accacì, coldwave, dance til the end of the world, ebm, elettronica, il caso è un caos, indastria, krauti, noise, postpunk, random is a state of mind, top five 2 Commenti »non volevo farla quest’anno, per due motivi.
uno, non scrivo mai, giorgio mi vuole bene e ormai sono come babbo natale, passo una volta all’anno.
due, la lista che state per leggere è il risultato di un numero di ascolti nettamente inferiore a quelli che sono solito fare.
insomma, mai come quest’anno, è la MIA lista, troppe cose non ho ascoltato, ma chi se ne frega.
è una lista molto random, ho pensato a questa cosa delle dinamiche che ti portano ad un disco, ebbene negli anni vedevo sempre una fonte, un’ispirazione, più o meno stupida ma la vedevo, dai dj set quando cellulari e internet erano un abbozzo in divenire, alle riviste specializzate, fino ad arrivare ai blog e i forum.
Quest’anno invece se ci penso non trovo niente di preciso, se non il caos e me stesso.
Comunque, ho deciso di scombinare un poco le carte e fare diverse top 5
Top 5 Retromania
1 – Disappears – Pre Language
kranky records, di solito sinonimo di qualità, copertina bianco e nero, secondo lavoro per loro dopo l’ottimo esordio e passo avanti nettissimo. si c’è una novità, alla batteria, per chi non lo sapesse, c’è Steve Shelley dei sonic youth (uno dei miei gruppi preferiti? nooooooo che dite?). il suo tocco si sente eccome e il kraut si abbina a tutto ciò che di meglio esiste nell’indie rock. Hibernation Sickness
2 – Pop. 1280 – The Horror
sacred bones records, che di solito è sinonimo di belle copertine, disco d’esordio from new york city. schegge noise e atmosfere wave ma di quelle malate e contorte, tipo birthday party e suicide. Crime Time
3 – Unsane – Wreck
vabbè cosa volete sapere sugli unsane. kekko cosa dico? per me basta solo il fatto che spencer, curran e signorelli spaccano come e più di prima. violenza sonora come se non ci fosse ieri. altro che domani. No Chance
4 – Pontiak – Echo Ono
i tre fratelli barbuti fra una cosa e l’altra sono arrivati nel giro di pochi anni al sesto disco. sempre piaciuti ma mai come questa volta, li trovavo sempre un po’ fuori fuoco o troppo sperimentali in quello che poi in fondo dovrebbe essere hard rock di grana grossa. ecco qui ci sono solo pezzi di grana grossa. Lions of Least
5 – Deftones – Koi No Yokan
scrivevo scelta di CORE due anni fa quando misi in cima diamond eyes nella lista 2010. questo secondo me sta leggermente sotto ma 7 centri su 7 album è il grido di battaglia. sempre fedele ragazzi, sempre fedele. Graphic Nature
Top 5 Giramanopole
1 – Clubroot – Clubroot III (MMXII)
come mi ha detto un amico “ma è uguale agli altri due precedenti” vabbè io l’ho conosciuto quest’anno Dan Richmond e la sua dubstep profonda e scura come la pece. atmosfere dark e spazi siderali. se vi piace cercatevi anche i precedenti chiaramente. e consideratelo il mio album dell’anno. Faith in Her
2 – Orbital – Wonky
il mio album elettronico favorito ever (In Sides) proviene dal lontano 1996 e porta la firma dei fratelli Hartnoll. tutto mi sarei aspettato tranne un ritorno simile dopo 8 anni e un lavoro che forse contiene qualche arrangiamento un po’ eccessivo ma che lascia a bocca aperta per le soluzioni. Beelzedub (live)
3 – Squarepusher – Ufabulum
forse si era un po’ perso ultimamente, qui con Ufabulum è tornata la voglia di essere aggressivi, di prendere il toro per le corna, di fondere tutto, quando penso ad ufabulum mi vengono in mente la metallurgia e i metalmeccanici non so perché. elettronica da fabbrica di montaggio. Un album politico. Dark Steering
4 – Lone – Galaxy Garden
atmosfere danzerecce acid-house e rave persi nella memoria. un po’ balearic, al limite estremo dei miei gusti ma vince e convince e ripeto che non so che farci a volte se non danzare. Crystal Caverns 1991
5 – Gareth Clarke – Factory Brew
ecco, tornando al discorso di prima, non ho la minima idea di come sia arrivato a questo album, a volte penso non esista proprio. se qualcuno lo vede in giro mi avverta. Sublightweight
Top 5 Italians do it better
1 – Havah – Settimana
Havah è Michele Camorani batterista nei La Quiete. Havah è dal lunedì alla domenica. Havah è post-rock, Havah è shoegaze, Havah è wave. Havah è “finchè la passo liscia ripeto gli stessi errori come una formula giusta” tatuato sul cuore. Mercoledì
2 – Uochi Toki – Idioti
ogni volta che lo metto mi chiedo “ma io cosa ci faccio qui?” a sentire questo duo di Alessandria con un pazzo che declama su basi (industrial? si) dell’altro pazzo. poi ho scoperto che riesco ad emozionarmi per un trattato sull’alimentazione, Sberloni. e anche per tante altre cose. pazzeschi.
3 – Offlaga Disco Pax – Gioco di Società
voglio troppo bene agli offlaghi. quando uscì gioco di società, o meglio il singolo “parlo da solo”, pensai chiaramente che l’avessero scritta per me. less is more, sembra anche il loro modus operandi per un album tanto ispirato quanto essenziale, come se non lo fossero mai stati. ora non parlo più da solo, ora è solo Desistenza. Prima o poi scenderai da sola, dal muro.
4 – Disquieted By – Lords of Tagadà
Ancora col punk? ancora con questa maledetta adolescenza hc? son bravi ragazzi. e poi solo per il commento originale del gol del secolo infilato dentro Mami Mami Corazon io su questo post ce li metto
5 – Newclear Waves – Newclear Waves
Dio benedica la Mannequin Records. Detto questo, qui siamo dalle parti del feticismo puro. quello che si chiama minimal cold wave. un gelido sentire, un primordiale richiamo, è sempre bello tornare a casa. The Black Hand
Top 5 Varie ed eventuali (ovvero non sapevo dove metterli)
1 – Beak> – >>
il supergruppo con a capo geoff barrow dei portishead torna ad ammaliare con le solite trame kraut-rock in salsa psichedelica. Fast forward Yatton
2 – JK Flesh – Posthuman
sapete quanto vogliamo bene da queste parti a Justin Broadrick e a tutte le sue incarnazioni. se quella come Jesu cominciava a tirare la corda sul versante shoegaze, la nuova in versione JK Flesh torna sul versante Godflesh col metal industriale che si poggia sulle profondità del dub. Tutto o niente come al solito. Tutto. Idle Hands
3 – Monica Richards – Naiades
ho capito che esiste una trinità di dee nel mio mondo musicale. a destra siede Anneke Van Giersbergen dei Gathering, a sinistra Amanda Palmer dei Dresden Dolls e in mezzo c’è Lei, la Musa di Faith and the Muse. Monica, adottami! We Go On
4 – The Soft Moon – Zeros
l’album di esordio della sigla in questione rimane lontano anni luce da questo, ma due tre pezzi di quelli da wave gelida e muscolosa, quei muscoli asciutti, da arrampicatori, il buon Luis Vazquez ce li regala sempre. Insides
5 – Cold Showers – Love and Regret
troppe volte negli ultimi anni sono usciti gli epigoni di un’epopea post-punk new wave da revival posticcio e fuori tempo massimo. pochi hanno dimostrato di saper scrivere in un certo modo e tanto meno di possedere il sacro fuoco innovativo dell’epoca. finiranno male pure questi… intanto Violent Cries
Premio ristampa dell’anno
UV POP – No Songs Tomorrow
sentite che roba, maledetti!
