Top Albums 2012 – Pistakulfi

non volevo farla quest’anno, per due motivi.
uno, non scrivo mai, giorgio mi vuole bene e ormai sono come babbo natale, passo una volta all’anno.
due, la lista che state per leggere è il risultato di un numero di ascolti nettamente inferiore a quelli che sono solito fare.
insomma, mai come quest’anno, è la MIA lista, troppe cose non ho ascoltato, ma chi se ne frega.
è una lista molto random, ho pensato a questa cosa delle dinamiche che ti portano ad un disco, ebbene negli anni vedevo sempre una fonte, un’ispirazione, più o meno stupida ma la vedevo, dai dj set quando cellulari e internet erano un abbozzo in divenire, alle riviste specializzate, fino ad arrivare ai blog e i forum.
Quest’anno invece se ci penso non trovo niente di preciso, se non il caos e me stesso.

Comunque, ho deciso di scombinare un poco le carte e fare diverse top 5

Top 5 Retromania

1 – Disappears – Pre Language
kranky records, di solito sinonimo di qualità, copertina bianco e nero, secondo lavoro per loro dopo l’ottimo esordio e passo avanti nettissimo. si c’è una novità, alla batteria, per chi non lo sapesse, c’è Steve Shelley dei sonic youth (uno dei miei gruppi preferiti? nooooooo che dite?). il suo tocco si sente eccome e il kraut si abbina a tutto ciò che di meglio esiste nell’indie rock. Hibernation Sickness

2 – Pop. 1280 – The Horror
sacred bones records, che di solito è sinonimo di belle copertine, disco d’esordio from new york city. schegge noise e atmosfere wave ma di quelle malate e contorte, tipo birthday party e suicide. Crime Time

3 – Unsane – Wreck
vabbè cosa volete sapere sugli unsane. kekko cosa dico? per me basta solo il fatto che spencer, curran e signorelli spaccano come e più di prima. violenza sonora come se non ci fosse ieri. altro che domani. No Chance

4 – Pontiak – Echo Ono
i tre fratelli barbuti fra una cosa e l’altra sono arrivati nel giro di pochi anni al sesto disco. sempre piaciuti ma mai come questa volta, li trovavo sempre un po’ fuori fuoco o troppo sperimentali in quello che poi in fondo dovrebbe essere hard rock di grana grossa. ecco qui ci sono solo pezzi di grana grossa. Lions of Least

5 – Deftones – Koi No Yokan
scrivevo scelta di CORE due anni fa quando misi in cima diamond eyes nella lista 2010. questo secondo me sta leggermente sotto ma 7 centri su 7 album è il grido di battaglia. sempre fedele ragazzi, sempre fedele. Graphic Nature

Top 5 Giramanopole

1 – Clubroot – Clubroot III (MMXII)
come mi ha detto un amico “ma è uguale agli altri due precedenti” vabbè io l’ho conosciuto quest’anno Dan Richmond e la sua dubstep profonda e scura come la pece. atmosfere dark e spazi siderali. se vi piace cercatevi anche i precedenti chiaramente. e consideratelo il mio album dell’anno. Faith in Her

2 – Orbital – Wonky
il mio album elettronico favorito ever (In Sides) proviene dal lontano 1996 e porta la firma dei fratelli Hartnoll. tutto mi sarei aspettato tranne un ritorno simile dopo 8 anni e un lavoro che forse contiene qualche arrangiamento un po’ eccessivo ma che lascia a bocca aperta per le soluzioni. Beelzedub (live)

3 – Squarepusher – Ufabulum
forse si era un po’ perso ultimamente, qui con Ufabulum è tornata la voglia di essere aggressivi, di prendere il toro per le corna, di fondere tutto, quando penso ad ufabulum mi vengono in mente la metallurgia e i metalmeccanici non so perché. elettronica da fabbrica di montaggio. Un album politico. Dark Steering

4 – Lone – Galaxy Garden
atmosfere danzerecce acid-house e rave persi nella memoria. un po’ balearic, al limite estremo dei miei gusti ma vince e convince e ripeto che non so che farci a volte se non danzare. Crystal Caverns 1991

5 – Gareth Clarke – Factory Brew
ecco, tornando al discorso di prima, non ho la minima idea di come sia arrivato a questo album, a volte penso non esista proprio. se qualcuno lo vede in giro mi avverta. Sublightweight

Top 5 Italians do it better

1 – Havah – Settimana
Havah è Michele Camorani batterista nei La Quiete. Havah è dal lunedì alla domenica. Havah è post-rock, Havah è shoegaze, Havah è wave. Havah è “finchè la passo liscia ripeto gli stessi errori come una formula giusta” tatuato sul cuore. Mercoledì

2 – Uochi Toki – Idioti
ogni volta che lo metto mi chiedo “ma io cosa ci faccio qui?” a sentire questo duo di Alessandria con un pazzo che declama su basi (industrial? si) dell’altro pazzo. poi ho scoperto che riesco ad emozionarmi per un trattato sull’alimentazione, Sberloni. e anche per tante altre cose. pazzeschi.

3 – Offlaga Disco Pax – Gioco di Società
voglio troppo bene agli offlaghi. quando uscì gioco di società, o meglio il singolo “parlo da solo”, pensai chiaramente che l’avessero scritta per me. less is more, sembra anche il loro modus operandi per un album tanto ispirato quanto essenziale, come se non lo fossero mai stati. ora non parlo più da solo, ora è solo Desistenza. Prima o poi scenderai da sola, dal muro.

4 – Disquieted By – Lords of Tagadà
Ancora col punk? ancora con questa maledetta adolescenza hc? son bravi ragazzi. e poi solo per il commento originale del gol del secolo infilato dentro Mami Mami Corazon io su questo post ce li metto

5 – Newclear Waves – Newclear Waves
Dio benedica la Mannequin Records. Detto questo, qui siamo dalle parti del feticismo puro. quello che si chiama minimal cold wave. un gelido sentire, un primordiale richiamo, è sempre bello tornare a casa. The Black Hand

Top 5 Varie ed eventuali (ovvero non sapevo dove metterli)

1 – Beak> – >>
il supergruppo con a capo geoff barrow dei portishead torna ad ammaliare con le solite trame kraut-rock in salsa psichedelica. Fast forward Yatton

2 – JK Flesh – Posthuman
sapete quanto vogliamo bene da queste parti a Justin Broadrick e a tutte le sue incarnazioni. se quella come Jesu cominciava a tirare la corda sul versante shoegaze, la nuova in versione JK Flesh torna sul versante Godflesh col metal industriale che si poggia sulle profondità del dub. Tutto o niente come al solito. Tutto. Idle Hands

3 – Monica Richards – Naiades
ho capito che esiste una trinità di dee nel mio mondo musicale. a destra siede Anneke Van Giersbergen dei Gathering, a sinistra Amanda Palmer dei Dresden Dolls e in mezzo c’è Lei, la Musa di Faith and the Muse. Monica, adottami! We Go On

4 – The Soft Moon – Zeros
l’album di esordio della sigla in questione rimane lontano anni luce da questo, ma due tre pezzi di quelli da wave gelida e muscolosa, quei muscoli asciutti, da arrampicatori, il buon Luis Vazquez ce li regala sempre. Insides

5 – Cold Showers – Love and Regret
troppe volte negli ultimi anni sono usciti gli epigoni di un’epopea post-punk new wave da revival posticcio e fuori tempo massimo. pochi hanno dimostrato di saper scrivere in un certo modo e tanto meno di possedere il sacro fuoco innovativo dell’epoca. finiranno male pure questi… intanto Violent Cries

Premio ristampa dell’anno

UV POP – No Songs Tomorrow
sentite che roba, maledetti! 

Premio compilation dell’anno

Trevor Jackson presents: Metal Dance
una sequenza impressionante di suoni EBM, INDUSTRIAL, POST PUNK, direttamente dai club anarcopunk che mi piacciono tanto. Ma qualcuno ci va ancora a ballare?

buon 2013 a tutti (a no… scusate… domani c’è la fine del mondo…)


Top Albums 2011 – Pistakulfi

1# Belong – Common Era (dark-ambient,shoegaze)
Introspezione. Volersi bene. Fregarsene di tutto se non del piacere di ascoltare questa cosa qui, da solo, di notte, guardando il cielo. Elevato e immenso come Deneb, profondo e scuro come la Fossa delle Marianne. The Dark Side of Loveless o se preferite The Shoegaze Side of Faith.
Different HeartPerfect Live

2# Crash Of Rhinos – Distal (emocore,post-rock)
Un disco meraviglioso. Dietro la scorza che tanto piace agli emokids e i tanti cori da cantare a squarciagola, una padronanza dei mezzi ed una dimestichezza esecutiva strabilianti tanto da farmi pensare che in futuro potrebbero fare molte cose differenti con quelle corde e quella batteria.
StiltwalkerAsleep

3# Mogwai – Hardcore Will Never Die But You Will (post-rock)
Quanto sono antipatici? Quanto sono spocchiosi? Almeno quanto sono bravi. Questi non sbagliano un album manco sotto tortura. Un lavoro di una maturità impressionante fra tipiche partiture sognanti e potenti divagazioni post-metal. Inoltre live dell’anno in due occasioni. Mogwai will never die but you will.
You’re Lionel RichieHow To Be A Werewolf

4# Balaclavas – Snake People (post-punk,noise-dark)
Dopo il bel debutto dello scorso anno, tornano con un lavoro anche migliore fra episodi post-punk tiratissimi, esperimenti tribali di P.I.L.iana memoria e addirittura improbabili incroci fra ritmi dub e il kraut. Uno dei segreti più belli dell’underground a stelle&strisce.
Down And Loose – Legs Control – Hard Pose

5# Raein – Sulla Linea D’Orizzonte Tra Questa Mia Vita E Quella Di Tutti (emocore)
Questo si chiama SUPPORTARE. Disco autoprodotto di una band nata anni fa da quella scena emo/screamo che quest’anno ha fatto parlare di nuovo di sè. Disco che tracima lacrime e sangue. Che crea brividi ed emozioni. Che vibra di soluzioni chitarristiche e melodie in primo piano. Supportateli.
NirvanaCostellazione Secondo Le Leggi Del Caso

6# Tunnels – The Blackout (coldwave)
E qui piombiamo in pienissima ondafredda. Nicholas Samuel Bindeman dopo una serie di lavori astratti e sperimentali, vira deciso verso i territori franco-belgi di inizio anni 80. Una riproposizione dei Charles de Goal, per chi li conoscesse. Synth gelidi, bassi profondi, voce meccanica. Astenersi perditempo.
Crystal ArmsSolid Space

7# TV Ghost – Mass Dream (post-punk,noise)
La mitica In The Red sforna anche quest’anno la sua dose di sound urticante. Dopo il caotico esordio di due anni fa i TV Ghost tornano con un disco leggermente più complesso, più arty, più scuro, ma sempre pervaso di urgenza post-punk. Un concentrato di chitarre noise applicate all’anima scura del rock’n'roll.
The Winding StairSleep Composite

8# Sex Church – Growing Over (garage,noise)
Gran lavoro per i canadesi Sex Church. Ai tag enunciati sopra aggiungete un tocco di psichedelia e l’ombra lunga del post-punk scuola Wipers. Chitarre fuzz e circolari si alternano a episodi più diretti e muscolari. Da Vancouver per la Load Records. Non solo indie da quelle parti.
Beneath The BottomGrowing Over

9# Be Forest – Cold. (new wave,post-punk)
Da solo metto insieme gli anni dei due terzi di questo gruppo di Pesaro. C’è qualcosa che non va forse… Molto più onestamente direi che hanno fatto un album perfetto per quel che riguarda sensibilità wave e tendenza a guardarsi le scarpe. Cure, Cocteau Twins e Asylum Party. A chi ha tirato fuori gli XX dico che questi se li mangiano proprio.
Wild BrainFlorence

10# Iceage – New Brigade (hardcore,post-punk)
Nel sottobosco underground sono stati un pò l’hype e avrei voluto tanto vederli sanguinare dal vivo. Ma l’album spacca come poche altre cose. I giovani danesi uniscono l’impeto accacì blackflaghiano al post punk di Mission of Burma e al lirismo dei Wire. 24 minuti di assalto sonoro puro. Speriamo muoiano qui e vengano così consegnati al culto.
White RuneYou’re Blessed

11# Primus – Green Naugahyde (funk-metal)
11 anni di attesa. Quella dei Primus è una storia strana. C’è chi li snobba e chi li adora. Mai troppo duri per i metallari. Sempre troppo prog per gli indie. Io (che non sono ne indie ne metallaro) li ho sempre adorati. E se (mi rivolgo a chi prende un disco all’anno magari sotto Natale) state per acquistare il nuovo RHCP, no, prendete questo. LES CLAYPOOL.
Hennepin CrawlerExtinction Burst

12# Lower Heaven – Today Is All We Have (shoegaze,psychedelic)
Una carezza. Sognante ed evocatico come un disco degli Slowdive, psichedelico e circolare come un disco dei Black Angels. I losangelini Lower Heaven sfornano 8 tracce di una bellezza imbarazzante, quella che di solito si vede in giro nei primi giorni di primavera.
Su Discogs non esiste. Fidatevi.
Today Is All We HaveDone Nothing Wrong

13# Gazebo Penguins – Legna (emocore,post-HC)
Nell’anno in cui la rabbia fine anni 90 è tornata prepotente, i Gazebi hanno pagato, almeno per me, le uscite di Crash of Rhinos e Raein. Invece col tempo (e con il devastante live) ho compreso la reale portanza di questo lavoro che sulla sensibilità emocore innesta dosi massicce di chitarre post-hc e stoner (Cinghiale). E quanto suona bene.
Senza Di Te (è dedicata ad una gatta, l’eternità per loro)Cinghiale

14# Cult Of Youth – Cult Of Youth (dark-folk)
Mi rendo conto solo ora che entra in questa classifica il primo disco Sacred Bones (come numero di lavori eccellenti etichetta dell’anno). I Cult of Youth smussano un poco le loro irruenze post-punk e disegnano un disco monolitico punk-folkloristico, scuro e druidico con molti arrangiamenti di archi. Dei New Model Army nella foresta.
Lace Up Your BootsCasting Thorns

