Io e i miei bambini ipotetici

Durante le scuole elementari elaborai una schema mentale secondo il quale una volta compiuti ventitre anni si diventa vecchi. Confabulavo con la mia migliore amica dell’epoca seduta su un tronco d’albero, convinta che tutto sarebbe andato per il meglio e che mancasse un’infinità di tempo al conseguimento della maggiore età.
Era il secolo scorso; la mia apparente asocialità era oggetto di scherno e di sanzioni di vario di genere. Ciononostante credo che nessuno arrivò mai a proporre di alimentarmi con psicofarmaci.
Conservo un buon ricordo di quel periodo. Le maestre preferivano il mio mutismo all’isteria dei miei compagni e la scuola che frequentavo aveva un grandissimo giardino dove si potevano fare giochi di ogni genere.
Alle medie, invece, scoprii che le scuole potevano essere circondate da colate di cemento e che i professori avevano tutto il diritto interpretare come sintomo d’asocialità criminogena il mio desiderio di ascoltare il walkman a ricreazione.
Alle medie rovinai nella fontana con la madonna di gesso che adornava il cortile, scoprii la passata esistenza dei Nirvana e constatai che la religione cattolica non faceva per me.
Nonostante lo scorrere del tempo, rimasi dell’idea che a ventitre anni sarei diventata vecchia.

Ora che ho ventidue anni e mezzo mi domando spesso se sono già vecchia o se lo sto per diventare.
Chiaramente non sono così idiota da credere che le cose possano cambiare radicalmente il giorno del mio compleanno, anche se ammetto che l’idea di andare in giro a dire che ho ventitre anni mi disgusta.
La sociologa incompetente che in me dice che forse questo non dipende dal fatto che non so stare al mondo. O meglio, può essere che questo dipenda anche dal fatto che non so stare al mondo, ma ci sono indubbiamente altri fattori da tenere in considerazione.
Ad esempio, sarebbe sensato domandarci se sono l’unica che si sente così.
Magari io chiamo questa sensazione “vecchiaia” e la mia vicina di casa la definisce invece “desiderio di ubriacarsi”.

Da piccola ero convinta che a ventitre anni avrei avuto un bel lavoro e un posto dove vivere che non includesse anche i miei genitori. All’epoca non consideravo neanche l’università. E ad ogni modo le lauree 3+2 non erano ancora entrate in vigore.
Tutto era sfocato e al contempo ben definito. C’erano cose che oggi mi tengono sveglia la notte che durante quei pomeriggi non mi tangevano nemmeno.
Ricordo che con la mia amica si discuteva spesso del colore che avremmo dato ai muri delle nostre case. Case che sorgevano chissà dove e chissà come.

Quest’amalgama di ricordi e pensieri sparsi è tornata a bussarmi sul costato un paio di giorni fa, quando il mio ragazzo mi ha raccontato che un bambino di una scuola elementare che sta partecipando al progetto della sua tesi gli ha posto la seguente domanda:
“Ma tu e la tua ragazza avete un figlio?”
Dal suo punto di vista era normale che una persona di ventiquattro anni (e mezzo) avesse un figlio. Perché? Perché, a livello teorico, a ventiquattro anni (e mezzo) si è sufficientemente vecchi per riprodursi.

Ecco, io sono dell’idea che sia giusto rivalutare osservazioni come questa e non limitarsi ad etichettarle come ignoranza infantile o delirio evangelico.
Fingere che questi pensieri non abbiano mai attraversato la nostra testa quand’eravamo piccoli significa fare il gioco di Confindustria.
Io mi sento vecchia perché a ventidue anni e mezzo ho una laurea triennale conseguita con ottimi voti in una disciplina che mi appassiona e che ritengo utile per la nostra società. Ciononostante vivo con i miei genitori in attesa di trasferirmi a Trento, dove dovrei conseguire una laurea specialistica e, successivamente, attraversare una seconda fase da disoccupata depressa.
Per un certo periodo sono stata così infastidita dall’idea di continuare a studiare presso un ateneo che cade a pezzi (metaforicamente e non solo) -pur essendo uno dei migliori d’Italia- che ho considerato seriamente l’idea di piantare tutto in asso e di darmi all’agricoltura.
L’aspetto divertente della situazione è che, negli ultimi dieci anni, più di un terzo delle aziende agricole a conduzione familiare del Veneto hanno chiuso. I piccoli produttori non riescono a sopravvivere in un mercato dominato dalle multinazionali. E la crisi penalizza fortemente anche il settore del biologico.