Premio compilation dell’anno
Trevor Jackson presents: Metal Dance
una sequenza impressionante di suoni EBM, INDUSTRIAL, POST PUNK, direttamente dai club anarcopunk che mi piacciono tanto. Ma qualcuno ci va ancora a ballare?
buon 2013 a tutti (a no… scusate… domani c’è la fine del mondo…)
Top Albums 2011 – Pistakulfi
Pubblicato: dicembre 13, 2011 Archiviato in: Top 2011 | Tags: a me il 2011 ha suonato bene, coldwave, emocore, gothic, hardcore, ma che cavolo ho sentito quest'anno?, noise, postpunk, postrock, psychedelic, shoegaze Lascia un commento »1# Belong – Common Era (dark-ambient,shoegaze)
Introspezione. Volersi bene. Fregarsene di tutto se non del piacere di ascoltare questa cosa qui, da solo, di notte, guardando il cielo. Elevato e immenso come Deneb, profondo e scuro come la Fossa delle Marianne. The Dark Side of Loveless o se preferite The Shoegaze Side of Faith.
Different Heart – Perfect Live
2# Crash Of Rhinos – Distal (emocore,post-rock)
Un disco meraviglioso. Dietro la scorza che tanto piace agli emokids e i tanti cori da cantare a squarciagola, una padronanza dei mezzi ed una dimestichezza esecutiva strabilianti tanto da farmi pensare che in futuro potrebbero fare molte cose differenti con quelle corde e quella batteria.
Stiltwalker – Asleep
3# Mogwai – Hardcore Will Never Die But You Will (post-rock)
Quanto sono antipatici? Quanto sono spocchiosi? Almeno quanto sono bravi. Questi non sbagliano un album manco sotto tortura. Un lavoro di una maturità impressionante fra tipiche partiture sognanti e potenti divagazioni post-metal. Inoltre live dell’anno in due occasioni. Mogwai will never die but you will.
You’re Lionel Richie – How To Be A Werewolf
4# Balaclavas – Snake People (post-punk,noise-dark)
Dopo il bel debutto dello scorso anno, tornano con un lavoro anche migliore fra episodi post-punk tiratissimi, esperimenti tribali di P.I.L.iana memoria e addirittura improbabili incroci fra ritmi dub e il kraut. Uno dei segreti più belli dell’underground a stelle&strisce.
Down And Loose – Legs Control – Hard Pose
5# Raein – Sulla Linea D’Orizzonte Tra Questa Mia Vita E Quella Di Tutti (emocore)
Questo si chiama SUPPORTARE. Disco autoprodotto di una band nata anni fa da quella scena emo/screamo che quest’anno ha fatto parlare di nuovo di sè. Disco che tracima lacrime e sangue. Che crea brividi ed emozioni. Che vibra di soluzioni chitarristiche e melodie in primo piano. Supportateli.
Nirvana – Costellazione Secondo Le Leggi Del Caso
6# Tunnels – The Blackout (coldwave)
E qui piombiamo in pienissima ondafredda. Nicholas Samuel Bindeman dopo una serie di lavori astratti e sperimentali, vira deciso verso i territori franco-belgi di inizio anni 80. Una riproposizione dei Charles de Goal, per chi li conoscesse. Synth gelidi, bassi profondi, voce meccanica. Astenersi perditempo.
Crystal Arms – Solid Space
7# TV Ghost – Mass Dream (post-punk,noise)
La mitica In The Red sforna anche quest’anno la sua dose di sound urticante. Dopo il caotico esordio di due anni fa i TV Ghost tornano con un disco leggermente più complesso, più arty, più scuro, ma sempre pervaso di urgenza post-punk. Un concentrato di chitarre noise applicate all’anima scura del rock’n'roll.
The Winding Stair – Sleep Composite
8# Sex Church – Growing Over (garage,noise)
Gran lavoro per i canadesi Sex Church. Ai tag enunciati sopra aggiungete un tocco di psichedelia e l’ombra lunga del post-punk scuola Wipers. Chitarre fuzz e circolari si alternano a episodi più diretti e muscolari. Da Vancouver per la Load Records. Non solo indie da quelle parti.
Beneath The Bottom – Growing Over
9# Be Forest – Cold. (new wave,post-punk)
Da solo metto insieme gli anni dei due terzi di questo gruppo di Pesaro. C’è qualcosa che non va forse… Molto più onestamente direi che hanno fatto un album perfetto per quel che riguarda sensibilità wave e tendenza a guardarsi le scarpe. Cure, Cocteau Twins e Asylum Party. A chi ha tirato fuori gli XX dico che questi se li mangiano proprio.
Wild Brain – Florence
10# Iceage – New Brigade (hardcore,post-punk)
Nel sottobosco underground sono stati un pò l’hype e avrei voluto tanto vederli sanguinare dal vivo. Ma l’album spacca come poche altre cose. I giovani danesi uniscono l’impeto accacì blackflaghiano al post punk di Mission of Burma e al lirismo dei Wire. 24 minuti di assalto sonoro puro. Speriamo muoiano qui e vengano così consegnati al culto.
White Rune – You’re Blessed
11# Primus – Green Naugahyde (funk-metal)
11 anni di attesa. Quella dei Primus è una storia strana. C’è chi li snobba e chi li adora. Mai troppo duri per i metallari. Sempre troppo prog per gli indie. Io (che non sono ne indie ne metallaro) li ho sempre adorati. E se (mi rivolgo a chi prende un disco all’anno magari sotto Natale) state per acquistare il nuovo RHCP, no, prendete questo. LES CLAYPOOL.
Hennepin Crawler – Extinction Burst
12# Lower Heaven – Today Is All We Have (shoegaze,psychedelic)
Una carezza. Sognante ed evocatico come un disco degli Slowdive, psichedelico e circolare come un disco dei Black Angels. I losangelini Lower Heaven sfornano 8 tracce di una bellezza imbarazzante, quella che di solito si vede in giro nei primi giorni di primavera.
Su Discogs non esiste. Fidatevi.
Today Is All We Have – Done Nothing Wrong
13# Gazebo Penguins – Legna (emocore,post-HC)
Nell’anno in cui la rabbia fine anni 90 è tornata prepotente, i Gazebi hanno pagato, almeno per me, le uscite di Crash of Rhinos e Raein. Invece col tempo (e con il devastante live) ho compreso la reale portanza di questo lavoro che sulla sensibilità emocore innesta dosi massicce di chitarre post-hc e stoner (Cinghiale). E quanto suona bene.
Senza Di Te (è dedicata ad una gatta, l’eternità per loro) – Cinghiale
14# Cult Of Youth – Cult Of Youth (dark-folk)
Mi rendo conto solo ora che entra in questa classifica il primo disco Sacred Bones (come numero di lavori eccellenti etichetta dell’anno). I Cult of Youth smussano un poco le loro irruenze post-punk e disegnano un disco monolitico punk-folkloristico, scuro e druidico con molti arrangiamenti di archi. Dei New Model Army nella foresta.
Lace Up Your Boots – Casting Thorns
15# Human Eye – They Came From The Sky (art-noise,garage)
Ancora Sacred Bones. Un gruppo profondamente garage-punk primi anni 70 che gioca con la science-fiction e gli alieni. Schizzi di follia rock ‘n roll e marzialità post-punk. Tutto ciò dalla città di Stooges e MC5.