15# Human Eye – They Came From The Sky (art-noise,garage)
Ancora Sacred Bones. Un gruppo profondamente garage-punk primi anni 70 che gioca con la science-fiction e gli alieni. Schizzi di follia rock ‘n roll e marzialità post-punk. Tutto ciò dalla città di Stooges e MC5.
The Movie Was Real - Brain Zip (Kickin’ Back in the Electric Chair)

16# Ringo Deathstarr – Colour Trip (shoegaze,pop)
Questo rischia di essere il disco POP della top. Anzi lo è sicuramente, l’ho inserito perché ascoltato parecchio per controbilanciare. La matrice è MyBloodyValentine, chiaramente, come se fossero abbandonati in un negozio di caramelle. Melodie appiccicose e chitarre cool. Sicuramente i pezzi li hanno e sono meglio dei Painsofbeingetcetc
Two GirlsTambourine Girl

17# The Men – Leave Home (noise,post-punk)
Altra scheggia impazzita dalla Grande Mela a volumi altissimi e velocità ipercinetiche. Un frullato di chitarre a rincorrersi su uno sfondo urbano e violento. Altra chicca dalla scuderia Sacred Bones.
BatailleNight Landing

18# J Mascis – Several Shades Of Why (songwriting della madonna)
Io ho un gran difetto. I nomi e cognomi in musica, insomma le sigle che non indicano un “gruppo”. Ma qui c’è poco da fare o girarci intorno, lo zio J è lo zio J e il fatto che mi sia trasferito in paese con un camino a disposizione, la neve imminente, il vino, la cioccolata calda… insomma, riscaldami il cuore J.
What HappenedSeveral Shades Of Why (live con corda che salta)

19# Moon Duo – Mazes (psychedelic,garage)
Progetto della mente acida di Ripley Johnson dei Wooden Shjips insieme alla compagna Sanae Yamada e altro disco Sacred Bones (almeno negli States). Si intitola Labirinti e sono proprio quelli percorsi dai due in compagnia della psichedelia degli Spacemen 3, del kraut dei Neu! e del garage-surf tardo anni 60.
In The SunMazes

20# Tropic Of Cancer – The End Of All Things (dronegaze,coldwave)
Non è un vero e proprio album. E’ una raccolta dei primi singoli più alcune tracce inedite e una cover dei Soft Cell. Camella Lobo e John Mendez svelano la loro doppia anima di manipolatori ambient-drone e synthwaver. Segnalo anche l’uscita del 12″ The Sorrow of Two Blooms.
Be BraveVictims

E siccome mi son fatto prendere la mano vi piazzo pure la Top Five EP 2011

1# Naked On The Vague – Twelve Dark Noons (no wave,psychedelic)
Probabilmente la miglior uscita assoluta 2011 della Sacred Bones. I Naked On the Vague sono australiani e vantano 5-6 anni di carriera alle spalle come versione dark-underground-pazza dei Liars. Questo EP è anche la colonna sonora del cortometraggio omonimo e si sposta su territori più psichedelici mantenendo intatta la sua anima oscura e sperimentale.
Clock Of 12′sThe Gift

2# The Soft Moon – Total Decay (post-punk,coldwave)
In questo preciso momento, se avessi la possibilità di suonare, suonerei così. Dal giro Blank Dogs e affini, quelli che la wave non la sputtanano, dopo l’omonimo folgorante disco d’esordio che ascoltai solo a Natale e non finì in nessuna classifica, tornano con un EP di 4 tracce, crudo, secco, definitivo. Ricordatemi così.
Alive - Repetition

3# Slowness – Hopeless But Otherwise (shoegaze,indie)
In bilico fra Film School e Galaxie 500 la nuova speranza shoegaze si chiama Slowness. Quattro tracce perfette fra chitarre sognanti, sezione ritmica serrata e liriche commoventi. Da San Francisco. E poi quella copertina…
Duck & Cover - Slowboat

4# Shaved Women – Shaved Women (hardcore,noise-punk)
Brutti (forse), sporchi e cattivi. Hardcore punk e noise per questa band semisconosciuta di cui non si riescono a trovare molte notizie. Il massimo che posso fare per voi è linkarvi direttamente il bandcamp (ma anche lì non ci sono tutti i pezzi per dire manca una cover dei Die Kreuzen) e fatevi del male.
Shaved Woman EP

5# Pleasure Leftists – Pleasure Leftists (post-punk,gothic)
DeathRock. Gothic. PostPunk. Siouxsie. The Sound. 1978 fading to 1983. Riuscirò mai a venirne fuori?
Suits - Nature Of Feeling

Grazie per l’attenzione e buon 2012 (che, come sappiamo, porterà la fine del mondo etc etc)


Primavera Sound will never die but you will

E anche quest’anno per la quarta volta atterro in terra catalana per il Primavera Sound.

Le novità dell’edizione 2011 sono il ritorno dello scenario al Poble Espanyol che ospiterà la prima e l’ultima giornata di concerti, la malefica tessera ricaricabile (rivelatasi un fail) e l’ampliamento dei palchi al forum con l’aggiunta della venue Llevant, la più distante ma cruciale per l’esito della trasferta (ospiterà oltre a favolosi concerti anche il trionfo del Barca contro gli inglesi).

25 maggio @ Poble Espanyol

si entra nell’area del Poble con inaspettata facilità in leggero ritardo rispetto al primo evento, le tre giapponesi Nisennenmondai, che si riveleranno una gradevolissima sorpresa. Set ipnotico noise caciarone con brani lunghissimi, spaccano e salutano educatamente come tre giapponesi appunto. Poi è la volta delle Las Robertas, veramente insopportabili col loro fintogarage alla Vivian Girls e i loro coretti sempre uguali. Ci fanno un figurone i successivi Comet Gain ma solo perchè non ne potevo più delle costaricane.
Echo & The Bunnymen con alti e bassi. La riproposizione di Crocodiles e Heaven Up Here era una delle cose per cui avevo preso l’aereo. Non mi pare ci fosse altrettanto entusiasmo fra il resto degli avventori ma anche Ian non ci ha messo del suo per fargli cambiare idea. Sembrava alquanto infastidito comunque hanno suonato benissimo soprattutto Heaven Up Here. Sono riusciti ad infilare nel set 10 secondi di Roadhouse Blues e vabbene, poi però invece di chiuderla lì sono riusciti per dei bis in puro Billy Idol style.
A chiudere la giornata la favolosa esibizione di Caribou, suonata da Dio, l’unico modo per far digerire al sottoscritto certi suoni, impatto possente, luci adattissime, gente che balla, effetto Holy Fuck insomma.

26 maggio @ Parc del Forum

Si parte malissimo per ragioni organizzative. La tesserina bevereccia non funge o meglio non funge il sistema ad essa collegata nei relativi punti, attimi di panico, file infinite, smarrimento. Calarsi nello spirito del festival diventa difficoltoso. Si parte per quanto mi riguarda con Moon Duo alle 19 al RayBan. Lo sottolineo perchè in passato allo stesso orario dello stesso giorno dello stesso palco ero rimasto deluso da MGMT e Notwist e non c’è 2 senza 3. Mi assale una gran noia e me ne vado via verso la metà per raggiungere Mike Sniper AKA Blank Dogs. La scelta si rivela azzeccata ma sento che non tira ancora una buona aria nell’area del Forum.
Dopo un veloce rifocillamento torno al Pitchfork per The Fresh & Onlys e le cose vanno un pochino meglio.
Ma il primo vero gran concerto della giornata saranno i Public Image Ltd al Llevant. Paura ce n’era tantissima ed invece Johnny e la sua sgangherata truppa (Panariello al basso, Rag. Filini alla batteria e soprattutto il mitico Zio Tibia alla chitarra) regalano un set vivace ed elettrico, ipnotico e danzereccio prendendo a piene mani dal loro repertorio. Rise, This is not a love song, Albatross, Religion. Tutto clamorosamente bello. Zio Tibia regala anche un pezzo mandolino post-punk.
Ormai è notte e decido di fare la prima grossa rinuncia. Snobbo Nick Cave e i Grinderman e mi apposto all’ATP  per il signor Glenn Branca che si posiziona spalle al pubblico per dirigere la sua orchestra o meglio Ensemble di 6 elementi (4 chitarre un basso una batteria quote rosa rispettate per il 50%). Noise noise noise benedetto noise. Esaltante.
Chi invece è stata una grossa delusione, oppure chiamiamolo mal di testa e fastidio, sono stati i Suicide di Alan Vega (qualcuno mi ha fatto notare la somiglianza con Califano) e Martin Rev (con indosso gli occhiali truzzi da litorale basso laziale). Ho resistito fino al quinto brano, poi ho gettato la spugna e ho preferito posizionarmi in maniera decente per il big event della giornata.
I Flaming Lips. Posizionarsi ha il suo perchè. Vivere questo show a ridosso del palco lo ritengo determinante perchè non tutto è stato perfetto. Ci ho ripensato tanto a questo concerto una volta a casa. I Flaming Lips da anni fanno uno show molto incentrato sull’impatto emotivo e su quello che succede sopra e sotto il palco (coriandoli, palla gigante con Coyne dentro, luci ad effetto, comparse vestite a tema – il mago di oz stavolta – , mani giganti che veicolano raggi laser etc. etc.) e meno sulla performance musicale. Cioè non dico che hanno suonato male dico che per gli standard normali verrebbe da dire che fanno sempre troppe poche cose vecchie e che suonano troppi pochi pezzi (una decina in un’ora e mezza sono pochi). Però è sempre un’ora mezza esaltante se vissuta in un certo modo. Io sono rimasto un pò contraddetto dal fatto che non abbiamo suonato Soft Bulletin però ho goduto tantissimo su What is the light, Race for the prize e She don’t use jelly perchè con buona pace di tutti gli avventori dell’ultima ora The Yeah Yeah Yeah song e Yoshimi non saranno mai a quel livello. E un collaboratore di junkiepop ha avuto l’onore di “fare” il concerto direttamente sul palco. Lunga vita a tutti.

27 maggio @ Parc del Forum

Oggi si comincia prima. Niente panico, forma smagliante, soliti giri per negozi a caccia di cd e vinili e giù al Forum.
Al Forum non c’è nessuno. Il mondo si trova all’Auditori per DM Stith e Sufjan Stevens che io ignoro bellamente dalla nascita (la mia dico) e quindi il resto della compagnia mi abbandona e chiede “ma che ti vedi a quell’ora?” Apro il programma e leggo Vice ore 17 Berlinetta(!). Con quel nome e le credenziali del libro-guida (At the drive in/Fugazi) la scelta è obbligata. Beh quando attaccano a suonare siamo in 10 sotto il palco e 5 sono loro amici. Gli altri 4 gente di passaggio per una birra. Ora direi che il libro-guida esagerava ma fanno il loro dovere di emocorers sulla falsa riga di Garden Variety et similia.
Rimango in zona Vice e mi sparo il set di un’altra band spagnola i Kokoshca. Loro sono più indie, gradevoli, quasi una versione indigena dei nostri Cat Claws. Dopo il finale di Julian Lynch di cui decido di non parlare mi avvio al RayBan per The Monochrome Set, ma la cosa mi lascia alquanto indifferente e lo ricorderò solo per essere stato il concerto visto al fianco di Bradford Cox, sostituito, poco dopo il terzo fan / terza foto, da Mike Sniper che invece non si è cagato nessuno.
A quel punto, visto che nessuno chiede foto manco a me, me ne vado al Pitchfork a distruggere tutto con i Male Bonding che suonano un perfetto killerset punkgaze buonissimo per zompettare e scapocciare.
Dopo breve rifocillamento e una velocissima puntata (e ritirata) per James Blake, c’era troooooppa gente, mi posiziono quasi in transenna per il mio top5# concert, Pere Ubu performing “The Annotated Modern Dance”, annotated è d’uopo in quanto il buon David Thomas tra un pezzo e l’altro ci regala appunto annotazioni sulla genesi dei pezzi ma in verità sono piccoli sketch da cabarettista consumato. Io lo vedrei benissimo a fare spokenword con Rollins. Viene giù il teatro.
A si, poi hanno fatto un concerto mastodontico e si è pogato un casino.
Felice, soddisfatto e spossato mi dirigo sulle gradinate dell’ATP per i Low. Purtroppo, nonostante una bella esecuzione e ci mancherebbe altro da questi qui, i volumi sono semplicemente ridicoli e troppo spesso arrivano folate di Perrosky dal palco Adidas originals. Si finisce con un “family is important” e viva Stefania Sandrelli.
Il Llevant è a due passi per fortuna e poco dopo la mezzanotte va ad iniziare il mio top3# concert. Deerhunter. La band di Bradford Cox si conferma la miglior cosa dell’indie degli ultimi anni. Rimango schokato dalla padronanza dei quattro che decidono di fare un set possente e fuzz senza rinunciare a quelle code psichedeliche tanto usate in occasioni passate. Questi possono fare ciò che vogliono dei loro pezzi. Caratteristica dei Grandi. La versione doom di Helicopter ne è la prova.
Sono quasi le 2 e si avvicina il momento più atteso dalla maggior parte dei presenti. Sono tornati i Pulp di Jarvis. Arrivo che il San Miguel è stracolmo e seguo il concerto a distanza. Io non sono mai stato un loro seguace, conoscevo soprattutto i singoloni e pochissimo altro ma è innegabile l’impatto scenico e da performer consumato di Jarvis, un vero e proprio animale. Entusiasmo alle stelle e gran bel concerto. La versione live di un brano (scoperto poi che si trattava di Feeling called love) mi ha lasciato senza parole.
A finire la giornata arriva la delusione più cocente del festival. Al RayBan arrivano i nuovi Battles. Tyondai non c’è più, c’è un nuovo lavoro appena uscito e l’impressione è che non si siano lasciati proprio benissimo ecco. Diversi brani eseguiti appunto dal nuovo Glass Drop con visual dei featuring alla voce e man mano che passava il tempo la noia saliva. Anche i tre rimasti non mi sono sembrati in perfetta sintonia. Ogni tanto sparivano dal palco a turno e mi è sembrata proprio voluta, per far capire l’aria che tira internamente, la cosa di non suonare Atlas e neppure Tonto. ‘Fanculo fanculo fanculo.
Nanna.