Come diceva il deprecato collega Gallino ieri su Repubblica, non è bello affermare che l’aumento della produzione sia un buon segnale di ripresa  se, nel frattempo, il tasso di disoccupazione raggiunge livelli agghiaccianti. Non è bello perché nessuno sembra in grado di prendere provvedimenti adeguati e, collateralmente, parlare di crescita nel 2010 significa non aver colto quella che alcuni scienziati hanno definito “la sfida della nostra epoca”. Sfida che potremmo tradurre con l’espressione “evitare l’implosione e ciò che da essa deriva”.
Quando ci penso mi viene da piangere, non tanto perché sono una persona che piange facilmente, quanto piuttosto perché, alzando lo sguardo, vedo un cantiere che è lì da almeno dieci anni, a coprirmi la vista dell’orizzonte.
Parlare di disoccupazione, fuga dei cervelli, consumo di territorio, fatti di Rosarno, surriscaldamento globale, gerontocrazia, OGM, crisi economica, Welfare State, bambini iperattivi, sogni infranti e via dicendo senza avere una visione d’insieme non ha molto senso.
Eppure è così che si parla di queste cose, perché la visione d’insieme fa ancor più paura delle singole questioni isolate in un’infinita serie di compartimenti stagni.

Ho ventidue anni e mezzo e mi sento vecchia perché ho l’impressione che qualcuno mi abbia privata di qualcosa di molto importante e che questo qualcuno se ne freghi altamente delle conseguenze che il suo ladrocinio avrà su di me e sui miei simili.
Chi parla di bamboccioni, chi scrive lettere ai propri figli suggerendo che proseguano gli studi all’estero, chi afferma che le cose si sistemeranno da sole è un idiota e merita di essere coperto d’insulti, se non addirittura randellato con un mazzo di ravanelli appena colti.

Quando mia nonna mi vedeva triste mi diceva sempre: “Perché i giovani d’oggi hanno sempre quest’aria depressa? Non è vero che un tempo si stava meglio. Tutto è andato migliorando e dovreste esserne felici.”
Mia nonna si riferiva al fatto che nella tarda modernità una persona come me non deve distruggersi le mani facendo la lavandaia o lavorando in una filanda.
Non posso che concordare con lei su questo punto, eppure temo che il suo desiderio di vedermi felice l’abbia spinta a dire cose che oggi ritratterebbe, se solo riuscisse ad articolare le frasi necessarie per farlo.
Mia nonna è una delle tante persone anziane che pesano sul nostro welfare. Abita da più di due anni in una casa di riposo pubblica. Le sue tre sorelle, tutte più giovani di lei, sono morte. Suo marito è morto. I suoi due figli non vanno più d’accordo come un tempo da quando lei è ha cominciato a stare male. Una delle sue compagne di stanza si lamenta ininterrottamente invocando la Madonna e ho motivo di credere che lo faccia anche dormendo.
Non riesce più a camminare e, circa tre anni fa, ha riportato dei danni al cervello. Se non l’avessero intubata in tempo sarebbe morta anche lei e ora non si annoierebbe tremendamente, persa nel suo mondo che giorno dopo giorno diventa sempre più difficile da decifrare.
Quando vado a trovarla le racconto che non riesco a trovare un lavoro né uno stage non pagato. Le dico che sto cercando di concentrarmi sulla scrittura e sulle mie plurime attività non remunerative, con cui farcisco il mio splendido curriculum.
La aggiorno sullo stato del mio orto, sulla vita quotidiana delle mie gatte e sui libri che sto leggendo.