The Movie Was Real - Brain Zip (Kickin’ Back in the Electric Chair)
16# Ringo Deathstarr – Colour Trip (shoegaze,pop)
Questo rischia di essere il disco POP della top. Anzi lo è sicuramente, l’ho inserito perché ascoltato parecchio per controbilanciare. La matrice è MyBloodyValentine, chiaramente, come se fossero abbandonati in un negozio di caramelle. Melodie appiccicose e chitarre cool. Sicuramente i pezzi li hanno e sono meglio dei Painsofbeingetcetc
Two Girls – Tambourine Girl
17# The Men – Leave Home (noise,post-punk)
Altra scheggia impazzita dalla Grande Mela a volumi altissimi e velocità ipercinetiche. Un frullato di chitarre a rincorrersi su uno sfondo urbano e violento. Altra chicca dalla scuderia Sacred Bones.
Bataille – Night Landing
18# J Mascis – Several Shades Of Why (songwriting della madonna)
Io ho un gran difetto. I nomi e cognomi in musica, insomma le sigle che non indicano un “gruppo”. Ma qui c’è poco da fare o girarci intorno, lo zio J è lo zio J e il fatto che mi sia trasferito in paese con un camino a disposizione, la neve imminente, il vino, la cioccolata calda… insomma, riscaldami il cuore J.
What Happened – Several Shades Of Why (live con corda che salta)
19# Moon Duo – Mazes (psychedelic,garage)
Progetto della mente acida di Ripley Johnson dei Wooden Shjips insieme alla compagna Sanae Yamada e altro disco Sacred Bones (almeno negli States). Si intitola Labirinti e sono proprio quelli percorsi dai due in compagnia della psichedelia degli Spacemen 3, del kraut dei Neu! e del garage-surf tardo anni 60.
In The Sun – Mazes
20# Tropic Of Cancer – The End Of All Things (dronegaze,coldwave)
Non è un vero e proprio album. E’ una raccolta dei primi singoli più alcune tracce inedite e una cover dei Soft Cell. Camella Lobo e John Mendez svelano la loro doppia anima di manipolatori ambient-drone e synthwaver. Segnalo anche l’uscita del 12″ The Sorrow of Two Blooms.
Be Brave – Victims
E siccome mi son fatto prendere la mano vi piazzo pure la Top Five EP 2011
1# Naked On The Vague – Twelve Dark Noons (no wave,psychedelic)
Probabilmente la miglior uscita assoluta 2011 della Sacred Bones. I Naked On the Vague sono australiani e vantano 5-6 anni di carriera alle spalle come versione dark-underground-pazza dei Liars. Questo EP è anche la colonna sonora del cortometraggio omonimo e si sposta su territori più psichedelici mantenendo intatta la sua anima oscura e sperimentale.
Clock Of 12′s - The Gift
2# The Soft Moon – Total Decay (post-punk,coldwave)
In questo preciso momento, se avessi la possibilità di suonare, suonerei così. Dal giro Blank Dogs e affini, quelli che la wave non la sputtanano, dopo l’omonimo folgorante disco d’esordio che ascoltai solo a Natale e non finì in nessuna classifica, tornano con un EP di 4 tracce, crudo, secco, definitivo. Ricordatemi così.
Alive - Repetition
3# Slowness – Hopeless But Otherwise (shoegaze,indie)
In bilico fra Film School e Galaxie 500 la nuova speranza shoegaze si chiama Slowness. Quattro tracce perfette fra chitarre sognanti, sezione ritmica serrata e liriche commoventi. Da San Francisco. E poi quella copertina…
Duck & Cover - Slowboat
4# Shaved Women – Shaved Women (hardcore,noise-punk)
Brutti (forse), sporchi e cattivi. Hardcore punk e noise per questa band semisconosciuta di cui non si riescono a trovare molte notizie. Il massimo che posso fare per voi è linkarvi direttamente il bandcamp (ma anche lì non ci sono tutti i pezzi per dire manca una cover dei Die Kreuzen) e fatevi del male.
Shaved Woman EP
5# Pleasure Leftists – Pleasure Leftists (post-punk,gothic)
DeathRock. Gothic. PostPunk. Siouxsie. The Sound. 1978 fading to 1983. Riuscirò mai a venirne fuori?
Suits - Nature Of Feeling
Grazie per l’attenzione e buon 2012 (che, come sappiamo, porterà la fine del mondo etc etc)
Top 20 Dischi 2010 – PistaKulfi
Pubblicato: dicembre 13, 2010 Archiviato in: Top 2010 1 Commento »2010. Anno tondo si dice in diversi lidi. E il tondo ti porta a girare e girare all’infinito lasciandoti in nessun luogo e attraendo gli estremi.
Mai come quest’anno è stato complicatissimo attribuire le singole posizioni. Per quanto riguarda i primi 5 posti, considerate che potreste tranquillamente prenderli e mischiarli e ridistribuirli come meglio credete, è dipeso dal momento, la facevo domani ed era diversa.
1. Deftones – Diamond Eyes: e veniamo appunto al fatto che stilata oggi dopo QUEL concerto io faccio una scelta di campo ben precisa e dico CORE. Per tanti motivi, in primis perchè li amo e li supporto da sempre, in ogni stagione, con la pioggia e con il sole e dopo 15 anni non hanno un secondo uno di produzione che butterei e mi tirano fuori un album sofferto e tiratissimo e mi gira perchè il mondo è tornato ad accorgersi di loro. Monumentali. Brano scelto: Royal
2. Holy Fuck – Latin: l’album più divertente da cercare con google. Sporcaccioni. Ma anche qua una precisa scelta che va a dare credito al disco più danzereccio per uno come il sottoscritto. E per rendere giustizia al fatto che all’epoca dell’esordio mi accorsi di loro con colpevole ritardo. La loro formula con sezione ritmica live è favolosa. Brano scelto: il “gattoso” Red Lights

3. The Fall – Your Future Our Clutter: ogni anno i richiami al periodo postpunk newwave non sono mai mancati tra le influenze dei nuovi gruppi contemporanei. Ed ogni anno o quasi un mostro sacro tira fuori le unghie e torna a marcare il territorio. Loro non sono mai andati via, in verità, è solo che questo Y.F.O.C. ha una freschezza e una sfacciataggine tale che i ragazzini non possono che prenderne atto e mettersi in fila. Brano scelto: O.F.Y.C. Showcase
4. Deerhunter – Halcyon Digest: il vero disco dell’anno? Forse si se rapportato al momento storico. Fatto sta che dopo un buonissimo esordio e un folgorante secondo album Cox e soci si ripresentano con un lavoro in pieno stile Deerhunter ma con una forma-canzone più tonda e levigata. Ed ammaliano come nessun altro. La punta di tutto il movimento indie. Brano scelto: Earthquake (chi ha scritto questo brano va ringraziato in eterno)
5. Beach House – Teen Dream: il disco dreamy 2010 per eccellenza. Una sequenza impressionante di brani sinuosi e sognanti sulla scia di novelli Slowdive ricchi di intrecci sonori di chitarre e tastiere vintage solcati dalla bellissima voce di Victoria Legrand. Anche dal vivo si sono confermati in tutto il loro splendore. Come poggiarsi in un caldo nido ovattato. Brano scelto: 10 Mile Stereo
6. Daughters – Daughters: l’atto conclusivo dei Daughters è stato uno degli album che ho più ascoltato in questo 2010 di ritorno sul versante peso della musica. Coordinate che rimbalzano fra il noise, il post-hardcore e la matematica con l’ombra lunga dei Jesus Lizard alle spalle. Se fosse veramente il canto del cigno sarebbe un gran peccato. Brano scelto: The Hit
7. Trentemøller – Into The Great Wide Yonder: come è strana la musica. Qui si parla di elettronica, anzi si dovrebbe parlare di elettronica minimal techno, quella a cui appartiene il danese Trentemoller. A me della minimal techno non frega un cazzo proprio. E allora? Allora qua ci sono canzoni alla Nin, con il mood degli ultimi Portishead, con alcuni accenni a cose tipo Faith and the Muse e le chitarre! Brano scelto: The Mash And The Fury
