Sottotitolo: sembra calcio ma non è, serve a toglierti l’allegria
Tanti anni fa – trenta, più o meno – il Milan attraversava un periodo abbastanza difficile.
Le sanzioni sportive derivanti dal coinvolgimento di alcuni dirigenti e giocatori rossoneri nelle scommesse clandestine ne avevano causato la retrocessione in serie B, la prima della sua storia.
Riguadagnata la massima categoria, il campo costringeva il Milan alla seconda retrocessione, al termine di una stagione fallimentare.
Il presidente e proprietario era un tale Giuseppe Farina, detto Giussy.
Giussy Farina è stato uno dei più grossi intrallazzini del calcio italiano.
Ma c’è sempre un pesce più grande.
Solo per inquadrare bene il personaggio Farina.
Le squadre di calcio possono comprare i calciatori “a mezzi”.
Si dividono le spese, si decide in quale squadra delle due giocherà il calciatore in questione, si fissa un termine entro il quale – ad una cifra stabilita o meno – le squadre possono acquisire interamente le prestazioni sportive dell’atleta.
Se questa cifra non è stabilita, si ricorre ad offerte in busta chiusa: chi più offre, tiene il giocatore.
Unica regola: l’offerta non può essere zero.
Può capitare, per molti motivi, che nessuna delle squadre sia particolarmente interessata al giocatore e ci sia quindi possibilità di volerlo mollare all’altra società.
Se le società sono d’accordo, possono non consegnare la busta con l’offerta e il giocatore resterà nella squadra in cui ha giocato fino a quel momento.
Paride Tumburus aveva vinto uno scudetto con il Bologna, era di proprietà del Vicenza (a quel tempo proprietà di Farina) ma era stato ceduto in comproprietà al Rovereto.
Fine carriera di uno stopper che aveva vestito anche la maglia della nazionale.
Vicenza e Rovereto arrivarono alle buste per decidere le sorti sportive di Tumburus.
Giussy Farina offrì 175 lire, superando l’offerta del povero Rovereto.
E’ l’estate del 1971 e una copia della Gazzetta dello Sport costa 50 lire.
Da quel giorno, l’offerta minima in busta per risolvere la comproprietà di un giocatore diventò 100 mila lire.
Farina era un presidente navigato, aveva debiti ma era abitutato a conviverci e soprattutto ad uscirne fuori.
Ottobre del 1985 e Farina è presidente del Milan.
Dopo una perquisizione contabile nella sede del Milan, ordinata a sopresa dalla Federcalcio, Farina sembra costretto a vendere il Milan, anche se non ci sono particolari irregolarità finanziarie, e i debiti sono inferiori a quelli di quasi tutte le società calcistiche italiane.
Il furbastro cerca quindi qualcuno che rilevi la società, pagandone il valore di mercato più 8 miliardi, un debito che ha contratto nei confronti di Gianni Nardi, altro azionista di maggioranza del Milan.
In quegli anni, sulla maglietta del Milan c’era stampata la scritta “Retequattro” e, nelle partite di coppa italia, primo caso di doppia sponsorizzazione, “Oscar Mondadori”.
Indovinate chi comprerà il Milan?
L’industriale Silvio Berlusconi si presenta così al mondo calcistico italiano.
E’ tifoso del Milan, interessato, convinto che il calcio possa essere un ottimo traino per le sue attività commerciali.
Fa valutare la società, Farina chiede una cifra, Berlusconi dice che è alta, troppo alta.
Ma la verità è diversa: il Milan ha debiti – una decina di miliardi – e se qualcuno non li paga in breve tempo, fallisce e finisce il mano ad un giudice del tribunale fallimentare. Certo Farina non ha intenzione di ripianare il debito e Nardi, l’altro investitore più importante e già creditore di 8 miliardi, non ha intenzione di perdere altro denaro.
Silvio Berlusconi, che ha fiducia nel sistema giudiziario, in quei giorni si lascia scappare una frase: “E’ più facile comprare una società da un giudice che da un privato”.
Così qualcuno lo accusa di traccheggiare per far appositamente fallire il Milan e prenderlo a cifre considerevolmente più basse.
Gianni Rivera, che dal 1979 anni è il vicepresidente dei rossoneri, non simpatizza per Berlusconi e crede di aver compreso il gioco dell’impreditore brianzolo. Convince quindi un amico petroliere, Dino Armani, a firmare una fidejussione per coprire il debito che salverà il Milan dal fallimento e lo invita ad intavolare una trattativa con Farina.