28 maggio @ Parc del Forum

Arrivo trafelato al Llevant in leggerissimo ritardo sulle 17:30 per The Soft Moon. Li avevo visti da poco a Roma in un club piccolissimo e credevo, sbagliando, che quella fosse l’unica loro location consona. La loro cold wave temevo risultasse indigesta ad un festival simile su un palco molto grande ad un’ora poco adatta. Invece fanno un set molto “grasso” e per fortuna con volumi accettabili e gli avventori ballano pure. Good job.
Poco dopo è la volta della new-sensation indierock. Yuck. Un frullato di Sonic Youth, Dinosaur jr Pixies e tutta quella roba lì. Derivatissimi. Però hanno fatto un bellissimo set e hanno confermato la bontà della loro scrittura. Ogni brano un potenziale singolo fino alla chiusura slabbrata di Rubber.
Torno al Llevant per Warpaint, quattro ragazze losangeline e il libro guida mi cita postpunk-CocteauTwins-Siouxsie. Me cojoni. Ma insomma mai fidarsi del libro guida. Io direi più Foals o Yeasayer. Però son da tenere d’occhio, creavano paessaggi sonori molto interessanti e vari.
Sul palco principale San Miguel inizia il live dei Fleet Foxes. Il loro primo album fu per me una sbandata molto consistente ma sul secondo ho grosse riserve e difatti la resa live me lo ha confermato. Secondo me non c’è paragone fra i brani. Loro sono bravissimi da vergognarsi proprio e fanno un concerto pazzesco supportati da un sesto elemento che suona qualsiasi cosa inanimata che passa sul palco.
Iniziare un concerto seduto sulle gradinate e finirlo a headbangare sotto il palco. Quello che mi è successo col mio top#4 concert, Einsturzende Neubauten, avanguardia rumoristindustriale di livello esagerato. Sentire il caro Hans Christian Emmerich arringare la folla in tedesco è da erezione immediata. Romani, spero non ve li siate persi all’Auditorium.
A questo punto, cedo ai richiami più insani e guardando l’orologio mi rendo conto che Barcellona e Manchester sono agli sgoccioli di partita. Mi ritaglio un quarto d’ora e raggiungo il Llevant dove hanno dato una pausa al programma e hanno allestito 3 schermi per il match. Arrivo al novantesimo spaccato e mi godo la festa blaugrana.
Ma bando agli entusiasmi calcistici, siamo pur sempre ad un signor festival e poco dopo le 23 mi apposto all’ATP per un signor concerto, quello di Dean Wareham accompagnato da moglie e band per suonare i Galaxie 500. E’ stato senza ombra di dubbio il set dal cuore più grande. Decido di viverlo appostato sulla collinetta alla sinistra del palco e l’emozione si taglia a fette.
La mezzanotte è ormai passata quando arriva il momento più infame di tutte le edizioni di Primavera Sound a cui ho assistito. In contemporanea suonano Mogwai, Swans e appena poco dopo Jon Spencer. Scarto il buon Jon perchè già visto e decido per gli scozzesi visto che quasi tutti vanno da Michael Gira. A sentire chi è stato là gli Swans hanno fatto calare un martello dal cielo per percuotere la terra catalana ma il cielo glielo hanno squarciato i Mogwai, letteralmente.
Oltre ai brani dell’ultimo, grande come al solito, album e ad una dedica per la recentissima scomparsa di Gil Scott-Heron e una per il Barcellona FC (batterista con tanto di maglia), un suono possente ed una esecuzione IMPECCABILE di cose passate. Su tutto questa. Top#1 concert.
Giornata memorabile fino ad ora. Nulla da dire. Mancava un pizzico di rock ‘n roll selvaggio e niente di meglio che i Pissed Jeans. Concerto noise/punk/hc sfascione di tutto il festival. Pogo delirante sotto il palco dal quale mi sono sottratto a fatica.
A dire il vero manca un’ultima cosa alla giornata. Una bella dancehall all’aria aperta. Si corre di nuovo al Llevant dove Dj Shadow è atterrato con la sua Shadowsphere in anticipo sul programma fregandoci un pò a tutti. Ma il set è una ficata, qualche estratto da Endtroducing e un sacco di breakbeat jungle/d’n'b. Festa.
Saluto il Forum mettendomi alle spalle la giornata con la qualità media più alta di sempre.

29 maggio @ Poble Espanyol

La domenica la spendiamo girando per il centro della città facendo visita agli Indignados in Placa Catalunya e cercando inutilmente di intercettare il pulmann del Barcellona nel tragitto fino al Camp Nou.
Poi nel tardo pomeriggio ci ripresentiamo al Poble snobbando quasi l’intero programma per vederci soltanto l’esibizione dei Mercury Rev che ripropongono per intero l’acclamato Deserter’s Songs. Mi rendo conto solo in quel momento che è tipo la quarta volta che li vedo è sarà a conti fatti la peggiore. Loro bravissimi e Donahue solito cerimoniere sempre un pò sopra le righe ma forse per la troppa vicinanza al palco sento solo dei gran bassi e chitarre assenti.
Poco prima dei bis ci allontiamo velocemente per l’ultimissimo appuntamento della trasferta.
All’Apolo Club festa di chiusura con i Black Angels. L’Apolo Club avevo avuto il piacere di testare in passato e si conferma una venue coi controfiocchi, poi metteteci una esibizione hard-rock psichedelico-circolare dei nostri eroi e una bella seconda fila e avrete il mio top#2 concert. Non poteva esserci conclusione più degna di questa.

Come ogni anno dico che questo sarà il mio ultimo Primavera Sound. E quindi “questo sarà il mio ultimo Primavera Sound”. Tanto ci provo gusto a sparare iperboli.


Top 20 Dischi 2010 – PistaKulfi

2010. Anno tondo si dice in diversi lidi. E il tondo ti porta a girare e girare all’infinito lasciandoti in nessun luogo e attraendo gli estremi.
Mai come quest’anno è stato complicatissimo attribuire le singole posizioni. Per quanto riguarda i primi 5 posti, considerate che potreste tranquillamente prenderli e mischiarli e ridistribuirli come meglio credete, è dipeso dal momento, la facevo domani ed era diversa.

1. Deftones – Diamond Eyes: e veniamo appunto al fatto che stilata oggi dopo QUEL concerto io faccio una scelta di campo ben precisa e dico CORE. Per tanti motivi, in primis perchè li amo e li supporto da sempre, in ogni stagione, con la pioggia e con il sole e dopo 15 anni non hanno un secondo uno di produzione che butterei e mi tirano fuori un album sofferto e tiratissimo e mi gira perchè il mondo è tornato ad accorgersi di loro. Monumentali. Brano scelto: Royal

2. Holy Fuck – Latin: l’album più divertente da cercare con google. Sporcaccioni. Ma anche qua una precisa scelta che va a dare credito al disco più danzereccio per uno come il sottoscritto. E per rendere giustizia al fatto che all’epoca dell’esordio mi accorsi di loro con colpevole ritardo. La loro formula con sezione ritmica live è favolosa. Brano scelto: il “gattoso” Red Lights

3. The Fall – Your Future Our Clutter: ogni anno i richiami al periodo postpunk newwave non sono mai mancati tra le influenze dei nuovi gruppi contemporanei. Ed ogni anno o quasi un mostro sacro tira fuori le unghie e torna a marcare il territorio. Loro non sono mai andati via, in verità, è solo che questo Y.F.O.C. ha una freschezza e una sfacciataggine tale che i ragazzini non possono che prenderne atto e mettersi in fila. Brano scelto: O.F.Y.C. Showcase

4. Deerhunter – Halcyon Digest: il vero disco dell’anno? Forse si se rapportato al momento storico. Fatto sta che dopo un buonissimo esordio e un folgorante secondo album Cox e soci si ripresentano con un lavoro in pieno stile Deerhunter ma con una forma-canzone più tonda e levigata. Ed ammaliano come nessun altro. La punta di tutto il movimento indie. Brano scelto: Earthquake (chi ha scritto questo brano va ringraziato in eterno)

5. Beach House – Teen Dream: il disco dreamy 2010 per eccellenza. Una sequenza impressionante di brani sinuosi e sognanti sulla scia di novelli Slowdive ricchi di intrecci sonori di chitarre e tastiere vintage solcati dalla bellissima voce di Victoria Legrand. Anche dal vivo si sono confermati in tutto il loro splendore. Come poggiarsi in un caldo nido ovattato. Brano scelto: 10 Mile Stereo

6. Daughters – Daughters: l’atto conclusivo dei Daughters è stato uno degli album che ho più ascoltato in questo 2010 di ritorno sul versante peso della musica. Coordinate che rimbalzano fra il noise, il post-hardcore e la matematica con l’ombra lunga dei Jesus Lizard alle spalle. Se fosse veramente il canto del cigno sarebbe un gran peccato. Brano scelto: The Hit

7. Trentemøller – Into The Great Wide Yonder: come è strana la musica. Qui si parla di elettronica, anzi si dovrebbe parlare di elettronica minimal techno, quella a cui appartiene il danese Trentemoller. A me della minimal techno non frega un cazzo proprio. E allora? Allora qua ci sono canzoni alla Nin, con il mood degli ultimi Portishead, con alcuni accenni a cose tipo Faith and the Muse e le chitarre! Brano scelto: The Mash And The Fury

8. Arcade Fire – The Suburbs: troppo è stato scritto, troppo è stato detto di quello che è stato l’evento discografico indipendente dell’anno, alla stregua di attese ed uscite che forse solo i Radiohead. Il risultato, mi sento di poterlo dire con molta convinzione, è nettamente positivo. Unico difetto il numero di brani forse non tutti all’altezza, ma ci sono dentro fior fior di canzoni che saranno dei classici. Brano scelto: We Used To Wait

9. Autolux – Transit Transit: degli Autolux si erano perse le tracce dopo l’esordio in pieno SonicYouth style. Tornano con un lavoro solido e ispirato che si pone alla destra di Halcyon Digest come suo complemento. La provocazione è d’obbligo. Come sarebbero stati considerati invertendo le sigle? Provare per credere e queste sono live in studio. Brani scelti: Supertoys e The Science Of Imaginary Solutions

10. The Brian Jonestown Massacre – Who Killed Sgt. Pepper?: e veniamo alla follia e alle droghe. Anton Newcombe e i suoi adepti decidono per l’occasione di far collidere la psichedelia con le schegge impazzite del post punk e soprattutto dell’industrial alla Throbbing Gristle/Foetus. Viaggi sonori ipercinetici. Dite che mi hanno fregato omaggiando il giro di She’s Lost Control dei Joy Division? Può darsi. Brano scelto: One

11. Broken Social Scene – Forgiveness Rock Music: quando tutto sembrava perduto per la grande famiglia canadese, dispersa in una miriade di progetti paralleli e dischi solisti, ci giunge fra le mani questo piccolo capolavoro di esperienza e classe frutto di una band che vista dal vivo continua ad aggiungere piccoli mattoni per la causa su chi verrà ricordato di questi anni come fulcro della scena indiefolk. Brano scelto: Meet Me In The Basement

12. Liars – Sisterworld: ho come l’impressione che abbiano pagato il processo di “normalizzazione” che si è portato dietro un lavoro come questo. Come se dovessero sempre fare i pazzi e gli straniti a tutti i costi. A me invece questo Sisterworld è piaciuto fin da subito e non scende per niente. Che poi di cose alla Liars è pieno tipo… Brano scelto: Scarecrow On A Killer Slant

13. Spectres – Last Days: è più forte di me. Non ricordo bene come mi sono imbattuto in questo disco di un gruppo semisconosciuto come gli Spectres di cui si fatica pure a capire da dove provengono. Di sicuro provengono dagli early eighties di Killing Joke, Christian Death, Wipers, Sound e compagnia cantante. Un disco del 1982 pubblicato oggi. Solo per maniaci del periodo. Brano scelto: Time Is Out

14. Women – Public Strain: e questo chiude il triangolo con Deerhunter e Autolux. Public Strain a differenza degli altri due sfrutta un approccio più lo-fi e sperimentalistico indovinando anche qualche brano memorabile. Sono post-unsaccodicose. E mi hanno ricordato i Polvo e gli Slint, scusate se è poco. Peccato che sia saltato il tour europeo. Brano scelto: Locust Valley

15. Les Savy Fav – Root For Ruin: ormai vanno col pilota automatico. Quasi in silenzio esce il nuovo Les Savy Fav che ricalca in tutto e per tutto il suono dei Les Savy Fav. Nessuna sorpresa e solo tantissime conferme in una formula che partendo dalla furia chitarristica del postpunk si trasforma nelle loro mani in anthem danzerecci e mai banali. Brano scelto: High And Unhinged (solo perchè non ho trovato la “sonica” Poltergeist che è la meno LSF)

16. Spoon – Transference: e come si fa a non mettere in classifica un album degli Spoon dopo averlo ascoltato? Certo ormai anche loro vanno col pilota automatico ma veramente in pochi hanno la scrittura cristallina di questi ragazzi cresciuti a pane e Beatles. Credo che sia proprio la loro eccessiva pulizia a conquistarmi. Brano scelto: Written In Reverse

17. Disappears – Lux: Esordio fulminante. Disco che sprigiona grosse dosi di rock psych, distorto e anche un poco kraut. Si infilano a metà strada fra cose tipo Black Angels o Warlocks e strutture ritmiche più marziali e dritte. Se ve lo siete dimenticato e le coordinate descritte vi interessano, non aggiungo altro. Solo un paio di brani scelti: Magics e Not Nothing

18. Owen Pallett – Heartland: si, ok, a me piace il violino e quindi parte avvantaggiato ma il ragazzo ha una marcia in più. Non nascondo che il doppio live annuale ha giocato a suo grandissimo favore ma quando si autocampiona quelle dieci undici volte diventa devastante quello che arriva alle orecchie. Aphex Twin col violino. Brano scelto: E Is For Estranged

19. The Black Angels – Phosphene Dream: e via di nuovo con gli acidi. Qualcosa meno dell’ultima volta, diciamo una scrittura più orientata verso la forma canzone pop a cavallo tra i sixties e i primi seventies, meno circolari e più diretti e a fuoco. Hard-rock psichedelico con l’oscurità Velvettiana a fare da sfondo e Nico musa ispiratrice. Brano scelto: Entrance Song

20. Trans Am – Thing: gruppo sempre poco osannato che ormai va avanti da buoni 15 anni. Tornano con un solidissimo hard-rock pieno di synth e pulsazioni elettroniche. Fa da spartiacque secondo me il sopportare o meno l’uso del vocoder. Io lo sopporto, anzi non ci trovo niente di male. Solito disco-modernariato. Brano scelto: Black Matter

Annata direi molto più che positiva se penso che non ho menzionato, e lo faccio ora, diversi dischi che potevano far parte della top, penso a National, These New Puritans, Pontiak, No Age, Quasi, Blank Dogs, Soft Pack e sicuro ne sto dimenticando qualcuno. Delusione dell’anno i Blonde Redhead (sarebbe stato troppo facile dire Interpol…).