8. Arcade Fire – The Suburbs: troppo è stato scritto, troppo è stato detto di quello che è stato l’evento discografico indipendente dell’anno, alla stregua di attese ed uscite che forse solo i Radiohead. Il risultato, mi sento di poterlo dire con molta convinzione, è nettamente positivo. Unico difetto il numero di brani forse non tutti all’altezza, ma ci sono dentro fior fior di canzoni che saranno dei classici. Brano scelto: We Used To Wait
9. Autolux – Transit Transit: degli Autolux si erano perse le tracce dopo l’esordio in pieno SonicYouth style. Tornano con un lavoro solido e ispirato che si pone alla destra di Halcyon Digest come suo complemento. La provocazione è d’obbligo. Come sarebbero stati considerati invertendo le sigle? Provare per credere e queste sono live in studio. Brani scelti: Supertoys e The Science Of Imaginary Solutions
10. The Brian Jonestown Massacre – Who Killed Sgt. Pepper?: e veniamo alla follia e alle droghe. Anton Newcombe e i suoi adepti decidono per l’occasione di far collidere la psichedelia con le schegge impazzite del post punk e soprattutto dell’industrial alla Throbbing Gristle/Foetus. Viaggi sonori ipercinetici. Dite che mi hanno fregato omaggiando il giro di She’s Lost Control dei Joy Division? Può darsi. Brano scelto: One
11. Broken Social Scene – Forgiveness Rock Music: quando tutto sembrava perduto per la grande famiglia canadese, dispersa in una miriade di progetti paralleli e dischi solisti, ci giunge fra le mani questo piccolo capolavoro di esperienza e classe frutto di una band che vista dal vivo continua ad aggiungere piccoli mattoni per la causa su chi verrà ricordato di questi anni come fulcro della scena indiefolk. Brano scelto: Meet Me In The Basement
12. Liars – Sisterworld: ho come l’impressione che abbiano pagato il processo di “normalizzazione” che si è portato dietro un lavoro come questo. Come se dovessero sempre fare i pazzi e gli straniti a tutti i costi. A me invece questo Sisterworld è piaciuto fin da subito e non scende per niente. Che poi di cose alla Liars è pieno tipo… Brano scelto: Scarecrow On A Killer Slant
13. Spectres – Last Days: è più forte di me. Non ricordo bene come mi sono imbattuto in questo disco di un gruppo semisconosciuto come gli Spectres di cui si fatica pure a capire da dove provengono. Di sicuro provengono dagli early eighties di Killing Joke, Christian Death, Wipers, Sound e compagnia cantante. Un disco del 1982 pubblicato oggi. Solo per maniaci del periodo. Brano scelto: Time Is Out
14. Women – Public Strain: e questo chiude il triangolo con Deerhunter e Autolux. Public Strain a differenza degli altri due sfrutta un approccio più lo-fi e sperimentalistico indovinando anche qualche brano memorabile. Sono post-unsaccodicose. E mi hanno ricordato i Polvo e gli Slint, scusate se è poco. Peccato che sia saltato il tour europeo. Brano scelto: Locust Valley
15. Les Savy Fav – Root For Ruin: ormai vanno col pilota automatico. Quasi in silenzio esce il nuovo Les Savy Fav che ricalca in tutto e per tutto il suono dei Les Savy Fav. Nessuna sorpresa e solo tantissime conferme in una formula che partendo dalla furia chitarristica del postpunk si trasforma nelle loro mani in anthem danzerecci e mai banali. Brano scelto: High And Unhinged (solo perchè non ho trovato la “sonica” Poltergeist che è la meno LSF)
16. Spoon – Transference: e come si fa a non mettere in classifica un album degli Spoon dopo averlo ascoltato? Certo ormai anche loro vanno col pilota automatico ma veramente in pochi hanno la scrittura cristallina di questi ragazzi cresciuti a pane e Beatles. Credo che sia proprio la loro eccessiva pulizia a conquistarmi. Brano scelto: Written In Reverse
17. Disappears – Lux: Esordio fulminante. Disco che sprigiona grosse dosi di rock psych, distorto e anche un poco kraut. Si infilano a metà strada fra cose tipo Black Angels o Warlocks e strutture ritmiche più marziali e dritte. Se ve lo siete dimenticato e le coordinate descritte vi interessano, non aggiungo altro. Solo un paio di brani scelti: Magics e Not Nothing
18. Owen Pallett – Heartland: si, ok, a me piace il violino e quindi parte avvantaggiato ma il ragazzo ha una marcia in più. Non nascondo che il doppio live annuale ha giocato a suo grandissimo favore ma quando si autocampiona quelle dieci undici volte diventa devastante quello che arriva alle orecchie. Aphex Twin col violino. Brano scelto: E Is For Estranged
19. The Black Angels – Phosphene Dream: e via di nuovo con gli acidi. Qualcosa meno dell’ultima volta, diciamo una scrittura più orientata verso la forma canzone pop a cavallo tra i sixties e i primi seventies, meno circolari e più diretti e a fuoco. Hard-rock psichedelico con l’oscurità Velvettiana a fare da sfondo e Nico musa ispiratrice. Brano scelto: Entrance Song
20. Trans Am – Thing: gruppo sempre poco osannato che ormai va avanti da buoni 15 anni. Tornano con un solidissimo hard-rock pieno di synth e pulsazioni elettroniche. Fa da spartiacque secondo me il sopportare o meno l’uso del vocoder. Io lo sopporto, anzi non ci trovo niente di male. Solito disco-modernariato. Brano scelto: Black Matter
Annata direi molto più che positiva se penso che non ho menzionato, e lo faccio ora, diversi dischi che potevano far parte della top, penso a National, These New Puritans, Pontiak, No Age, Quasi, Blank Dogs, Soft Pack e sicuro ne sto dimenticando qualcuno. Delusione dell’anno i Blonde Redhead (sarebbe stato troppo facile dire Interpol…).
Growing in the suburbs
Pubblicato: agosto 5, 2010 Archiviato in: alt, folk, indie, rock | Tags: arcade fire, nati ai bordi di periferia, questi sono forti tanto 2 Commenti »E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.
Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.
Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.
Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.
Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.
Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.
A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.
Welcome to the global community of soccer
Pubblicato: giugno 26, 2010 Archiviato in: we have a situation | Tags: mondiali di calcio 2010, Usa 5 Commenti »In questi giorni di Mondiali di Calcio c’è una storia che più di tutte mi preme sottolineare.
L’idiosincrasia fra lo sport americano e quello del resto del mondo è cosa notissima. Quelli di squadra intendo. A loro piacciono sport come il football americano, il baseball, l’hockey e l’NBA certo. L’unica che può avere un corrispettivo anche in Europa e nel resto del mondo in fatto di seguito, passione e livello di campionati. Anche se poi anche l’NBA è quasi un altro sport. Io per esempio la seguo e seguo pochissimo o niente il basket nostrano. Questo nel tempo ha portato alla definizione di “sport americani” per intendere quelli sopra citati sia nell’ambito della comunicazione (vedi riviste e programmi televisivi) sia negli appassionati che difendono a spada tratta la propria passione. Sia da un lato che dall’altro.
