Durante le scuole elementari elaborai una schema mentale secondo il quale una volta compiuti ventitre anni si diventa vecchi. Confabulavo con la mia migliore amica dell’epoca seduta su un tronco d’albero, convinta che tutto sarebbe andato per il meglio e che mancasse un’infinità di tempo al conseguimento della maggiore età.
Era il secolo scorso; la mia apparente asocialità era oggetto di scherno e di sanzioni di vario di genere. Ciononostante credo che nessuno arrivò mai a proporre di alimentarmi con psicofarmaci.
Conservo un buon ricordo di quel periodo. Le maestre preferivano il mio mutismo all’isteria dei miei compagni e la scuola che frequentavo aveva un grandissimo giardino dove si potevano fare giochi di ogni genere.
Alle medie, invece, scoprii che le scuole potevano essere circondate da colate di cemento e che i professori avevano tutto il diritto interpretare come sintomo d’asocialità criminogena il mio desiderio di ascoltare il walkman a ricreazione.
Alle medie rovinai nella fontana con la madonna di gesso che adornava il cortile, scoprii la passata esistenza dei Nirvana e constatai che la religione cattolica non faceva per me.
Nonostante lo scorrere del tempo, rimasi dell’idea che a ventitre anni sarei diventata vecchia.
Ora che ho ventidue anni e mezzo mi domando spesso se sono già vecchia o se lo sto per diventare.
Chiaramente non sono così idiota da credere che le cose possano cambiare radicalmente il giorno del mio compleanno, anche se ammetto che l’idea di andare in giro a dire che ho ventitre anni mi disgusta.
La sociologa incompetente che in me dice che forse questo non dipende dal fatto che non so stare al mondo. O meglio, può essere che questo dipenda anche dal fatto che non so stare al mondo, ma ci sono indubbiamente altri fattori da tenere in considerazione.
Ad esempio, sarebbe sensato domandarci se sono l’unica che si sente così.
Magari io chiamo questa sensazione “vecchiaia” e la mia vicina di casa la definisce invece “desiderio di ubriacarsi”.
Da piccola ero convinta che a ventitre anni avrei avuto un bel lavoro e un posto dove vivere che non includesse anche i miei genitori. All’epoca non consideravo neanche l’università. E ad ogni modo le lauree 3+2 non erano ancora entrate in vigore.
Tutto era sfocato e al contempo ben definito. C’erano cose che oggi mi tengono sveglia la notte che durante quei pomeriggi non mi tangevano nemmeno.
Ricordo che con la mia amica si discuteva spesso del colore che avremmo dato ai muri delle nostre case. Case che sorgevano chissà dove e chissà come.
Quest’amalgama di ricordi e pensieri sparsi è tornata a bussarmi sul costato un paio di giorni fa, quando il mio ragazzo mi ha raccontato che un bambino di una scuola elementare che sta partecipando al progetto della sua tesi gli ha posto la seguente domanda:
“Ma tu e la tua ragazza avete un figlio?”
Dal suo punto di vista era normale che una persona di ventiquattro anni (e mezzo) avesse un figlio. Perché? Perché, a livello teorico, a ventiquattro anni (e mezzo) si è sufficientemente vecchi per riprodursi.
Ecco, io sono dell’idea che sia giusto rivalutare osservazioni come questa e non limitarsi ad etichettarle come ignoranza infantile o delirio evangelico.
Fingere che questi pensieri non abbiano mai attraversato la nostra testa quand’eravamo piccoli significa fare il gioco di Confindustria.
Io mi sento vecchia perché a ventidue anni e mezzo ho una laurea triennale conseguita con ottimi voti in una disciplina che mi appassiona e che ritengo utile per la nostra società. Ciononostante vivo con i miei genitori in attesa di trasferirmi a Trento, dove dovrei conseguire una laurea specialistica e, successivamente, attraversare una seconda fase da disoccupata depressa.
Per un certo periodo sono stata così infastidita dall’idea di continuare a studiare presso un ateneo che cade a pezzi (metaforicamente e non solo) -pur essendo uno dei migliori d’Italia- che ho considerato seriamente l’idea di piantare tutto in asso e di darmi all’agricoltura.
L’aspetto divertente della situazione è che, negli ultimi dieci anni, più di un terzo delle aziende agricole a conduzione familiare del Veneto hanno chiuso. I piccoli produttori non riescono a sopravvivere in un mercato dominato dalle multinazionali. E la crisi penalizza fortemente anche il settore del biologico.
Come diceva il deprecato collega Gallino ieri su Repubblica, non è bello affermare che l’aumento della produzione sia un buon segnale di ripresa se, nel frattempo, il tasso di disoccupazione raggiunge livelli agghiaccianti. Non è bello perché nessuno sembra in grado di prendere provvedimenti adeguati e, collateralmente, parlare di crescita nel 2010 significa non aver colto quella che alcuni scienziati hanno definito “la sfida della nostra epoca”. Sfida che potremmo tradurre con l’espressione “evitare l’implosione e ciò che da essa deriva”.
Quando ci penso mi viene da piangere, non tanto perché sono una persona che piange facilmente, quanto piuttosto perché, alzando lo sguardo, vedo un cantiere che è lì da almeno dieci anni, a coprirmi la vista dell’orizzonte.