The “Serie A 2010/11″ Guide (parte ultima)

Ed eccoci alla seconda parte della “gaid”.
Nel frattempo si è svolta la famosa asta live del fantacalcio. Colas ha preso Cassano, Giorgio Borriello e io Pato. Ibra no perchè son successe cose inenarrabili. Come siamo prevedibili.

Juventus: R I N A U D O.
(Potrebbe sorprendere tutti e piazzarsi in alto. Oppure fallire di nuovo. Lo so, sono democristiano). (Colas)

Lazio: Er Profeta è giunto. L’inossidabile Lotito ha regalato alla piazza biancoceleste il brasiliano Hernanes dal San Paolo conosciuto anche con l’appellativo di cui sopra. Per il suo predicare calcio in mezzo al campo o per la sua devozione evangelica? Entrambe le cose rimandano ad un certo Kakà. I numeri ce li ha sicuramente e sarà curioso capire come Reja lo inserirà visto che c’è Matuzalem e Ledesma alla fine è rimasto. L’attacco potrà contare su Floccari da inizio stagione. Solo la difesa mi sembra scarsa. Per il pronostico si va dalla salvezza tranquilla ai limiti dell’Europa League. (PistaKulfi)

Lecce: Chevanton Jeda e veramente pochissimo altro. O tirano fuori almeno 15 gol a testa o parliamo della prima candidata alla retrocessione. L’allenatore (De Canio) è uno di quelli che si fa promotore della retrocessione alla terza intervista al ritmo di c’agg’a fà. Almeno giocano (e perdono) il derby. (Giorgiop)

Milan: Potere della politica. Si è passati dall’essere i ridicoli della serie A a favoriti, perchè tutti dicono Inter e pensano Milan, nel giro di una sola settimana. Da un altro punto di vista verrebbe da dire che nonostante tutto il Milan rimane la squadra con più appeal in Italia con buona pace dei cugini. Ma la verità è un’altra. Comunque c’è Ibrahimovic ed erano anni che non c’era una prima punta di questa levatura che può farsi carico del reparto. In più c’è Robinho che mi sa tanto di “Dinho a gennaio o a fine stagione saluta per gli States”. Davanti, con Pato integro che farà una stagione da iradiddio, ci siamo. Anche se avrei tenuto almeno Huntelaar ma bisognava fare cassa e poi – fateci caso – di tutti questi movimenti è stato l’unico in cui forse è circolato veramente del denaro. Per il resto un ex galeotto in mezzo e dei buoni comprimari dietro. Come dire San Dronesta facci la grazia di un’altra stagione. Ce la possiamo fare. Il governo cadrà. Dai che ce la facciamo.
P.S. : grazie Gianfrà. (PistaKulfi)

Napoli: Io non sono convintissimo di Mazzarri, voglio dire, è uno che parte bene, crea entusiasmo e poi si affloscia. Per inciso ha litigato e messo in discussione mezza rosa, almeno i capisaldi, vedi Quagliarella. Son convinto che Cavani Lavezzi sia una coppia molto sterile e che per segnare si farà fatica. Altra annata Hamsik e pochissimo altro. Che poi sta storia di Hamsik prima o poi dovrà finire che diventerà come De Rossi e quindi invendibile. Facciamo che speriamo tutti in un veloce fallimento ed in una, populistica ai massimi livelli, chiamata del Pibe de Oro? (Giorgiop)

Palermo: La partenza di Cavani non è uno scherzetto e tutti parlano della possibile rivelazione Hernandez. Ma io invece non sottovaluterei l’arrivo di BigMac Maccarone che mi sembra formare una coppia meglio assortita con Miccoli titolare inamovibile. A meno che Miccoli non sia poi così titolare. Le chiavi le hanno sempre Liverani e Pastore che si è un talentoincredibilechesembrakakaappenaarrivato ma stiamo ancora aspettando. Perso Kjaer direzione Wolfsburg (ma Zamparini ogni tot deve vendere un difensore rosanero ai fabbricanti di wolkswagen?) mi gioco la faccia con la rivelazione del torneo fra i difensori. Ezequiel Munoz argentino classe 1990. Se Zamparini non rompe il cazzo e lascia lavorare il buon Delio Rossi se la giocano con Napoli e Juve per il quarto posto. (PistaKulfi)

Parma: Gherardi è un grande. L’incrocio perfetto tra il cuoco Vissani  e l’Orso Yoghi (in serbo Милош Красић), ha rinforzato la squadra nel miglior modo possibile – Giovinco, ovviamente, ma anche Candreva – e affidato il tutto a uno dei migliori allenatori del nostro campionato. Con lui Bojinov, che poi sarebbe Božinov (in bulgaro Валери Eмилов Божинов) è destinato a una stagione da doppia cifra, dal canto mio spero sempre in Paloschi (abbiamo vinto insieme cinque scudetti a Football Manager, siamo affezionati). Europa league, dai. (Colas)

Roma: Mi sento di dire che una profondità del genere neanche l’anno dello scudetto. L’anno scorso qualche fenomeno disse che la Roma era Totti e basta, da queste parti, beh la Roma ha perso lo scudetto nel momento in cui è tornato il capitano, a buon cuore dello sventurato che commentò. La nuova stella è Menez, l’innesto di Borriello è fondamentale e garantirà nessun rilassamento a Vucinic e appunto Totti. Nessun allenatore ha vinto uno scudetto quest’anno. Vedo Ranieri avvantaggiato. E incrocio le dita. (Giorgiop)

Sampdoria: chi doveva rimanere è rimasto, l’eliminazione dalla Champions League potrebbe avere segnato in negativo il morale del gruppo, ma non ci credo. Sulla carta la squadra è buona, rodata e con un paio di calciatori destinati a far bene (tra l’altro qui l’anno scorso è stato scritto che Guberti era un giocatore da Serie B… TOH!). Poi ci soni i tre dell’Ave Maria: quelli che tutta la Serie A voleva che invece non si sono mossi. Alla faccia di tutti quelli che pensavano a un ritorno in pista della Sampdoria supermarket di Mantovani-junior. Col cazzo. Questo comunicato è una roba che fa quasi voler bene a chi l’ha scritto. Pazzini sembra essere in stadio di grazia. Antonio - tanti auguri, babbo – è lo spettacolo di sempre, tanto in campo quanto fuori. Ribadire la stagione passata sarebbe un miracolo, e io ai miracoli ci credo. E sono orgoglioso di tifare questa squadra sì. Andrà come andrà, ma ci credo. (Colas)

Udinese: intanto si sono liberati di Pepe. Che non mi sembra una cosa da poco. Alexis Sanchez ora o mai più. Voglio vederlo folleggiare. Totò Di Natale sempre più bandiera e mito assoluto ormai, in quanto promotore ufficiale della campagna “ANCHE TE DI’ NO ALLA JUVE”. Sono curioso di capire chi sarà la punta centrale perchè io non sottovaluterei “El Tanque” Denis al posto di Floro Flores che non ha mai convinto appieno. E’ arrivato Candreva * e una serie di personaggi sconosciuti da ogni angolo del pianeta. Ma chi è pronto a scommettere che non ci sia un talento fra questi? Ci hanno abituato bene. Guidolin è a doppio taglio. Ogni tanto fa miracoli, altri anni invece trasmette tutta la sua gioia alla squadra e arrivederci. Insomma. Metà classifica. (PistaKulfi)

That’s all folks. Buon campionato a tutti ma soprattutto Интер срање.

* si, era tornato all’Udinese con cui ha svolto gran parte della preparazione estiva ma poi è passato al Parma in prestito con diritto di riscatto. Oppure è il fratello gemello. Refuso mio. Sorry.


The “Serie A 2010/11″ Guide (prima parte)

Il campionato è già ricominciato.

E’ il primo anno D.M. (ovvero Dopo-Mou). Siamo già tutti orfani dello Specialone? Tifosi e avversari sono rimasti soli senza la verve del miglior allenatore sulla faccia della terra. Cribbio se mi stavi sul cazzo però.

E’ l’anno in cui siamo anche orfani del compagno rossone… ehm Balotelli. Il più grande talento italiano è andato a Manchester a distruggere automobili e certezze di una Premier che lo incoronerà. Impazziranno da quelle parti. I Gallagher rimetteranno su gli Oasis e scriveranno un concept su di lui intitolato Standing on the Shoulders of Mario.

E’ l’anno del prestito-con-diritto-di-riscatto-che-però-è-un-obbligo-e-quindi-te-lo-pago-dopo-che-mo-non-ho-una-lira che ha finito per rivoluzionare gli equilibri della serie A tutta nel giro di pochi giorni. Ho un amico che è partito il 20 agosto. L’ho rivisto il primo settembre con in mano la Gazzetta e pensava fosse uno scherzo ben fatto.

E’ l’anno in cui forse (mia sensazione) ricominciamo ad avere un campionato più interessante e avvincente e il mondo riprenderà a guardarci con occhi diversi. Stavamo per finire sul livello Ligue1.

Qualche sera fa ci siamo visti per un aperitivo e per buttare giù un fantacalcio con asta live.
Pk “ma quest’anno neanche il post di presentazione della Serie A?
Gp “ma se te l’ho scritto via mail e non mi hai cagato
Pk “uh… sai com’è? agosto…
Gp “dai facciamolo, vuoi partecipare anche te?
Cls “certo, però mi date la Samp

e quindi eccolo qua. Il post di presentazione della Serie A 2010/11 a sei mani. Il primo di due parti con un ospite d’eccezione.
Colas: in serbo Владе Дивац

Bari: Se Milano avesse lu mare, sarebbe una piccola Bari. Dice il saggio. La banda Ventura è chiamata ad assolvere il compito più difficile: riconfermarsi. Le carte in regola ci sono: il gruppo è rimasto più o meno lo stesso, per ogni pezzo pregiato venduto (Bonucci, Ranocchia…) sono arrivati dei rincalzi dalla prospettiva simile. Il gioco è quello che è: forse il più divertente di tutta la Serie A. Una squadra tutta corsa, fantasia e cime di rapa. Il Foggia di Zeman non è poi così lontano. (Colas)

Bologna: La vedo male. O come direbbe un non dark quantomeno grigia. Hanno iniziato con l’esonero di Colomba perché non in linea con i piani societari (quali di grazia?), un ottimo esordio con l’Inter fa pensare a tutto tranne che a una stagione tranquilla. Dipende tutto, tanto per cambiare, da Di Vaio. Anche perchè intorno c’è Meggiorini e il deserto dei tartari. Poi oh, io spero sempre che Malesani sbotti da un momento all’altro al grido di “non rompetemi i coglioni!!”, quindi almeno in conferenza stampa spettacolo assicurato. (Giorgiop)

Brescia: torna in Serie A dopo 5 stagioni. L’estate ha portato l’esperienza in porta di Matteo Sereni (ironia della sorte ha giocato lo spareggio contro di loro in maglia granata) e la fantasia e i gol di Diamanti (bentornato) e Eder. Eder già, 47 reti in 97 gare con Frosinone ed Empoli nella serie cadetta. Potrebbe essere il Barreto di quest’anno e formare con Caracciolo una coppia letale e ben assortita. Forse un pò carenti in difesa, è arrivato Zebina e pure rotto. Iachini è uno in gamba e poi sono passati di qui Mazzone e Baggio quindi simpatia sempre. Lotteranno e secondo me si salveranno. (PistaKulfi)

Cagliari: Con Bisoli siamo tornati a fasti Mazzoniani, aspettatevi comunque l’ennesima grande scelta tecnica di Cellino. L’impianto é da euro league a mani basse, Biondini, Cossu e davanti Acquafresca, Matri e Nenè cambio è quasi da 6o posto. Se reggono creeranno parecchie rogne. Io la butto lì, sorpresa del campionato e 5a posizione, sopra la Juve. E Cellino che si ubriaca e riporta Tabarez in panchina e compra Forlan. Poi gli comprano Furlan magari ma questa è un’altra storia. (Giorgiop)

Catania: allora. E’ la squadra dello scorso anno senza Martinez, che comunque non era colonna portante visti i frequenti infortuni. Rimane legata sempre più al talento di Mascara e Ricchiuti che avrà forse più spazio proprio per la partenza di Martinez. Messa così la darei per spacciata per mancanza di stimoli. Ma. Giampaolo è la vera novità del Catania. Sfortunatissimo finora in carriera (Cellino e un Siena inguardabile) può provare a fare il miracolo e se ci riesce è un grande. (PistaKulfi)

Cesena: Bisoli non c’è, è andato via. Bisoli non è più cosa mia. Il Cesena però potrebbe fare un campionato da squadra rivelazione. Sul mercato si sono mossi benissimo: Jimenez è chiamato a un ruolo da protagonista, e sarebbe anche ora. Altrimenti rimarrà per sempre un calciatore dai capelli strani, i piedi buoni, la moglie figa e poco altro. Io un po’ ci scommetto, anche se sogno di vederlo in Serie A con la Ternana. E poi c’è lui, la certezza, un potenziale idolo totale: NAGATOMO. Si salvano. (Colas)

Chievo: Altra formazione rimasta praticamente invariata se non per il cambio Bogdani via – Moscardelli dentro, che secondo me cambia di pochissimo il succo della storia. Ah e mancherà la colonna centrale Yepes. Pellissier-dipendenti praticamente. Come per il Catania non vedo grosse motivazioni e come per il Catania c’è il cambio al timone con l’arrivo di Stefano Pioli che bene ha fatto col Sassuolo ma secondo me “nun je la pò fa”. Retrocessione. (PistaKulfi)