Ci hanno provato, organizzando l’edizione del 1994 dei mondiali di calcio, ad importare presso il grande pubblico questo noioso sport “che si gioca con i piedi”, ma i risultati non furono soddisfacenti. E anche il campionato professionistico statunitense non decolla. L’interesse rimane scarso e si riduce nel tentativo di portare da quelle parti qualche ex-stella europea come Beckham.
Però io penso che se una cosa ha un suo valore, grande o piccolo che sia, se lo ha, prima o poi ti ci ritrovi a dover fare i conti.
Agli statunitensi forse serviva di ritrovarsi nella condizione per cui, dopo averle provate tutte per 90 minuti contro l’Algeria, in un attimo passassero dall’eliminazione alla vittoria del girone nel quale si trova tra l’altro la nazionale che li ha colonizzati. L’attimo in cui, quando si gonfia la rete, vengono fuori quegli istinti primordiali senza che ci sia una pubblicità da mandare in onda.
Solo passione e gioia. Ho avuto quasi le lacrime vedendo questo video. E’ commovente.
Men in the box
Pubblicato: giugno 12, 2010 Archiviato in: it's the end of the world, madeleine, rock 3 Commenti »Il live degli Alice in Chains ovvero come vincere una sfida apparentemente impossibile.
Questa serata parte da molto lontano. Parte da quando lessi per la prima volta la notizia che Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney avevano deciso di tornare in pista, prima alternando alla voce ospiti illustri poi avvalendosi definitivamente di tale William Duvall per sostituire lo voce più tormentata e sofferta di tutta l’epopea grunge, l’inarrivabile Layne Staley.
Cosa che non mi fece che pensare ad imprecazioni e insulti. Se Kurt Cobain è stata l’icona indiscussa per fama, importanza e uscita di scena, Layne ha rappresentato il contraltare oscuro, l’immagine pura della sofferenza e del disagio. La solita infanzia difficile, i problemi con l’eroina, la difficoltà di presentarsi in pubblico che causarono due tour ridottissimi a seguito di due dischi CLAMOROSI come Dirt e l’omonimo, co-autore del disco che in definitiva sancisce la fine di quell’era, lo splendido Above del supergruppo Mad Season, la morte prematura dell’unico amore della sua vita, l’eremitaggio nella sua casa di Seattle conclusosi nell’aprile del 2002 ritrovato a due settimane dal decesso ucciso da una dose letale di speedball, solo, abbandonato e dimenticato. L’immagine della sconfitta.
Questa serata prosegue un anno fa in un negozio di dischi di Roma. Mentre sono intento a cercare chissà cosa facendo roteare indice e medio sui bordi di inutili cd parte un brano diffondendosi prepotente dall’impianto. Le dita smettono di roteare e la testa si alza ad altezza primo piano. Questa è la chitarra di Cantrell… l’ha fatto. Ha fatto un nuovo disco a nome Alice In Chains mentre Layne marcisce sottoterra. Rimango in attesa di elaborare improperi vari e invece rimango fermo ipnotizzato. Il commesso che conosco da tempo nota il mio stand-by e passandomi alle spalle butta lì un “guarda che è un album che merita… sentitelo”. Passo il resto del pomeriggio nel negozio con le cuffie ad ammettere che si, merita eccome, Jerry ha scritto l’album che sarebbe dovuto uscire nel 97-98 se solo non… etc etc.
Questa serata prende forma il pomeriggio del 10 giugno 2010 a poche ore dal concerto degli Alice in Chains all’Atlantico di Roma quando varco l’ingresso del negozio delle prevendite live sotto casa mia. Ci vado e vediamo. Forse non sarà uno sbaglio.
Entro nella sala contemporaneamente a loro sul palco e parte It Ain’t Like That. Il locale non è pieno, lo è il giusto e lasciatemi dire che c’è chi ci doveva essere, nessun avventore inutile, c’era chi per un certo periodo di tempo si è fatto lacerare l’anima dalla loro musica e dai loro testi ed è stato privato di questo rito collettivo.
Non è stato il live degli Alice In Chains. E’ stato il live del popolo degli Alice In Chains. E non ho cose migliori da offrire per confutare questo che dirvi sudore, lacrime, sorrisi, entusiasmo e la voglia di gridare all’unisono
If. I. Would. Could. You?
A place to play rock
Pubblicato: maggio 8, 2010 Archiviato in: alt, rock, shoegaze Lascia un commento »Se siete di Roma o vorreste fare un salto da queste parti stasera, all’Init Club, suona uno dei gruppi più dirty rock ‘n roll del momento.
A Place To Bury Strangers. Noise, wave, shoegaze e volumi elevatissimi. La solita roba insomma. Ma fighissima.
PistaKulfi’s records in this strange year
Pubblicato: dicembre 11, 2009 Archiviato in: pistakulfi, Top 2009 5 Commenti »Volevo fare tutto un discorso per parlare dei “miei” dischi preferiti tutausenennain, quelli che hanno accompagnato questi mesi nella cattiva e nella buona sorte, con la pioggia e con il sole, anche perchè volevo evitare di mettermi a dare i numeri.
E invece alla fine più per necessità che per voglia, vi beccate la classica numerazione e la classica lista, che tanto sapete di cosa si tratta.
Dei dischi intendo. Lo dico prima. Quelli che non appaiono è perchè non li ho sentiti oppure perchè non mi sono piaciuti abbastanza.
1# Crippled Black Phoenix – The Resurrectionists/Night Raider : multigruppo con dentro Aitchison dei Mogwai. Ballate senza tempo su base pinkfloydiana che oscillano tra il folk e il doom.
2# A Place To Bury Strangers – Exploding Head : Oliver Ackermann leader della band costruisce e vende effetti pedali con la sua Death By Audio. Ma li usa pure e parecchio bene. Noise applicato all’industrial-shoegaze. Una tempesta sonora.
3# The Flaming Lips – Embryonic : era da Soft Bulletin che uno dei gruppi che ho più amato nei ’90 non mi faceva godere così tanto. Un disco di suoni e diavolerie freak con dietro un concept “astrologico”. Qualcuno ne sa qualcosa? Del concept dico…
4# Sonic Youth – The Eternal : oh ci ho provato a resistere ma niente… alla fine li ho piazzati ai piedi del podio. Manco fosse l’ennesimo capolavoro di una band in giro da più di 25 anni…
5# The Horrors – Primary Colours : qua invece ho resistito. O meglio ho cercato di essere più realista su un disco che sentito live non ha soddisfatto come doveva. Per mesi ho creduto fosse l’album del 2009. Comunque… complimenti!
6# Blank Dogs – Under And Under : Mike Sniper stavolta ha voluto far sapere che adora il post-punk. Anche io.
7# The Big Pink – A Brief History Of Love : qualcuno, forse non a torto, crede che spariranno in una bolla di sapone. Certo che un disco così ispirato che strizza l’occhio all’electro e all’indie colto in salsa gaze non può passare inosservato.
8# Editors – In This Light And On This Evening : la marchetta della classifica? Frega un cazzo. Quando uscì il secondo mi sembrò molto più paraculo. Levate Papillon e il suo facile appeal, il resto è gelo “che scalda”.
9# Animal Collective – Merriweather Post Pavillion : e quindi? Grandissimo disco. Punto.
10# Fever Ray – Fever Ray : Karin al top. Elettronico ma allo stesso tempo così poco artificiale. Druidico quasi.
11# The Phantom Band – Checkmate Savage : da Glasgow canzoni trasversali ed oblique. Secondo me troppo inosservati.
12# Zu – Carboniferous : mai sentiti degli Zu a questi livelli. Qualcuno ricorda l’Apolo a Barcellona?
13# De Rosa – Prevention : compagni di Phantom Band. Più classici. Ogni brano un gioiello.