Armani non è uno che si perde in chiacchiere: va da Farina, gli chiede di dirgli una cifra per acquistare subito il Milan. Farina prende tempo, sembra quasi non voler provare a giocare al rialzo con un due acquirenti interessati.
Stavolta è Armani a lasciarsi scappare una frase: “Ho chiesto diverse volte a Farina di dirmi quanto voleva ma non mi ha mai risposto. Il Milan è destinato alla Fininvest”.
Farina è un personaggio navigato, perchè non sfruttare l’occasione di alzare il prezzo, anche solo per qualche centinaio di milioni?
Vi faccio i conti.
- Farina vuole almeno 30 miliardi di lire, ai quali vanno aggiunti gli 8 che deve a Nardi. Il totale fa 38 miliardi di lire
- Il Milan ha 10 miliardi di lire di debiti gestionali, stipendi dei giocatori e irpef, riguardanti gli ultimi quattro mesi. E siamo a 48 miliardi di lire per un eventuale acquirente.
- La rosa del Milan vale tantissimo: sono tesserati Maldini, Baresi, Costacurta, Evani, Tassotti, Di Bartolomei, Virdis, Paolo Rossi. Sono nei 30 miliardi che chiede Farina.
- Della vendita fa parte il centro di Milanello, che ha un valore immobiliare di 4 miliardi di lire.
- Berlusconi ne offre 15, senza pagare il debito di Farina nei confronti di Nardi e senza pagare i debiti gestionali.
Maldini, Baresi, Costacurta, Evani, Tassotti, Di Bartolomei, Virdis, Paolo Rossi, Stroppa, Hateley , Filippo Galli, Liedholm e tutti gli altri giocatori, il marchio, Milanello, valgono 15 miliardi di lire?
Per farvi capire meglio, la Sampdoria offrì a Farina, come possibilità di salvezza, 15 miliardi per Baresi, e Boniperti, a nome delle Juventus, 9 miliardi per Hateley.
Chi accetterebbe un’offerta del genere con la possibilità di avere un altro acquirente?
Berlusconi monta così una sceneggiata, con protagonisti il fratello, il fedele Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, la zia, la nonna…, per dimostrare che offre poco ma è una faccenda di cuore.
Rivera prova a spronare Farina a non svendere, a ribellarsi a chi gli sta sfilando il Milan.
Tutti i finanziatori del Milan, gli azionisti di minoranza, decidono di fare un sacrificio e provano a ricapitalizzare per 10 miliardi la società, sostanzialmente pagherebbero i debiti gestionali, evitando il fallimento e dando tempo a Farina di vendere ad una cifra corretta.
Farina chiede quindi l’autorizzazione al Ministero del Tesoro, le Finanze di allora, per la ricapitalizzazione.
Due giorni dopo la richiesta si accorda addirittura con Dino Armani per 25 miliardi di lire più il pagamento degli 8 miliardi di debito con Nardi.
33 miliardi contro i 15 di Berlusconi.
La stessa sera, il presidente della Federcalcio Sordillo annuncia di aver presentato due esposti, uno civile e uno penale, nei confronti di Giussy Farina. In sostanza, l’anticamera del fallimento.
Ma come, Farina ce l’aveva fatta, lui era uno scaltro, furbo, in grado di sopravvivere in caso di tempesta, e invece gli mettono i bastoni tra le ruote proprio in dirittura d’arrivo?
Il Milan deve andare a Berlusconi per quattro soldi, ogni altra soluzione verrà boicottata da un sistema nascosto e potente, troppo anche per Farina.
Berlusconi qualche giorno più tardi sarà ospite di Enzo Biagi e riproporrà la sceneggiata sentimentale, dicendo qualcosa molto attuale: “E’ un affare di cuore, da qualche miliardo, ma d’altronde anche le belle donne costano molto”.
Berlusconi comprerà il Milan nei primi mesi del 1986, cercando di apparire come salvatore di una barca che non stava affondando, sia in senso assoluto sia relativamente alla situazione di altre società calcistiche italiane di quegli anni.
Farina è stato in carcere per quei debiti gestionali, attribuibili ad un falso in bilancio che avevano almeno altre tre società di serie A, mai punite.
Poi qualcuno ha fatto depenalizzare questo reato.
Quell’anno, nel 1986, sarebbe scaduto l’accordo di vendita dei diritti televisivi della Lega Calcio alla Rai, un affare di proporzioni mostruose.
La regolamentazione della vendita alla televisione di stato prevedeva che anche un solo ‘no’ di una squadra avrebbe bloccato la trattativa, aprendo scenari mai visti.
Chi mai utilizzò il no, secondo voi?





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