Fiorentina: Siniša Mihajlović (in serbo Синиша Михајловић) ha la cazzimma giusta per una buona carriera d’allenatore, anche se di certo non avrà vita facile. La città scalpita e non è disposta ad affrontare un ridimensionamento. Doveva essere l’anno di Jovetic e in qualche modo lo è, visto che si trova ad affrontare un infortunio che potrebbe bloccarlo per sempre. Qui lo si ama in maniera sconsiderata e quando supererà la “sindrome di Aquilani” sicuramente riuscirà a lasciare un segno (lo scrivo più per scaramanzia che per altro), certo è che guardare l’attacco e trovarci ancora Adrian “Pippavo perché il cazzo non mi tirava più” Mutu spaventa un pochino. D’Agostino dovrebbe rilanciarsi, Adem Ljajić – in serbo Адем Љајић – finirà per rubare il posto a qualche suo collega più blasonato. Europa league, ma molto a fatica. (Colas)

Genoa: ogni estate vincono a mani basse la gara del calciomercato. Preziosi compra giocatori con la stessa frequenza con cui sbaglia i congiuntivi. Il Genoa gioca bene, diverte, e poi ogni anno finisce che non combina un cazzaccio. Ma il corso della storia sembra destinato a cambiare: Miguel Veloso è un giocatorone – anni e anni di Football Manager me lo hanno insegnato – Rafinha e Zuculini – se non si fa espellere una settimana sì e una no – potrebbero essere due colpi non da poco. Vinceranno lo scudetto con dieci punti di distacco sull’Inter. (Colas)

Inter: Sono e rimangono i più forti. Non pensate a stravolgimenti che non ci saranno, Coutinho è arrivato per farsi le ossa e non credo vedrà minuti importanti. Si prova l’assetto degli ultimi mesi del triplete, ma se Eto’o vuole stare più avanti e Milito non si fa il culo ciclopico della scorsa stagione qualcosa potrebbe ingripparsi. Ah Benitez non è Mourinho, e si vede direte voi. La squadra magari giocherà di più ma immaginarla anche cinica come il 2010 sembra impossibile. Poi magari lo fanno ma secondo me c’è una fila lunga tipo la coda all’Esselunga di sabato per fare il gesto dell’ombrello a Moratti. (Giorgiop)


Growing in the suburbs

E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.

Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.

Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.

Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.

Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.

Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.

A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.


Welcome to the global community of soccer

In questi giorni di Mondiali di Calcio c’è una storia che più di tutte mi preme sottolineare.

L’idiosincrasia fra lo sport americano e quello del resto del mondo è cosa notissima. Quelli di squadra intendo. A loro piacciono sport come il football americano, il baseball, l’hockey e l’NBA certo. L’unica che può avere un corrispettivo anche in Europa e nel resto del mondo in fatto di seguito, passione e livello di campionati. Anche se poi anche l’NBA è quasi un altro sport. Io per esempio la seguo e seguo pochissimo o niente il basket nostrano. Questo nel tempo ha portato alla definizione di “sport americani” per intendere quelli sopra citati sia nell’ambito della comunicazione (vedi riviste e programmi televisivi) sia negli appassionati che difendono a spada tratta la propria passione. Sia da un lato che dall’altro.

Ci hanno provato, organizzando l’edizione del 1994 dei mondiali di calcio, ad importare presso il grande pubblico questo noioso sport “che si gioca con i piedi”, ma i risultati non furono soddisfacenti. E anche il campionato professionistico statunitense non decolla. L’interesse rimane scarso e si riduce nel tentativo di portare da quelle parti qualche ex-stella europea come Beckham.

Però io penso che se una cosa ha un suo valore, grande o piccolo che sia, se lo ha, prima o poi ti ci ritrovi a dover fare i conti.

Agli statunitensi forse serviva di ritrovarsi nella condizione per cui, dopo averle provate tutte per 90 minuti contro l’Algeria, in un attimo passassero dall’eliminazione alla vittoria del girone nel quale si trova tra l’altro la nazionale che li ha colonizzati. L’attimo in cui, quando si gonfia la rete, vengono fuori quegli istinti primordiali senza che ci sia una pubblicità da mandare in onda.

Solo passione e gioia. Ho avuto quasi le lacrime vedendo questo video. E’ commovente.


Men in the box

Il live degli Alice in Chains ovvero come vincere una sfida apparentemente impossibile.
Questa serata parte da molto lontano. Parte da quando lessi per la prima volta la notizia che Jerry Cantrell, Mike Inez e Sean Kinney avevano deciso di tornare in pista, prima alternando alla voce ospiti illustri poi avvalendosi definitivamente di tale William Duvall per sostituire lo voce più tormentata e sofferta di tutta l’epopea grunge, l’inarrivabile Layne Staley.
Cosa che non mi fece che pensare ad imprecazioni e insulti. Se Kurt Cobain è stata l’icona indiscussa per fama, importanza e uscita di scena, Layne ha rappresentato il contraltare oscuro, l’immagine pura della sofferenza e del disagio. La solita infanzia difficile, i problemi con l’eroina, la difficoltà di presentarsi in pubblico che causarono due tour ridottissimi a seguito di due dischi CLAMOROSI come Dirt e l’omonimo, co-autore del disco che in definitiva sancisce la fine di quell’era, lo splendido Above del supergruppo Mad Season, la morte prematura dell’unico amore della sua vita, l’eremitaggio nella sua casa di Seattle conclusosi nell’aprile del 2002 ritrovato a due settimane dal decesso ucciso da una dose letale di speedball, solo, abbandonato e dimenticato. L’immagine della sconfitta.

Questa serata prosegue un anno fa in un negozio di dischi di Roma. Mentre sono intento a cercare chissà cosa facendo roteare indice e medio sui bordi di inutili cd parte un brano diffondendosi prepotente dall’impianto. Le dita smettono di roteare e la testa si alza ad altezza primo piano. Questa è la chitarra di Cantrell… l’ha fatto. Ha fatto un nuovo disco a nome Alice In Chains mentre Layne marcisce sottoterra. Rimango in attesa di elaborare improperi vari e invece rimango fermo ipnotizzato. Il commesso che conosco da tempo nota il mio stand-by e passandomi alle spalle butta lì un “guarda che è un album che merita… sentitelo”. Passo il resto del pomeriggio nel negozio con le cuffie ad ammettere che si, merita eccome, Jerry ha scritto l’album che sarebbe dovuto uscire nel 97-98 se solo non… etc etc.

Questa serata prende forma il pomeriggio del 10 giugno 2010 a poche ore dal concerto degli Alice in Chains all’Atlantico di Roma quando varco l’ingresso del negozio delle prevendite live sotto casa mia. Ci vado e vediamo. Forse non sarà uno sbaglio.

Entro nella sala contemporaneamente a loro sul palco e parte It Ain’t Like That. Il locale non è pieno, lo è il giusto e lasciatemi dire che c’è chi ci doveva essere, nessun avventore inutile, c’era chi per un certo periodo di tempo si è fatto lacerare l’anima dalla loro musica e dai loro testi ed è stato privato di questo rito collettivo.

Non è stato il live degli Alice In Chains. E’ stato il live del popolo degli Alice In Chains. E non ho cose migliori da offrire per confutare questo che dirvi sudore, lacrime, sorrisi, entusiasmo e la voglia di gridare all’unisono

If. I. Would. Could. You?


Again and again

Ora è anche uscito ufficialmente quindi bando alle ciance.

Gli eremiti della musica pesa, quelli che ormai giocano uno sport tutto loro hanno confezionato l’ennesimo disco della madonna.
Così vedo i Deftones, dopo 15 anni di onoratissima carriera, un inizio da comprimari di quella che era la “big thing” del crossover, i Korn (R.I.P.), una freccia messa con sorpasso a destra e sportellata sulla fiancata a stabilire chi era veramente il gruppo che aveva qualcosa da dire, una serie di album sempre ficcanti con picchi inarrivabili (Around The Fur e White Pony), la passione si per l’hardcore e l’emocore applicato al “nuovo metallo” ma anche una sensibilità difficilmente rintracciabile in un gruppo di ispanici/skaters che provengono da Sacramento, quella per la wave, quel tipo di mood un pò inglese. Facilmente rintracciabile nella miriade di cover e tributi che negli anni hanno dedicato agli Smiths, ai Cocteau Twins, ai Depeche Mode, ai Duran Duran, ai Cure (Chino Moreno disse che l’ascolto di Pornography fu una grossa ispirazione ai tempi del pony bianco…). Una botta tremenda come quella del coma di Chi Cheng, ormai da un anno e mezzo, la sostituzione con Sergio Vega (ex-Quicksand, per riallacciarmi ad un post recente).

Così li vedo i Deftones, fuori dal tempo, come una squadra che continua a giocare benissimo uno sport di cui nessuno conosce più le regole, e di conseguenza come qualcosa di cui hai perso il riferimento di paragone.
L’unico, indiscutibile, è quello strettamente personale. E la consapevolezza che ogni volta che tornano sono pronto ad abbandonare dicendo “grazie mille ragazzi per questi anni” e poi invece spingo play e come 15 anni fà mi arrendo all’evidenza. E il pensiero diventa “ma quanto cazzo era bello quello sport”.

Ahò… è pure dimagrito.

Questo è un bonus perchè mi sono infoiato col discorso delle cover ed è la più oscura ed incredibile.


A place to play rock

Se siete di Roma o vorreste fare un salto da queste parti stasera, all’Init Club, suona uno dei gruppi più dirty rock ‘n roll del momento.

A Place To Bury Strangers. Noise, wave, shoegaze e volumi elevatissimi. La solita roba insomma. Ma fighissima.


PistaKulfi’s records in this strange year

Volevo fare tutto un discorso per parlare dei “miei” dischi preferiti tutausenennain, quelli che hanno accompagnato questi mesi nella cattiva e nella buona sorte, con la pioggia e con il sole, anche perchè volevo evitare di mettermi a dare i numeri.

E invece alla fine più per necessità che per voglia, vi beccate la classica numerazione e la classica lista, che tanto sapete di cosa si tratta.
Dei dischi intendo. Lo dico prima. Quelli che non appaiono è perchè non li ho sentiti oppure perchè non mi sono piaciuti abbastanza.

1# Crippled Black Phoenix – The Resurrectionists/Night Raider : multigruppo con dentro Aitchison dei Mogwai. Ballate senza tempo su base pinkfloydiana che oscillano tra il folk e il doom.

2# A Place To Bury Strangers – Exploding Head : Oliver Ackermann leader della band costruisce e vende effetti pedali con la sua Death By Audio. Ma li usa pure e parecchio bene. Noise applicato all’industrial-shoegaze. Una tempesta sonora.

3# The Flaming Lips – Embryonic : era da Soft Bulletin che uno dei gruppi che ho più amato nei ’90 non mi faceva godere così tanto. Un disco di suoni e diavolerie freak con dietro un concept “astrologico”. Qualcuno ne sa qualcosa? Del concept dico…

4# Sonic Youth – The Eternal : oh ci ho provato a resistere ma niente… alla fine li ho piazzati ai piedi del podio. Manco fosse l’ennesimo capolavoro di una band in giro da più di 25 anni…

5# The Horrors – Primary Colours : qua invece ho resistito. O meglio ho cercato di essere più realista su un disco che sentito live non ha soddisfatto come doveva. Per mesi ho creduto fosse l’album del 2009. Comunque… complimenti!

6# Blank Dogs – Under And Under : Mike Sniper stavolta ha voluto far sapere che adora il post-punk. Anche io.

7# The Big Pink – A Brief History Of Love : qualcuno, forse non a torto, crede che spariranno in una bolla di sapone. Certo che un disco così ispirato che strizza l’occhio all’electro e all’indie colto in salsa gaze non può passare inosservato.

8# Editors – In This Light And On This Evening : la marchetta della classifica? Frega un cazzo. Quando uscì il secondo mi sembrò molto più paraculo. Levate Papillon e il suo facile appeal, il resto è gelo “che scalda”.

9# Animal Collective – Merriweather Post Pavillion : e quindi? Grandissimo disco. Punto.

10# Fever Ray – Fever Ray : Karin al top. Elettronico ma allo stesso tempo così poco artificiale. Druidico quasi.

11# The Phantom Band – Checkmate Savage : da Glasgow canzoni trasversali ed oblique. Secondo me troppo inosservati.

12# Zu – Carboniferous : mai sentiti degli Zu a questi livelli. Qualcuno ricorda l’Apolo a Barcellona?

13# De Rosa – Prevention : compagni di Phantom Band. Più classici. Ogni brano un gioiello.

14# Screen Vinyl Image – Interceptors : Kevin Shields elettroacido. Questi spariranno veramente in una bolla di sapone. Magari no.

15# Il Teatro degli Orrori – A Sangue Freddo : riescono a trovare nuove soluzioni al cantautorato hardcore del primo album. E vincono.

16# Polvo – In Prism : per la serie “a volte i grandi ritornano”. Questo disco l’ho visto come una grazia dal cielo.

17# The Pains Of Being Pure At Heart – S/t : senza essere troppo trionfalistici però va riconosciuto che hanno scritto un “classico”.

18# zZz – Running With The Beast : due olandesoni intrippati con gli anni ’80 e con… Elvis!!!

19# The Black Heart Procession – Six : Ennesima conferma. E’ che li sento proprio dentro.

20# Action Beat – The Noise Band From Bletchley : Outsiders puri. Il titolo dice cosa fanno e da dove vengono. Un bellissimo casino.

Altri dischi che avrebbero meritato ma… (in rigoroso ordine alfabetico che sono stanco di numerare)

Alice In Chains – Black Gives Way To Blue
And You Will Know Us By The Trail Of Dead – The Century Of Self
Arctic Monkeys – Humbug
Bat For Lashes – Two Suns
Crocodiles – Summer Of Hate
Din[A]Tod – Westwerk
Dinosaur Jr. – Farm
The Girls – Yes No Yes No Yes No
Hatcham Social – You Dig The Tunnel, I’ll Hide The Soil
Isis – Wavering Radiant
The Maccabees – Wall Of Arms

Metric – Fantasies
Mission Of Burma – The Speed The Light The Sound
Piano Magic – Ovations
Silversun Pickups – Swoon
Therapy? – Crooked Timber
The Twilight Sad – Forget The Night Ahead
Patrick Wolf – The Bachelor
Yeah Yeah Yeahs – It’s Blitz!