14# Screen Vinyl Image – Interceptors : Kevin Shields elettroacido. Questi spariranno veramente in una bolla di sapone. Magari no.
15# Il Teatro degli Orrori – A Sangue Freddo : riescono a trovare nuove soluzioni al cantautorato hardcore del primo album. E vincono.
16# Polvo – In Prism : per la serie “a volte i grandi ritornano”. Questo disco l’ho visto come una grazia dal cielo.
17# The Pains Of Being Pure At Heart – S/t : senza essere troppo trionfalistici però va riconosciuto che hanno scritto un “classico”.
18# zZz – Running With The Beast : due olandesoni intrippati con gli anni ’80 e con… Elvis!!!
19# The Black Heart Procession – Six : Ennesima conferma. E’ che li sento proprio dentro.
20# Action Beat – The Noise Band From Bletchley : Outsiders puri. Il titolo dice cosa fanno e da dove vengono. Un bellissimo casino.
Altri dischi che avrebbero meritato ma… (in rigoroso ordine alfabetico che sono stanco di numerare)
Alice In Chains – Black Gives Way To Blue
And You Will Know Us By The Trail Of Dead – The Century Of Self
Arctic Monkeys – Humbug
Bat For Lashes – Two Suns
Crocodiles – Summer Of Hate
Din[A]Tod – Westwerk
Dinosaur Jr. – Farm
The Girls – Yes No Yes No Yes No
Hatcham Social – You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil
Isis – Wavering Radiant
The Maccabees – Wall Of Arms
Metric – Fantasies
Mission Of Burma – The Speed The Light The Sound
Piano Magic – Ovations
Silversun Pickups – Swoon
Therapy? – Crooked Timber
The Twilight Sad – Forget The Night Ahead
Patrick Wolf – The Bachelor
Yeah Yeah Yeahs – It’s Blitz!
What’s next?
Pubblicato: luglio 13, 2009 Archiviato in: folk, indie, next, pistakulfi, rock, sounds 1 Commento »A tutt’oggi mi sento di dire che questo 2009, musicalmente parlando, ha regalato tante soddisfazioni. E sembra proprio che altre ne regalerà. Ci sono diversi album da attendere, così in ordine sparso, il ritorno degli Arctic Monkeys e la loro svolta “desertica” con Josh Homme, il ritorno degli Editors, per me al momento vero gruppo di punta nella categoria rock-arena, la seconda parte del lavoro di Patrick Wolf, il primo – The Bachelor – è un gran disco, per non parlare dell’attesa maggiore, cioè il doppio Embryonic dei Flaming Lips.
Nel mio piccolo attendo con ansia anche Eros dei Deftones dai quali mi aspetto un album molto sofferto, il bassista è ancora in coma, e poi via con Yo La Tengo, Built to Spill e gli Spoon di cui ha parlato Giorgiop… a quanto pare sono in studio pure Arcade Fire e Broken Social Scene ma dubito se ne escano entro l’anno.
Ed ora posso aggiungere altri due nomi.
Uno lo faccio con molto piacere ed è quello dei Black Heart Procession, gruppo da podio nel gotico d’autore. Poche sorprese e molte conferme nell’ascoltare Rats dal nuovo album Six previsto ad ottobre.

The Black Heart Procession – Rats (Mp3)
Il secondo è invece una grossa sorpresa. Vederli lo scorso anno a Barcellona fu per me una di quelle cose a cui non credi più che invece si realizzano ed ora tornano con un nuovo album a settembre dal titolo In Prism e si può ascoltare in anteprima Beggar’s Bowl. Il più bel segreto dell’indie americano sta tornando. Polvo is back!!!

Polvo – Beggar’s Bowl (Mp3)
Wigs or talents?
Pubblicato: luglio 8, 2009 Archiviato in: alt, indie, pistakulfi, shoegaze 6 Commenti »Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.
Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.
Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!
Finally the punk rockers are taking acid
Pubblicato: luglio 6, 2009 Archiviato in: alt, electro, pistakulfi, shoegaze Lascia un commento »Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.
Screen Vinyl Image – Fever (Mp3)
Screen Vinyl Image – Until the End of Time (Mp3)
Vedere i Faith No More non ha prezzo. Per tutto il resto…
Pubblicato: luglio 2, 2009 Archiviato in: heroes, pistakulfi, rock 2 Commenti »Metti una macchina, anzi due, e nove amici. Partenza da Roma a metà mattinata. Una delle macchine è la mia. Vuoi mettere quanto si risparmia. E’ pure diesel. Programma rispettato con soste sull’A1. Tutto procede per il meglio. Finalmente vedrò i Faith No More. Dopo quasi 20 anni di attesa. Chissenefrega se prima ci saranno tutta una serie di gruppi poco significativi. Chissenefrega dei Limp Bizkit. Anzi, sono curioso di vederli. Chissenefrega se hanno spostato la location dall’Idroscalo al PalaSharp.
“L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai”… Piacenza sud messa alle spalle. Improvvisamente capisco che qualcosa non va. Accosto. Il cruscotto è pieno di luci accese manco fosse un albero di Natale. Manca l’acqua. Panico. I primi timidi tentativi ci fanno capire che da qualche parte c’è una perdita. Avrò fuso qualcosa. Non c’è altra soluzione che chiamare l’Aci. E qui inizia l’odissea. Ci dividiamo. Ci rivedremo molto più tardi. Io e i Fedelissimi ci facciamo trainare fuori dal fratello di Mihajlovic fino ad un’officina di Piacenza. Peccato sia domenica e non aprirà prima dell’indomani. Non abbiamo molta scelta. Di corsa alla stazione per prendere il primo treno per Milano. Trovare un albergo e il modo di raggiungere il PalaSharp con la metro. Tutto ciò ci fa arrivare sul posto mentre i Bizkit rientrano per i bis. Che saranno Behind blue eyes degli Who e il pezzo che faceva da colonna sonora alle acrobazie di Tom Cruise. Vedere due pezzi così mentre ti godi la vista della folla che poga è forse il miglior modo per apprezzarli live.
Poi è solo attesa per i FNM. Il palco prende le sembianze del Maurizio Costanzo Show con i drapponi rossi stile teatro. Ed improvvisamente uno dei gruppi che più ho amato mi si materializza davanti.

Il Patton avevo già avuto modo di vederlo con i Mr. Bungle e la fiducia che riponevo in lui è stata ampiamente spazzata via. Farà un concerto ben oltre quello che giustamente mi aspettavo. Entra elegantissimo vestito da crooner col bastone. Capello impomatato. Il primo pezzo è una oscura cover dal titolo profetico “Reunited”. Poi si comincia a fare sul serio. The Real Thing e From Out of Nowhere e mi sembra di impazzire. Land of Sunshine e Caffeine, queste me le aspettavo di meno. Ed è perciò ancora più bello. Capisco dopo pochi minuti che non mi interessa quali pezzi faranno, tale è l’entusiasmo e il livello che i cinque ci stanno mettendo. Evidence viene trasformata in italiano “sembro Eros Ramazzotti”. Surprise you’re Dead fa venire giù il PalaSharp. C’è anche il tempo per una riuscitissima cover di Lady Gaga, Poker Face, per le imprescindibili Midlife Crisis ed Epic, per l’accoglienza elevata riservata anche ai pezzi dell’ultimo album, una trascinante Ashes to Ashes e la magica Stripsearch con l’intro di Chariots of Fire, fino alla conclusione di We Care a Lot… e ci crediamo.