Mia nonna ha sempre pregato affinchè io trovassi un buon lavoro, un marito meraviglioso e una splendida cosa. A volte pregava anche per i miei bambini ipotetici.
Quando ero alle medie mi ha consegnato il suo dono di nozze (un soprammobile), dicendo che sarebbe morta prima del fatidico giorno e che ci teneva a darmelo.
Al di là del fatto che a distanza di dieci anni sono ancora profondamente traumatizzata da questo episodio, mi fa piacere condividerlo perché è indicativo del genere di input che sono stati inflitti alla mia coorte.
Attualmente non ho alcuna intenzione di sposarmi né di figliare, anche se mi piacerebbe abitare con il mio ragazzo isterico e un certo numero di galline.
Questo desiderio scatena in me un numero apparentemente infinito di domande cui non so rispondere. Ne riporto alcune a conclusione del mio intervento, sperando che qualcuno le legga e ponga magicamente fine allo schifo in cui siamo immersi.

Impazzirò a causa dell’instabilità cronica teorizzata da Giddens?
Dove troverò i soldi per comprare un paio di ettari di terreno possibilmente non contaminato o confinante con un’autostrada?
Ho o non ho dei parenti latifondisti che mi lasceranno in eredità tutti i loro possedimenti?
Troverò mai un lavoro che non sia da telefonista?
È possibile sopravvivere con la sociologia qualitativa?
Perché Galan è al Ministero dell’Agricoltura?
Mi sento vecchia perché tutto mi angoscia?
È possibile che il mio perenne stato di agitazione dipenda dal fatto che non posso sfogare il mio essere nell’orticoltura a causa delle lamentele dei miei vicini di casa?
Che senso ha quello che sto facendo?

It’s the end of the world – Margherita Ferrari

Il libro: il bello di Roald Dahl è che lo puoi apprezzare sia da piccolo sia da meno piccolo. E non mi sto riferendo alle osservazioni di chi, dall’altro della propria granitica elasticità mentale, sostiene la teoria secondo la quale i bambini possono capire certa letteratura per l’infanzia solo fino ad un certo punto.
Rileggendo libri come Matilda, Boy e Le Streghe scopro ogni volta di aver lasciato arruginire quell’angolo del cervello dedicato alle fantasie dal retrogusto magico. Fortunatamente Dahl ha pensato anche ai meno giovani che, per intenderci, nel celebre disegno di Antoine de Saint-Exupéry si ostinano a vedere solo un banale cappello.
Prima che il nostro pianeta esploda, vi consiglio allora di recuperare alcuni dei caustici e macabri racconti per adulti del nostro amato nonno norvegese.
Potere cominciare da “Il meglio di Roald Dahl”, edito da Guanda.

Il film: ogni anno noi stupidi veneti godiamo di una settimana di cinema gratuito. I film in questione sono selezionati da gente molto colta della Mostra del Cinema di Venezia e vengono proiettati in alcune sale delle nostre ridenti città leghiste. Per lo più si tratta di opere che non visionerei mai in circostanze normali, perché posso sopportare solo una certa dose di incomunicabilità, maiali aperti in due e zie alcolizzate che cercano di portarsi a letto i propri nipoti.
Dato che il leitmotiv di questa rassegna sembra essere la depressione, rimasi piacevole sopresa quando, due anni fa, mi trovai di fronte alla creatura denominata $E11.0U7.
Il film in questione è opera di un certo Yeo Joon Han ed è una delle cose più assurde che io abbia mai visto. Sfortunatamente esso non è mai uscito in dvd e pare non sia scaricabile in alcun modo.
Questo significa che ricordo solo in parte ciò che vidi e udii quella sera. So che la colonna sonora era spettacolare e che ad un certo punto tutte le persone in sala cominciarono a cantare, perché sullo schermo erano comparse le parole della canzone, quasi si trattasse di un enorme karaoke. Ricordo anche che quando il film finì ero così piena di energie che dissi di volerlo rivedere subito. Invece sono passati due anni e sto ancora aspettando.
Fate il possibile per procurarvene una copia prima della fine del mondo; vi assicuro che morirete felici.