What’s next?

A tutt’oggi mi sento di dire che questo 2009, musicalmente parlando, ha regalato tante soddisfazioni. E sembra proprio che altre ne regalerà. Ci sono diversi album da attendere, così in ordine sparso, il ritorno degli Arctic Monkeys e la loro svolta “desertica” con Josh Homme, il ritorno degli Editors, per me al momento vero gruppo di punta nella categoria rock-arena, la seconda parte del lavoro di Patrick Wolf, il primo – The Bachelor – è un gran disco, per non parlare dell’attesa maggiore, cioè il doppio Embryonic dei Flaming Lips.
Nel mio piccolo attendo con ansia anche Eros dei Deftones dai quali mi aspetto un album molto sofferto, il bassista è ancora in coma, e poi via con Yo La Tengo, Built to Spill e gli Spoon di cui ha parlato Giorgiop… a quanto pare sono in studio pure Arcade Fire e Broken Social Scene ma dubito se ne escano entro l’anno.

Ed ora posso aggiungere altri due nomi.
Uno lo faccio con molto piacere ed è quello dei Black Heart Procession, gruppo da podio nel gotico d’autore. Poche sorprese e molte conferme nell’ascoltare Rats dal nuovo album Six previsto ad ottobre.

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The Black Heart ProcessionRats (Mp3)

Il secondo è invece una grossa sorpresa. Vederli lo scorso anno a Barcellona fu per me una di quelle cose a cui non credi più che invece si realizzano ed ora tornano con un nuovo album a settembre dal titolo In Prism e si può ascoltare in anteprima Beggar’s Bowl. Il più bel segreto dell’indie americano sta tornando. Polvo is back!!!

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PolvoBeggar’s Bowl (Mp3)


Wigs or talents?

Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.

Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

THE HORRORS

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.

Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!


Finally the punk rockers are taking acid

Carissimi… un pò di shoegaze??? Cheppalle! I know, oramai sta parola è abusata quanto Berlusconi e Michael Jackson.
La butto lì subito così mi tolgo il pensiero. Però a dirla tutta in questo caso specifico si tratta di gaze trattata con l’acido.
Come dei My Bloody Valentine sintetici. Loro si chiamano Screen Vinyl Image e provengono da Washington DC.
Elettrosynth-gaze. Di meglio non mi viene. Shields incatenato dai Suicide e costretto a scrivere per loro. I primi timidi accenni arrivano lo scorso anno con un paio di dodici pollici. Il primo, Ceremony, gira molto attorno alle chitarre stile J&MC, suono pastosissimo e voce eighities. Col successivo omonimo cominciano a virare il sound verso quei lidi spaziali e acidi che saranno ingrediente principale del debutto sulla lunga distanza. Debutto che arriva qualche mese fa per la Safranin Sound col nome di Interceptors.

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L’apertura di Syntethic Apparition, che funge semplicemente da intro, sembra il prologo ad un viaggio nell’iperspazio con la sua atmosfera da 2001:Odissea nello spazio. Già dalla successiva Cathode Ray i ritmi si fanno ossessivi e ripetitivi e si viene catapultati nella più classica delle dancefloor elettrodark. In verità un pò cafone questo pezzo, ma la classe dei quattro è dietro l’angolo ed arriva con Slipping Away e Fever che rappresentano al meglio ciò che esplicavo sopra, cioè l’arte di guardarsi le scarpe, ma attraverso degli occhi a raggi laser.
Ma c’è dell’altro. Per esempio un paio di pezzi d’atmosfera SisterOfMercy-esque come Asteroid Exile o la favolosissima Until the End of Time.
Oppure la commistione con sonorità dub/trip-hop che possiamo constatare con Lost in Repeat.
Ciò che riesce a convincere pienamente è l’abilità nell’amalgamare l’eredità del lato oscuro dei soliti anni 80 con suoni noise ed industriali.
Comunque ho come l’impressione che non ne sentiremo più parlare… purtroppo.

Screen Vinyl ImageFever (Mp3)
Screen Vinyl ImageUntil the End of Time (Mp3)


Vedere i Faith No More non ha prezzo. Per tutto il resto…

Metti una macchina, anzi due, e nove amici. Partenza da Roma a metà mattinata. Una delle macchine è la mia. Vuoi mettere quanto si risparmia. E’ pure diesel. Programma rispettato con soste sull’A1. Tutto procede per il meglio. Finalmente vedrò i Faith No More. Dopo quasi 20 anni di attesa. Chissenefrega se prima ci saranno tutta una serie di gruppi poco significativi. Chissenefrega dei Limp Bizkit. Anzi, sono curioso di vederli. Chissenefrega se hanno spostato la location dall’Idroscalo al PalaSharp.
“L’auto fila via liscia carezzata dal vento che è biscia e morbido striscia sulle lamiere madide al sole giallo di guai”… Piacenza sud messa alle spalle. Improvvisamente capisco che qualcosa non va. Accosto. Il cruscotto è pieno di luci accese manco fosse un albero di Natale. Manca l’acqua. Panico. I primi timidi tentativi ci fanno capire che da qualche parte c’è una perdita. Avrò fuso qualcosa. Non c’è altra soluzione che chiamare l’Aci. E qui inizia l’odissea. Ci dividiamo. Ci rivedremo molto più tardi. Io e i Fedelissimi ci facciamo trainare fuori dal fratello di Mihajlovic fino ad un’officina di Piacenza. Peccato sia domenica e non aprirà prima dell’indomani. Non abbiamo molta scelta. Di corsa alla stazione per prendere il primo treno per Milano. Trovare un albergo e il modo di raggiungere il PalaSharp con la metro. Tutto ciò ci fa arrivare sul posto mentre i Bizkit rientrano per i bis. Che saranno Behind blue eyes degli Who e il pezzo che faceva da colonna sonora alle acrobazie di Tom Cruise. Vedere due pezzi così mentre ti godi la vista della folla che poga è forse il miglior modo per apprezzarli live.
Poi è solo attesa per i FNM. Il palco prende le sembianze del Maurizio Costanzo Show con i drapponi rossi stile teatro. Ed improvvisamente uno dei gruppi che più ho amato mi si materializza davanti.

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Il Patton avevo già avuto modo di vederlo con i Mr. Bungle e la fiducia che riponevo in lui è stata ampiamente spazzata via. Farà un concerto ben oltre quello che giustamente mi aspettavo. Entra elegantissimo vestito da crooner col bastone. Capello impomatato. Il primo pezzo è una oscura cover dal titolo profetico “Reunited”. Poi si comincia a fare sul serio. The Real Thing e From Out of Nowhere e mi sembra di impazzire. Land of Sunshine e Caffeine, queste me le aspettavo di meno. Ed è perciò ancora più bello. Capisco dopo pochi minuti che non mi interessa quali pezzi faranno, tale è l’entusiasmo e il livello che i cinque ci stanno mettendo. Evidence viene trasformata in italiano “sembro Eros Ramazzotti”. Surprise you’re Dead fa venire giù il PalaSharp. C’è anche il tempo per una riuscitissima cover di Lady Gaga, Poker Face, per le imprescindibili Midlife Crisis ed Epic, per l’accoglienza elevata riservata anche ai pezzi dell’ultimo album, una trascinante Ashes to Ashes e la magica Stripsearch con l’intro di Chariots of Fire, fino alla conclusione di We Care a Lot… e ci crediamo.
Mai reunion, tra quelle che ho visto, è stata più convincente di questa. Sono venuti a rivendicare ciò che spetta loro, uno dei gruppi fondamentali per il crossover, genere dalla vita tanto breve e funesta. E il suonare dopo i Limp Bizkit che hanno portato quel discorso al ridicolo mi sembra il cerchio che si chiude.
Il Generale Patton ha guidato i suoi in maniera impeccabile. I Faith No More suonano alla grandissima, e per niente datati. Lui è senza ombra di dubbio il più talentuoso singer dal vivo che io abbia mai visto. Ed è proprio quello che manca alle generazioni di band attuali. Mancano i cantanti, i performers, coloro che ti prendono un buon concerto e lo portano all’apice. La sua ottima confidenza con la nostra lingua ha generato le seguenti chicche:
“Buonasera… è bello essere qui in Sicilia… a Milazzo!!!”
Dov’è finito il mio batterista? Segaiolo di merda!
“Sono troppo vecchio per queste cazzate!”
FENOMENALI.
Si esce dal Palasharp stanchi ed emozionati… dove ho parcheggiato la macchina? Oh no…

P.S. lo so che è quasi impossibile vederli tutti ma i link ai video meritano sia per capire di cosa si è trattato sia perchè sono di qualità molto elevata. Epic e Stripsearch in particolare. Qui altri brevi estratti… The Gentle Art of Making EnemiesEasyBe Aggressive

P.P.S. si era rotto un tubo sotto il collettore… (boh io non ci capisco nulla) la macchina sono tornato a recuperarla il fine settimana successivo, dopo aver discusso a lungo il lunedi mattina. Ma non c’è stato niente da fare. Siamo dovuti tornare con la mitica Freccia del Sud, il treno che parte da Milano ed arriva ad Agrigento.
A Patton questo viaggio sarebbe piaciuto molto.


The dark side of PrimaveraSound2009

Mercoledì 27 maggio:
Erano quattro mesi (ovvero da quando abbiamo organizzato la trasferta catalana) che seguivo con trasporto e attenzione le gesta di Leo Messi e compagni in Champions League. Trovarsi a Barcellona questa sera non poteva essere più entusiasmante. Mescolati ai tifosi blaugrana, uniti dalla voglia di fare festa e di sbeffeggiare il nostro leader di governo colto a più riprese nell’atto di dormire in tribuna autorità (cosa che a quanto pare la RAI ha evitato di diffondere…).
Il tragitto che ci porta all’Apolo Club per la serata pre-festival diventa il nostro modo di festeggiare la coppa in un ideale scorta molto chiassosa offerta dagli indigeni.
E lì ci attende senza ancora saperlo (ma un pò lo sapevamo…) uno dei momenti più alti dell’intera trasferta.
L’accoppiata Dalek/Zu ci regala un paio d’ore clamorose. L’industrial hip hop di Dalek sarà per me una gradevolissima sorpresa e la discesa dei tre romani darà il colpo di grazia. Avrebbero meritato un posto al sole (cioè al Forum… magari sul palco ATP) ma va benissimo lo stesso. Pura poesia “fisica”. Come essere romantici anche sei stai facendo sesso estremo. Campioni di Zuropa.

Giovedì 28 maggio:
Ed eccoci finalmente a varcare la soglia del festival. L’interminabile fila per accaparrarsi i biglietti atti alla consumazione della bevanda ufficiale del Primavera, la Clara, fa si che i primi concerti vengano seguiti parzialmente e se nel primo caso, quello degli Women di cui riesco solo a vedere l’inizio, la cosa non dispiace poi così tanto, nel secondo ovvero gli Spectrum di cui perdo gran parte, dispiace parecchio. Peter Kember aka Sonic Boom per quel poco che riesco a sentire vincerà il duello a distanza con Pierce e gli Spiritualized in programma il giorno dopo.
Il primo concerto “completo” diventa quindi quello dei redivivi Vaselines per il quale nutrivo una curiosità pazzesca.
Il Rockdeluxe si conferma non ottimale in termini di resa acustica ma riescono a tenermi incollato per tutta la durata e attendo, ripagato, You think you’re a man. La soddisfazione per i ritornelli pop dei Vaselines mi farà perdere l’esibizione dei Lightning Bolt che a detta dei miei compagni d’avventura sarà memorabile ed io passerò il resto della trasferta come quello che “non ha visto i Lightning Bolt”. Cose che capitano.
Altra bellissima esibizione fra le migliori di tutto il festival sarà poi quella degli Yo La Tengo fra distorsioni noise e carezze pop ed una padronanza tale da renderli ormai dei classici.
Poco dopo mi avvio verso il palco ATP, o meglio verso la reunion forse più significativa del festival, quella dei Jesus Lizard. Il post-hardcore dei Lizard di inizio anni 90 è sinceramente un passaggio fondamentale nella musica rock alternativa e per tutto quello che poi ne scaturirà. Sono la versione selvaggia dei Fugazi e David Yow un pazzo scatenato animale da palco. Fulminanti.
Mi metto quindi a vagare ingannando l’attesa dei MBV e rischiando la carie nel passaggio veloce davanti al RockDeluxe dove suonano i Phoenix, mi ritrovo quindi al Pitchfork e mi sparo una buona mezz’ora di The Bug, agitatore elettronico nonchè fondatore della Ninja Tune, bassi dub ritmi industriali, ci vorrebbe la dopa. Non è proprio il mio genere ma spacca.
Sua Loquacità Kevin Shields ci attende all’Estrella. La prima volta non si scorda mai e stasera a meno di un anno da Oslo dove li vidi per la prima volta, l’effetto è diverso. I My Bloody Valentine ricalcano in maniera quasi perfetta lo show proposto l’anno scorso ed insomma quello che ha scritto GiorgioP lo sottoscrivo in pieno, tolta appunto l’emozione della prima volta.
Il Vice quest’anno ce lo hanno spostato. Non si trova più a due passi dal mare, sembra un corpo a parte, molto zona industriale nei pressi di villette a schiera. Il Vice sarà un casino quest’anno. Ed al Vice mi precipito per The Horrors Picture Show, che alla fine tragico lo è stato veramente. Cazzo, hanno in canna un album clamoroso, e finiscono col litigare con la tecnologia. Subito il frontman ha problemi col ritorno credo, e si spazientisce con scene che fanno quasi tenerezza, poi salta la chitarra, il basso a volte sparisce e faccio un plauso al tastierista che su un brano ha la prontezza di sostituirlo con le keys, infine su Sea Within a Sea salta pure la tastiera! Mettiamoci che sono alle primissime date col nuovo materiale… beh rimandati a settembre ma confermo che hanno, per quanto mi riguarda, dei brani favolosi.
La serata termina col resto della compagnia sulle gradinate dell’arena principale dove ci spariamo il finale del set di Aphex Twin e le prime battute di quello di Squarepusher. Richard D. James si conferma la punta di diamante della scena. Squarepusher intriga con la commistione di strumenti “reali” ma la stanchezza e il poco coinvolgimento con la proposta mi fanno raggiungere la zona vivande per il Xurro di fine serata da steccare con gli amici. Per oggi può bastare.