Parlare di disoccupazione, fuga dei cervelli, consumo di territorio, fatti di Rosarno, surriscaldamento globale, gerontocrazia, OGM, crisi economica, Welfare State, bambini iperattivi, sogni infranti e via dicendo senza avere una visione d’insieme non ha molto senso.
Eppure è così che si parla di queste cose, perché la visione d’insieme fa ancor più paura delle singole questioni isolate in un’infinita serie di compartimenti stagni.
Ho ventidue anni e mezzo e mi sento vecchia perché ho l’impressione che qualcuno mi abbia privata di qualcosa di molto importante e che questo qualcuno se ne freghi altamente delle conseguenze che il suo ladrocinio avrà su di me e sui miei simili.
Chi parla di bamboccioni, chi scrive lettere ai propri figli suggerendo che proseguano gli studi all’estero, chi afferma che le cose si sistemeranno da sole è un idiota e merita di essere coperto d’insulti, se non addirittura randellato con un mazzo di ravanelli appena colti.
Quando mia nonna mi vedeva triste mi diceva sempre: “Perché i giovani d’oggi hanno sempre quest’aria depressa? Non è vero che un tempo si stava meglio. Tutto è andato migliorando e dovreste esserne felici.”
Mia nonna si riferiva al fatto che nella tarda modernità una persona come me non deve distruggersi le mani facendo la lavandaia o lavorando in una filanda.
Non posso che concordare con lei su questo punto, eppure temo che il suo desiderio di vedermi felice l’abbia spinta a dire cose che oggi ritratterebbe, se solo riuscisse ad articolare le frasi necessarie per farlo.
Mia nonna è una delle tante persone anziane che pesano sul nostro welfare. Abita da più di due anni in una casa di riposo pubblica. Le sue tre sorelle, tutte più giovani di lei, sono morte. Suo marito è morto. I suoi due figli non vanno più d’accordo come un tempo da quando lei è ha cominciato a stare male. Una delle sue compagne di stanza si lamenta ininterrottamente invocando la Madonna e ho motivo di credere che lo faccia anche dormendo.
Non riesce più a camminare e, circa tre anni fa, ha riportato dei danni al cervello. Se non l’avessero intubata in tempo sarebbe morta anche lei e ora non si annoierebbe tremendamente, persa nel suo mondo che giorno dopo giorno diventa sempre più difficile da decifrare.
Quando vado a trovarla le racconto che non riesco a trovare un lavoro né uno stage non pagato. Le dico che sto cercando di concentrarmi sulla scrittura e sulle mie plurime attività non remunerative, con cui farcisco il mio splendido curriculum.
La aggiorno sullo stato del mio orto, sulla vita quotidiana delle mie gatte e sui libri che sto leggendo.
Mia nonna ha sempre pregato affinchè io trovassi un buon lavoro, un marito meraviglioso e una splendida cosa. A volte pregava anche per i miei bambini ipotetici.
Quando ero alle medie mi ha consegnato il suo dono di nozze (un soprammobile), dicendo che sarebbe morta prima del fatidico giorno e che ci teneva a darmelo.
Al di là del fatto che a distanza di dieci anni sono ancora profondamente traumatizzata da questo episodio, mi fa piacere condividerlo perché è indicativo del genere di input che sono stati inflitti alla mia coorte.
Attualmente non ho alcuna intenzione di sposarmi né di figliare, anche se mi piacerebbe abitare con il mio ragazzo isterico e un certo numero di galline.
Questo desiderio scatena in me un numero apparentemente infinito di domande cui non so rispondere. Ne riporto alcune a conclusione del mio intervento, sperando che qualcuno le legga e ponga magicamente fine allo schifo in cui siamo immersi.
Impazzirò a causa dell’instabilità cronica teorizzata da Giddens?
Dove troverò i soldi per comprare un paio di ettari di terreno possibilmente non contaminato o confinante con un’autostrada?
Ho o non ho dei parenti latifondisti che mi lasceranno in eredità tutti i loro possedimenti?
Troverò mai un lavoro che non sia da telefonista?
È possibile sopravvivere con la sociologia qualitativa?
Perché Galan è al Ministero dell’Agricoltura?
Mi sento vecchia perché tutto mi angoscia?
È possibile che il mio perenne stato di agitazione dipenda dal fatto che non posso sfogare il mio essere nell’orticoltura a causa delle lamentele dei miei vicini di casa?
Che senso ha quello che sto facendo?


Tanti pensano che sistemare le aiuole pubbliche abbia senso solo nelle grandi città. Inizialmente tanti mi hanno detto: “Che senso ha farlo a Vicenza? C’è già tanto verde”. Poi, scavando in queste affermazioni e negli sguardi di chi ascoltava i miei racconti ho scoperto che i loro istinti erano atrofizzati o che avevano semplicemente paura che mi potessero arrestare. Quando i miei genitori mi vedono uscire nella notte armata di vanga e fiori si preoccupano per me. I miei nonni veneti, invece, pensano sia un bel gesto, ma niente di speciale. Per loro è normale che se un’aiuola fa schifo qualcuno debba prendersene cura.
(foto di