Il disco: dopo lunghe riflessioni ho deciso di non consigliarvi uno dei tanti dischi indie che hanno sconvolto la mia vita. Che senso ha ascoltare i Sebadoh, i Built to Spill o i Neutral Milk Hotel solo una manciata di volte prima di morire? Meglio optare per qualcosa di un po’ meno immenso, ma che meriti comunque di essere affrontato prima di passare all’altro mondo.
Il disco che vi propongo si intitola Sonate in bu minore per quattrocento scimmiette urlanti. La band che gli ha dato vita si chiama Laghetto.
Io voglio molto bene ai Laghetto perché hanno creato qualcosa che è e allo stesso non è hardcore nostrano. In sostanza si tratta di hardcore umorista e semiserio, altrimenti detto ninjacore. Una perla nell’oceano d’idiozia di certi generi tanto in voga tra i miei nemici pseudoalternativi. Un’epifania equiparabile a Libro Audio degli Uochi Toki, che ovviamente gli ascoltatori di rap del capoluogo berico hanno giudicato troppo intellettuale.
Per concludere, la bellezza di Sonate in bu minore sta nel fatto ch’esso riesce a conciliare la devastazione tipica della fine del mondo con l’Uomo Pera e Carla Bruni.
Provare per credere.

La danza del colpevolizzatore

Questo post è dedicato alla Prugna Ciemme.

Ho cominciato a scrivere su un blog alle medie e ascolto indie con un vago radicamento ideologico. La mia condizione socioculturale prescriveva che prima o poi tentassi di mettere i dischi da qualche parte.

Tutto ebbe inizio quando il Collega ed io realizzammo che non saremmo mai riusciti a trovare un posto dove ballare quello che ci piaceva a meno che non fossimo stati i diretti responsabili della selezione musicale.
Decidendo di puntare in basso ci rivolgemmo al defunto Capannone, un surrogato di centro sociale che entrambi avevamo frequentato sporadicamente nel corso della nostra giovinezza.
L’unico ricordo estatico che conservo di quel luogo, situato nella gaudente zona industriale di Vicenza, fu il mio primo concerto degli Offlaga Disco Pax. Per il resto emergono soltanto piedi ghiacciati, birra smarza* e l’imperitura sensazione di non essere nel mio habitat.
Il Collega ed io cercammo a lungo un nome simpatico con cui presentarci alle masse, un nome che fosse autoevidente e idiota al punto giusto. Fu così che, vantando un’età complessiva di soli 44 anni, divenimmo Teenage Lobotomy, i deprecatori della gioventù decerebrata.
Nonostante questo durante le due serate passate all’impianto di sottomarca del Capannone fummo soltanto “Baldra e la Maggie” oppure “quei due là che mettono musica mai udita prima all’interno di queste mura e che sono arrivati con i dischi nelle scatole da scarpe”.
La seconda ed ultima volta, prima della nostra opera di selezione, suonarono i Settlefish. Non c’era un cane. Anzi, forse un cane c’era; il “cane del Capannone”, quello che spesso si vede nei centri sociali veneti o in Presidio Permanente mentre corre istericamente senza una meta.
Ad ogni modo ricordo che io ero in piedi vicino al mixer e che mi stavo gelando i piedi. I Settlefish suonarono di fronte ad un folto gruppo di cinque o sei persone. Il dj set che seguì fu un’agonia che tutt’ora fatico a descrivere a parole.
Poi il Capannone chiuse e i giovani berici in bomber confluirono nel No Dal Molin, aprendo così una nuova fase della vita pseudoalternativa vicentina.

Qualche mese dopo il Collega ed io ci recammo al temuto Sabotage Bar per assistere ad un concerto dei København Store.
Il Sabotage è un luogo frequentato principalmente da metallari in cui avevo evitato di mettere piedi per circa due anni dopo che, nel corso della stessa serata, un tizio strafatto mi aveva spaccato a mani nude un finestrino della friabile Subaru M80 e un metallaro in età avanzata mi aveva fatto delle avances esplicite chiamandomi “rossa”.
Dopo il concerto il Collega ed io prendemmo accordi con il boss del locale  e divenimmo “i dj anomali del Sabotage”, nonostante fosse stato messo in chiaro che i København Store erano un’eccezione rispetto alle serate usuali.
Da allora ho cominciato ad amare varie caratteristiche del Sabotage, come l’ottima selezione di bevande alcoliche e la moquette nel gabbiotto del mixer, che mi permette di accasciarmi a terra quando non è il mio turno di manovrare gli attrezzi. Un altro aspetto positivo di questo lavoro retribuito in alcol è che mi induce a riascoltare i dischi che hanno martoriato la mia adolescenza. Quand’ero Margherita F sognavo di incontrare un giovane traumatizzato dal grunge proprio come me. Dato che il Collega si è rivelato essere questo giovane, sfruttiamo spesso le serate al Sabotage come momenti terapeutici, durante i quali rasentiamo l’ubriachezza e ci facciamo fare i complimenti dal boss per aver messo i Pond.
Il fatto che nessuno balli ha cessato di essere un problema dopo che una sera il Collega mise un pezzo degli A Place to Bury Strangers che comincia con una base elettronica e nel giro di un secondo si udì una bestemmia così forte da sovrastare la musica.
A questo si aggiungono plurimi dialoghi simili a questo, avvenuto tra la sottoscritta e un amico.
Io: “Sai che metto i dischi al Sabotage con Baldra?”
Amico: “Ah, allora siete voi quelli di cui mi ha detto Tal Dei Tali”
Io: “Cosa ha detto Tal Dei Tali?”
Amico: “Che ci sono questi due che mettono musica raccapricciante”
Io: “Ah. Grazie”