Venerdì 29 maggio:
La seconda giornata inizia al Pitchfork con i Crystal Stilts e il loro mix di Jesus & MaryChain e Joy Division, sulla carta una bomba, nella realtà dei fatti una miccetta. Per fortuna ci pensa Bat For Lashes a tirare su il tono della giornata. Mi affido ai consigli di Giorgio e rimango incantato dalla proposta. E’ la parte solare di Fever Ray. E il suo gothic-pop è affascinante quanto lei. Uno dei migliori live del Primavera.
E’ la volta quindi di Spiritualized. A scanso di equivoci io non ho apprezzato molto l’ultimo disco e non sono un loro grande appassionato. Diciamo che non sono riusciti a farmi cambiare idea, poi pare che abbiano fatto un gran bel concerto ma sti coretti gospel… me la faccio sotto in pratica e scelgo codardamente l’hype.
Hype che in questo caso prende il nome di The Pains Of Being Pure At Heart. Qui vanno fatte diverse considerazioni. L’album è perfetto dal punto di vista formale. Dieci brani, uno più “singolo” dell’altro, roba che ne davi due a testa a cinque altri gruppi e avremmo avuto cinque album di cui parlare. Loro li sparano là tutti insieme come fosse la cosa più semplice del mondo. E funziona. Perchè l’entusiasmo e la partecipazione del pubblico è palese. Il loro alternative pop richiama alla mente quei soliti 2-3 gruppi che appaiono nelle recensioni degli ultimi due anni una volta si e l’altra pure. Insomma tutto ok? Non proprio. Il cantato è scarso, cioè lui pare proprio stonare certe volte. Però va dato atto che scrivono pezzi pop cristallini.
Mi rendo conto dal programma che si va verso un paio d’ore di autogestione pura, della serie “dove cazzo vado?”.
Nei festival basta poco, incroci uno/a e ti fai portare oppure tenti la carta a sorpresa del gruppo che nessuno nomina oppure ti fai consigliare (che poi è la cosa migliore).
Si va giù al Vice per Jason Lytle from Grandaddy. Minchia che posto ‘sto Vice… anche lui è vittima della maledizione. E si che era proprio un gran bel concerto con diversi brani presi dal gruppo madre, ma mentre decido di andare all’ATP Jason getta la spugna e chiude il set in anticipo dopo che aveva già dovuto stoppare una volta l’esecuzione.
Ladies and gentlemen… Sunn O))). Paura eh? Sul palco gli amplificatori ricordano Stonehenge. Arriviamo e scorgo colui che mi farà prendere bene il concerto. Marco Caizzi. E chi non lo conosce è un umpalumpa. Marco suona la chitarra nei Cat Claws ma soprattutto è un maniaco sonoro. A me ricorda Pekish, personaggio di Castelli di Rabbia di Baricco. Uno che suona l’umanofono. Entrano i due, incappucciati, suonano un accordo e fanno salire il braccio in alto a mò di corna metal, avanti così, ripetitivi. Marco li imita e mi fa “la senti l’onda? Come fanno a modularla così?” “ma riffano o dronano?” e lui “riffano droneggiando… sono i Black Sabbath a 2 BPM”. Mitico. Certe cose vanno vissute.
Mentre mi allontano, lentamente pure io a 2 BPM, scorgo ai margini della folla un Jarvis Cocker inebetito al cospetto dei Sunn O))), con lo screensaver attivato.
Mi riunisco alla compagnia per il finale dello show dei Throwing Muses e apprezzo le sonorità ormai paleolitiche del rock sound anni 90. Lei sembra anche un’ottima performer. Qui scatta la voglia di vedere Jarvis Cocker, non tanto per qualche tipo di adorazione ma per il personaggio in sè. Tralasciando giudizi prettamente musicali, lo show è degno di nota e lui uno che sul palco ci sta come pochi altri.
Si ritorna quindi giù al Vice per quello che risulterà uno dei concerti più entertainment del festival, quello dei Fucked Up. Il loro hardcore new school è abbastanza monocorde, ma loro tutti sono una compagine troppo simpatica dal dodicenne alla chitarra alla bassista che sembra la prof di matematica che li accompagna in gita fino al frontman pazzo scatenato che si denuda e passa quasi tutto il tempo in mezzo a noi.
Ed arriva il momento di Steve Albini ed i suoi Shellac. Grandissimo rispetto ed esecuzione esemplare però sulle gradinate dell’ATP rischio lo stand-by fisico. Non riesco ad entrare in sintonia… si lo so che sembra una gran cazzata ma così è e cazzata tira l’altra decido di andare a vedere il set dei Bloc Party per scuotermi un poco.
C’era una volta un gruppo che nell’ambito dei nomi mainstream sembrava non avere rivali nel costruire brani accattivanti ma nello stesso tempo validi. Un gruppo che pescava il meglio della wave colta e lo farciva col senso del groove di questi anni. Un gruppo che oramai non riesce a fare altro che una banalissima versione di dancerock a discapito anche dei pezzi vecchi che sembrano patire il nuovo corso. La gente balla parecchio però. Ma tra di noi il commento più carino è “… ma è una merda!!!”
Si finisce così.

Sabato 30 maggio:
Ancora non avevo messo piede all’Auditori e me ne rammarico. Che location favolosa! Quasi tutti schierati per lo show dei New Year, uno show toccante e qualitativamente elevato. Non mi cambieranno la vita ma quei tre quarti d’ora me li ricorderò volentieri. Evito il folk di Alela Diane e mi tuffo nel forum.
Arrivo al Pitchfork che stanno iniziando i Black Rebel Motorcycle Club… eh??? Allora se chiudevo gli occhi la differenza non si sarebbe notata. I Lions Constellation quello sono, tali e quali. Che poi a pensarci non sarebbe neanche troppo male un set dei BRMC, però che diamine!
Mi riunisco ai folkaroli e mi appresto al miglior concerto di gruppo totalmente estraneo, nel senso che non conoscevo un secondo uno di produzione. Gli Shearwater, gruppo emanazione degli Okkervil River, mi suscitano un vulcano di emozioni, sono il lato rockwave della band madre texana, a corredo un batterista di nome Thor e mai nome fu più appropriato. Folgorazione.
All’ATP arriva il momento dei Jesu, una delle cose per cui sono partito, e Justin Brodrick non tradisce le mie aspettative. La reiterazione e l’ossessività della sua musica, una sorta di industrial-gaze, sono per me come il canto delle sirene per Ulisse. Concerto preciso quanto emozionante.
Mentre quasi tutto il forum comincia il pellegrinaggio verso l’Estrella per l’evento della serata, del festival e dell’anno, lo show di Neil Young, ci facciamo convincere dal Colas a dare un’occhiata ai Plants & Animals sul palco Pitchfork. Arriviamo in colpevole ritardo e ci godiamo solo la seconda parte. I tre si inseriscono nel filone band indie canadese con brani emofolk robustissimi e dal vivo dimostrano di saperci fare alla grande.
Ma ormai non c’è tempo per niente altro. Il Primavera Sound 2009 termina di essere tale e diventa, giustamente, il concerto che tutti o quasi stanno aspettando. L’attesa di Neil Young in terra spagnola, 22 anni se non vado errato, riversa nel Forum una marea di gente. A conti fatti la cosa viene ripagata alla grande dal canadese. La prima parte, complice una non felice posizione ci risulta indigesta in quanto a volume e qualità del suono. Dopo esserci adeguatamente spostati l’esibizione prende tutta un’altra piega e si finisce col ballare i suoi brani più trascinanti fino alla chiusura beatlesiana di A day in the life e alla distruzione della sei corde. Per un vecchietto come Neil niente male.
Messo alle spalle l’evento ci avviamo verso l’ATP per un aperitivo di Liars. Vediamo appena quattro brani per il fatto che al Rockdeluxe sta iniziando una di quelle cose che non vorrei perdere per nulla al mondo. Ma vado via con grandissimo dispiacere. I Liars sembrano in grande vena, tribali cazzoni e geniali, ispiratissimi, i Public Image Ltd dei nostri tempi. Ma ci sono i Deerhunter.
I Deerhunter tutto ciò, ovvero set a mezzanotte messo non a caso tra Neil Young e Sonic Youth su uno dei palchi
principali del festival, se lo sono guadagnato sul campo, con l’esibizione dello scorso anno e sull’onda di uno dei migliori lavori del 2008, Microcastle. Se continuano la loro evoluzione alla stessa progressione avuta finora stiamo per trovarci di fronte una delle band più significative dei prossimi anni. Stasera offrono un set imperniato sull’ultimo lavoro e convincono parecchio. L’unica pecca forse il fatto di essere troppo precisi e poco “live”, forse dovuto anche al fatto di trovarsi per la prima volta catapultati di fronte un’audience così grande, tanto da notarlo il loro stesso frontman. Scaletta strana con i brani più immediati proposti nella prima parte e finale jamming-psych. Bravissimi.
Ora come faccio a spiegarvi del più grande gruppo sulla faccia della terra senza cominciare col dire “ventisei anni di carriera e invece di fare il greatest hits condito da due tre pezzi nuovi ti faccio metà set con un album che deve ancora uscire e baciateci tutti i cosiddetti?”. Questa per come la vedo io si chiama convinzione nei propri mezzi e considerata l’esecuzione e l’impatto avuto dal nuovo materiale la faccenda Sonic Youth assume connotati enormi. Spesso si danno per scontati, ma un conto è l’esaltazione per il nuovo che ci rapisce un paio d’anni, un conto è la conferma di una band che ci accompagna da sempre e da sempre non ci delude mai. Best band in activities.
Detto questo il festival per me si chiude qui, parentesi all’ATP con El-P e gli insulti e botte (finte…) con GiorgioP e Caizzi e la macelleria (nel senso di quantità disumana di carne in zona non adatta a tutto ciò) per i Black Lips al Vice.

Concludo ringraziando la compagnia con cui ho vissuto questi quattro giorni: Giorgio, Emiliano, Giulia, Marco, Andrea col suo minidisc, Valeria e Fabio. Ed un ringraziamento specialissimo a Marilisa, guida spirituale e non, all’esterno del festival… Evviva il Primavera Sound. Evviva la Musica. That’s all folks!!!


Running with the Dutch

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Sentivate la mancanza? Ho ottenuto il permesso di oziare un poco da queste parti
ma sono stato richiamato all’ordine. Scherzo ovviamente…
Nel frattempo fra mille situazioni e impegni ho continuato ad ascoltare e consumare suoni. Da che parte ri-cominciare è stato difficile. Ho deciso per il caro vecchio ordine cronologico.
Questo è un disco che oramai è nei negozi da più di due mesi.
Trattasi di Running With the Beast del duo olandese zZz, nome alquanto bizzarro e fuorviante. Ed è un lavoro, lo dico subito, totalmente riuscito per chi si
abbevera alla fonte wave eighties e che purtroppo deve sorbirsi dischi e dischi
di tentativi di riattualizzare quel periodo con risultati spesso imbarazzanti.
Questi due orange invece fanno centro pieno, sia quando c’è da far ballare, valga
come esempio la traccia di apertura Lover, favolosa in tutti i suoi tre minuti con
intro lanciato ed esplosioni varie al suo interno, oppure la più eclettica Sign of
Love giocata quasi tutta sull’organo, per non parlare della title-track puro
Suicide-sound come un treno lanciato nella notte.
Il tutto gira attorno ad una batteria essenzialissima ed una serie di tasti più o
meno sintetici. Il batterista si occupa anche di dar voce alle composizioni e il suo
timbro aiuta a non perdersi totalmente nel deja-vu anni ’80.
L’accoppiata Amanda-Majeur fa intendere cosa sarebbe potuto venir fuori se Elvis
avesse salvato la pellaccia e avesse attraversato quel decennio.
La resa finale avviene con Angel, pura devozione alle ballad dark-gothic stile
Sisters of Mercy.
Visti dal vivo poco tempo fa a Roma davanti una cinquantina di persone (me ne
aspettavo qualcosa in più visto che un loro pezzo – Grip – è finito per essere
utilizzato in uno spot di una nota casa automobilistica torinese che ne ha ripreso
anche l’idea video
) hanno superato la prova live in maniera molto soddisfacente.
L’impressione è che in fondo siano due vecchi freak olandesi con la sola voglia di
intrattenere l’audience. E ci riescono benissimo.
zZz… chi dorme corre con la bestia…

zZz - Lover (mp3)
zZz - Amanda (mp3)


ZuRoma

(Foto di Aurora Demasi)

Sembra passato un secolo da quando vidi gli Zu per la prima volta al Brancaleone.
Mi aggiravo per quel locale romano sulla fine degli anni ’90 per le serate
drum ‘n’ bass, genere che all’epoca mi aveva rivoluzionato la vita ma che durò a conti fatti molto poco.
Fu un’esperienza live che mi rimase dentro. Quel gusto per il noise con tutti quei fiati in giro. Non esitai un secondo a comprarmi l’album, quella sera stessa.
Fu una cotta passeggera. Di quelle estive. Li etichettai subito come gruppo
prettamente “live”. Su disco non riuscivo ad entusiasmarmi. Anche per il successivo Igneo le cose non cambiarono e continuai a godermeli dal vivo quando se ne presentava l’occasione.
Carboniferous cambia le carte in tavola. Si staglia come un monolite nero sul
panorama musicale italiano. E’ fuoco e ferro. E magma.
Fin dall’iniziale Ostia, sorta di danza tribale che ascoltata dal vivo mi ha fatto
addirittura ballare, si ha la sensazione di trovarsi di fronte all’ascolto di un
qualcosa di senso compiuto.
Le derive jazz rimangono grazie al sax di Luca Mai ma qui il suono si perfeziona in un omogeneità sonoro-matematica impressionante. La Ipecac di Patton che presta l’ugola in un paio di pezzi e la chitarra di Buzzo dei Melvins fanno il resto.
Ma mi piace pensare che l’artefice principale di questo “mostro” sia la presenza oscura ma non troppo di Giulio Favero, ex One Dimensional Man e componente del Teatro degli Orrori, che per chi non li conoscesse sono una band CLAMOROSA nel coniugare il cantautorato italiano all’hardcore-noise, dientro al banco di regia.
Ma non vorrei distogliere troppo l’attenzione dai nostri tre eroi. Artefici di un lavoro tanto bello quanto importante per il nostro paese.
E poi vederli suonare dal vivo è semplicemente impressionante, ma questa è un’altra storia. Se qualcuno ha ancora orecchie per questi suoni scali la montagna del carbone. Senza indugi. (Pistakulfi)