Mai reunion, tra quelle che ho visto, è stata più convincente di questa. Sono venuti a rivendicare ciò che spetta loro, uno dei gruppi fondamentali per il crossover, genere dalla vita tanto breve e funesta. E il suonare dopo i Limp Bizkit che hanno portato quel discorso al ridicolo mi sembra il cerchio che si chiude.
Il Generale Patton ha guidato i suoi in maniera impeccabile. I Faith No More suonano alla grandissima, e per niente datati. Lui è senza ombra di dubbio il più talentuoso singer dal vivo che io abbia mai visto. Ed è proprio quello che manca alle generazioni di band attuali. Mancano i cantanti, i performers, coloro che ti prendono un buon concerto e lo portano all’apice. La sua ottima confidenza con la nostra lingua ha generato le seguenti chicche:
“Buonasera… è bello essere qui in Sicilia… a Milazzo!!!”
“Dov’è finito il mio batterista? Segaiolo di merda!“
“Sono troppo vecchio per queste cazzate!”
FENOMENALI.
Si esce dal Palasharp stanchi ed emozionati… dove ho parcheggiato la macchina? Oh no…
P.S. lo so che è quasi impossibile vederli tutti ma i link ai video meritano sia per capire di cosa si è trattato sia perchè sono di qualità molto elevata. Epic e Stripsearch in particolare. Qui altri brevi estratti… The Gentle Art of Making Enemies – Easy – Be Aggressive
P.P.S. si era rotto un tubo sotto il collettore… (boh io non ci capisco nulla) la macchina sono tornato a recuperarla il fine settimana successivo, dopo aver discusso a lungo il lunedi mattina. Ma non c’è stato niente da fare. Siamo dovuti tornare con la mitica Freccia del Sud, il treno che parte da Milano ed arriva ad Agrigento.
A Patton questo viaggio sarebbe piaciuto molto.
Running with the Dutch
Pubblicato: aprile 16, 2009 Archiviato in: alt, indie, pistakulfi, sounds Lascia un commento »
Sentivate la mancanza? Ho ottenuto il permesso di oziare un poco da queste parti
ma sono stato richiamato all’ordine. Scherzo ovviamente…
Nel frattempo fra mille situazioni e impegni ho continuato ad ascoltare e consumare suoni. Da che parte ri-cominciare è stato difficile. Ho deciso per il caro vecchio ordine cronologico.
Questo è un disco che oramai è nei negozi da più di due mesi.
Trattasi di Running With the Beast del duo olandese zZz, nome alquanto bizzarro e fuorviante. Ed è un lavoro, lo dico subito, totalmente riuscito per chi si
abbevera alla fonte wave eighties e che purtroppo deve sorbirsi dischi e dischi
di tentativi di riattualizzare quel periodo con risultati spesso imbarazzanti.
Questi due orange invece fanno centro pieno, sia quando c’è da far ballare, valga
come esempio la traccia di apertura Lover, favolosa in tutti i suoi tre minuti con
intro lanciato ed esplosioni varie al suo interno, oppure la più eclettica Sign of
Love giocata quasi tutta sull’organo, per non parlare della title-track puro
Suicide-sound come un treno lanciato nella notte.
Il tutto gira attorno ad una batteria essenzialissima ed una serie di tasti più o
meno sintetici. Il batterista si occupa anche di dar voce alle composizioni e il suo
timbro aiuta a non perdersi totalmente nel deja-vu anni ’80.
L’accoppiata Amanda-Majeur fa intendere cosa sarebbe potuto venir fuori se Elvis
avesse salvato la pellaccia e avesse attraversato quel decennio.
La resa finale avviene con Angel, pura devozione alle ballad dark-gothic stile
Sisters of Mercy.
Visti dal vivo poco tempo fa a Roma davanti una cinquantina di persone (me ne
aspettavo qualcosa in più visto che un loro pezzo – Grip – è finito per essere
utilizzato in uno spot di una nota casa automobilistica torinese che ne ha ripreso
anche l’idea video) hanno superato la prova live in maniera molto soddisfacente.
L’impressione è che in fondo siano due vecchi freak olandesi con la sola voglia di
intrattenere l’audience. E ci riescono benissimo.
zZz… chi dorme corre con la bestia…
zZz - Lover (mp3)
zZz - Amanda (mp3)
are U ready 2 this?
Pubblicato: febbraio 4, 2009 Archiviato in: four hands 8 Commenti »
Trilogie. Le trilogie fanno sempre un certo effetto.
Da Guerre Stellari al Signore degli Anelli o per rimanere in ambito musicale la trilogia berlinese di Bowie. One-Two-Three.
Tutto ciò solo per dire che gli U2 a breve chiuderanno la loro quarta trilogia.
Questo è solo un mio punto di vista naturalmente. Non ricordo nessuno di loro aver parlato esplicitamente di una cosa del genere.
No Line on the Horizon, dodicesimo album in studio dei dublinesi, chiude la loro quarta trilogia. Per chi scrive naturalmente la loro peggiore. Però così è. Boy-October-War. The Unforgettable Fire-Joshua Tree-Rattle&Hum. Achtung Baby-Zooropa-Pop.
E gli ultimi tre che non ho voglia di stare a scrivere.
Che palle direte… io ci sono letteralmente cresciuto con loro e da quando sono scrittore digitale ho sempre evitato di farne un post.
Giorgio e questa stronzata delle trilogie mi hanno convinto a farlo.
Da fan? No. Da appassionato e conoscitore si però. E non è facile. Parlare del microcosmo personale U2 (che va dalla bandiera attaccata ancora sul muro della mia camera alla [modalità sborone on] chiacchierata con Bono in quel di Bologna durante la quale gli chiesi invano gli occhiali da mosca [modalità sborone off]) all’interno del macrocosmo universale U2 (sono senza dubbio la rockband più globalizzata degli ultimi venti anni, con tutti i pro e i contro).
Ah… è un post a quattro mani…
The First Trilogy – All Boys go to War
Boy
Fa tenerezza ripensare e riascoltare questo album, la stessa tenerezza che traspare dalla copertina che ritrae un ragazzino ingenuo e ancora “vergine” sulla strada dell’establishment rock. Ragazzino che ritroveremo tre anni più tardi con una diversa espressione sul viso.
Quando i quattro erano poco più che maggiorenni e si barcamenavano nell’underground.
Steve Lillywhite fu il produttore e leggenda vuole (ma neanche troppo leggenda eh) che doveva essere Martin Hannett già produttore di Unknown Pleasures e Closer e del loro primo singolo 11 O’Clock Tick Tock e che declinò l’incarico a seguito del suicido di Ian Curtis.
Chissà come avrebbe suonato quest’album… forse sulla falsariga dell’accoppiata An Cat Dubh/Into the Heart.
Fatto sta che il risultato è uno degli esordi più convincenti della storia del rock. Brani come I Will Follow, Twilight, Out of Control (scritta da Bono il giorno che compì 18 anni), A Day Without Me (reazione al suicidio di Curtis), The Electric Co. (sulla pratica dell’elettroshock) sono li a ricordarlo. Un album sull’adolescenza. (PistaKulfi)
October
Forse il disco che amo meno degli U2, ma è forse il disco in cui cominciano a far girare gli anthem da buttarsi in ginocchio e gridare a Cristo, mettete Gloria, Stranger in a Strange Land per dirne un paio; il suono è ancora molto ma molto vicino al post punk.
Bono ha una voce che potrebbe farsi sentire in un club senza microfono e stupisce tutti con la sua prima vera interpretazione maiuscola, la title track. Dolente, tristissima, anomala per la produzione U2 tanto da non sembrare quasi un loro pezzo. (GiorgioP)
War
Il disco da Curva Sud, con il suono che si allontana dal post punk e diventa vera e propria wave, si attualizza in maniera concreta.