Se ignorassimo una serie di questioni chiave, tutto ciò potrebbe sembrare molto deprimente. Eppure non è così.
In primo luogo ho combattuto per anni nel vano tentativo di dimostrare ai miei coetanei berici che la musica di mio gradimento non è pallosa, “da donne”, ma soprattutto un qualcosa di radicamente altro rispetto al trash metal o alle schifezze che si sentono alla radio. O meglio, per certi versi lo è, ma questo non significa che sia sensato essere massimalisti e rifiutare tutto ciò che ad un primo ascolto sembra diverso dalle nostre usuali frequentazioni musicali. O sbaglio?
È proprio in virtù di ragionamenti di questo tipo che mi ostino a mettere i Battles al Sabotage. Tra l’altro sarebbero già filologicamente adeguati al luogo in questione (vedi alla voce Helmet), ma questo non è noto agli avventori.
Un’altra questione centrale è quella della legittimazione. Avendo subìto ogni genere di insulto e denigrazione da parte di soggetti di genere maschile convinti che dovessi necessariamente essere più ignorante di loro solo in quanto ragazza, ora mi diletto nel selezionare brani brutali e spigolosi e a dire che la mia conoscenza della “musica da uomini” copre aree più vaste di quella dei miei detrattori senza cervello.
Ad esempio mi piace molto mettere “Shiner” dei Rodan, perché non ho l’aspetto di una a cui potrebbe piacere e al contempo mi diverte l’idea che il mio pubblico stia gustando transitivamente anche una frazione dei Rachel’s.

In ultima analisi il senso del duo Teenage Lobotomy va ricondotto ad anni di isolazionismo autoimposto durante i quali l’unica consolazione parevano essere tutti quei dischi di gente morta da un pezzo.
Ora, quando indosso le mie cuffie giganti e contemplo la gente che si ubriaca, penso: “Ah, stronzi! Mi avete rovinato la vita e ancora lo fate, ma se vi serve un bel dj set a tema non andate mica dalla gente granitica che mette solo reggae o solo elettronica…”
A muovermi è dunque il risentimento e la prospettiva di far sculettare qualcuno bevendo gratis.
Sorprendentemente questa tattica ha funzionato, forse perché la gente ha notato la versalitità quasi maniacale che contraddistingue la sottoscritta e il Collega.
È stato così che il 7 dicembre ci siamo ritrovati a mettere i dischi durante un party nell’unico locale gay friendly della città. Il party in questione originariamente doveva chiamarsi Prega la Madonna. Poi è diventato Immaculate Conception. In ogni caso si è trattato di una festa anticlericale durante la quale ho bevuto un sacco di grappa e vagato con una foto di Ratzinger vestito da Babbo Natale appesa alla maglietta.
L’esperienza si è rivelata moderatamente catartica, considerando la città in cui ha avuto luogo e i miei precedenti presso istituti cattolici.

Poco importa che nel 90% dei casi i miei amici berici non si presentino ai miei dj set millantando giustificazioni ridicole. Sono abituata ad essere piantata in asso.
Ciò che conta veramente è che questa esperienza non fa altro che confermare la mia teoria secondo la quale Vicenza è un luogo infernale in cui tutto ti induce ad ubriacarti ancor prima del tramonto (in estate).
Se non altro ho trovato un modo divertente per farlo gratis.