Il circolo degli artisti sembra una venue da grandi occasioni stasera, si respira veramente l’aria “dell’evento”. Gente di tutte le possibili estrazioni musicali, un range di età dai venti ai quaranta. Ambiente caldo, fremente. Carboniferus è uscito da poco e questa è la prima botta di live di presentazione dello splendido cd degli Zu.
L’apertura è lasciata ai Mesmerico che per la durata del loro live act diventano il mio gruppo preferito, duo chitarra e batteria, ritagli di metal e riff sabbathiani. Ci si sente di tutto, dallo sperimentalismo a frammenti avanguardistici a sketches metal. Per chiudere con un paio di suite che rimandano a produzioni Broadrick, Jesu su tutte. L’idea è che se ne risentirà parlare presto, iniziano il live tra il quasi scetticismo iniziale e lo chiudono tra gli applausi più che convinti.
Salgono gli Zu sul palco, la disposizione è da “battaglia” da sinistra a destra sax batteria e basso. Tutto sulla stessa linea. Vado indietro a dieci anni fa, il circolo stava vicino alla stazione Termini e suonavano gli Shellac. Disposti alla stessa maniera, stesso impatto scenico e nello stomaco, stesso schiaffo in faccia così lontani e così vicini dagli Zu (anche se i due generi qualche scaglia in comune ce l’hanno, i loop ossessivi, il noise compulsivo, la rabbia controllata)  vidi tutto il concerto sotto gli scarponi di Weston, mancava che mi sputasse in bocca e avrei fatto del noise la mia vita. Così non è stato e l’ho buttata nel cesso.
Detto ciò gli Zu spolverano tutto o quasi Carboniferus, dal vivo rimane una roba potentissima, più sporca negli arrangiamenti e sicuramente più noise. Non voglio essere frainteso, nel genere si parla di un disco perfetto e aggiungerci qualcosa dal vivo vuol dire sapere per bene cosa si vuol dire, musicalmente parlando. Al jazz-core ora si oppone una formula più determinata, più forma canzone che pseudo improvvisazione (che poi improvvisazione non è). Controllo e rabbia e rumore bianco
E’ tutto un tripudio, si accennano balli su Ostia che parte con un annuncio e una cassa dritta e che coniuga perfettamente un qualcosa di disco metal, il resto si perde tra il basso hardcore rifinito di Pupillo, il sax esasperatamente Zorniano di Luca Mai e la chirurgia di Jacopo Battaglia alla batteria, vero front man del gruppo.
Si va via dopo un’ora e venti, non si potrebbe assolutamente chiedere di più, si va via con l’idea di avere visto qualcosa di grosso.
Davvero grosso. (GiorgioP)


are U ready 2 this?

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Trilogie. Le trilogie fanno sempre un certo effetto.
Da Guerre Stellari al Signore degli Anelli o per rimanere in ambito musicale la trilogia berlinese di Bowie. One-Two-Three.
Tutto ciò solo per dire che gli U2 a breve chiuderanno la loro quarta trilogia.
Questo è solo un mio punto di vista naturalmente. Non ricordo nessuno di loro aver parlato esplicitamente di una cosa del genere.
No Line on the Horizon, dodicesimo album in studio dei dublinesi, chiude la loro quarta trilogia. Per chi scrive naturalmente la loro peggiore. Però così è. Boy-October-War. The Unforgettable Fire-Joshua Tree-Rattle&Hum. Achtung Baby-Zooropa-Pop.
E gli ultimi tre che non ho voglia di stare a scrivere.
Che palle direte… io ci sono letteralmente cresciuto con loro e da quando sono scrittore digitale ho sempre evitato di farne un post.
Giorgio e questa stronzata delle trilogie mi hanno convinto a farlo.
Da fan? No. Da appassionato e conoscitore si però. E non è facile. Parlare del microcosmo personale U2 (che va dalla bandiera attaccata ancora sul muro della mia camera alla [modalità sborone on] chiacchierata con Bono in quel di Bologna durante la quale gli chiesi invano gli occhiali da mosca [modalità sborone off]) all’interno del macrocosmo universale U2 (sono senza dubbio la rockband più globalizzata degli ultimi venti anni, con tutti i pro e i contro).
Ah… è un post a quattro mani…

The First Trilogy – All Boys go to War

Boy

Fa tenerezza ripensare e riascoltare questo album, la stessa tenerezza che traspare dalla copertina che ritrae un ragazzino ingenuo e ancora “vergine” sulla strada dell’establishment rock. Ragazzino che ritroveremo tre anni più tardi con una diversa espressione sul viso.
Quando i quattro erano poco più che maggiorenni e si barcamenavano nell’underground.
Steve Lillywhite fu il produttore e leggenda vuole (ma neanche troppo leggenda eh) che doveva essere Martin Hannett già produttore di Unknown Pleasures e Closer e del loro primo singolo 11 O’Clock Tick Tock e che declinò l’incarico a seguito del suicido di Ian Curtis.
Chissà come avrebbe suonato quest’album… forse sulla falsariga dell’accoppiata An Cat Dubh/Into the Heart.
Fatto sta che il risultato è uno degli esordi più convincenti della storia del rock. Brani come I Will Follow, Twilight, Out of Control (scritta da Bono il giorno che compì 18 anni), A Day Without Me (reazione al suicidio di Curtis), The Electric Co. (sulla pratica dell’elettroshock) sono li a ricordarlo. Un album sull’adolescenza. (PistaKulfi)

October

Forse il disco che amo meno degli U2, ma è forse il disco in cui cominciano a far girare gli anthem da buttarsi in ginocchio e gridare a Cristo, mettete Gloria, Stranger in a Strange Land per dirne un paio; il suono è ancora molto ma molto vicino al post punk.
Bono ha una voce che potrebbe farsi sentire in un club senza microfono e stupisce tutti con la sua prima vera interpretazione maiuscola, la title track. Dolente, tristissima, anomala per la produzione U2 tanto da non sembrare quasi un loro pezzo. (GiorgioP)

War

Il disco da Curva Sud, con il suono che si allontana dal post punk e diventa vera e propria wave, si attualizza in maniera concreta.
Canzoni che hanno per lo più tutte un ritornello incredibile; senza arrivare a Bloody Sunday e New Year’s day ci sarebbero da citare Surrender
e Two hearts beat as one. Disco concreto, sembra una corsa per arrivare primi al traguardo. Ci arrivano con Sunday Bloody Sunday, probabilmente la canzone più “paracula” della storia. (GiorgioP)

The Second Trilogy – From Dublin to U.S.

The Unforgettable Fire

“How long to sing this song…” Così si chiudeva War e molti dei loro concerti. L’album della maturazione e della prima svolta.
Basta con Lillywhite. Basta con quel suono grezzo e stereotipato. La scelta ricade nientemeno che su Brian Eno, fermo da Remain In Light delle
Teste Parlanti. Eno accetta e si porta il fidato Lanois. Si chiudono allo Slane Castle nella campagna dublinese e scatta la scintilla che accenderà il Fuoco Indimenticabile. E’ un album di musica, non di canzoni. Le intenzioni sono comuni. Entrano i synth e gli archi, le sperimentazioni e quel senso di jammin’ incompiuta. Il titolo prende spunto da una mostra di disegni realizzati dai superstiti di Hiroshima.
Pride e Bad entrano nella storia, soprattutto la seconda. Ma A Sort of Homecoming, Wire e la title track ci dicono che siamo di fronte ad
un capolavoro. (PistaKulfi)

The Joshua Tree

L’apoteosi. Lo stato di grazia. Quando tutto ti gira bene. E guardano ad Ovest. Cominciano a capire che se vogliono essere la rockband definitiva degli anni ’80 debbono conquistare l’America. E ci riescono a mani basse. The Joshua Tree è un “classico” per eccellenza.
Di bello c’è che dentro ci sono cose “americane” inusuali. “Metti le bombe del viaggio in Salvador nel tuo amplificatore” dice Bono a The Edge ed esce fuori Bullet the Blue Sky. A me rimarrà in testa l’oscurità di Exit e la solenne Mothers of the Disappeared dedicata alle madri dei desaparecidos argentini. Del resto, inutile stare a dire. Esagerato come Montella contro Nesta in un derby di tanti anni fa.
Ma se devo dirla tutta non è un album che mi ha rapito completamente. (PistaKulfi)

Rattle and Hum

Forse è il disco che vale meno dell’intera discografia U2, per me ha un valore grandissimo per il semplice motivo che è stato il primo cd che ho acquistato insieme a Sgt Pepper’s. Son cose. Siamo in piena onda “Bono Vox messia” e Rattle and Hum nasce come testimonianza della loro investitura americana a “nuovi Beatles”. Più tamarri ma pur sempre nuovi Beatles. Desire e una versione strappaculo di I Still haven’t found fanno sostanzialmente il disco, in realtà da riscoprire Heartland, autentico capolavoro di scrittura e God Part II che sostanzialmente apriranno gli U2 alla cover di Night and day di Cole Porter e a suoni nuovi approfonditi con Achtung Baby.
Dimenticavo All I Want is you. Best U2 song. Ever. (GiorgioP)

The Third TrilogyOn a Trabant between distortions and drones

Achtung Baby

Albertino… si quello lì. Radio DJ. Tardo pomeriggio. Sono nella mia camera e dice che sta per passare il nuovo singolo degli U2. The Fly. Terrore. Giuro che non ci ho capito nulla per giorni. Non capivo cosa stessero facendo. La prima cosa che pensai fu “perchè sono così sporchi ed ambigui?”. Stavano regalando l’ultima evoluzione artistica degna del loro nome.
Berlino. La Mitteleuropa. Larry con la maglia dei Ramones. Bono con gli occhiali da mosca. Le Trabant. I satelliti. La tecnologia che avanza verso la globalizzazione. Lo Zoo. La Tv. Lo ZooTV!!! Io non ho visto più nulla di paragonabile a quel tour e sono passati 15 anni.
Il fascino del Vecchio Continente distrugge il mito americano. Best U2 album. Ever. (PistaKulfi)

Zooropa

Da rivalutare secondo me. E’ un lavoro molto interessante. Sicuramente risente del fatto che sia stato pensato e composto durante il tour e si avverte il senso di incompletezza. Però ribadisce chiaramente che gli U2 sono vivi ed hanno voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Dentro c’è un gusto per l’elettronica meno “plasticoso” di quello che sarà poi Pop.
Zooropa, Lemon (per la quale ho un debole particolare), il giro di basso di Dirty Day dedicata a Charles Bukowski e l’ospitata di Johnny Cash su The Wanderer sono i momenti migliori. Sparo un’altra cavolata. Dentro c’è anche l’antesignana di Sui giovanni d’oggi ci scatarro su… ovvero Daddy’s Gonna Pay for Your Crashed Car. Sinceramente un altro stranimento dopo quello di Achtung Baby non me l’aspettavo.
In questo preciso momento della mia vita li adoro. (PistaKulfi)

Pop

Il vero “disco incompleto degli ultimi 15 anni”, ci avessero lavorato un po’ di più probabilmente staremmo parlando di un capolavoro assoluto (o forse del nuovo Chinese Democracy). Le canzoni ci sono, il fatto è che la produzione alla fine risultava omogenea in maniera errata (metti Goldie che doveva produrlo e poi non si sa che fine abbia fatto e amenità varie) sbilanciato verso suoni a tratti trance a tratti tamarri per il semplice gusto di esserlo. C’era Gone per dirne una e se scrivi una canzone così e la metti in un disco così qualcosa di sbagliato nel mezzo c’è. (GiorgioP)

The Fourth Trilogy – All that U2 should leave behind but…

All That You Can’t Leave Behind

Worst U2 album. Ever. Senza girarci troppo attorno ecco. Il singolo che lo precede non è neanche malaccio (Stipe l’adora e ha confessato di averla voluta scrivere lui). Ma è un lavoro scialbo, debole e codardo. Fin dal titolo. Con il punto più basso della loro carriera toccato dal ritornello di Stuck in a Moment. Secondo me Pop non era venuto come volevano. Il mastodontico tour non era stato all’altezza dello ZooTv e loro decidono di tornare a fare rock. Ma quale rock? Una delle delusioni più grandi della mia vita di spettatore “musicale”. (PistaKulfi)

How To Dismantle An Atomic Bomb

A me è piaciuto e da subito. Mi ha fatto l’effetto Accelerate R.E.M. ovvero disco onesto e per cui a un certo punto agli U2 non capisco perchè dovrei continuare a chiedere capolavori. Un po’ tutti sono insorti per la tamarraggine di Vertigo che era figlia della tamarraggine di Elevation; vi rispondo io BONO E’ TAMARRO OK? quindi take everything with a grain of salt si direbbe e partite sempre da questo.
C’era Sometimes you can’t make it on your own che a mio modestissimo parere rimane una delle canzoni sottovalutate dell’intera discografia. Tipo la All I want is you del 2000. (GiorgioP)

No Line On The Horizon

Qui ed ora può essere solo una sensazione. Di concreto c’è fuori un singolo di una bruttezza maggiore a Discoteque-Beautiful Day-Vertigo.
Quindi zero aspettative. E poi per la mia teoria la trilogia è da chiudere. Quindi sono proiettato sugli anni ’10 quando rivoluzioneranno il mondo e si butteranno sul folk-doom a metà strada fra Wovenhand e Fleet Foxes. O forse no.
Fra un mese mi smentiranno e tireranno fuori una nuova maschera che farà crollare inesorabilmente la mia teoria e tutto questo post.
In entrambi i casi… siate buoni. (PistaKulfi)


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