Canzoni che hanno per lo più tutte un ritornello incredibile; senza arrivare a Bloody Sunday e New Year’s day ci sarebbero da citare Surrender
e Two hearts beat as one. Disco concreto, sembra una corsa per arrivare primi al traguardo. Ci arrivano con Sunday Bloody Sunday, probabilmente la canzone più “paracula” della storia. (GiorgioP)
The Second Trilogy – From Dublin to U.S.
The Unforgettable Fire
“How long to sing this song…” Così si chiudeva War e molti dei loro concerti. L’album della maturazione e della prima svolta.
Basta con Lillywhite. Basta con quel suono grezzo e stereotipato. La scelta ricade nientemeno che su Brian Eno, fermo da Remain In Light delle
Teste Parlanti. Eno accetta e si porta il fidato Lanois. Si chiudono allo Slane Castle nella campagna dublinese e scatta la scintilla che accenderà il Fuoco Indimenticabile. E’ un album di musica, non di canzoni. Le intenzioni sono comuni. Entrano i synth e gli archi, le sperimentazioni e quel senso di jammin’ incompiuta. Il titolo prende spunto da una mostra di disegni realizzati dai superstiti di Hiroshima.
Pride e Bad entrano nella storia, soprattutto la seconda. Ma A Sort of Homecoming, Wire e la title track ci dicono che siamo di fronte ad
un capolavoro. (PistaKulfi)
The Joshua Tree
L’apoteosi. Lo stato di grazia. Quando tutto ti gira bene. E guardano ad Ovest. Cominciano a capire che se vogliono essere la rockband definitiva degli anni ’80 debbono conquistare l’America. E ci riescono a mani basse. The Joshua Tree è un “classico” per eccellenza.
Di bello c’è che dentro ci sono cose “americane” inusuali. “Metti le bombe del viaggio in Salvador nel tuo amplificatore” dice Bono a The Edge ed esce fuori Bullet the Blue Sky. A me rimarrà in testa l’oscurità di Exit e la solenne Mothers of the Disappeared dedicata alle madri dei desaparecidos argentini. Del resto, inutile stare a dire. Esagerato come Montella contro Nesta in un derby di tanti anni fa.
Ma se devo dirla tutta non è un album che mi ha rapito completamente. (PistaKulfi)
Rattle and Hum
Forse è il disco che vale meno dell’intera discografia U2, per me ha un valore grandissimo per il semplice motivo che è stato il primo cd che ho acquistato insieme a Sgt Pepper’s. Son cose. Siamo in piena onda “Bono Vox messia” e Rattle and Hum nasce come testimonianza della loro investitura americana a “nuovi Beatles”. Più tamarri ma pur sempre nuovi Beatles. Desire e una versione strappaculo di I Still haven’t found fanno sostanzialmente il disco, in realtà da riscoprire Heartland, autentico capolavoro di scrittura e God Part II che sostanzialmente apriranno gli U2 alla cover di Night and day di Cole Porter e a suoni nuovi approfonditi con Achtung Baby.
Dimenticavo All I Want is you. Best U2 song. Ever. (GiorgioP)
The Third Trilogy – On a Trabant between distortions and drones
Achtung Baby
Albertino… si quello lì. Radio DJ. Tardo pomeriggio. Sono nella mia camera e dice che sta per passare il nuovo singolo degli U2. The Fly. Terrore. Giuro che non ci ho capito nulla per giorni. Non capivo cosa stessero facendo. La prima cosa che pensai fu “perchè sono così sporchi ed ambigui?”. Stavano regalando l’ultima evoluzione artistica degna del loro nome.
Berlino. La Mitteleuropa. Larry con la maglia dei Ramones. Bono con gli occhiali da mosca. Le Trabant. I satelliti. La tecnologia che avanza verso la globalizzazione. Lo Zoo. La Tv. Lo ZooTV!!! Io non ho visto più nulla di paragonabile a quel tour e sono passati 15 anni.
Il fascino del Vecchio Continente distrugge il mito americano. Best U2 album. Ever. (PistaKulfi)
Zooropa
Da rivalutare secondo me. E’ un lavoro molto interessante. Sicuramente risente del fatto che sia stato pensato e composto durante il tour e si avverte il senso di incompletezza. Però ribadisce chiaramente che gli U2 sono vivi ed hanno voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Dentro c’è un gusto per l’elettronica meno “plasticoso” di quello che sarà poi Pop.
Zooropa, Lemon (per la quale ho un debole particolare), il giro di basso di Dirty Day dedicata a Charles Bukowski e l’ospitata di Johnny Cash su The Wanderer sono i momenti migliori. Sparo un’altra cavolata. Dentro c’è anche l’antesignana di Sui giovanni d’oggi ci scatarro su… ovvero Daddy’s Gonna Pay for Your Crashed Car. Sinceramente un altro stranimento dopo quello di Achtung Baby non me l’aspettavo.
In questo preciso momento della mia vita li adoro. (PistaKulfi)
Pop
Il vero “disco incompleto degli ultimi 15 anni”, ci avessero lavorato un po’ di più probabilmente staremmo parlando di un capolavoro assoluto (o forse del nuovo Chinese Democracy). Le canzoni ci sono, il fatto è che la produzione alla fine risultava omogenea in maniera errata (metti Goldie che doveva produrlo e poi non si sa che fine abbia fatto e amenità varie) sbilanciato verso suoni a tratti trance a tratti tamarri per il semplice gusto di esserlo. C’era Gone per dirne una e se scrivi una canzone così e la metti in un disco così qualcosa di sbagliato nel mezzo c’è. (GiorgioP)
The Fourth Trilogy – All that U2 should leave behind but…
All That You Can’t Leave Behind
Worst U2 album. Ever. Senza girarci troppo attorno ecco. Il singolo che lo precede non è neanche malaccio (Stipe l’adora e ha confessato di averla voluta scrivere lui). Ma è un lavoro scialbo, debole e codardo. Fin dal titolo. Con il punto più basso della loro carriera toccato dal ritornello di Stuck in a Moment. Secondo me Pop non era venuto come volevano. Il mastodontico tour non era stato all’altezza dello ZooTv e loro decidono di tornare a fare rock. Ma quale rock? Una delle delusioni più grandi della mia vita di spettatore “musicale”. (PistaKulfi)
How To Dismantle An Atomic Bomb
A me è piaciuto e da subito. Mi ha fatto l’effetto Accelerate R.E.M. ovvero disco onesto e per cui a un certo punto agli U2 non capisco perchè dovrei continuare a chiedere capolavori. Un po’ tutti sono insorti per la tamarraggine di Vertigo che era figlia della tamarraggine di Elevation; vi rispondo io BONO E’ TAMARRO OK? quindi take everything with a grain of salt si direbbe e partite sempre da questo.
C’era Sometimes you can’t make it on your own che a mio modestissimo parere rimane una delle canzoni sottovalutate dell’intera discografia. Tipo la All I want is you del 2000. (GiorgioP)
No Line On The Horizon
Qui ed ora può essere solo una sensazione. Di concreto c’è fuori un singolo di una bruttezza maggiore a Discoteque-Beautiful Day-Vertigo.
Quindi zero aspettative. E poi per la mia teoria la trilogia è da chiudere. Quindi sono proiettato sugli anni ’10 quando rivoluzioneranno il mondo e si butteranno sul folk-doom a metà strada fra Wovenhand e Fleet Foxes. O forse no.
Fra un mese mi smentiranno e tireranno fuori una nuova maschera che farà crollare inesorabilmente la mia teoria e tutto questo post.
In entrambi i casi… siate buoni. (PistaKulfi)


(Foto di