* poco gradevole e di scarsa qualità

Il popolo delle pentole


Penso che ricorderò fino all’ultimo dei miei giorni cosa provai nell’istante in cui, voltandomi, vidi viale Mazzini completamente invaso dalle persone. L’immagine che ho impressa nella mente risale alla prima manifestazione nazionale contro la costruzione dell’aereoporto militare Dal Molin.
All’epoca la stampa dedicò parecchio spazio all’evento, affermando però che buona parte dei presenti non erano vicentini.
Io so solo che non avevo mai visto un corteo del genere nella mia città e mai avrei pensato di vederlo.
Da quel giorno sono successe molte cose. Ad esempio è passata un’ordinanza che vieta qualsiasi tipo di manifestazione in centro storico, comprese quelle studentesche o dei sindacati. Pare che la fiaccolata della settimana scorsa, convocata appunto per protestare contro questa decisione, sarà l’ultima senza lo sfoggio di manganelli in corso Palladio.
Achille Variati, il nostro nuovo sindaco (PD, ex DC), qualche giorno fa ha detto che dobbiamo prenderci le nostre responsabilità ed accettare la costruzione dell’aereoporto, perché ogni tentativo legale di fermarla è andato a vuoto. Potrei anche accettare un’affermazione del genere se Variati non avesse costruito la sua campagna elettorale sul tema della base Nato. Moltissime persone che avevano dato la loro preferenza alla lista civica del No Dal Molin l’hanno votato al ballottaggio, me compresa.
È un momento triste e al contempo esaltante per i vicentini pensanti. I non pensanti continuano ad affermare che qualche migliaio di militari statunitensi in città non fanno altro che portare ricchezza e che l’imminente distruzione della nostra principale falda acquifera è una semplice frottola messa in giro dai comunisti.
Chi, per i più disparati motivi, ha difficoltà ad accettare lo stupro che si sta compiendo a pochi minuti di bici dal luogo in cui scrivo, ha difficoltà a contenere la rabbia. Si sono già registrati i primi casi di invasione del territorio militare da parte di signore incazzate.
Personalmente trovo conforto nei volti degli amici che, da tre anni, non si scompongono. Gli sguardi fieri dicono: “Resisteremo un minuto di più”, come recita uno degli slogan del movimento.
Anche se le macchine lavorano incessantemente, rovinando la quotidianità di chi vive letteralmente di fronte all’aereoporto, il ciclo di protesta non sta declinando, come molti si aspettavano. Da un lato c’è una granitica, sterminata certezza di essere stati trattati come merce nel grande gioco della politica internazionale. Dall’altro abbiamo avuto il tempo di creare relazioni. L’insieme di questi due elementi dà luogo ad un contesto estremamente inospitale per il giovane militare di ritorno dall’Iraq.

Non so cosa significhi vivere in una città non militarizzata. Quand’ero piccola i miei genitori mi portarono a “festeggiare” il quattro luglio all’interno della Ederle. Andando a scuola vedevo dei tizi enormi in tenuta mimetica che correvano lungo il Bacchiglione. Non mi davano fastidio; mi sembrava normale che dovessero esserci.
Attualmente, quando sento di una vicentina che si sposa con un militare e va a vivere negli Stati Uniti, tendo a considerla come una svenduta al nemico. Non è simpatico da dire, ma non posso farci niente.

I leghisti blaterano di sicurezza e del problema degli extracomunitari, dando poi dei violenti agli attivisti del No Dal Molin.
Gli episodi che provano il contrario sono molti. Ve ne propongo uno che mi tocca da vicino.
Qualche mese fa il mio ragazzo era fermo ad un semaforo con il motorino della pizzeria per cui lavorava. Erano le otto di sera. Ad un certo punto un SUV pieno di militari giovanissimi (diciannove, vent’anni) ha accostato alla sua sinistra. Questi tizi, senza alcuna ragione apparente, hanno cominciato ad insultarlo pesantemente e alcuni di loro hanno fatto il gesto di scendere per pestarlo. Erano ubriachi fradici. Il mio ragazzo è riuscito a scappare appena in tempo perché il semaforo è diventato verde.

Questi episodi non sono casi isolati. Oltre al problema dei militari si pone quello dei vicentini non pensanti. Persino Il Giornale di Vicenza è arrivato a pubblicare nella posta dei lettori alcune lettere di insulti agli attivisti che contenevano minacce varie. Non molto tempo fa il presidio permanente è stato vandalizzato e capita ormai spessissimo che durante le manifestazioni qualcuno venga caricato dalla polizia.
Per chi è sinceramente preoccupato per il futuro della sua terra questi episodi non sono semplicemente disgustosi; sono illogici.
La stampa nazionale e non solo si limita a diffondere qualche notizia di tanto in tanto, il più delle volte storpiando la realtà dei fatti.
Vorrei che almeno per una volta qualcuno di Repubblica scrivesse che gli attivisti del No Dal Molin non sono dei “no global”, dei giovani disadattati o chissà cosa. Vorrei che scrivessero che ci sono un sacco di persone che hanno trovato una casa nel movimento, che gli unici dibattiti e conferenze degni di nota di tutto il vicentino sono quelli che hanno luogo sotto i bianchi tendoni del presidio, che al mercato mensile dei produttori locali si trovano delle delizie di straordinaria rarità.
Prima del No Dal Molin tutto ciò non esisteva.
Guardatemi; io rientro a pieno titolo nella categoria densamente popolata dei giovani italiani che non vedono l’ora di andarsene, perché ci hanno stroncato la voglia di fare sul nascere, noncuranti delle conseguenze che questo avrà sul futuro del Paese.
Eppure c’è una parte di me che vuole restare, che pianta le unghie sul suolo berico dicendo: “è mio! Lasciate che ne faccia qualcosa di prezioso.”
Tutto ciò lo devo al No Dal Molin.
Pensateci la prossima volta che Repubblica titolerà “Scontri a Vicenza tra polizia e manifestanti.”

Zappare è figo, vangare è sexy

A volte vale la pena di affrontare imprese sulla cui scorza c’è scritto “non ho senso”. Tutti ti dicono: “Che senso ha percorrere la sterrata quando di fronte a te si dipana trionfalmente un’autostrada bella lucida?”
E tu rispondi che ai 130 chilometri all’ora il paesaggio perde considenza, è privo di odori, piatto.

C’è stato un giorno durante il quale qualche commissione di professoroni senza cuore ha deciso che le tesi della laurea triennale sarebbero diventate “prove finali”. Quando l’ho saputo ricordo di aver provato rabbia e disprezzo. Devo aver detto: “Bastardi… ci stanno togliendo tutto.”
Per certi versi questa nuova etichetta ha legittimato le tesi cosiddette “copia e incolla”, ridicolizzando gli ingenui che scelgono di affrontare una ricerca empirica.
Io però avevo un sogno. Questo sogno era quello di poter dire di non aver sprecato tre anni di studio.
All’epoca vagavo in bici dicendomi che, indipendentemente dal parere dei miei professori, io ero una sociologa in erba e a testimoniarlo c’era il mio ignorantissimo blog, oggi defunto.
Fu così che mi trovai a concordare una tesi sul fenomeno del guerrilla gardening con il mio attuale relatore. Mi disse che non dovevo preoccuparmi; la domanda cognitiva sarebbe sopraggiunta nel corso della ricerca.
In un primo momento cercai il gruppo di Padova, convinta com’ero della sua esistenza. Successivamente mandai svariate email in giro per l’Italia, alla ricerca di un gruppo da studiare.
Dopo alcune settimane realizzai che l’impresa era disperata. Quasi nessuno aveva risposto e a Padova individuai solo un signore che ai tempi dell’università aveva piantato degli alberi da frutto nel cortile della biblioteca frequentata dagli studenti di matematica e fisica.
Poi, come per magia, mi scoprii intenta a prendere uno spritz con le tre persone  che sarebbero diventate, insieme alla sottoscritta, il nucleo originale della Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi.
Da quel giorno ho scoperto molte cose sul guerrilla gardening. Ad esempio  che quasi nessuno ha studiato l’argomento. Eppure esso è radicato nei nostri territori, nei nostri vecchi, nella nostra insofferenza; solo che non riusciamo a vederlo.
Ho cercato a lungo una definizione calzante. Quella che più si avvicina alla perfezione, pur essendo incompleta, è di David Tracey, che dice:
“Guerrilla gardening is autonomy in green. You don’t have to join a club or pay any dues or accept any codes. You even get to define it for yourself. I call it “gardening public space with or without permission.” But as definitions go, I have to admit, that’s pretty thin.”
ggvi1Tanti pensano che sistemare le aiuole pubbliche abbia senso solo nelle grandi città. Inizialmente tanti mi hanno detto: “Che senso ha farlo a Vicenza? C’è già tanto verde”. Poi, scavando in queste affermazioni e negli sguardi di chi ascoltava i miei racconti ho scoperto che i loro istinti erano atrofizzati o che avevano semplicemente paura che mi potessero arrestare. Quando i miei genitori mi vedono uscire nella notte armata di vanga e fiori si preoccupano per me. I miei nonni veneti, invece, pensano sia un bel gesto, ma niente di speciale. Per loro è normale che se un’aiuola fa schifo qualcuno debba prendersene cura.
Poi ci sono quelli che vedono un gruppo di giovani intenti a scavare un buco in una rotatoria in tarda serata e pensano: “stanno seppellendo un cadavere!” Così di lì a poco arrivano due volanti della polizia, che schedano i giovani vicentini per l’ennesima volta. Giovani vicentini armati di vanga, annaffiatoio, fiori e sacchi per raccogliere la terra argillosa in eccesso e l’immondizia che emerge dagli scavi.
La Santa Alleanza dei Guerriglieri Verdi è comunemente detta Guerrilla Gardening Vicenza, perché i vecchi si incazzano se lasci un cartello con un nome così blasfemo davanti a casa loro. E allora cestinano il cartello che hai realizzato con tanto amore.
Vicenza è una città così bianca che a volte ti viene voglia di bestemmiare di fronte al tuo ex liceo cattolico. Compensi usando le siepi che lo circondano come toilette -ma solo quando sei veramente ubriaca- e rubando le madonnine di gesso dalle rotatorie, che qualche psicopatico ha sparso ovunque.
Vicenza è una città così piena di SUV e di militari americani che la Santa Allenza è diventata quella con il No Dal Molin, anche perché ormai il presidio permanente è l’ultimo luogo sacro che ci è rimasto, l’unico dove la  tua radicale anormalità viene ancora riconosciuta ed apprezzata.
Non ho ricordi dell’ex centro sociale. Era vicino a casa mia e l’hanno demolito mentre stavo passando in bici con il mio walkman contenente una cassetta dei Nirvana. Mi dicono che da allora le cose sono cambiate in peggio.

Sono diventata maggiorenne proponendo cose e sentendomi dire sistematicamente di no. Soprattutto dai miei amici. Quando ho smesso di frequentarli si è aperta una voragine sotto i miei piedi. Se non altro in quel periodo trovai una persona con cui andare a vedere i Pearl Jam a Bologna.

Fare guerrilla gardening in una città che ti provoca sistematiche crisi isteriche può sembrare strano. Guardo le foto degli altri gruppi su internet e ho l’impressione che loro amino abitare lì, in Canada o nel sud della Francia.
Io odio il mio quartiere, odio le persone che hanno distrutto la mia planter box e soprattutto odio chi ha fatto a pezzi i fiori del mio agapanthus, prima che intervenisse la grandine.
Però mi piace l’idea di aver creato un diversivo.
Realizzare aiuole ignoranti, per lo più illegali e nel pieno della notte, ti rende sopportabile la città e i vicini stronzi.
In alcuni casi poi scopri che ci sono delle vecchine che hanno apprezzato il tuo gesto. Spesso mi sono sentita dire: “Allora non è vero che tutti i giovani sono delinquenti!”
Cosa si può rispondere ad una cosa del genere? Io mi limito a fare un grande sorriso. Poi raccolgo la mia bici e pedalo verso casa, mentre il mio self di guerrilla gardener canta a squarciagola, schiacciando i rumori del traffico e mettendo a tacere i miei incubi diurni.

L’autrice: Margherita Ferrari, blogger berica classe 1987. A 17 anni ha pubblicato il libro “Guide Pratiche per Adolescenti Introversi“. Attualmente sta tentando di laurearsi in sociologia e di progettare una dignitosa fuga all’estero. Scrive sul blog L’odore dei pomeriggi (quando li butti via).

ggvi(foto di Ecodallaluna)